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Da uno a quattordici

Il fascismo eterno” di Umberto Eco (La Nave di Teseo, 2018) è un discorso pronunciato in inglese a un simposio organizzato dai dipartimenti d’italiano e francese della Columbia University, il 25 aprile 1995 per celebrare la liberazione dell’Europa. Eco utilizzò, in occasione del suo discorso, il termine Ur-Fascismo, o “fascismo eterno”, dove il prefisso tedesco “Ur” si riferisce all’essenza primigenia di un concetto.

« ….ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l'”Ur-Fascismo”, o il “Fascismo Eterno”. Tali caratteristiche non possono venire irregimentate in un sistema; molte si contraddicono reciprocamente, e sono tipiche di altre forme di dispotismo o di fanatismo. Ma è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare una nebulosa fascista (…)».

Gli elementi che generano l’Ur-fascismo sono:

1) Il culto della tradizione. La cultura non è quindi avanzamento del sapere, ma recupero dal messaggio originario.
2) Il rifiuto del modernismo ma la difesa della tecnologia. I fascismi sono fieri delle loro innovazioni tecnologiche ma rifiutano ciò che è moderno sul piano delle idee e dei valori.
3) Il culto dell’azione per l’azione e il rifiuto del pensiero critico. L’impulsività, l’istinto, l’azione come atto estetico vengono preferiti alla riflessione. Da qui il sospetto e l’avversione verso la cultura e gli intellettuali.
4) Il disaccordo come tradimento. L’Ur-Fascismo rifiuta tutto questo e tratta il disaccordo come tradimento, celebrando al contrario l’unità, il pensiero unico, la concordia in seno alla tradizione.
5) La paura del diverso. L’Ur-Fascismo chiama alla lotta contro il diverso, lo straniero, il non-allineato.
6) L’appello alle classi medie frustrate. L’Ur-Fascismo trova terreno fertile nel malessere delle classi pressate da crisi economiche.
7) L’ossessione del complotto. L’Ur-Fascismo ricorre allo spauracchio del nemico esterno, appellandosi al nazionalismo e alla xenofobia.
8) I nemici sono molto forti ma anche molto deboli. L’Ur-Fascismo dà, ai suoi seguaci, dei nemici da odiare che devono apparire, allo stesso tempo, abbastanza deboli da dare agli adepti l’idea di poterli sconfiggere e abbastanza forti per avvalorare l’eventuale vittoria.
9) La vita è guerra permanente. Il pensiero fascista implica un nemico da combattere. Solo dallo scontro può nascere la pace.

10) L’elitismo di massa. I seguaci devono sentirsi parte di un’élite e avere bisogno di una guida autoritaria che li coordini. Così il forte domina sul debole ma quest’ultimo continua a sentirsi parte di un’élite apparentemente egualitaria.
11) Il culto dell’eroismo. Il fascismo chiama tutti ad essere eroi. I seguaci del fascismo vengono educati ad essere i migliori. Proprio questa possibilità di essere eroi seduce eventuali adepti.
12) Il machismo. L’Ur-Fascismo canalizza le pulsioni guerresche nel sesso. Il maschio dominante è l’emblema del fascismo eterno.
13) Il Populismo qualitativo. Il Popolo è rappresentato come entità portatrice di una volontà unica e non di una pluralità di bisogni. Così, il Popolo non ha peso come quantità ma come simbolo di una sola volontà, di una giusta “qualità”. Ciò segna la fine della tutela della pluralità di pensiero.
14) La “neolingua”. L’Ur-Fascismo parla una lingua propria, fatta di parole e simboli propri, di formule e di motti. In questo modo rafforza l’identità collettiva. (da derivatisanniti.com)

«Alla fine della Seconda guerra mondiale molti tra i più alti vertici militari delle Forze armate italiane avrebbero dovuto rispondere di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia e all’estero. A salvarli furono gli equilibri della Guerra fredda e il decisivo appoggio degli alleati occidentali grazie a cui l’Italia eluse ogni forma di sanzione per i suoi militari. Diversi di loro furono reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti e ministri della Repubblica e coinvolti nei principali eventi del dopoguerra: il referendum del 2 giugno; la strage di Portella della Ginestra; la riorganizzazione degli apparati di forza anticomunisti e la nascita dei gruppi coinvolti nel «golpe Borghese» e nel «golpe Sogno» del 1970 e 1974. Il loro reinserimento diede corpo a quella «continuità dello Stato» che rappresentò una pesante ipoteca sulla storia repubblicana. Attraverso documenti inediti, Conti ricostruisce vicende personali, profili militari, provvedimenti di grazia e nuove carriere nell’Italia democratica di alcuni dei principali funzionari del regime di Mussolini.

Nel corso degli ultimi anni la storiografia si è occupata approfonditamente dei crimini di guerra italiani all’estero durante il secondo conflitto mondiale e delle ragioni storiche e politiche che resero possibile una sostanziale impunità per i responsabili. Meno indagati sono stati i destini, le carriere e le funzioni svolte dai «presunti» (in quanto mai processati e perciò giuridicamente non ascrivibili nella categoria dei «colpevoli») criminali di guerra nella Repubblica democratica e antifascista. Le biografie pubbliche dei militari italiani qui rappresentate sono connesse da una comune provenienza: tutti operarono, con funzioni di alto profilo, in seno all’esercito o agli apparati di forza del fascismo nel quadro della disposizione della politica imperiale del regime, prima e durante la Seconda guerra mondiale. La gran parte di loro venne accusata, al termine del conflitto, da Jugoslavia, Grecia, Albania, Francia e dagli angloamericani, di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia o epurato, nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano. Le loro biografie dunque rappresentano esempi significativi del complessivo processo di continuità dello Stato caratterizzato dalla reimmissione nei gangli istituzionali di un personale politico e militare non solo organico al Ventennio ma il cui nome, nella maggior parte dei casi, figurava nelle liste dei criminali di guerra delle Nazioni Unite». (dalle note di copertina di: Davide Conti – Gli uomini di Mussolini, Einaudi 2017)

«L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata nelle piazze italiane!” Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo». (Umberto Eco)

La crisi, il dubbio, la ricerca e il pensiero critico sono tutte cose che l’Ur-fascismo teme. Il dubbio è l’unica arma che abbiamo per tenere a bada l’Ur-Fascismo. La domanda di Eco, sottintesa, era questa: “E tu, quanto sei fascista da 1 a 14?

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Del senso comune

«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume….»

Ok, tutti, o quasi tutti, conoscono il celeberrimo incipit dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, probabilmente il più noto romanzo della letteratura italiana. Quello che segue, invece, è l’inizio di un’altro scritto dello stesso autore, molto meno noto, ma forse altrettanto importante e “moderno”:

«Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile…»

Il libro è la “Storia della colonna infame“: «Destinato in un primo tempo ad essere un capitolo dei Promessi sposi, poi cresciuto troppo per poterlo includere nel romanzo, è stato pubblicato nel 1840 come appendice al capolavoro del Manzoni. Largamente ispirato alle “Osservazioni sulla tortura” del Verri, racconta la disgraziata storia del Mora e del Piazza, ingiustamente accusati di unzione nella peste del 1630, e costretti con la tortura a confessare falsamente la loro colpa. Sulla casa del Mora, rasa al suolo per decreto del senato milanese, fu eretta, a perenne ricordo del delitto (ma in realtà a perenne vergogna di chi l’aveva eretta) una colonna, detta “la colonna infame». (Rosario Di Mauro, da liberliber.it) Non è un romanzo, è storia.

Nei “Promessi sposi” (cap. 32), Manzoni a proposito dell’isteria collettiva sui presunti  untori, commenta  che la collera popolare che consegue a minacce oscure e incontrollate, aspira sempre a punire qualcuno, a individuare colpevoli veri o presunti. Infatti: «le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa fare le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole piú che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malíe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà.»

«Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza di una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne dovevano scoprire, quasi infallibilmente; tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore.» I giudici avevano voluto trovare «i colpevoli d’un delitto che non c’era, ma che si voleva»; e «se non seppero quel che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere». Il ragionamento manzoniano risulta quantomai d’attualità.

Il quale ragionamento continua poi per constatare amaramente che “il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.” Il senso comune: quale concetto è più indefinito, più ambiguo e pericoloso? Oscar Wilde suggeriva di non discutere mai con un imbecille, perché ti porta sul suo terreno e ti batte con l’esperienza. E molto spesso questa esperienza, purtroppo, coincide proprio con il cosiddetto senso comune. Diviene un comodo paravento per chiacchiere vuote e superficiali, ma non per questo meno pericolose. Schermo tartufesco e perbenista dietro cui nascondere pregiudizi, pettegolezzi, invidie, ipocrisie, malignità, cattiverie; collateralismo e complicità opportunista e disimpegnata, pur di aderire al vigente sistema di potere, quale esso sia. La facciata conformista dietro cui nascondere vizi privati e pubbliche virtù, assumendo nei fatti totale indifferenza al tema dei valori e della giustizia.

Tema della giustizia che invece è al centro del pensiero di Manzoni, in queste come in tutte le sue opere: da questa dipende infatti secondo lui  il bene e il male delle persone e della società nella vita terrena, in attesa della perfetta realizzazione ultraterrena nel regno di Dio. In questo senso, egli ha svolto con grande coerenza e sincerità il proprio ruolo di intellettuale, di artista e di cittadino (religioso). «Di fronte alla scandalosa evidenza del male che corrompe i rapporti umani e sociali portando dolore e violenza soprattutto ai più deboli, Manzoni denuncia le gravi responsabilità degli uomini» (A. Jacomuzzi). La sua lezione impone una domanda: possiamo dire altrettanto di noi stessi, oggi, dei nostri doveri come singoli e come comunità, ognuno nei rispettivi ruoli pubblici e privati e secondo le proprie competenze?

La risposta non può che essere negativa; a prevalere, oggi come allora è ancora una volta il cosiddetto senso comune, il quale, di volta in volta, cambia il proprio oggetto ma non il proprio fine: il conformismo. Oggi come oggi il suo strumento ideologico è il senso della “necessità”: «Il discorso politico contemporaneo, soprattutto in Europa, è sempre più intriso di «necessità». La globalizzazione, si dice, impone conformità alle logiche di mercato. Le tecnostrutture sovranazionali dettano regole vincolanti basate su semplici numeri. Il motto di Margareth Thatcher — there is no alternative — domina le scelte di governo e sempre più anche quelle individuali (pensiamo al mercato del lavoro). È il trionfo di quella colonizzione del «mondo della vita» da parte degli «imperativi sistemici» di cui parlano da molto tempo autori come Jürgen Habermas o Axel Honneth.

Nel suo ultimo libro Il senso della possibilità (Feltrinelli), Salvatore Veca indica invece una strada per uscire da questo vicolo cieco. «Di fronte alla dittatura del presente e delle sue supposte necessità, sostiene, occorre recuperare appunto il «senso della possibilità». L’idea che non vi siano alternative nasce dalla nostra ignavia, dal mancato esercizio di spirito critico nei confronti dello status quo, dei paradigmi dominanti e delle loro false necessità. E, soprattutto, dalla diffusa rinuncia a usare l’immaginazione, a elaborare futuri possibili, a «prenderci per mano, ragionare e operare per forme più decenti di convivenza» (Maurizio Ferrera – Corriere della Sera, 16 marzo 2018)

La giornalista britannica Laurie Penny ha scritto: «il neoliberismo molto semplicemente, descrive un modo di organizzare la società – dalla politica alla cultura al commercio – in cui i bisogni del mercato e l’adorazione del profitto privato hanno la precedenza su tutto il resto. Dove niente è più importante di cosa si può vendere e a quanto (…) come ogni forma di capitalismo, non mira solo a controllare  ciò che le persone fanno, ma anche quello che provano, e nello specifico ciò che provano nei confronti del capitalismo. Quando un sistema produce una quantità d’infelicità tale da non poter più contare sull’arrendevolezza delle masse, questo sistema crolla. Qualcosa si spezza.

Ora siamo arrivati a un punto di rottura, e questo crea un varco per il fascismo. Il fascismo funziona in modo simile, ma la sua è una violenza dichiarata, e le sue ingiustizie  sono celebrate  anziché occultate con la razionalità. Al fascismo non interessa cosa provano le persone, basta che restino al loro posto. (…) Cambiamenti del genere non arrivano da un giorno all’altro. Non c’è un momento magico in cui il fascismo esplicito emerge dalla crisalide neoliberista e comincia a sbattere le ali maculate di svastiche. È una metamorfosi lenta, che siamo costantemente incoraggiati a giustificare fingendo che sia tutto normale o, se non normale, almeno sopportabile o, se non sopportabile, almeno qualcosa a cui si può sopravvivere.» (da “Questa non è libertà” – Internazionale n. 1246)

Credo che oggi il punto di partenza per ogni ragionamento sulla politica debba essere il rifiuto dell’indifferenza. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare » , dice Gramsci ed è difficile non essere d’accordo, anche se bisogna intendersi sul significato delle parole, su cosa significhi “parteggiare” nell’accezione positiva che stiamo evocando. Certamente nel concetto non rientra la pratica patologica di chi in rete, protetto spesso dall’anonimato, offende, minaccia, inveisce. Questa non è partecipazione ma solo una forma diversa e velenosa di indifferenza. Tradurre in atto il precetto gramsciano oggi, significa fare i conti non solo con l’indifferenza tradizionale di chi si tiene lontano da ogni impegno, ma soprattutto con l’attivismo nevrotico di chi partecipa alla fiera del rancore.» (Gianrico Carofiglio – La Repubblica 8 marzo 2018)

Italo Calvino in una intervista disse che «in Italia le cose semplici non vengono mai dette». E’ ora di ricominciare a dirle. Manzoni lo faceva, parlava dei “birbanti” dei “birboni”, dei “marioli”, dei “furfantoni”; non solo dei don Abbondio e dei don Rodrigo, dei Griso e degli Azecca-garbugli, ma anche delle donna Prassede e dei don Ferrante. Degli indifferenti, di coloro che, come scrisse Ennio Flaiano “son sempre pronti ad accorrere in soccorso ai vincitori“. Degli italiani, insomma, del loro senso comune, che – per usare l’espressione di Manzoni – li induce a portare sempre e solo il soccorso di Pisa. Invece: «Chi governa il presente deve riappropriarsi del senso di possibilità, sfidando i tanti sacerdoti del ‹non si può fare altrimenti›. Chi agita l’inquietudine dei governati (pensiamo ai leader populisti) deve a sua volta calibrare la propria immaginazione in base ai materiali disponibili, oggi, nel reale. I mondi possibili sono tanti, ma non tutti sono accessibili dal punto in cui ci troviamo. E, come ricorda Veca, alcuni non sono neppure desiderabili. Il passato conteneva molte possibilità. Le cose potevano andare altrimenti». (Maurizio Ferrera) Contrariamente a quanto sostiene il senso comune, il futuro contiene molte, diverse e ormai necessarie possibilità.

P.S.: Proverbiale l’espressione figurativa: il soccorso di Pisa è un aiuto che riesce inutile perché arriva troppo tardi; con riferimento ai soccorsi che i Pisani, assediati dai Fiorentini nei primissimi anni del ’500, aspettarono invano dall’imperatore Massimiliano I d’Asburgo: il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura di portare il s. di Pisa, pure non volle mancare (Manzoni –  Treccani.it)

Nell’immagine in testata: J.-B. Camille Corot, Veduta del lago di Como (1834). La vignetta che segue è di Zerocalcare (2018)

Almeno saperlo

“Nel caso non lo sappia, glielo devono dire. Lo devono mettere seduto su una sedia e costringerlo a sapere che cosa è accaduto, a Marzabotto. Che cosa significa Marzabotto. Non è possibile non sapere, non rendersi conto del significato dei gesti, dei simboli. Non è un lusso che ci possiamo più permettere, come italiani, quello di regalare agli stupidi e agli ignoranti il permesso di esserlo. Non sanno di Anna Frank, non sanno di Marzabotto, non sanno niente. Portano l’odio senza portarne il peso: è troppo comodo. Almeno saperlo, se si è stragisti, che si è stragisti.” (Michele Serra – L’amaca, La Repubblica 14 novembre 2017)
 “Segna un gol al Marzabotto e fa il saluto romano ai tifosi. Conferma dalla VAR: è un coglione.” (Federico Taddia – Il bolognino, La Repubblica Bologna 14 novembre 2017)
Nell’immagine qui sopra: la bandiera di guerra della Repubblica Sociale Italiana. La RSI fu il regime, esistito tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini, al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi dopo l’armistizio di Cassibile. (da Wikipedia)
E’ l’immagine  riportata sulla maglietta scelta da Eugenio Luppi per la partita di Marzabotto.
Signor Luppi si rende conto di cosa ha fatto domenica a Marzabotto? 
“Preferirei non parlarne, ho messo tutto in mano a Morris Battistini, un politico del centro destra di Marzabotto, mi troveranno un avvocato”. (…) 
Perché ha fatto il saluto romano? 
“La verità è che sono stato male interpretato” (Simone Monari – La Repubblica.it).
Adesso è tutto chiaro. Ha scelto una maglietta a caso dal guardaroba (era indeciso tra questa e una di Hello Kitty). Poi stava semplicemente salutando la morosa e il padre che erano in tribuna. Ed è stato male interpretato.
“Uno come Di Canio quando finiva sotto i riflettori per analoghe bravate (mai fino a questo punto, però) poi almeno ringhiava son fascista e me ne vanto, più o meno. La reazione di questo calciatore molto distratto – nei gesti e nel look – è senza onore, per usare una terminologia cara agli ambienti cui si ispira. Farebbe pena pure a un fascista vero. Chissà se ci vuol più coraggio – chiamiamolo così per pietà – a escogitare un simile show premeditato o a dissociarsene in modo così grottesco, patetico?” (Emilio Marrese – La Repubblica Bologna 14 novembre 2017)
P.S. Anche per il cane ha scelto un nome a caso fra i tanti: Benito.

L’estensione del faggio

Nonostante una diffusa convinzione, il Terzo Reich non si prefiggeva come obiettivo il dominio del mondo. Ciò che lo interessava era il continente europeo. E come sempre, era la natura a disegnare i limiti dell’espansione nazista. Esiste infatti una frontiera naturale, invisibile perché climatica, quella che separa il clima oceanico dal clima continentale, e che è indicato dal limite meridiano orientale di un albero: il limite orientale del Reich è fissato dai termini estremi dell’estensione del faggio.  E’ la zona propria di quell’essenza “per eccellenza germanica“, è l’Ovest. All’Est infatti questa specie non si trova più.

Il nazista ama la natura. Dopotutto Hitler e Himmler erano vegetariani, e la loro legislazione sulla protezione degli animali è rimasta in vigore fino al 1972 nella Repubblica Federale Tedesca. Il biologo Heinz Graupner dedica poi lunghe pagine a tentare di distinguere il regno animale da quello vegetale, prima di arrivare alla conclusione dell’impossibilità di questa impresa: “Otteniamo l’immagine di una grande unità di tutto il vivente quando tentiamo di tracciare frontiere tra i diversi regni organici, in quanto non scopriamo alcuna differenza fondamentale tra gli organismi” stessi.

In una pubblicazione destinata agli ufficiali delle SS [SS-Leitheft, V (1939) n. 4, pag. 28] poi si afferma: “E’ contrario alla volontà della natura che l’uomo, prigioniero della follia della propria importanza, decida di vivere la vita che vuole. Cos’è dunque un uomo in quanto individuo? L’osservazione della natura ci insegna che la foglia dell’albero esiste solo grazie al ramo sul quale cresce. Che il ramo riceve la sua vita dal tronco, e che questo deve il suo sviluppo alla radice, la quale trae la sua forza dalla terra. Quanto all’albero, esso non è che un membro della foresta.

Contrariamente a quanto si dice spesso, la gerarchia degli esseri viventi del nazismo non consiste in una scala che ponga  gli ariani in alto e gli ebrei in basso, ma in una topologia più complessa – in alto gli ariani e tutti gli animali da preda, le razze umane miste, poi gli slavi,  i neri e gli asiatici al grado più basso. Gli ebrei sono a parte, altrove: né propriamente umani né veramente animali, appartengono all’ambito batteriologico più che al diritto biologico comune. In una intervista del 1943 con l’ammiraglio Horthy (capo dello stato filofascista ungherese) Hitler dichiara: “Bisogna trattarli come bacilli della tubercolosi, che possono infettare un corpo sano. In questo non c’è nulla di crudele se si pensa che animali innocenti come i conigli devono essere decimati per evitare ogni danno. Perché mai si dovrebbero risparmiare le bestie orribili che volevano portarci il bolscevismo?

Il nazista, per quanto naturalista, non ama allo stesso modo tutti gli animali: in linea di massima gli piacciono le bestie da preda, combattenti capaci di resistenza superiore nella lotta per la vita; bene anche i cervi, di cui vengono esaltati i maschi dominanti che s’impongono nella lotta per la riproduzione; molto bene anche i cani, ma non tutti (bocciato infatti il barboncino casalingo, tutto  curato e arricciato…). A sorpresa, bocciatura anche per il gatto, “una razza strana, imprevedibile. Il loro posto non è tra noi. Vengono da oriente (…) Non riescono a integrarsi in alcuna comunità. I tedeschi amano i cani“, dichiara Wilhem Vesper, scrittore nazista. Per Hitler, infatti, i tedeschi sono gli innocenti topi vittime dei gatti giudei. In quanto ai conigli: “Non vedrete un coniglio malato sopravvivere oltre pochi giorni: sarà preda dei suoi nemici e, grazie a questo, sarà sollevato dalle sue sofferenze. E’ questa la ragione per cui i conigli sono una società [sic] che è sempre sana al 100%“, afferma Eugen Stahle. (da Johann Chapoutot  – La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti, Einaudi 2016)

Comunque sia, nell’Italia contemporanea, ma non solo, negli ultimi tempi  queste particolari associazioni ambientaliste organizzano con una certa regolarità  interessanti attività sportive e/o culturali. Ad esempio, piacevoli sgambate “open air“: “Circa un migliaio di militanti di estrema destra si sono presentati sabato pomeriggio (29 aprile 2017) al Campo X del Cimitero Maggiore di Milano per commemorare i caduti della Repubblica di Salò”. (da Corriere.it) Come spesso succede dalle nostre parti, nessuno si è accorto di nulla. “La manifestazione non era autorizzata” è quanto riferiscono dalla Questura milanese. I militanti hanno aggirato i divieti arrivati il 25 aprile dalla prefetta di Milano Luciana Lamorgese e la manifestazione impedita il giorno della Liberazione si è svolta aggirando i divieti. Al Campo X sono sepolti morti repubblichini e criminali di guerra nazisti.

Oppure distensive camminate urbane come questa: “La marcia su Roma non si farà il 28 ottobre. Forza Nuova: ma non abbiamo rinunciato. Nuova ipotesi il 4 novembre sempre all’Eur.” (da Il Tempo.it)

Infine, che dire della loro ultima – almeno per ora – simpaticissima iniziativa?

“Appena incrociano una persona diversa da loro, gli ultrà all’olio di ricino della Lazio vengono invasi da un incomprensibile senso di superiorità che sono soliti esprimere in versi e versacci. Finché un giudice si scoccia e chiude la curva. La curva, beninteso, non i curvaioli, la cui sventurata sorte di profughi del tifo tocca il cuore del presidente Lotito. Il noto umanista ha una pensata folgorante: che ai lazi-fascisti, sfrattati dal loro nido, sia concesso in affitto quello della Roma per la cifra simbolica di un euro. Naturalmente «nel quadro della campagna di educazione contro il razzismo». Trattandosi di una fesseria, diventa subito operativa. Domenica scorsa i «rieducati» occupano la curva nemica e — immagino nel quadro della campagna contro il razzismo — la riempiono di scritte antisemite e fotomontaggi di Anna Frank con la maglia della Roma.

Munito di apposita microsonda, mi inoltro nel luogo più claustrofobico del mondo: il loro cervello. Circumnavigandolo in un nanosecondo, si scopre che, per certe menti illuminate come una notte senza luna, accostare qualcuno alla vittima-simbolo dell’Olocausto rappresenta un insulto efferato. Proprio vero che la vita è una questione di punti di vista. Se fossi un tifoso della Roma, mi appunterei sul petto il fotomontaggio di Anna Frank giallorossa, ringraziando quei miserabili per avermi ritenuto degno di un così grande onore.” (Il Caffè di Massimo Gramellini – Corriere della Sera, 24 ottobre 2017)

D’altra parte, che possiamo farci? Anche gli Irriducibili laziali fanno parte della natura. Come tutti gli animali, anch’essi (non certo fra i nostri preferiti) hanno avuto l’istinto di segnare un territorio appena conquistato: in questo caso la curva Sud dell’Olimpico. Dev’esserci un faggeto nei paraggi.

(Nell’immagine in testata: “Him” di Maurizio Cattelan, 2001 – Tutta la prima parte del post è basato sul testo di Johann Chapoutot  “La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti” – Un sincero ringraziamento a Massimo Gramellini per il suo eccellente “Caffè”)

 

Nel frattempo

Nella sua fulminante introduzione ai “Racconti” di John Cheever (Feltrinelli, 2012), Andrea Bajani scrive che lo scrittore russo Viktor Erofeev, quando gli chiedono che cosa significhi per lui scrivere, risponde spesso parlando di radio, non di letteratura. Prima della fine dell’Unione Sovietica, infatti, in molte abitazioni, compresa la sua, c’era una radio che riceveva solo tre canali: Radio Mosca, Radio Parigi e Radio Londra. Radio Mosca si sentiva perfettamente. Quando però “i russi giravano la manopola sulle altre due stazioni a disposizione (…) succedeva qualcosa di straordinario, inquietante e disturbante assieme. Le voci limpide di Radio Mosca lasciavano il posto a un intrico di suoni confusi (…)

L’impressione non era però quella di essere stati sbalzati fuori dalla frequenza, quanto piuttosto di essersi sintonizzati sulla frequenza di un altro universo, abitato da fantasmi, da presenze che arrivano da lontano, da una zona molto profonda, che è al tempo stesso il tempo dei morti e il centro della terra, dove tutto è incandescente, magmatico, originario. Viktor Erofeev alla domanda su cosa significhi per lui scrivere risponde sovente così: scrivere è provare a trasferire in un racconto quella congerie confusa di voci, suoni e rumori. Scrivere è ricavarsi una zona di silenzio e avvicinare l’orecchio alla radio per mettersi in ascolto dei fantasmi, non farsene spaventare, tradurre le loro parole su un foglio.” (…)

C’è un’intercapedine, tra la rassicurante  autorappresentazione borghese e il profondo incandescente di ciascun uomo, che però viene risolutamente messo a tacere, oppure negata. In mezzo c’è uno spazio rimasto vuoto, ed è lì che si annida il seme della disperazione. E’ quell’intercapedine il covo delle voci, il punto di ritrovo, l’amplificatore dei fantasmi. I personaggi dei racconti di John Cheever, parafrasando Erofeev, vogliono ascoltare Radio Mosca, e non certo gli scoppi, i fruscii e le interferenze della altre stazioni.” (Andrea Bajani – Ascoltare gli spettri alla radio)

Uno dei nodi della poetica di John Cheever consiste proprio nella descrizione di questa ridicola negazione dei fantasmi, o meglio della loro azione disturbante e perturbante, della  crisi di una classe media che ha le sue basi proprio in questa negazione. E ti credo. Perché mentre i fantasmi vengono negati o sfuggiti, per ottusità, pigrizia o vigliaccheria, nel frattempo qualcuno quel vuoto, che notoriamente non esiste in natura, pensa bene di riempirlo.

Sempre nel frattempo, mentre la medesima classe borghese contemplava il proprio ombelico, “la metafora della liquidità – proposta da Zygmunt Bauman nella sua celebre trilogia “Modernità liquida”, “Paura liquida” e “Vita liquida” (tutti Laterza) – ha marcato il nostro tempo. Essa subentrava alla nozione, troppo ottimistica, di “postmodernità”, che aveva caratterizzato la belle époque tra gli anni Settanta e la fine del secolo scorso. (…)  La società liquida di Bauman (…)  registrava la disgregazione delle strutture solide della prima modernità – corpi, istituzioni, regole – nel magma di una stagione instabile e incerta. (…)

Tuttavia, “anche questa geniale metafora comincia a mostrare i segni del tempo, (…)  Il processo che dal solido portava al liquido, sostituendo la velocità del tempo alla lentezza dello spazio, pare essersi invertito. (…) Nel linguaggio dell’inclusione torna a lavorare la macchina dell’esclusione. I confini che sembravano dissolti riprendono a suddividere quanto si era immaginato di unire. Non solo, ma fuori da ogni metafora liquida, si solidificano in muri di cemento, in barriere di filo spinato, in blocchi stradali. Un mondo terribilmente solido, striato da frontiere materiali, subentra a quello, liscio, promesso dai teorici dell’età globale.” (Roberto Esposito – La Repubblica 5 settembre 2017)

Usando un’espressione di Gramsci, ci troviamo insomma in una situazione di “interregno”, un vuoto che è uno stato di sospensione in cui il vecchio ordine non funziona più, mentre il nuovo ancora non si vede all’orizzonte. Nicola Di Battista, architetto, direttore della rivista Domus, in un recente convegno ha detto che  “Stiamo vivendo in un frattempo, tra un tempo passato che non passa e un futuro che non arriva“. Concordo pienamente, siamo di fronte a una crisi, una svolta di civiltà di cui la deprimente classe dirigente e politica non ha capacità né intenzione di occuparsi: “altre forze, altri gruppi di uomini, altri continenti reclamano più che protezione, riconoscimento, risorse. Essi chiedono di aprire una nuova epoca storica in cui, prima dei nostri comportamenti, dovremo mutare il nostro linguaggio concettuale per rispondere a domande finora inattese.” (Roberto Esposito)

Ma chi occupa quel vuoto, nel frattempo? Paradossalmente, la violenza del vuoto intellettuale stesso, nonché il rischio della violenza fisica che coerentemente ne consegue ad ogni suo ripugnante rigurgito storico. E attenzione, codesti soggetti ci tengono a comunicare che nulla è cambiato.

“La propaganda fascista di Forza Nuova, che utilizza le immagini del ventennio per i manifesti che diffonde sui muri delle città o dei social, continua a scatenare polemiche. Nell’immagine choc pubblicata sui social il 29 agosto l’associazione di estrema destra riprende un manifesto utilizzato dalla Repubblica di Salò nel 1944 contro le truppe alleate, riadattandolo alla campagna anti-immigrati.

L’immagine è di Gino Boccasile, grafico propagandista del ministero della Guerra durante il secondo conflitto mondiale e autore dei manifesti di propaganda della Rsi, oltre che pubblicitario: l’espressione del volto, le mani ad artiglio dell’uomo di colore, contro il candore della donna. Qui ripresi per alimentare, e cavalcare, il clima di tensione dopo la violenza di Rimini: «I nuovi barbari sono peggiori di quelli del ‘43/’45, oggi come allora fiancheggiati dai traditori della Patria», scrivono su Facebook.” (da Corriere.it)

 Oppure: La marcia su Roma di Forza Nuova, “patrioti” convocati il 28 ottobre:

“La data è tutto un programma: 28 ottobre. Lo stesso giorno del 1922, 25mila camicie nere del Partito nazionale fascista (PNF) entrarono nella capitale e la manifestazione armata permise a Benito Mussolini di prendere il potere con la forza: iniziò così il ventennio fascista in Italia. Novantacinque anni dopo, un partito neofascista, anzi, “nazifascista”, come ha già sentenziato due volte la Cassazione, Forza Nuova, riproporrà la fatidica e tristemente nota “marcia su Roma”. Sempre il 28 ottobre. Cambia solo il nome. Si chiamerà “marcia dei patrioti”. L’evento è stato lanciato sulla pagina Facebook della formazione di estrema destra: “28 ottobre in marcia”, è il titolo del post pubblicato il 3 settembre. “Bandiere, striscioni, auto, pullman, benzina… Compatriota, la macchina organizzativa è in moto ed ha bisogno del tuo sostegno concreto”, recita la chiamata. “Il 28 ottobre Roma ospiterà la grande marcia forzanovista contro un governo illegittimo, per dire definitivamente no allo ius soli e per fermare violenze e stupri da parte degli immigrati che hanno preso d’assalto la nostra Patria”. Segue richiesta di sostegno.” (Paolo Berizzi – La Repubblica, 6 settembre 2017)

Questo è quanto, i taciti costruttori di muri aumentano. Come rispondere allora oggi a questo vuoto, a questo assordante, penoso e colpevole silenzio? Proviamo con la musica. Come ha avvertito Gesù, chi ha orecchie per intendere intenda. Chi invece è sempre rimasto alla finestra ascoltando Radio Mosca, troppo occupato a sfuggire o negare i propri fantasmi,  fino a quando continuerà a rimanerci?

 

 

Xenofobia, patria e welfare?

Pico della Mirandola riteneva che l’uomo sia stato creato per il desiderio divino che vi fosse un essere capace di comprendere le leggi del creato e amarne la bellezza. Come egli spiega nell'”Oratio de hominis dignitate“, l’uomo riunisce potenzialmente tutte le identità assegnate singolarmente alle altre creature; la sua eccellenza consiste nel dono di poter  essere creatore della propria natura. E immagina il pensiero di Dio: “l’altrui già definita natura è costretta entro leggi da noi prescritte. Tu, non costretto entro chiusa veruna, di tuo arbitrio, nel cui potere t’ò posto, la tua natura ti determinerai. T’ò collocato nel mezzo del mondo perché d’intorno più comodamente tu vegga quel che esiste nel mondo. Non ti facemmo né celeste né terreno, né mortale né immortale affinché tu, di te stesso quasi arbitrario  e , per così dire, onorario plasmatore ed effigiatore, ti componga in quella forma che avrai preferita. Potrai degenerare in quelle inferiori che sono brute; potrai, per decisione dell’animo tuo, rigenerarti nelle superiori che sono divine” 

(…) Ma a che pro tutto questo? Affinché comprendiamo – da che così fummo creati, che siamo quel che vogliam essere – dover noi soprattutto curare che codesto non abbia a dirsi contro di noi: che essendo in alto grado non ci si accorga d’esser invece divenuti simili ai bruti e ai giumenti incoscienti”. Anche Steinbeck, in tempi più recenti, la pensava così: “Ma la parola ebraica timshel – ‘Tu puoi’ – quella dà una possibilità. E’ forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta la cosa sull’uomo. Perché, se ‘tu puoi’… è vero anche che tu puoi non… (…) Ma pensate alla superiorità della scelta! Questo sì che fa di un uomo un uomo. Un gatto non può scegliere, l’ape deve fare il miele. Lì la divinità non c’entra”  (da La valle dell’Eden).

L’ape non può scegliere e fa il miele; l’uomo invece può scegliere, perfino di diventare neonazista: “Settantatre anni dopo la fine del nazifascismo sta montando in Italia – antifascista per Costituzione – un’onda nera che afferma la sua voglia di protagonismo. Che occupa spazi e entra nei consigli comunali (eleggendo rappresentanti oppure con blitz squadristi tipo quelli di CPI a Catania e Milano dove il sindaco Beppe Sala è ora sotto protezione per minacce ricevute). Che aspira a mettere le mani sulle leve della politica che decide. E’ una nuova ultradestra antidemocratica, attrattiva per i giovani, abile nel cavalcare il disagio sociale diffuso, soprattutto nelle fasce deboli, nelle periferie. Da Nord a Sud propone un’offerta non più metapolitica: welfare “socialista” e provocazioni, sul web, nelle piazze, nei circoli, allo stadio, e spazi comunali, spiagge (il caso Chioggia denunciato da “Repubblica” finito in Procura e in Parlamento; le ronde anti- ambulanti di CPI a Ostia). In mezzo al mare, con la nave anti-Ong di Generazione Identitaria fermata a Cipro. Persino negli oratori e nei cimiteri. E nei municipi, dove consiglieri, assessori e sindaci escono allo scoperto: indossano felpe coi simboli di unità militari naziste (Andrea Bonazza, capogruppo CPI a Bolzano), si augurano che «ritorni il fascismo in questo Stato di merda» (Andrea Bianchi, sindaco di Trenzano). (Paolo Berizzi – Xenofobia, patria e welfare. Nasce il patto tra i nuovi fascisti “Arriveremo in Parlamento” – La Repubblica 28 luglio 2017)

Cori, striscioni, xenofobia: se c’è un luogo dove il fascismo, vecchio e nuovo, è totalmente sdoganato, sono le curve degli stadi. Sempre più “brune”. Dei 151 gruppi ultrà politicizzati – su un totale di 382 gruppi – 85 sono di estrema destra, stima l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Il primato della fascisteria? Come vent’anni fa va ai supporter naziskin del Verona. «Chi ha permesso questa serata? Chi ha pagato tutto? Chi ha fatto da garante ha un nome: Adolf Hitler», ha gridato il primo luglio il capo Luca Castellini alla festa per il ritorno in A della squadra. E dal publico si è alzato il coro «È una squadra fantastica, una squadra fatta a svastica, che bello è… Allena Rudolf Hess!». Castellini è anche un politico: coordina Forza Nuova al Nord. A luglio a Roncolevà (Verona) sono arrivati 25 profughi e per protesta l’auto del presidente della cooperativa che li seguiva è stata presa a sassate. «Quando si ospita questa gente sono cose che devi mettere in conto», è stato il commento del “Caste”. (Paolo Berizzi – Dalle scuole agli stadi ai conflitti in periferia. E’ qui che cresce il nuovo fascismo – La Repubblica 29 luglio 2017)

L’uomo, al contrario dell’ape che fa il miele e del gatto (che fa il gatto), può scegliere perfino di buttare il cervello alle ortiche e di degenerare nelle forme più brute, invasate e inferiori:”Il piano è ambizioso, un salto di qualità per il neofascismo. Poggia su uno schema semplice: il passaggio dalla strada ai seggi, dalle “azioni” muscolari (come i mille saluti romani il 29 aprile al cimitero Maggiore) alla partita Camera- Senato. Dove, ha promesso il vicepresidente casapoundino Simone Di Stefano, «voleranno sedie e schiaffoni». Per fortuna possiamo comunque sempre scegliere tra le  dimensioni inferiori e quelle superiori e provare ad  impedire che sedie, schiaffoni e molto altro (ad esempio i manganelli) volino di nuovo. Su un monumento del campo di concentramento di Dachau, c’è un incisione tradotta in trenta lingue che recita: “Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”. Perché la storia dovrebbe sempre insegnarci qualcosa. La civiltà dipende da noi.