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Tag: Francesco Petrarca

Pipistrelli nel campanile

A volte mi vengono pensieri che non condivido“: il celebre aforisma di Ennio Flaiano credo descriva molto bene lo stato d’animo di molti cittadini in questo periodo. Stato d’animo che per quanto mi riguarda è sollecitato in particolare da due notizie.

La prima è questa: “Kamikaze bolognese – Uno dei tre killer di London Bridge era un italo-marocchino: 22 anni, figlio di una bolognese, aveva la residenza a casa della madre. Lo avevano già indagato in Italia.(…) Il giovane italo-marocchino di 22 anni, uno degli autori degli attentati di Londra, quando fu bloccato al Marconi il 15 marzo 2016, mentre tentava di partire per la Turchia, era insomma un soggetto potenzialmente pericoloso su cui fare accertamenti.  (…) L’avvocato Silvia Moisè è il legale prima assegnato d’ufficio e poi nominato di fiducia da Youssef Zaghba nel 2016. È lei che l’ha assistito quando fu fermato e gli furono sequestrati cellulari e iPad, ottenendo l’annullamento dei sequestri dal Riesame.  L’avvocato ha fatto solo il suo lavoro: «Avessi avuto qualunque sospetto, ovviamente l’avrei riferito all’autorità giudiziaria. Era mio dovere farlo e l’avrei fatto. Ma proprio non ne ho avuti e mi fa una certa impressione aver incontrato più volte quel giovane senza capire chi veramente fosse». (da Il Resto del Carlino)

Ecco la seconda: “Ipotesi scarcerazione per Riina malato. Accuse e proteste. La Cassazione: ha diritto a una morte dignitosa. I supremi giudici: E’ gravemente malato. Bisogna valutare se può restare in carcere e se può essere pericoloso.” (Il Corriere della Sera) “Riina ha diritto a una morte dignitosa” La Cassazione apre ma è subito rivolta. Esiste un “diritto a morire dignitosamente” che va assicurato al detenuto, afferma la Cassazione. Anche se il detenuto si chiama Salvatore Riina e sta scontando 17 ergastoli. Per la prima volta, i giudici della Suprema Corte aprono a un’istanza degli avvocati del capo dei capi di Cosa Nostra, che chiedono il differimento della pena o gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva invece confermato il carcere per il padrino di Corleone, che ha 86 anni, ribadendo il suo «altissimo tasso di pericolosità» e spiegando soprattutto che non c’è incompatibilità tra le patologie e la detenzione al 41 bis.” (La Repubblica)

La Lettera alla posterità (in latino, Posteritati), è l’ultima lettera contenuta nella raccolta epistolare delle Senili. Si tratta di un’epistola autobiografica di Francesco Petrarca, composta con tutta probabilità nel 1367, modificata e arricchita intorno al 1370-1371. Ecco un breve estratto:
…Partito poi per Montpellier a studiare legge, vi passai altri quattro anni; poi a Bologna, e vi spesi tre anni a studiare tutto il corpo del diritto civile. Ero un giovanotto che secondo l’opinione di parecchi prometteva grandi cose, se avessi seguitato quella strada; ma io quello studio lo lasciai completamente appena mi lasciò la sorveglianza paterna. Non perché non mi piacesse la maestà del diritto, che indubbiamente è grande e satura di quella romana antichità di cui sono ammiratore, ma perché la malvagità degli uomini lo piega ad uso perfido. E così mi spiacque imparare ciò che non avrei potuto usare onestamente; d’altra parte con onestà sarebbe stato imputato ad imperizia. E così a ventidue anni ritornai a casa”. (da “Prose” – Riccardo Riccardo Ricciardi Editore, 1955).
Come scrive Corrado Augias nel suo commento quotidiano, c’è una domanda che potrebbe indurre a ipotesi sconvenienti e che, per carità di patria, scanso.
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 Non per niente siamo il paese degli azzecca-garbugli; il problema però è che ogni giorno divengono sempre più numerose le persone che quei “certi pensieri” che ogni tanto vengo a tutti li condividono per sempre, magari anzi ne fanno anche  propaganda. Qualunque cosa significhi, “populismo” è attualmente il termine più utilizzato dai commentatori politici, anche se demagogia sarebbe senz’altro più adeguato. Inutile nasconderlo: abbiamo insetti alle fondamenta e  pipistrelli nel campanile. Per questo motivo ritengo fondamentale fermarsi un attimo e riflettere su alcuni principi fondamentali sui quali basare con calma e razionalità il nostro pensiero e le azioni che poi ne conseguono. Come ha fatto John Steinbeck scrivendo “East of Eden” – La valle dell’Eden, romanzo americano che più americano non si può, pubblicato nel settembre 1952 – in particolare nel capitolo 13 da cui traggo la seguente citazione:
 
Il mondo è percorso da tensioni estreme, prossime al punto di rottura, e gli uomini sono infelici e confusi. In un’epoca simile mi sembra cosa giusta e naturale pormi queste domande: In che cosa credo? Per cosa devo combattere? Contro cosa devo lottare?. La nostra è l’unica specie dotata di creatività, e tale creatività ha un solo strumento: la mente e lo spirito individuale. (…) E questo credo: che la mente del singolo individuo, libera di esplorare ovunque, è la cosa più preziosa del mondo. E per questo sono pronto a battermi per la libertà dell’intelletto di imboccare qualsiasi direzione, senza dettami. E contro questo debbo battermi: qualsiasi idea, religione o governo che limiti o distrugga l’individuo. Questo è ciò che sono e ciò che voglio. Capisco bene perché un sistema costruito  su uno schema ripetitivo tenti di annientare il libero pensiero: perché la mente indagatrice è la sola cosa capace di distruggerlo. Lo capisco, certo, e lo odio. E intendo combatterlo per preservare l’unica cosa che ci distingue dalle bestie prive di creatività. Se si può uccidere questo stato di esaltazione, allora siamo perduti.”
Concordo; che si tratti di ISIS-Daesh, di mafia-camorra, di guru-santoni vari o del governo autoritario di turno, ripeto: concordo.

 

 

Bologna di male in peggio

Già prevedo che a quanto sto per scrivere si vorrà contrapporre quella sentenza di Orazio che, parlando della natura dei vecchi, li definisce queruli, incontentabili e lodatori del tempo della loro gioventù. Non nego che ciò sia vero, e che alcune cose da me scritte possano casualmente confermare questa sentenza; dico però che essa non contraddice quanto sto per scrivere. Chiamatemi pure lodatore dei tempi passati e lamentoso denigratore di quelli presenti, ma quello che scrivo  rimane tutto vero.

Ricordo quella volta che da Montpellier tornai con un’amico a Bologna: non credo che nel mondo intero si potesse trovare allora un luogo più libero e più bello: l’affluenza degli scolari, l’ordine, la vigilanza, la maestà dei professori che a guardarli parevano antichi giuristi. Ora non ce n’è più quasi nessuno, e il posto di tanti e tali valentuomini è stato preso dall’ignoranza, ma non come nemica bensì come ospite, o peggio come cittadina o addirittura (temo) in qualità di regina.

E com’era allora la fertilità delle terre e l’abbondanza di tutte le cose, abbondanza per la quale divenne proverbiale la denominazione secondo cui Bologna fu detta la “grassa”? Dolce e amaro è per me ricordare oggi quel tempo felice, quando stavo tra gli studenti e con i miei coetanei, nei giorni festivi facevo passeggiate così lunghe che spesso tornavamo a notte fonda; eppure trovavamo sempre le porte tutte spalancate. Non uno ma molti erano gli accessi, e senza ostacoli e senza ansia ciascuno di noi entrava  dalla parte che gli pareva.

Di queste cose mi sento costretto a parlare in questo modo perché conservo vivissima la memoria dell’antica Bologna. Tanto che, vedendo quella di oggi, mi sembra quasi di sognare e preferirei non credere ai miei occhi; se si eccettuano le torri e le chiese che sono rimaste uguali e guardano dall’alto le miserie che gli stanno sotto, quella che un giorno fu Bologna sembra oggi davvero tutta un’altra cosa.

Quello sopra riportato potrebbe più o meno corrispondere alla fedele trascrizione del discorso tenuto da un qualsiasi anziano bolognese in piazza Maggiore nell’ultimo fine settimana. Si tratta invece di un breve estratto (un po’ adattato ma fedele nella sostanza) di una lunga lettera inviata da Francesco Petrarca a Guido Sette nel 1367 [(Senili: 6 (x, 2)]. Sono trascorsi 650 anni da allora, eppure il fatalistico e pessimista senso dell’inesorabile entropia determinato dallo scorrere del tempo rimane praticamente immutato. Il titolo completo della lettera è “A Guido Sette arcivescovo di Genova, come le cose del mondo vadano di male in peggio.”  (in Francesco Petrarca – “Prose” – Riccardo Ricciardi Editore, Milano – Napoli 1955). Uno dei rari casi in cui non condivido nulla di quanto scritto da questo grandissimo autore.

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