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Tag: Fascismo

Nel frattempo

Nella sua fulminante introduzione ai “Racconti” di John Cheever (Feltrinelli, 2012), Andrea Bajani scrive che lo scrittore russo Viktor Erofeev, quando gli chiedono che cosa significhi per lui scrivere, risponde spesso parlando di radio, non di letteratura. Prima della fine dell’Unione Sovietica, infatti, in molte abitazioni, compresa la sua, c’era una radio che riceveva solo tre canali: Radio Mosca, Radio Parigi e Radio Londra. Radio Mosca si sentiva perfettamente. Quando però “i russi giravano la manopola sulle altre due stazioni a disposizione (…) succedeva qualcosa di straordinario, inquietante e disturbante assieme. Le voci limpide di Radio Mosca lasciavano il posto a un intrico di suoni confusi (…)

L’impressione non era però quella di essere stati sbalzati fuori dalla frequenza, quanto piuttosto di essersi sintonizzati sulla frequenza di un altro universo, abitato da fantasmi, da presenze che arrivano da lontano, da una zona molto profonda, che è al tempo stesso il tempo dei morti e il centro della terra, dove tutto è incandescente, magmatico, originario. Viktor Erofeev alla domanda su cosa significhi per lui scrivere risponde sovente così: scrivere è provare a trasferire in un racconto quella congerie confusa di voci, suoni e rumori. Scrivere è ricavarsi una zona di silenzio e avvicinare l’orecchio alla radio per mettersi in ascolto dei fantasmi, non farsene spaventare, tradurre le loro parole su un foglio.” (…)

C’è un’intercapedine, tra la rassicurante  autorappresentazione borghese e il profondo incandescente di ciascun uomo, che però viene risolutamente messo a tacere, oppure negata. In mezzo c’è uno spazio rimasto vuoto, ed è lì che si annida il seme della disperazione. E’ quell’intercapedine il covo delle voci, il punto di ritrovo, l’amplificatore dei fantasmi. I personaggi dei racconti di John Cheever, parafrasando Erofeev, vogliono ascoltare Radio Mosca, e non certo gli scoppi, i fruscii e le interferenze della altre stazioni.” (Andrea Bajani – Ascoltare gli spettri alla radio)

Uno dei nodi della poetica di John Cheever consiste proprio nella descrizione di questa ridicola negazione dei fantasmi, o meglio della loro azione disturbante e perturbante, della  crisi di una classe media che ha le sue basi proprio in questa negazione. E ti credo. Perché mentre i fantasmi vengono negati o sfuggiti, per ottusità, pigrizia o vigliaccheria, nel frattempo qualcuno quel vuoto, che notoriamente non esiste in natura, pensa bene di riempirlo.

Sempre nel frattempo, mentre la medesima classe borghese contemplava il proprio ombelico, “la metafora della liquidità – proposta da Zygmunt Bauman nella sua celebre trilogia “Modernità liquida”, “Paura liquida” e “Vita liquida” (tutti Laterza) – ha marcato il nostro tempo. Essa subentrava alla nozione, troppo ottimistica, di “postmodernità”, che aveva caratterizzato la belle époque tra gli anni Settanta e la fine del secolo scorso. (…)  La società liquida di Bauman (…)  registrava la disgregazione delle strutture solide della prima modernità – corpi, istituzioni, regole – nel magma di una stagione instabile e incerta. (…)

Tuttavia, “anche questa geniale metafora comincia a mostrare i segni del tempo, (…)  Il processo che dal solido portava al liquido, sostituendo la velocità del tempo alla lentezza dello spazio, pare essersi invertito. (…) Nel linguaggio dell’inclusione torna a lavorare la macchina dell’esclusione. I confini che sembravano dissolti riprendono a suddividere quanto si era immaginato di unire. Non solo, ma fuori da ogni metafora liquida, si solidificano in muri di cemento, in barriere di filo spinato, in blocchi stradali. Un mondo terribilmente solido, striato da frontiere materiali, subentra a quello, liscio, promesso dai teorici dell’età globale.” (Roberto Esposito – La Repubblica 5 settembre 2017)

Usando un’espressione di Gramsci, ci troviamo insomma in una situazione di “interregno”, un vuoto che è uno stato di sospensione in cui il vecchio ordine non funziona più, mentre il nuovo ancora non si vede all’orizzonte. Nicola Di Battista, architetto, direttore della rivista Domus, in un recente convegno ha detto che  “Stiamo vivendo in un frattempo, tra un tempo passato che non passa e un futuro che non arriva“. Concordo pienamente, siamo di fronte a una crisi, una svolta di civiltà di cui la deprimente classe dirigente e politica non ha capacità né intenzione di occuparsi: “altre forze, altri gruppi di uomini, altri continenti reclamano più che protezione, riconoscimento, risorse. Essi chiedono di aprire una nuova epoca storica in cui, prima dei nostri comportamenti, dovremo mutare il nostro linguaggio concettuale per rispondere a domande finora inattese.” (Roberto Esposito)

Ma chi occupa quel vuoto, nel frattempo? Paradossalmente, la violenza del vuoto intellettuale stesso, nonché il rischio della violenza fisica che coerentemente ne consegue ad ogni suo ripugnante rigurgito storico. E attenzione, codesti soggetti ci tengono a comunicare che nulla è cambiato.

“La propaganda fascista di Forza Nuova, che utilizza le immagini del ventennio per i manifesti che diffonde sui muri delle città o dei social, continua a scatenare polemiche. Nell’immagine choc pubblicata sui social il 29 agosto l’associazione di estrema destra riprende un manifesto utilizzato dalla Repubblica di Salò nel 1944 contro le truppe alleate, riadattandolo alla campagna anti-immigrati.

L’immagine è di Gino Boccasile, grafico propagandista del ministero della Guerra durante il secondo conflitto mondiale e autore dei manifesti di propaganda della Rsi, oltre che pubblicitario: l’espressione del volto, le mani ad artiglio dell’uomo di colore, contro il candore della donna. Qui ripresi per alimentare, e cavalcare, il clima di tensione dopo la violenza di Rimini: «I nuovi barbari sono peggiori di quelli del ‘43/’45, oggi come allora fiancheggiati dai traditori della Patria», scrivono su Facebook.” (da Corriere.it)

 Oppure: La marcia su Roma di Forza Nuova, “patrioti” convocati il 28 ottobre:

“La data è tutto un programma: 28 ottobre. Lo stesso giorno del 1922, 25mila camicie nere del Partito nazionale fascista (PNF) entrarono nella capitale e la manifestazione armata permise a Benito Mussolini di prendere il potere con la forza: iniziò così il ventennio fascista in Italia. Novantacinque anni dopo, un partito neofascista, anzi, “nazifascista”, come ha già sentenziato due volte la Cassazione, Forza Nuova, riproporrà la fatidica e tristemente nota “marcia su Roma”. Sempre il 28 ottobre. Cambia solo il nome. Si chiamerà “marcia dei patrioti”. L’evento è stato lanciato sulla pagina Facebook della formazione di estrema destra: “28 ottobre in marcia”, è il titolo del post pubblicato il 3 settembre. “Bandiere, striscioni, auto, pullman, benzina… Compatriota, la macchina organizzativa è in moto ed ha bisogno del tuo sostegno concreto”, recita la chiamata. “Il 28 ottobre Roma ospiterà la grande marcia forzanovista contro un governo illegittimo, per dire definitivamente no allo ius soli e per fermare violenze e stupri da parte degli immigrati che hanno preso d’assalto la nostra Patria”. Segue richiesta di sostegno.” (Paolo Berizzi – La Repubblica, 6 settembre 2017)

Questo è quanto, i taciti costruttori di muri aumentano. Come rispondere allora oggi a questo vuoto, a questo assordante, penoso e colpevole silenzio? Proviamo con la musica. Come ha avvertito Gesù, chi ha orecchie per intendere intenda. Chi invece è sempre rimasto alla finestra ascoltando Radio Mosca, troppo occupato a sfuggire o negare i propri fantasmi,  fino a quando continuerà a rimanerci?

 

 

Xenofobia, patria e welfare?

Pico della Mirandola riteneva che l’uomo sia stato creato per il desiderio divino che vi fosse un essere capace di comprendere le leggi del creato e amarne la bellezza. Come egli spiega nell'”Oratio de hominis dignitate“, l’uomo riunisce potenzialmente tutte le identità assegnate singolarmente alle altre creature; la sua eccellenza consiste nel dono di poter  essere creatore della propria natura. E immagina il pensiero di Dio: “l’altrui già definita natura è costretta entro leggi da noi prescritte. Tu, non costretto entro chiusa veruna, di tuo arbitrio, nel cui potere t’ò posto, la tua natura ti determinerai. T’ò collocato nel mezzo del mondo perché d’intorno più comodamente tu vegga quel che esiste nel mondo. Non ti facemmo né celeste né terreno, né mortale né immortale affinché tu, di te stesso quasi arbitrario  e , per così dire, onorario plasmatore ed effigiatore, ti componga in quella forma che avrai preferita. Potrai degenerare in quelle inferiori che sono brute; potrai, per decisione dell’animo tuo, rigenerarti nelle superiori che sono divine” 

(…) Ma a che pro tutto questo? Affinché comprendiamo – da che così fummo creati, che siamo quel che vogliam essere – dover noi soprattutto curare che codesto non abbia a dirsi contro di noi: che essendo in alto grado non ci si accorga d’esser invece divenuti simili ai bruti e ai giumenti incoscienti”. Anche Steinbeck, in tempi più recenti, la pensava così: “Ma la parola ebraica timshel – ‘Tu puoi’ – quella dà una possibilità. E’ forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta la cosa sull’uomo. Perché, se ‘tu puoi’… è vero anche che tu puoi non… (…) Ma pensate alla superiorità della scelta! Questo sì che fa di un uomo un uomo. Un gatto non può scegliere, l’ape deve fare il miele. Lì la divinità non c’entra”  (da La valle dell’Eden).

L’ape non può scegliere e fa il miele; l’uomo invece può scegliere, perfino di diventare neonazista: “Settantatre anni dopo la fine del nazifascismo sta montando in Italia – antifascista per Costituzione – un’onda nera che afferma la sua voglia di protagonismo. Che occupa spazi e entra nei consigli comunali (eleggendo rappresentanti oppure con blitz squadristi tipo quelli di CPI a Catania e Milano dove il sindaco Beppe Sala è ora sotto protezione per minacce ricevute). Che aspira a mettere le mani sulle leve della politica che decide. E’ una nuova ultradestra antidemocratica, attrattiva per i giovani, abile nel cavalcare il disagio sociale diffuso, soprattutto nelle fasce deboli, nelle periferie. Da Nord a Sud propone un’offerta non più metapolitica: welfare “socialista” e provocazioni, sul web, nelle piazze, nei circoli, allo stadio, e spazi comunali, spiagge (il caso Chioggia denunciato da “Repubblica” finito in Procura e in Parlamento; le ronde anti- ambulanti di CPI a Ostia). In mezzo al mare, con la nave anti-Ong di Generazione Identitaria fermata a Cipro. Persino negli oratori e nei cimiteri. E nei municipi, dove consiglieri, assessori e sindaci escono allo scoperto: indossano felpe coi simboli di unità militari naziste (Andrea Bonazza, capogruppo CPI a Bolzano), si augurano che «ritorni il fascismo in questo Stato di merda» (Andrea Bianchi, sindaco di Trenzano). (Paolo Berizzi – Xenofobia, patria e welfare. Nasce il patto tra i nuovi fascisti “Arriveremo in Parlamento” – La Repubblica 28 luglio 2017)

Cori, striscioni, xenofobia: se c’è un luogo dove il fascismo, vecchio e nuovo, è totalmente sdoganato, sono le curve degli stadi. Sempre più “brune”. Dei 151 gruppi ultrà politicizzati – su un totale di 382 gruppi – 85 sono di estrema destra, stima l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Il primato della fascisteria? Come vent’anni fa va ai supporter naziskin del Verona. «Chi ha permesso questa serata? Chi ha pagato tutto? Chi ha fatto da garante ha un nome: Adolf Hitler», ha gridato il primo luglio il capo Luca Castellini alla festa per il ritorno in A della squadra. E dal publico si è alzato il coro «È una squadra fantastica, una squadra fatta a svastica, che bello è… Allena Rudolf Hess!». Castellini è anche un politico: coordina Forza Nuova al Nord. A luglio a Roncolevà (Verona) sono arrivati 25 profughi e per protesta l’auto del presidente della cooperativa che li seguiva è stata presa a sassate. «Quando si ospita questa gente sono cose che devi mettere in conto», è stato il commento del “Caste”. (Paolo Berizzi – Dalle scuole agli stadi ai conflitti in periferia. E’ qui che cresce il nuovo fascismo – La Repubblica 29 luglio 2017)

L’uomo, al contrario dell’ape che fa il miele e del gatto (che fa il gatto), può scegliere perfino di buttare il cervello alle ortiche e di degenerare nelle forme più brute, invasate e inferiori:”Il piano è ambizioso, un salto di qualità per il neofascismo. Poggia su uno schema semplice: il passaggio dalla strada ai seggi, dalle “azioni” muscolari (come i mille saluti romani il 29 aprile al cimitero Maggiore) alla partita Camera- Senato. Dove, ha promesso il vicepresidente casapoundino Simone Di Stefano, «voleranno sedie e schiaffoni». Per fortuna possiamo comunque sempre scegliere tra le  dimensioni inferiori e quelle superiori e provare ad  impedire che sedie, schiaffoni e molto altro (ad esempio i manganelli) volino di nuovo. Su un monumento del campo di concentramento di Dachau, c’è un incisione tradotta in trenta lingue che recita: “Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”. Perché la storia dovrebbe sempre insegnarci qualcosa. La civiltà dipende da noi.

 

Bologna, 2 agosto 1980

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Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti. Uno degli attentati più drammatici della storia repubblicana, di cui ricorre oggi il trentacinquesimo anniversario.

Oggi però forse preferisco parlare d’altro, di fatti successi 25 anni prima. E poi ancora prima, parecchio prima. Di un pezzo di storia che non conoscevo fino a qualche giorno fa.

Questo. Il 14 maggio 1965, venerdì, si tiene la 296^ seduta pubblica del Senato della Repubblica. Il senatore Umberto Terracini espone all’aula la  sua interrogazione al ministro dell’Interno, il cui oggetto parla del “criminale fascista Alessandro Carosi, da 17 anni inseguito da una sentenza definitiva di condanna ad anni 21 di reclusione irrogatagli, per gli efferati delitti perpetrati a danno di cittadini ostili alla dittatura, dalla Corte di assise di Pisa, e che ciò nonostante ha potuto indisturbato vivere in Roma dal 1947 ad oggi.”

Ecco un breve estratto dal resoconto stenografico dell’interrogazione orale di Terracini, riportato da pag. 4 a pag. 8: (…) Il fatto al quale mi richiamo è noto. Il 31 gennaio di quest’anno un uomo in stato di coma è trasportato all’ospedale  “San Giovanni” di Roma perché colto da emorragia cerebrale mentre piacevolmente in automobile passeggia per la città. L’agente di servizio al posto di accettazione dell’ospedale chiede le generalità del ricoverando. L’autista fornisce un nome e un indirizzo, ma sopra la persona non si ritrova alcun documento di identificazione. L’agente di polizia segnala allora il fatto al Commissariato il quale rapidissimamente invia altri agenti all’indirizzo indicato e là, come all’aprirsi di uno scenario su un palcoscenico, si scopre che il morente è un delinquente incarnito, inseguito vanamente da un mandato di cattura per l’espiazione di una condanna a 21 anni di reclusione irrogatagli nel 1948. La scoperta suscita clamore, anche a causa della personalità specifica del messere, già noto e malfamato squadrista che, tra il 1920 e il 1924, aveva perpetrato numerosi assassini in provincia di Lucca e di Pisa, andandone non soltanto indenne, ma raccogliendone anzi larga messe di ricchezze e onori. Ma successivamente, pienamente sistemato nei quadri del regime fascista, egli aveva commesso l’errore di uccidere anche la sua amante, squartandone poi il cadavere e rinchiudendolo in un baule dato infine alle fiamme. Nonostante la sua divisa di orbace, il messere dovette allora essere arrestato, trascinato davanti ai Tribunali e, per questo orribile e nefando delitto, condannato a 10 anni di reclusione, che aveva scontato regolarmente nella casa di pena di Noto.
Ma nel 1943, liberato per pena scontata, il figuro rapidamente riguadagnò la Toscana occupata dai tedeschi al cui servizio si mise facendosi denunciatore e consegnando ad essi numerosi cittadini colpevoli di lottare inquadrati nelle formazioni della Resistenza contro i nazisti e contro i repubblichini. Tra l’altro è comprovato che ebbe a consegnare ai tedeschi Sisto Longa, già nei 40 giorni del governo Badoglio sindaco di Guardistallo, provocandone l’immediata fucilazione. Nel 1944 il figuro scompare, pare rifugiato in Argentina. Ma, con inaudita temerarietà e probabilmente già forte delle complicità, che poi gli avrebbero permesso di vivere indisturbato in Roma per oltre 17 anni, nel 1947 ritorna in Italia, prende sede in questa città, vi affitta un elegante alloggio in via Tuscolana dove se la passa tranquillo e in agiatezza fino a quando nel gennaio del 1965, non la giustizia umana, ma, se c’è, la giustizia celeste lo colpisce definitivamente, prostrandolo a morte nel posto di pronto soccorso di uno ospedale.
Questa la storia dei fatti. (…) Aggiungo che la vasta, proficua, redditizia attività alla quale l’omicida si era dedicato era di quelle sulle quali la sorveglianza
dell’autorità è maggiore ~ si tratta del commercio dei farmaceutici. E Alessandro Carosi ~ diamo finalmente il suo nome al personaggio ~ trattava all’ingrosso nel genere, avendo rapporto dall’una parte con le grandi ditte produttrici e dall’altra con innumerevoli  farmacie e naturalmente con le autorità preposte al ramo. Che tutto ciò abbia potuto verificarsi fa sorgere fondatissimo il sospetto di complicità, di  protezioni, di omertà, e non tanto in basso loco. (…)

Passiamo ora al 9 luglio del 1994, quindi a fatti molto meno importanti e di tutt’altro genere, successi 14 anni dopo il 1980. Il sottoscritto si sposa con rito civile tenuto nella Sala Rossa del Municipio di Bologna.Tutto ok, tutti contenti, almeno a prima vista. Conclusa la cerimonia formale, andiamo quindi a rendere doveroso omaggio al sottostante Sacrario dei partigiani di piazza del Nettuno. Ma mi avvedo solo oggi, scorrendo le foto, che manca sempre qualcuno, in tale contesto.

Il fatto è questo: avevo chiesto al mio migliore amico, sposato di fresco con una ragazza venuta “da fuori” (Aviano), di farmi da testimone di nozze. Per senso di opportunità, analogo invito era esteso quindi alla moglie, seppur conosciuta da poco. Il suo nome è Alessandra Carosi e ho scoperto solo qualche giorno fa per puro caso la sua diretta discendenza dal sopracitato Alessandro, il nonno di cui porta il nome in segno evidente di “doveroso e riconoscente omaggio”. A quanto pare quel disagio inespresso non è mai stato perdonato. E’ stato covato sotto la cenere e naturalmente nessuno ne ha mai parlato in questi 21 anni nel frattempo trascorsi.Solo freddezza e muta ma attiva ostilità da parte sua. Ne scopro ora i motivi di fondo:  la mia testimone di nozze è nipote di Alessandro Carosi, lo squadrista assassino di cui sopra,  un uomo che ai suoi tempi non avrebbe esitato ad eliminarmi fisicamente, come ha fatto con tanti altri, nel caso lo avesse ritenuto opportuno. Restando impunito, è ovvio, ma facendo comunque “sorgere fondatissimo il sospetto di complicità, di protezioni, di omertà e non tanto in basso loco.” 

Oggi è’ il trentacinquesimo anniversario della strage di Bologna. Ho voluto celebrarlo parlando d’altro. Con il “fondatissimo sospetto”, però, che non sia del tutto vero, che si stia solo parlando (solo) d’altro. Non si finiscono mai di scoprire ulteriori orribili misfatti impuniti, nella storia italiana, vecchi e nuovi misfatti coperti come sempre da complicità omertose di tutti i tipi e a tutti i livelli. Anche da quelli più vicini a casa e che non ti aspetti.

 

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