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Tag: intellettuali

Intellettuali di servizio

Chierico

“Tolstoj racconta che quand’era ufficiale, avendo visto nel corso di una marcia uno dei suoi commilitoni colpire un uomo che si allontanava dalla fila, gli disse: <<Non si vergogna di trattare così un suo simile? Ma non ha letto il Vangelo?>>. Al che l’altro rispose: <<E lei, non ha letto i regolamenti militari?>>.

Questa è la risposta che sempre si attirerà lo spirituale che vuole dettare legge al temporale. A me sembra molto saggia. Chi conduce gli uomini alla conquista delle cose non sa che farsene della giustizia e della carità.

Tuttavia mi sembra importante che esistano uomini i quali, anche se scherniti, invitano i loro simili a religioni diverse da quella del temporale. Ora, coloro a cui spettava questo ruolo, e che io chiamo i chierici, non solo non lo svolgono più, ma svolgono invece il ruolo contrario. La maggior parte dei moralisti che hanno un certo seguito in Europa da cinquant’anni a questa parte, in particolare i letterati in Francia, invitano gli uomini a farsi beffe del Vangelo e a leggere i regolamenti militari.”

Julien BendaIl tradimento dei chierici. (Il ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea) –  Premessa alla prima edizione (1927)

“A vent’anni di distanza dalla pubblicazione dell’opera che oggi ridò alle stampe, la tesi che vi sostenevo allora – che quegli uomini la cui funzione è di difendere i valori eterni e disinteressati, come la giustizia e la ragione, quelli che io chiamo i chierici, hanno tradito questa funzione a vantaggio di interessi pratici – mi sembra, come a molte delle persone che mi chiedono questa ristampa, non aver perso niente della sua verità, al contrario.”

Julien Benda – Il tradimento dei chierici. (Il ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea) –  Prefazione alla nuova edizione (1946) – Einaudi 2012.

Benda è morto nel 1956. Cosa scriverebbe nel caso fosse ancora in vita e qualcuno gli chiedesse la prefazione ad una nuova edizione 2016 del suo libro? Ci torneremo.

 

Dire la verità

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Le parole di don Ciotti che ho riportato nel precedente post (…Il problema più grave non è chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare. Noi abbiamo bisogno di verità…) riportano alla mente un testo straordinario di  Edward W. Said, scrittore ed intellettuale palestinese naturalizzato statunitense, scomparso nel 2003.  Nel 1995 Feltrinelli ha pubblicato il suo “Dire la verità”, sottotitolo “Gli intellettuali e il potere” (titolo originale: “Representations of the intellectual” del 1994). La sua attualità risulta davvero impressionante, il suo quasi disperato ma continuo e ostinato richiamo all’onestà intellettuale quasi commovente. Eccone un estratto:

“In una società di massa amministrata come la nostra, dire la verità ha soprattutto lo scopo di configurare una situazione migliore, più aderente ad alcuni principi etici – pace, riconciliazione, alleviamento della sofferenza – da applicare a realtà conosciute. (…) L’obiettivo di chi parla e scrive non è certamente quello di dimostrare a tutti che si è dalla parte della ragione: lo sforzo, piuttosto, è di dar vita a un diverso clima etico, chiamando un atto di aggressione con il suo vero nome, adottando misure per prevenire o eliminare il castigo ingiustamente inflitto a popoli o individui, riconoscendo i diritti e le libertà democratiche a tutti e non soltanto, con odiosa discriminazione, a pochi eletti. Sono traguardi idealistici, spesso irrealizzabili e in certo modo meno strettamente pertinenti al mio tema di quanto non sia l’operato del singolo intellettuale quando nella maggior parte dei casi domina la tendenza a tirarsi indietro oppure a seguire il gregge.

Niente mi sembra più riprovevole dell’abito mentale che induce l’intellettuale a voltare la faccia dall’altra parte, tipico modo di evitare una posizione difficile che sappiamo essere giusta nei principi, ma che decidiamo di non fare nostra. Perché non vogliamo mostrarci troppo schierati politicamente, abbiamo paura di apparire polemici, ci serve il plauso del capo o di un’altra figura di potere, vogliamo conservare il nostro buon nome di persona equilibrata, oggettiva, moderata; speriamo di essere riconfermati, consultati, chiamati a far parte di qualche direttivoo prestigioso comitato e, così, rimanere nel novero di quelli che decidono. E, un bel giorno, speriamo di ricevere un bel titolo onorifico, un premio importante, forse la carica di ambasciatore.

Questa è, per eccellenza, la mentalità che induce un intellettuale alla corruzione. E farla propria contribuisce più di ogni altra cosa a snaturare, a neutralizzare e, da ultimo, uccidere la passione, appunto, intellettuale.”

Nella foto: Edward W. Said

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