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Tag: Francesco De Sanctis

La giustizia di circostanza

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Gustavo Zagrebelsky ha scritto che esiste un conflitto tra chi appartiene e chi non appartiene a un qualche “giro” o cerchia di potere.
Nella sua teoria, i “giri” sono strutture impermeabili di comando e di sottopotere che procedono per cooptazione e per esclusione, autogarantendosi e perpetuandosi, di per sé immobili. “Nei ‘giri’ ci si scambia protezione e favori con fedeltà e servizi. Questo scambio ha bisogno di ‘materia’. Occorre disporre di risorse da distribuire come favori: per esempio, denaro facile e impieghi (Cimone e Pericle insegnano), carriere e promozioni, immunità e privilegi. Occorre, dall’altra parte, qualcosa da offrire in restituzione.”

bel-amiL’appartenenza e la frequentazione di determinati ambienti di interesse non è di per sé né sbagliato né una novità, così come non lo sono le più che legittime attività di “lobbying” industriale. I grandi romanzi ottocenteschi sono infarciti di descrizioni delle manipolazioni più o meno riuscite che venivano compiute all’interno (o a lato) degli ambienti di influenza politici, sociali o finanziari. Un esempio per tutti:Bel Ami” di Maupassant, in cui il protagonista “diventa uno degli uomini di maggiore successo nella società parigina, grazie al giornalismo e alla sua capacità di manipolare donne potenti e intelligenti”.

Il problema (il grosso problema!) nasce quando l’asettico “giro” diventa una “cloaca” e la “cosa pubblica” si trasforma in bottino su cui mettere le mani per il reciproco dare e avere. A questo punto, all’interno del “giro” scatta un meccanismo feroce e implacabile: “Qual è la forza che lo muove? Poiché la protezione e i favori stanno su e la fedeltà e i servizi giù, dietro le apparenze delle allegre comunelle e della combutta innocente, si annidano sopraffazione e violenza. Il ricatto è il cemento. Si entra se si è ricattabili, e tutti, se sono dentro, per qualche ragione lo sono (…) Questa struttura del potere mai come oggi è stata estesa, capillare, omnipervasiva. Se potessimo sollevare il velo e avere una veduta d’insieme, resteremmo probabilmente sbalorditi di fronte alla realtà nascosta dietro la rappresentazione della democrazia. ”  (Gustavo Zagrebelsky – La tirannia occulta dei “giri” di potere – La Repubblica.it)

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Secondo Antonio Gramsci: “L’egemonia di un centro direttivo sugli intellettuali si afferma attraverso due linee principali: 1) una concezione generale della vita, una filosofia (…) che offra agli aderenti una ‘dignità’ intellettuale che dia un principio di distinzione e un elemento di lotta contro le vecchie ideologie dominanti coercitivamente; 2) un programma scolastico, un principio educativo e pedagogico originale che interessi e dia un’attività propria, nel loro campo tecnico, a quella frazione degli intellettuali che è la più omogenea e la più numerosa (gli insegnanti, dal maestro elementare ai professori di Università).” [Antonio Gramsci – Quaderni del Carcere, quad. 19 (x) par. 27]

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Infatti, come ha scritto Francesco De Sanctis, ecco che dopo la Restaurazione “I gesuiti vennero in moda, sfogandosi i mali umori del secolo sopra gli altri ordini religiosi, come restii ad ogni novità. Il loro successo fu grande, perché in luogo di  alzare gli uomini alla scienza, abbassarono la scienza agli uomini, lasciando le plebi nell’ignoranza e le altre classi in quella mezza istruzione, che è peggiore dell’ignoranza. Parimente, non potendo alzare gli uomini alla purità del Vangelo, abbassarono il Vangelo alla fiacchezza degli uomini, e costruirono una morale a uso del secolo, piena di scappatoie, di casi, di distinzioni, un compromesso tra la coscienza e il vizio, o, come si disse, una doppia coscienza.” (Francesco De Sanctis – Storia della Letteratura Italiana)

bendaDel resto Julien Benda già nel 1927 denunciava l’avvenuto cedimento su tutto il fronte intellettuale:“E’ risaputo che, da mezzo secolo, tutta una scuola, non solo d’uomini d’azione ma di gravi filosofi, insegna che un popolo deve farsi una concezione dei suoi diritti e dei suoi doveri ispirata allo studio del proprio genio specifico, della propria storia, della propria posizione geografica, delle circostanze particolari nelle quali si trova, e non ai comandamenti di una sedicente coscienza dell’uomo di tutti i tempi e di tutti i luoghi; che una classe deve costruirsi una scala del bene e del male determinata dai suoi specifici scopi, delle condizioni specifiche in cui si trova e smettere d’essere sensibile alla ‘giustizia in sé’, alla ‘umanità in sé’, e ad altri ‘orpelli’ della morale generale.” (Julien Benda – Il Tradimento dei Chierici)

Sarah Bakewell

E’ triste affermarlo, eppure la pecoristica propensione alla “servitù volontaria” rispetto a entità di presunta potenza e nobiltà superiori, nonché alle regole esplicite e implicite da esse dettate di volta in volta, sembra essere connaturato all’essere umano: “La Boetie era veramente giovane quando scrisse il “Discorso sulla servitù volontaria” (…) Il soggetto del “Discorso” è la facilità con cui nel corso della storia, i tiranni hanno dominato le masse, nonostante il loro potere sia evaporato nell’istante in cui quelle stesse masse hanno deciso di non sostenerli più. Non serve una rivoluzione: la gente deve solo smettere di partecipare al sistema e di accrescere le file degli eserciti e dei leccapiedi che lo sostengono. Questo però non succede quasi mai, neppure a quei tiranni che trattano i propri sudditi in maniera abominevole. Più affamano e maltrattano la gente, più questi sembrano amarli (…) Il mistero della tirannia è profondo quanto quello dell’amore stesso.” (Sarah Bakewell – Montaigne. L’arte di Vivere, Fazi Editore – 2011)

Ma i complici, i colpevoli, non sono solamente i soggetti che pianificano e partecipano attivamente, ma anche e soprattutto quelli numerosi che assistono passivi, coloro che fingono sempre di non vedere, di non capire, alimentando così surrettiziamente il velenoso meccanismo criminale della segretezza omertosa. La morale e la giustizia sono troppo spesso di “circostanza” (gesuitica secondo De Sanctis, brescianesca secondo Gramsci) , in parte per codardia e in parte per tacita speranza di compartecipazione a banchetti presenti e/o futuri, oggi come ieri. Ecco in proposito un memorabile personaggio di Dickens:dickens-la-piccola-dorrit“La signora General non aveva opinioni personali. Il suo metodo educativo consisteva nell’impedire che si formassero opinioni. Possedeva un piccolo binario circolare di concetti, su quale metteva in movimento certi trenini che trasportavano le opinioni degli altri e non si sorpassavano e non arrivavano mai in nessun posto. Con tutto il suo rispetto delle convenienze, non avrebbe potuto negare  che in questo mondo esistono anche delle sconvenienze; ma se ne liberava nascondendole in modo che nessuno riuscisse a scorgerle, volendo con ciò dare l’impressione che non esistevano. Un altro dei suoi modi per formare la mente era questo: ammucchiava in un armadio ideale tutte le cose difficili, ve le chiudeva a chiave e affermava che non esistevano più. Semplice, non c’è che dire, e molto elegante.” (Charles Dickens – La Piccola Dorritt)

L’illustrazione in testa è di George Grosz (caricatura per la rivista “Simplicissimus”): nella Germania descritta da Grosz, ogni cosa e ogni persona risultavano in vendita. Figurarsi i principi di equità e di giustizia: come ha scritto Barrès, “ogni uomo che si rispetti” può concepire unicamente una giustizia di circostanza.

Sotto la divisa niente?

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Scrive Francesco De Sanctis nella sua “Storia della letteratura italiana” che per l’Italia “il 1815  è una data memorabile, come quella del Concilio di Trento”. Com’è noto, l’Italia arrivò al Congresso di Vienna (novembre 1814 – giugno 1815) priva di reale potere politico (Metternich: “L’Italia non è che una espressione geografica“) e fu quindi costretta a subire le volontà e gli interessi delle nazioni più forti. Il congresso segnò l’inizio di quel periodo storico conosciuto come Restaurazione, i cui princìpi erano tesi al ripristino della situazione precedente l’era napoleonica.

“La burocrazia interessava alla conservazione dello stato la borghesia, che si dava alla ‘caccia degli impieghi’, e centralizzando gli affari sopprimeva ogni libertà e movimento locale, e teneva nella sua dipendenza province e comuni. Una moltitudine d’impiegati invasero lo stato, come cavallette, ciascuno esercitando per suo conto una parte del potere assoluto, di cui era istrumento.”

Quasi tre secoli prima, Machiavelli giudicava con serietà uomini e cose italiane, papato o principi che fossero. “Essendo l’Italia in quella corruttela, Machiavelli invoca un redentore, un principe italiano, che come Teseo o Ciro o Mosè o Romolo la riordini (…) Machiavelli combatte la corruttela italiana, e non dispera del suo paese. Ha le illusioni di un nobile cuore”. Poi c’è Guicciardini, di pochi anni più giovane di Machiavelli, che “ammette anche lui questi fini, ma li ammette sub conditione, a patto che sieno conciliabili col tuo particolare, come dice, cioè col tuo interesse personale (..) Nel Guicciardini comparisce una generazione già rassegnata. Non ha illusioni. E perché non vede rimedio a quella corruttela, vi si avvolge egli pure, e ne fa la sua saviezza e la sua aureola. I suoi Ricordi sono la corruttela italiana codificata e innalzata a regola di vita.” Il dio del Guicciardini è il suo particolare (…). Non rimane sulla scena del mondo che l’individuo”.

Veniamo ai giorni nostri. Mettiamo i seguenti ingredienti in una capace casseruola a forma di stivale: burocrazia, ipocrisia, egocentrismo, egoismo, individualismo, particolarismo, narcisismo, corruzione, furbizia consociativa, corporativismi politici  e professionali “di finti diversi e di veri complici” (Michele Serra), sale e pepe quanto basta. Mescoliamo il tutto, cuciniamo  e inforniamo in un ambiente globalizzato e incontrollato. Cosa otteniamo? Un’indigesto e amaro piatto pieno soprattutto di rassegnazione e disillusione.

Il dio del Guicciardini è il suo particolare (…) Tutti gli ideali scompariscono. Ogni vincolo morale, politico, che tiene insieme un popolo è spezzato. Non rimane sulla scena del mondo che l’individuo. Ciascuno per sè, verso e contro tutti.” Ecco: finchè non si comincia a smontare pezzo per pezzo questa indigeribile miscela di ingredienti non sarà possibile combattere la devastante corruzione che ancora una volta sta devastando l’Italia.

Non si può più nascondere il fatto che la vera maschera della pervasiva e radicata corruzione italiana è la burocrazia. Questo non significa che sotto ogni funzionario si nasconda un disonesto. Tutt’altro. Ma non nascondiamoci il dato di fatto che in tutti gli ambienti sociali esistono veri e propri “sistemi” criminali. Tanto più pericolosi quanto la loro facciata è “rispettabile e legalizzata”. Anche il comune cittadino non ne è immune, anzi, verrebbe da chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina… Non vi è alcuna congiura, ma agiscono ovunque dei meccanismi, non previsti dalle leggi e dai regolamenti (anzi, malgrado le une e gli altri), che nei fatti garantiscono l’impunità a chi “esercita per suo conto una parte del potere assoluto” di cui dovrebbe essere solo strumento. Essi si basano su una fitta rete di connivenze omertose che, attraverso la segretezza, conduce al sistematico mancato accertamento dei casi e al loro occultamento. Anche chi finge di non vedere ne è complice e responsabile.

Se un vigile urbano, per fare un piccolo e banale esempio, si mostra offeso personalmente da una nostra infrazione stradale (“E allora io che ci sto fare qui?!?”), significa che sotto la divisa si nasconde un burocrate teso a rivendicare innanzitutto il proprio ruolo personale. Afferma sé stesso, non la sua funzione. Si tratta di un Guicciardini individuale e nient’altro. Se invece il vigile si limiterà a comminarci la meritata sanzione, magari spiegandoci – severo ma cortese – i motivi della multa, possiamo dire che sotto la divisa abbiamo un uomo. Un cittadino. Un essere sociale. Un Machiavelli. Solo così ricominceremo a respirare aria fresca: sbirciando sotto la divisa da parata della burocrazia. Consapevoli che non sarà affatto un bello spettacolo. Ma da questo pantano non si uscirà senza prima combattere il Guicciardini che c’è in tutti noi.

 

 

Attualità di Francesco De Sanctis

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“…La fiacchezza di carattere, la codardia morale, la sfrontata menzogna, la dissimulazione dei proprii fini, costituiscono un’atmosfera equivoca da demi-monde, nella quale si putrefà questa mezza coltura. Partiti politici non possono esistere, dove si tiene in saccoccia due o tre bandiere, pronti a mostrar questa o quella secondo il bisogno. Sento già dire conservatori progressisti o progressisti conservatori, e anche moderati progressisti. Sono vergogne, quando non siano ingenuità dell’ignoranza. La confusione dei vocaboli attesta la confusione delle coscienze, via aperta alla corruttela politica. In luogo di alzare la moltitudine a noi, scendiamo noi a quella, e le rubiamo la sua politica di campanile e facciamo politica regionale, provinciale e comunale. I bassi fondi salgono su, e comunicano la loro aria da trivio alle più alte regioni. I più arditi prendono aria di bravi; i più accorti scambiano l’arte di Stato con la furberia e l’intrigo.

Se ne son viste tante, che oggi anche i più mediocri dondolano il capo, come volessero dire: – E anche noi siamo qua – . Cosa è la politica? Politica è farsi gli amici e gli alleati, vantare protezioni e relazioni, parlare a mezza bocca, congiungere l’intimidazione con la ciarlataneria. Politica istintiva della mediocrità e dell’ignoranza, che si pratica benissimo fino ne’ più umili villaggi, da chi vuol essere sindaco o almeno consigliere comunale. In mezzo a queste piccolezze, il paese lavora e produce e progredisce, e alza le spalle e non vuol saperne di politica, e pronto a fare il suo dovere, lascia soli gli attori assistendo al più a quegli spettacoli che abbiano luce di curiosità o di novità.

Questo è quel male che si chiama atonia o indifferenza politica. Vero è che in mezzo a questo pubblico indifferente, il cui desiderio modesto è di esser lasciato vivere e fare in pace i suoi affari, si agitano associazioni costituzionali e progressiste, circoli repubblicani e internazionali e società cattoliche; ma l’alimento manca e la loro azione rimane circoscritta in piccoli gruppi di aspiranti o d’irrequieti. Son lasciati soli, perché rimangono partigiani, e non viene da essi nessun progresso della coltura e delle idee morali, la grande base sulla quale si formano o si rigenerano le nazioni.

Forse il mio quadro è un po’ fosco, e certo non corrisponde così appuntino a tutta l’Italia. Forse il male è men grave che a me non pare. Ma, piccolo o grande, il male c’è, e il primo metodo di cura è riconoscerlo francamente”. (Francesco De Sanctis, L’educazione politica, in “Il Diritto”, 11 giugno 1877 – in Scritti politici, Alberto Morano editore, Napoli, 1924)

“La società civile non c’è. Pensa solo ai fatti suoi”. Parole di Francesco De Sanctis di più di un secolo fa sorprendentemente attuali e amaramente vere. Rileggerle fa bene, perché ci offrono come uno specchio in cui vedere noi stessi, quella comunità nazionale che ancora non riusciamo a essere, quella società civile che non c’è mai stata e che, come ormai ben sappiamo, ha lasciato uno spazio incontrastato ai più deplorevoli esperimenti politici, primo fra tutti quello di una deriva populistica che non è mai venuta meno. (da Lib21.org).

E ancora: “Manca la fibra perché manca la fede. E manca la fede perché manca la cultura.” (F. De Sanctis) Ma cosa significa “cultura in questo caso? Significa indubbiamente una coerente, unitaria “concezione della vita e dell’uomo” di diffusione nazionale, una “religione laica”, una filosofia che sia diventata appunto “cultura”, cioè abbia generato un’etica, un modo di vivere, una condotta civile e individuale. Allora come oggi.

 

 

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