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La cosiddetta normalità

Quando Ulisse partì da Itaca per fare la guerra a Troia, affidò suo figlio Telemaco alle cure di Mentore – figlio del suo caro amico Alcino, che partì con lui. Etimologicamente, il vocabolo mentore viene oggi utilizzato con il significato di consigliere; per antonomasia, il vocabolo mentore ha poi assunto nel linguaggio comune il significato di consigliere fidatoguida saggiaprecettore.

Nel racconto dell’OdisseaTelemaco ha circa vent’anni quando compare; vive con la madre Penelope e con i proci, ovvero 119 nobili di Itaca che pretendono in sposa la presunta vedova, per ottenere la corona, saccheggiandone al tempo stesso le sostanze in quanto ospiti della sua stessa  proprietà. Penelope, sperando ancora nel ritorno del marito, promette da lungo tempo che sceglierà un nuovo re quando  riuscirà a concludere un sudario per il suocero Laerte, prima che ritorni Ulisse. Per evitare le nozze tuttavia, Penelope disfa durante la notte la tela tessuta di giorno.

In questa intricata situazione, ecco però come Mentore affronta l’assemblea che riunisce gli itacesi:

«…Io non accuso
I petulanti Proci, che al ritorno
Dell’eroe non pensando, il focolare
Ne invasero, sciupandone gli averi
A rischio della vita. Io ben m’adiro,
Cittadini, con voi, che il figlio suo
Non osate aiutar d’una parola,
Con voi che molti siete incontro a pochi…»   (Omero – Odissea, libro secondo. Traduzione di Paolo Maspero)

Vocabolario alla mano, il temine conformismo indica “Abitudinaria, acritica, piatta adesione e deferenza nei confronti delle opinioni e dei gusti della maggioranza o delle direttive del potere.” Dal che si deduce che Mentore, al contrario della maggioranza dei suoi conterranei, era tutt’altro che un conformista. Di lui, della sua parola e dei suoi princìpi ci si poteva fidare. Non altrettanto invece di coloro che, pur essendo molti contro pochi, non osano dire una parola in difesa dei perdenti del momento…

L’Odissea, così come l’Iliade, viene presumibilmente composta nella Ionia d’Asia intorno al IX secolo a.C., anche se alcuni autori pensano che sia nata intorno al 720 a.C. Tanti secoli sono trascorsi, ma le caratteristiche dell’umanità non sembrano per nulla mutate col tempo. Da cosa deriva, allora, questo istintivo, tanto nefasto quanto innato desiderio di adesione e deferenza alla maggioranza e al potere?

«È un fatto, c’è una tendenza all’omologazione che spinge le persone a rinunciare alla propria specificità, obbedendo alla logica del gruppo — la terribile logica delle tre N: è normale; se è normale vuol dire che è naturale; e allora è necessario, deve essere così, non può che essere così. E chi non rientra in quest’ordine? Chi non rispetta la regola, e non ha un posto nell’ordine previsto delle cose?» (Mauro Bonazzi – La Lettura, 29 Apr 2018)

Ecco, appunto. «Tra il 1951 e il 1956 (…) lo psicologo Solomon Asch condusse una serie di esperimenti ormai celebri sui pericoli del condizionamento da parte del gruppo. Asch suddivise un insieme di studenti e li sottopose a un test ottico in cui mostrava loro tre linee di lunghezza variabile chiedendo un’opinione sul rapporto tra di esse: quale fosse la più lunga, quale avesse la stessa lunghezza di una quarta linea e così via. Le sue domande erano così semplici che il 95% degli studenti rispose correttamente a ciascuna di esse. Quando però Asch inserì gli studenti in gruppi composti da attori che, con aria sicura, fornivano la medesima risposta sbagliata, la percentuale di soggetti capaci di rispondere correttamente a tutte le domande crollò al 25%». (da Susan CainQuiet. Il potere degli introversi, Bompiani 2012)

Poiché questi esperimenti, per quanto illuminanti, non dicevano tuttavia perché siamo così portati a conformarci, nel 2005, un neuroscienziato della Emory University, Gregory Berns, ha voluto condurre una versione aggiornata degli esperimenti di Asch. Questi rivelarono che la pressione del gruppo non è soltanto un fenomeno spiacevole, ma riesce addirittura ad alterare il nostro punto di vista su un determinato problema. «Quello che Berns chiama “dolore dell’indipendenza” ha implicazioni profonde. Molte delle nostre più importanti istituzioni civili, dalle elezioni democratiche alle giurie dei tribunali fino al concetto stesso di governo della maggioranza, dipendono dalle voci del dissenso. Se però il gruppo è letteralmente capace di alterare la nostra percezione e se prendere una posizione contraria significa attivare primitivi, potenti e inconsci sentimenti di rifiuto, allora queste istituzioni ci appaiono improvvisamente più vulnerabili di quanto pensassimo». (da Susan Cain – Quiet. Il potere degli introversi, Bompiani 2012)

Secondo Platone  ciò che più serve, per essere un vero filosofo, è il coraggio.  Cerchiamo quello che ci manca per essere noi stessi. Capire chi siamo, quale è il nostro posto nel mondo, e il senso che vorremo dare alla nostra esistenza: lì è il desiderio profondo. Per questo il coraggio è così importante: ci vuole coraggio per cercare sé stessi, riconoscendosi nei propri limiti e difetti. Esattamente il contrario dell’abbandonarsi alla corrente dei luoghi comuni, delle abitudini e dei pregiudizi, alla via meno faticosa, quella più facile, più generosa di riconoscimenti pubblici; il coraggio è l’opposto di questo pigro gettare il cervello nel bugliolo delle convenienze immediate; è antitetico alla mancanza di visione, al consueto”Programma del Subito” – analogo al “Sofort Programm” di Schleicher, che non a caso Hitler riprese nel 1933 per ridare una illusoria fiducia a un popolo sfibrato dalla crisi del 1929. Con le conseguenze che tutti conosciamo.

Il coraggio della coerenza, invece, possiede un solido e inossidabile peso specifico. Ad esempio «Pertini poteva permettersi di andare a visitare il neofascista Di Nella in ospedale, perché aveva un’idea di società, il progetto costituzionale, un modello pedagogico con cui poteva persino immaginare, anzi essere convinto, che il socialismo e l’antifascismo avrebbero costruito un orizzonte di senso anche per chi aveva creduto nel fascismo (…) Oggi quest’idea di società a sinistra fa fatica a esistere; anche perché è stata combattuta in nome delle varie declinazioni del THERE’S NO ALTERNATIVE, della sudditanza nei confronti del potere spacciata per senso di responsabilità, dei voti utili delle retoriche della paura». (Christian RaimoHo 16 anni e sono fascista – Piemme 2018)

Anche di Massimo Fini nessuno può negare la coerenza:

«…Anche Pasolini non aveva idee convenzionali. Eppure Piero Ottone lo chiamò al Corriere.

Non facciamo paragoni blasfemi! Erano anche altri tempi, in cui il Corriere si permetteva il lusso di ospitare un intellettuale totalmente fuori dagli schemi. Adesso questa figura del bastian contrario di livello – in cui metto, con le dovute differenze, anche Bocca e Montanelli – non esiste più.

Veniamo al Conformista, anche se non è in questa raccolta, in cui lei fa l’elogio dell’anticonformismo in tempi in cui – tra gli anni Ottanta e Novanta – era una bandierina della borghesia. Oggi, nell’assoluta assenza di pensiero critico, assistiamo a un conformismo di ritorno.

Si è abbassato il livello della classe politica e di quella intellettuale, non si riesce più a opporsi all’orrendo politically correct e al pensiero dominante. La responsabilità, oltre che della politica, è degli intellettuali e dei giornalisti. Il “tengo famiglia”? Il tengo famiglia, che era una dinamica tipica del Fascismo perché se non prendevi la tessera finivi al confino, non è una spiegazione sufficiente. La situazione che viviamo è più subdola: la censura oggi è difficilmente diretta. La sanzione è l’emarginazione lenta, un isolamento molto duro da sopportare». (Intervista di Silvia Truzzi a Massimo Fini – Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2018 sulla pubblicazione di Confesso che ho vissuto – Marsilio 2018)

Anaïs Nin ha scritto: «La nostra cultura ha fatto della vita da estroversi l’unica virtù. A forza di scoraggiare il viaggio interiore e la ricerca di un centro, abbiamo finito per perderlo, il nostro centro. E ora dobbiamo metterci di nuovo a cercarlo».

Che Mentore ci assista.

In testata: “Rickshaw kid”,  di Banksy –  John William Waterhouse-Penelope and the Suitors(1912) – a seguire altra opera di Banksy –  L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Downsizing

Nel 2013 fece molto discutere negli USA un articolo di Camille Paglia:  “Care donne, rassegnatevi: il mondo appartiene, e continuerà ad appartenere agli uomini. Voi vi siete scavate un ruolo importante, e meritate che vi sia riconosciuto, però smettetela di augurarvi la fine del maschio, perché tanto non succederà“. Questa la parafrasi del suo saggio, pubblicato da “Time”, che provocò la rivolta delle femministe americane. L’articolo si intitola “It’s a Man’s World, and It Always Will Be”. La professoressa della Pennsylvania cominciò attaccando il mito della “fine dell’uomo”, come aveva scritto nel suo recente libro Hanna Rosin.

La quale Hanna Rosin è invece convinta che le donne stiano correndo verso il futuro, mentre gli uomini stanno a guardare (o si voltano indietro cercando di far funzionare il microonde) fossilizzati in abitudini e certezze superate dalla storia. Giornalista americana, moglie di giornalista, madre di tre figli, lei è certa che sia accaduta la più grande svolta in duecentomila anni di storia dell’umanità: “La fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)”, che è anche il titolo del libro uscito nel 2012 in America.

Poi c’è l’inglese Naomi Alderman, che nel suo romanzo “Ragazze elettriche”  si domanda cosa accadrebbe se le donne diventassero più forti degli uomini, se i rapporti di forza si invertissero totalmente e i maschi fossero ridotti a esseri inferiori sottomessi (…) Una metafora sul potere, i suoi usi e abusi:

“Miss Alderman, come le è venuta l’idea delle “Ragazze elettriche”?

«Mi sembrava strano leggere in tutti quei resoconti pseudoscientifici sul “perché gli uomini e le donne hanno ruoli diversi nella società”, risposte tipo “le bambine guardano di più le facce, e quindi le donne sono più empatiche”, o teorie religiose fuori dal tempo. Nessuno mai che dicesse “perché in media gli uomini possono gettare una donna dall’altro capo della stanza e non viceversa”. È davvero incredibile che non si parta da questo ragionamento. Se i poteri coloniali hanno potuto opprimere gli indigeni dell’Africa, delle Americhe, dell’Oceania, non è stato per degli ormoni cerebrali diversi… non è stato il DNA britannico a vincere in modo brutale e disgustoso sugli aborigeni australiani, era semplicemente che potevamo farlo perché avevamo i fucili. È il Rasoio di Occam– cerca la spiegazione più semplice. Perché gli uomini nella storia sono sempre stati al potere? Perché le donne avevano giustamente paura di loro». (dall’articolo di Susanna Nirenstein – La Repubblica, 30 agosto 2017)

Dubito fortemente che sia arrivata “la fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)“. Allo stesso modo dubito che i “poteri coloniali” di vario genere smetteranno mai  di opprimere (o tentare di farlo) le parti deboli della popolazione mondiale. Questo per le banali, ma indiscutibili ragioni illustrate con chiarezza da Naomi Alderman; discutere poi su quanto tutto questo sia ingiusto è tutta un’altra cosa; i fatti e la storia parlano chiaro sulla nostra natura prevaricatrice: nel corso della storia noi esseri umani abbiamo sempre provato a rinchiuderci in categorie e liquidarci a vicenda come subumani o inferiori. “Mi affascina e mi sconcerta il modo in cui esseri altrimenti civili e intelligenti riescano a razionalizzare con pervicace ostinazione filosofie sbagliate e discriminatorie“, scrive Frances Hardinge.
Condivido. Rimango perciò molto perplesso, pur non avendolo ancora letto, dal titolo nonché dall’orribile copertina dell’ultimo libro di  Susan Cain. Non credo proprio – infatti – che esista alcun “superpotere” degli introversi. E meno male. Ma ascoltiamo la Cain, che sembra più che altro preoccuparsi del modello di business prevalente in America e del relativo sistema educativo:

“Studi recenti mostrano che gli introversi, benché preferiscano stare un passo indietro, possono diventare leader migliori degli estroversi.” (…) 

Lei offre consulenza a decine di aziende americane. Ma dopo averla sentita, hanno effettuato cambiamenti concreti?

«Le aziende si stanno rendendo conto che un terzo o metà dei loro dipendenti sono introversi, e se non sanno come ottenere il meglio da queste persone — che lavorano in settori diversi, dalla tecnologia alla finanza —, vuol dire che non stanno gestendo il business nel modo più efficace. I cambiamenti sono sottili. Per esempio, riducono il numero di riunioni, formulano strategie per far sì che tutti esprimano le loro opinioni. Sono piccoli passi, ma sta succedendo». (…)

Lei ha visitato decine di scuole in America ed è molto critica nei confronti degli insegnanti che valutano le capacità dei bambini sulla base del numero di volte che alzano la mano o che assegnano lavori di gruppo anche quando sarebbe utile che i ragazzi lavorassero da soli. È cambiato qualcosa?

«A volte è più facile respingere le critiche che provare a cambiare, ma ho scoperto che alcune scuole hanno cominciato a pensare in modo diverso a come strutturare le giornate, al curriculum e al modo in cui viene valutata la partecipazione in classe. Un problema che c’era — e c’è ancora — sono le pagelle in cui si legge: “La piccola Sophie ha ottime idee ma non parla abbastanza in classe”».

Questo modello di insegnamento è un problema perlopiù americano o lo ha riscontrato anche altrove?

«Il mio lavoro è focalizzato sul sistema scolastico americano, ma mi arrivano lettere da tutto il mondo che si rivelano molto simili. Mi è capitato di riceverne anche da Paesi di tradizione confuciana, dove essere pacati è più accettato». (da La rivincita degli introversi, di Viviana Mazza – La Lettura, 20 Agosto 2017)

Cambiamo campo, passiamo al cinema: “Downsizing (in sala a gennaio) di Alexander Payne  ha aperto, alla presenza del presidente Mattarella, una Mostra (del cinema di Venezia, ndr) in edizione extralarge con un protagonista alto dodici centimetri — Matt Damon in versione ristretta — che si ritrova affrontare questioni immense, dal senso della vita al destino del pianeta. (…) 

Il rimpicciolirsi suggerito dal film non è solo fisico, nell’era del grande ego social.

«Innanzitutto vorrei ricordare che noi siamo già piccoli, basta guardare all’universo. E poi sì, il grande nemico è l’ego, i buddisti lo sanno da secoli».”(Intervista di Arianna Finos a Alexander Payne – La Repubblica 31 agosto 2017)

“Downsizing” significa più o meno “riducendo“. Se ognuno di noi riducesse un po’ il proprio ego ed aumentasse la consapevolezza della nostra complementarietà nei diversi ruoli e delle diverse sensibilità nel contesto generale, invece di seguire il connaturato quanto animalesco istinto di sottomettere, sopraffare o escludere il prossimo (soprattutto quello debole e diverso) avremmo fatto un grande passo avanti nella direzione dell’interesse “universale”.

Un concetto banale ed elementare dovrebbe poi essere chiaro a tutti (purtroppo constato che i “razionalizzatori  pervicaci e ostinati di filosofie sbagliate e discriminatorie” non sono d’accordo): le colpe, i delitti, le violenze e i soprusi – colonialisti o meno – dei nostri avi non ricadono sulla nostre coscienze solo a condizione di prenderne con coerenza le distanze, di “dissociarsi” da esse, di non assorbirne i malefici principi. La tacita condivisione, magari pigramente passiva e nostalgica, di presunti gloriosi eventi e idee criminali del passato implica di fatto la sostanziale connivenza nel presente e il possibile collaborazionismo col male nel futuro: chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. I sintomi e le condizioni al contorno di una sua diabolica ripetizione sono tutti già presenti. Ci piaccia o meno, si tratta ormai di scegliere da che parte stare, e la parte giusta molto raramente coincide con quella più comoda e confortevole.

 

La forza tranquilla

Susan Cain è un’avvocato americano (il termine avvocatessa non mi piace) che vive nella Hudson River Valley. Ha scritto un libro dal titolo “Quiet. The Power of Introverts in a World That Can’t Stop  Talking“, pubblicato in Italia nel 2014 da Bompiani (Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare), in cui tra l’altro scrive che “Il più importante aspetto, preso singolarmente, della personalità – il “nord e il sud del temperamento” come la mette giù uno scienziato – consiste nel posto in cui ci collochiamo all’interno della gamma introverso-estroverso.” 

Il libro inizia così (traduzione mia dal testo inglese):

“Montgomery, Alabama. 1 dicembre 1955. Prima serata. Un autobus arriva alla fermata, una dignitosa signora quarantenne sale a bordo. Si muove eretta, nonostante abbia trascorso tutta la giornata china su un asse da stiro in un sudicio laboratorio sartoriale sotterraneo del reparto magazzino al Montgomery Fair. I sui piedi sono gonfi, le spalle dolgono. Si siede nella prima fila del settore delle persone di colore e guarda in silenzio il bus riempirsi di passeggeri. Finché l’autista le ordina di cedere il suo posto a un passeggero bianco.

La donna pronuncia una sola parola, la quale parola innescherà una delle più importanti proteste per i diritti civili del ventesimo secolo, una parola che aiuterà l’America a trovare il meglio di sé stessa.

La parola è “No.”

L’autista la minaccia di arresto.

“Lo può fare,” dice Rosa Parks.

Arriva un poliziotto che le chiede perché non vuole spostarsi.

Lei risponde semplicemente: “E perché tutti voi ci maltrattate sempre?”

“Non lo so,” dice lui, “ma la legge è la legge, e tu sei in arresto.”

Nel pomeriggio del suo processo e della condanna per condotta impropria, la “Montgomery Improvement Association organizza una manifestazione per Parks nella Chiesa Battista di Holt Street, nella parte più povera della città. Cinquemila persone si riuniscono per sostenere l’isolato gesto di coraggio di Parks. Si stringono nella chiesa finché non c’è più posto. Gli altri attendono pazientemente fuori, ascoltando gli altoparlanti. Il Reverendo Martin Luther King Jr. si rivolge alla folla. “Arriva un momento in cui le persone si stancano di essere calpestate dal tallone di ferro dell’oppressione,” dice loro. “Arriva un momento in cui la gente si stanca di essere esclusa dalla scintillante luce solare di luglio ed essere lasciata in piedi nel freddo di un novembre alpino.”

Luther King elogia il coraggio di Parks, l’abbraccia. Lei rimane silenziosa, la sua sola presenza è sufficiente a galvanizzare la folla. L’associazione lanciò un boicottaggio dei bus che durò 381 giorni. Le persone arrancarono fino al lavoro per miglia. Condivisero le auto con estranei. Cambiarono la direzione della storia americana.

Ho sempre immaginato Rosa Parks come una donna imponente, con un forte temperamento, qualcuno che può facilmente scendere in campo e affrontare tutto un autobus pieno di passeggeri infuriati. Ma quando lei morì nel 2005 all’età di novantadue anni, la marea di necrologi la ricordavano come piccola di statura, dolce e dalla voce carezzevole. Dicevano che lei era “timida e riservata” ma aveva “un coraggio da leone”. Erano pieni di frasi come “profonda umiltà” e “silenziosa forza d’animo. Cosa significa essere tranquillo e avere coraggio? quelle descrizioni chiedono implicitamente. Come puoi essere riservato e coraggioso?

La stessa Parks sembrava consapevole di questo paradosso e  infatti intitolò la sua autobiografia “Quiet Strength”, “Forza Tranquilla” – un titolo che ci stimola a interrogarci sui nostri presupposti ideologici. Per quale motivo infatti la persona tranquilla non dovrebbe essere forte? E quali altre cose di cui non la crediamo capace può al contrario essere in grado di fare?”

«La force tranquille» è anche il famoso slogan utilizzato nel 1981 da François Mitterand, su suggerimento del pubblicitario Jaques Séguéla che a propria volta lo trasse da un famoso discorso del 1936 leader socialista prebellico Léon Blum. Che a sua volta l’avrà preso da qualcun altro… Resta il fatto che il silenzio, la tranquillità, la quiete, gli introversi, anche se godono tutti di poco rispetto, di cattiva fama e di peggiore salute, hanno sempre avuto una un grande potere, ma direi soprattutto importanza, nella realtà dei fatti, come sostiene la stessa Susan Cain in questo delizioso TED Talk del febbraio 2012 (sottotitoli in italiano). Che merita senz’altro la visione e l’ascolto:

Qui il link per il suo sito: Quiet Revolution.com