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La prevalenza dell’io

«La vera autenticità non sta nell’essere come si è, ma nel riuscire a somigliare al sogno che si ha di se stessi», afferma uno dei personaggi di Tutto su mia madre di Pedro Almodòvar. Non potrei essere più in disaccordo; penso anzi che il successo planetario di Facebook si possa in fondo ricondurre al folle tentativo collettivo di mettere in vetrina l’immagine di se stessi, un brulicare indistinto di ego alla ricerca di mutuo riconoscimento. Quando mai l’immagine di se stessi corrisponde alla realtà? L’autenticità è un’altra cosa. Ma come scrive Rabelais: “Intendiamoci, non che io mi voglia impunemente esentare dal dominio della follia. Ci sono e ne partecipo anch’io, lo confesso. Tutti a questo mondo sono matti, e se in Lorena Fou è vicino a Tou, c’è la sua buona ragione. Ogni cosa è follia” (da Gargantua e Pantagruele)

Non sfugge a questa legge nemmeno Eugenio Scalfari, che nel consueto sermone domenicale su “La Repubblica” del 28 maggio, scrive:

OGNI giorno che passa la confusione aumenta, ma quale ne è la causa? Forse la globalizzazione? Forse l’aumento dell’egoismo in ogni individuo, in ogni famiglia, in ogni tribù, in ogni istituzione, in ogni Stato? La risposta è affermativa: globalizzazione ed egoismo. (…) improvvisamente la società globale ha trasformato se stessa: è diventata un elemento di chiusura. È difficile capire se quella chiusura provenga dall’aumento dell’egoismo o sia stata la globalità a determinarla provocando la chiusura di ogni persona, istituzione e interesse in se stesso. Papa Francesco, che resta il solo a predicare l’apertura di ciascuno verso gli altri, disse che tanti “Tu” diventano “Noi” e quando questo avviene quel “Noi” universale determina la rivoluzione. Aveva ed ha perfettamente ragione, ma sta avvenendo l’inverso: il “Tu” regredisce all’“Io”. Un “Io” globale e cioè l’egoismo fatto persona. E siccome le persone sono dovunque e operano dovunque, il loro se stesso come unico o prevalente segno di valore provoca la chiusura della società globale. La risposta sarebbe una resistenza positiva, l’ “Io” non è una soluzione ma una regressione terribilmente negativa e se vogliamo vederne l’eventuale progressione ci troveremo di fronte a una generale anarchia e al pericolo che ne deriva, cioè l’avvento delle dittature. I fatti raccontati dalla storia sono questi.

Intendiamoci, Scalfari ha perfettamente ragione, il suo ragionamento non fa una grinza. La follia semmai consiste nel pensare che tutto ciò sia successo “improvvisamente”; mentre invece è sotto gli occhi di tutti come la prevalenza dell’io e dell’egoismo personale e/o di gruppo sia un fenomeno patologico endemico da almeno mezzo secolo. Almeno nel cosiddetto occidente “evoluto”, infatti,  il concetto di olismo (unica possibilità di salvezza) ha perso gradualmente valenza socioculturale, per cadere nel dimenticatoio, quando non addirittura nel disprezzo collettivo.

Ma qualcuno si chiede ancora per quale motivo da tutto ciò deriverebbe il pericolo dell’avvento di dittatura. Ce lo spiega molto bene Massimo Gramellini (sul Corriere della Sera del 27 maggio 2017): “Purtroppo ci sono persone così deboli e insicure che non riescono a vivere senza appoggiarsi a un dogma. Non importa se religioso, materialista, scientifico, antiscientifico, carnivoro, vegano. Purché si tratti di un precetto che, in nome di una qualche presunta verità assoluta, li dispensi dalla fatica di adeguare i comportamenti alle situazioni. Ognuno ha il diritto di consegnarsi a una vita rigida da esaltato. Ma appena il fanatismo tracima all’esterno smette di essere un diritto per diventare un problema.” I dittatori per definizione sono creatori (inventori) e impositori di dogmi e verità assolute.

Come però ha scritto Piergiorgio Odifreddi sul Corriere della Sera (partendo da un’analisi di Guerra e pace di Tolstoj in un articolo dal titolo “Matematici sul piede di guerra”): “In realtà la storia è il prodotto di una grande azione collettiva, in cui ciascun protagonista fornisce il suo piccolo apporto. E Tolstoj offre un’interessante metafora matematica: secondo lui, questo è ciò che avviene nel calcolo infinitesimale, in cui l’apporto individuale di quantità infinitesime, chiamate differenziali, viene sommato calcolando una somma infinita, chiamata integrale. In termini matematici, dunque, la storia sarebbe l’integrale dei comportamenti infinitesimi degli individui”.

Si tratta appunto di una metafora, perché finora nessuno è riuscito a formalizzare matematicamente un calcolo della storia. Esistono purtroppo molte persone che hanno difficoltà a comprendere cose che non si riferiscono in qualche modo direttamente a loro. Sarebbe  molto meglio rendersi conto di come all’interno di questa metafora la vera incognita sia costituita dal comportamento di ognuno di noi. Però da quello autentico, non dall’immagine fittizia che di esso vogliamo fornire mettendo ogni giorno in rete un nuovo selfie.

 

 

Fenomenologia del selfie

Selfie 1

Su Pacific Standard è uscito un articolo a firma Tom Jacobs dal titolo “L’autoalimentante spirale del narcisismo on line”. Ecco la mia (spero comprensibile) traduzione.

Non è certo stata una notizia sconvolgente quando ricercatori hanno sostenuto che i narcisisti postano più selfie sui social media rispetto a quelli di noi che hanno un’immagine di sè meno grandiosa. Ma questa conclusione non rispondeva alla questione chiave: è il narcisismo che “costringe” a  postare i selfies, oppure è il fatto stesso di postare che rende più narcisisti?

Una nuova ricerca effettuata in Sud America suggerisce che la risposta sia: entrambi. Essa riferisce che postare selfies può inserire le persone con tendenze narcisistiche in una spirale di sempre più esasperata auto-considerazione

“Col passare del tempo, le persone narcisiste si fanno sempre più selfies,” scrive un gruppo di ricerca guidato da Daniel Halpern della Pontifical Catholic University of Chile. “Questo incremento di selfies innalza di conseguenza il livello di narcisismo.”

“Users who engage in this behavior probably feel rewarded by sharing their own images with other users, augmenting their levels of narcissism.”

“Sebbene possa sembrare sorprendente che farsi selfies – un comportamento relativamente insignificante – possa comportare un effetto significativo su una caratteristica del carattere,” scrivono i ricercatori nella rivista Personalità e Differenze Individuali, “ciononostante sembra che sia proprio così”.

Il loro studio ha coinvolto 314 partecipanti di età compresa tra 18 a oltre 65 anni. Essi hanno compilato un dettagliato questionario, a cui ha fatto seguito un’altra indagine un anno dopo.

Nell’indagine iniziale, essi hanno risposto ad affermazioni come “Mi piace essere al centro dell’attenzione,” “Non sarò mai soddisfatto finchè non ottengo tutto ciò che merito,” e “Mi piace guardare me stesso nel loro specchio.” Le loro risposte, in una scala da uno a cinque (da forte disaccordo a fortemente d’accordo), sono stati combinati per creare una graduatoria di narcisismo.

Poi fu chiesto loro quanto frequentemente negli anni passati si sono fatti fotografie e li hanno condivisi sui social media. Inoltre hanno fornito informazioni su variabili come età, i genere, livello di estroversione e frequenza nell’uso dei social media in generale.

Un anno dopo gli è stato chiesto di nuovo il loro livello di utilizzo dei social media e quanto spesso hanno postato selfies. Essi hanno contrassegnato la loro risposta in una scala da uno (mai) a sette (ogni giorno).

In accordo con gli studi precedenti, i ricercatori hanno rilevato che “le persone con alto livello di narcisismo sono frequentemente impegnati a farsi selfies.” In più, essi hanno anche scoperto che postare questi autoritratti informali “di volta in volta incrementa i livelli di narcisismo nel tempo.”

In altre parole, si tratta di un processo reciproco, nel quale gli utenti “che hanno qualche grado iniziale di narcisismo” si trovano rinforzata questa spiacevole caratteristica.

“Gli utenti coinvolti in questo tipo di comportamento probabilmente si sentono ricompensati dal fatto di condividere le proprie immagini con altri utenti, aumentando così il oro livello di narcisismo,” scrive Halpern con i suoi colleghi. Questo suggerisce loro di postare ancora più selfies, il che conduce quindi ad ancor maggiori di livelli di auto-soddisfazione.

Che poi il postare selfies induca o meno il narcisismo in persone “che non lo avevano inizialmente manifestato,” è una questione ancora aperta, hanno aggiunto.

Così, mentre Facebook non può essere del tutto colpevolizzato per il nostro crescente narcisismo, sembra comunque amplificare il problema. Forse la sua prossima serie di emoticons potrebbe prevederne una che rappresenti una testa rigonfia.

Nell’immagine: Ellen DeGeneres and others pose for a selfie taken by Bradley Cooper during the 86th Annual Academy Awards at the Dolby Theatre on March 2, 2014, in Hollywood, California. (Photo: Ellen DeGeneres/Twitter via Getty Images)

Foto ricordo

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La fotografia riprodotta qui sopra è stata scattata il 15 settembre da John Blanding per il Boston Globe. E in queste ore sta circolando parecchio sui social network,  Cosa si vede? Le persone ai lati di una strada che attendono l’arrivo degli attori del film Black Mass per la prima al Corner Theatre di Brookline, nel Massachusetts. Personaggi del calibro di Johnny Depp, Benedict Cumberbatch, Kevin Bacon, Dakota Johnson. (..) L’immagine è diventata molto virale perché tra i fan c’è una vecchietta che – senza smarthone – sembra godersi appieno l’evento (testo a cura di Elmar Burchia; Foto John Blanding/The Boston Globe/Twitter)

Marcel Proust ha scritto: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Sono da tempo convinto che il vero scopo di tanti, troppi “viaggiatori seriali” non è tanto il viaggio stesso, quanto poter finalmente tornare a casa a raccontarlo. Esattamente il contrario di quanto auspicato da Proust. Si tratta di consumismo turistico: l’obiettivo non è tanto quello di vedere e comprendere il nuovo e il diverso, quanto di dimostrare l’avvenuta presenza in quei luoghi. In questo caso specifico, solo la mite vecchietta sembra disinteressata al fatto di voler successivamente dimostrare di essere stata in quel luogo. Lei osserva la realtà in cui si trova con i propri occhi senza schermi o ausili di memorizzazione o intermediazioni tecnologiche di nessun genere. Occhiali a parte.

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“Da qualche mese circola su internet la foto di un ritaglio di giornale, scritto in inglese. L’autore e la fonte sono incerti, ma non importa: “Sto cercando di farmi degli amici al di fuori di Facebook applicando gli stessi princìpi. Così ogni giorno scendo in strada e racconto ai passanti cosa ho mangiato, come mi sento in quel momento, cos’ho fatto la notte prima, cosa farò dopo e con chi. Gli do le foto della mia famiglia, del mio cane, di me mentre faccio giardinaggio, sistemo il garage, annaffio il prato, sto di fronte ai monumenti, guido in città, mangio e faccio cose che tutti fanno ogni giorno. Ascolto anche le loro conversazioni, gli do la mia approvazione e dico che mi piacciono. Proprio come su Facebook. E funziona! Ho già quattro persone che mi seguono: due poliziotti, un investigatore privato e uno psichiatra”. (Giovanni De Mauro – da “La settimana” – Internazionale n. 1121)

Oh-Yeah-I-Do

Ho sempre provata una “cordiale” avversione e antipatia per qualsiasi tipo di telefono (strumento ormai imprescindibile), cominciando da quello a rotella di tanti anni fa per continuare con gli attuali meravigliosi e tecnologici smartphone. Non per banale avversione luddistica alle affascinanti tecnologie moderne, il fatto è che detesto qualsiasi tipo di prevaricazione. Una qualsiasi telefonata è infatti in grado di sviluppare una potenza di fuoco di interdizione impressionante, di prevaricare qualsiasi tipo di rapporto diretto con le persone che vi stanno di fronte in quel preciso istante. Ho conosciuto dirigenti (meglio perderli che trovarli) di importanti aziende pubbliche quasi sempre indisponibili al contatto personale perché “impegnati” al telefono, la loro vera priorità! Del resto stare sempre al telefono pare faccia molto “cool”. Il fatto di essere fisicamente presente invece in molti casi è ormai uno spiacevole svantaggio, “location” fuori moda, trilla il telefono e la vostra priorità in graduatoria scivola in basso di molti livelli (“Scusa un attimo…”), indipendentemente dal grado di drammaticità della conversazione interrotta. Il fatto è che ogni comunicazione che avvenga in assenza di un qualsiasi “filtro” intermedio è ormai uno svantaggio rilevante per chi la propone. Questo significa che la realtà nuda e cruda, diretta, risulta sempre più irrilevante proprio perché essa NON viene trasmessa attraverso strumenti intermedi che ne garantiscano l’esistenza. Paradossale, ma vero.

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Del resto ognuno di noi è consapevole di come sia sufficiente sedersi all’interno di un”guscio” automobilistico ed immettersi nel traffico cittadino per modificare di molto il nostro atteggiamento nei confronti di qualsiasi individuo interferisca con il nostro percorso.

“In base a una ricerca dell’Università di Leeds (Inghilterra), circa il 25% degli automobilisti mette in atto abitualmente comportamenti aggressivi: suona il clacson, lampeggia, gesticola, urla, si avvicina pericolosamente all’altra auto.

Questi comportamenti dipendono da diversi fattori.

1. Innanzitutto, nel traffico scatta una sorta di competizione fra guidatori: uno studio dell’Università di Stoccolma rivela che il 90% dei patentati si giudica più abile della media.

2. Inoltre, per Raymond Fuller, psicologo del Trinity College di Dublino, fra automobilisti raramente si ha un rapporto faccia a faccia e, senza le informazioni che derivano dal contatto diretto con l’altro (espressione del viso ecc.), l’empatia, che tenderebbe a calmare gli animi, risulta ridotta.

Anche chi è pacato può diventare aggressivo alla guida, ma si arrabbia più spesso chi è impulsivo. Lo ha mostrato uno studio dello psicologo Jerry Deffenbacher, dell’Università statale del Colorado. Si è anche visto che chi si arrabbia molto al volante, tende ad avere pensieri vendicativi (“Adesso ti supero!”), e ha più spesso una guida pericolosa.” (da Focus.it).

Ecco quindi un’altro caso in cui l’inserimento di un qualunque filtro o diaframma “tecnologico” altera in modo profondo il nostro modo di affrontare la realtà. Direi che c’è molto materiale su cui riflettere, magari scherzandoci anche un po’ sopra.

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Le vignette sono pubblicate in date diverse da “The New Yorker”

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