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Il nazista sognatore

Nell’ottobre del 2013, Banksy ha comprato per 50 dollari a The Housing Works, un charity shop (ovvero un negozio che vende usato e che dà in beneficenza il ricavato della vendita), una tela ad olio raffigurante un paesaggio autunnale, con laghetto, alberi con le foglie ingiallite e arrossate e sullo sfondo montagne innevate, ha dipinto su una panca un ufficiale nazista che contempla il panorama (vedi immagine sopra) e poi ha restituito il quadro al negozio. Lo ha intitolato “La banalità della banalità del male.”

Poco dopo la restituzione, Banksy ha fatto telefonare da qualcuno del suo staff per comunicare che il quadro era un Banksy autentico, poi ha pubblicato sul suo sito l’immagine del quadro, e una foto del negozio nella 23esima strada. Improvvisamente, The Housing Works è stato sommerso di richieste e offerte.

Il quadro è finito all’asta su Bidding For Good. La cifra di partenza era di 74.000 dollari, ma al momento della chiusura dell’asta, l’offerta finale è di 615.000 dollari.

Il 30 gennaio 1939, in occasione dell’anniversario dell’assunzione del potere (30 gennaio 1933) Hitler pronunciò un solenne discorso di fronte al Reichstag.

Ecco il passaggio saliente dello “storico discorso”:

«Oggi voglio essere di nuovo un profeta: se l’ebraismo finanziario internazionale dentro e fuori l’Europa dovesse riuscire a precipitare ancora una volta i popoli in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra e con ciò la vittoria dell’ebraismo, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa (sondern die Vernichtung der jüdischen Rasse in Europa)»

«Secondo Longerich, Hitler non diede un ordine solo e precisamente individuabile per scatenare il genocidio, che invece fu lo sbocco di una escalation di atti e decisioni, culminanti, verso la primavera del 1942, in un programma radicale di sterminio. Momenti-chiave in questa evoluzione furono l’invasione  dell’Unione Sovietica nel giugno 1941, accompagnata, nella fase iniziale, dall’uccisione di migliaia di ebrei maschi da parte degli Einsatzgruppen (e loro sotto-unità) del Servizio di sicurezza; l’estensione delle esecuzioni di massa alle donne e ai bambini ebrei nell’estate del 1941; la deportazione degli ebrei tedeschi, austriaci e cechi nell’autunno dello stesso anno (…) Al genocidio si arrivò con un’escalation di fasi, ad ognuna delle quali la deriva sterminatrice acquisiva nuovo slancio sulla base di una combinazione tra direttive centrali e iniziative locali, sempre supportate, nei momenti cruciali, dall’espressa approvazione, autorizzazione e consapevolezza di Hitler, ma senza che questi avesse mai impartito un singolo ed esplicito ordine, anche soltanto verbale, per l’avvio della “soluzione finale”» (Ian KershawHitler e l’enigma del consenso – Laterza, 2006)

Guido Ottolenghi, presidente della Fondazione del Museo ebraico di via Valdonica a Bologna, invita a leggere gli eventi che celebrano il Giorno della Memoria nella giusta dimensione «senza voler appiattire la storia sull’oggi, che è un modo per banalizzare la Shoah, ma con la consapevolezza che l’affermazione dei diritti di pochi a scapito degli altri e il desiderio di uniformità sono sempre pericolosi».

Oggi si inaugura al Museo ebraico la mostra “1938 La storia”, sulle leggi razziali in Italia. Perché questa scelta?

«È una pagina di storia che fatichiamo ad accettare, continuando a coltivare un mito di bonarietà degli italiani, che non ha riscontro. Ci sono stati i “giusti”, ma la leggi razziali passarono nell’indifferenza dei più. La mostra ripercorre quei passaggi, prima culturali, poi legali, fino a quelli amministrativi, che hanno condotto al razzismo e alla persecuzione».

Secondo lei quali sono le iniziative più efficaci per ricordare di ricordare?

«Quelle che con semplicità rivelano uno studio approfondito, senza puntare sull’emotività, alla lunga dannosa» (la Repubblica Bologna, 26 gennaio 2019 – intervista di Emanuela Giampaoli)

Lo studio della storia e i documenti, per chi vuole sapere, stanno lì a dimostrarlo: l’ideologia e l’azione nazifascista prevede(vano)  che i nemici politici fossero non solo sconfitti ma anche eliminati con la violenza, e la società fosse  ricostruita sulla base della purezza razziale, “escludendo” quindi tutti i «diversi».

Sostenere, come qualcuno – per quanto incredibile sia – sostiene ancora oggi, che i nazifascisti consideravano “un avversario da eliminare [solo] chi si fosse posto apertamente in contrasto con lui” equivale a commuoversi davanti al quadro di Banksy. Offendendo in questo modo la memoria collettiva, mancando al tempo stesso di sagacia e onestà intellettuale. La banalità della  banalità  sulla verità del male.

Il brano di Francesco De Gregori “Il cuoco di Salò” è contenuto nell’album “Amore nel pomeriggio” (2001) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

L’anello al naso

Polgar

Piccole storie senza morale (Traduzione di Cristina Pennavaja)  Biblioteca Adelphi è la prima antologia di scritti di Alfred Polgar pubblicata in Italia. Contiene testi brevi tratti da ben diciotto libri apparsi tra il 1922 e il 1959. Impossibile leggerlo  di getto, a mio parere. I singoli “pezzi” che lo compongono, infatti, sono talmente asciutti e densi, che occorre lasciarli depositare nella nostra coscienza. Meglio ancora: rileggerli per assorbirne davvero il ricchissimo contenuto, che potremmo azzardarci a definire “minimalista”. Non tanto perché il loro contenuto sia difficile o cerebrale. Ma di certo conviene comunque al lettore sondare la loro profondità, scrutarne i livelli di significato, verificarne la struttura, (la simbologia?), nel tentativo di cogliere al meglio possibile il reale centro del messaggio. Sottolineando magari le gemme letterarie, che ci sono e numerose, ma che potrebbero sfuggire al primo incontro. “Nella sua maniera di esprimersi distaccata egli parlò della forma concisa come del “risultato dello sforzo consapevole, non disgiunto da un certo tormento, di  trasformare cento righe in dieci righe” (dalla prefazione di Siegfried Melchinger) . Ha scritto Polgar: “Sono perfettamente consapevole che anche in una storia di piccole dimensioni può non esserci assolutamente nulla e che la brevità può essere benissimo l’effetto forzato di un respiro troppo corto. Tuttavia io credo che proprio la forma letteraria più concisa sia adatta alla tensione e alle esigenze dei nostri tempi… La vita è troppo fuggevole perché si possa dipingerla con agio soffermandosi sui dettagli, è troppo romanzesca per i romanzi.”

Leggendolo, a volte si ride (si ride davvero, perché l’autore era anche un grande umorista) a volte ci si dispera (pure davvero). Una volta finita la lettura pensavo di sottolinearne gli aspetti (auto)ironici, comici e sarcastici. Come ad esempio:

“L’Austriaco è tedesco quanto il suo Danubio è blu. Ma quest’ultimo, come tutti sanno, sebbene il walzer si ostini ad affermare il contrario, non è blu affatto. Forse lo è stato una volta… nell’idea. Però, dopo una luna carriera come torrente, il Danubio ha un aspetto tale che sembra che tutti i pennelli con cui è stata dipinta di mille colori la campagna all’intorno, il buon Dio li abbia lavati nelle sue acque.”

Però il caso vuole che domani, 27 gennaio, si celebri il Giorno della Memoria 2016. Qui a Bologna si inaugura anche il “Memoriale dello Shoah.” Alfred Polgar, austriaco ebreo, ha vissuto, sofferto e scritto sia sulla drammatica esperienza personale di esilio, sia sul crimine nazista perpetrato da parte del  “suo” popolo ai danni del suo stesso popolo. Per esempio, a un certo punto egli scrive:

“C’è un frammento del Faust di Lessing nel quale lo spirito, rispondendo alla domanda di Faust: “Qual’è la cosa più rapida della terra?” dà la seguente risposta; “Il passaggio dal bene al male”. Un esempio della giustezza di questa risposta è stata data alcuni anni or sono dall’incredibile rapidità con cui le croci si trasformarono in croci uncinate, gli esseri umani in esseri disumani. Poi la metamorfosi inversa si compì con la stessa velocità. Il fatto che essa sia avvenuta così rapidamente lo dobbiamo al  Furer: le manifestazioni esteriori di fede che egli chiese al suo popolo furono soltanto quelle molto superficiali del distintivo di partito, del saluto nazista e altre simili. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se egli avesse preteso dimostrazioni visibili più drastiche del suo attaccamento per lui. Per esempio che tutti portassero un anello al naso. Non  c’è dubbio che i suoi sudditi se lo sarebbero messo, che alla cosa i suoi filosofi avrebbero apportato un sostegno ideologico e i suoi studiosi di storia dell’arte una giustificazione estetica. Però la metamorfosi inversa nazisti-non nazisti non sarebbe stata facile com’è stata nella realtà, non si sarebbe compiuta in modo altrettanto rapido e indolore, in un batter d’occhio, nel tempo di cambiar le carte in tavola.

Uno spirito che avesse fatto le nostre recenti esperienze, rispondendo a Faust che “la cosa più rapida è il passaggio dal dal bene al male”, con tutta probabilità avrebbe soggiunto: “e ritorno”.

Perciò, del lato comico e sarcastico parleremo magari un’altra volta. Anche perché comprendiamo benissimo e  condividiamo ancora oggi la sua feroce e ironica disillusione rispetto ai suoi simili, e quindi anche rispetto a noi stessi. Alla fine della sua vita “dal momento che la nostra lingua corrisponde naturalmente al nostro modo di esprimerci, è chiaro che le esperienze vissute da quell’organismo forse ipersensibile che fu Polgar non possono non aver modificato il suo linguaggio” (Siegfried Melchinger). Non resta quindi che coltivare – per utilizzare un giudizio di Musil su Polgar – la sua stessa insolente e “perfida affabilità” nei confronti dell’intero genere umano? Dedicarsi come lui allo scetticismo senza disprezzo, lontani mille miglia dall’alterigia e immuni da ogni freddezza, mantenendo ad ogni prezzo un cuore che batte nel proprio petto? Probabile che sì, ma bisogna pur esserne capaci. E non è davvero facile.