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Quella cosa senza nome

I poeti non inventano le poesie / la poesia è in qualche posto là dietro / è là da moltissimo tempo / il poeta non fa che scoprirla (Jan Skàcel)

William Somerset Maugham una volta ha scritto: «Vi sono tre regole fondamentali per scrivere un romanzo. Sfortunatamente nessuno le conosce». Ovviamente queste tre regole che nessuno conosce sono sempre le stesse per tutte le forme artistiche, oltre che per il romanzo. Milan Kundera, nel suo “L’arte del romanzo” (Adelphi, 1988 – cap. VI) fornisce la sua personale definizione di  sessantasei parole, una delle quali è proprio “romanzo“. Che viene definito: «La grande forma della prosa in cui l’autore, attraverso degli io sperimentali (i personaggi), esamina fino in fondo alcuni temi dell’esistenza».

Nello stesso libro aveva però in precedenza fatto notare che «Il romanzo (come tutta la cultura) si trova sempre più nelle mani dei mass media; e questi, essendo agenti dell’unificazione della storia planetaria, amplificano e canalizzano il processo di riduzione; distribuiscono nel mondo intero le stesse semplificazioni e gli stessi luoghi comuni che si prestano a essere accettati dalla maggioranza, da tutti, dall’umanità intera. E poco importa che nei loro diversi organi affiorino i diversi interessi politici. Dietro questa differenza di superficie regna uno spirito comune. (…) Questo spirito comune dei mass media che si dissimula dietro la loro diversità politica è lo spirito del nostro tempo. E questo spirito mi sembra contrario allo spirito del romanzo.

Lo spirito del romanzo è lo spirito di complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l’eterna verità del romanzo, sempre meno udibile, però, nel frastuono delle risposte semplici e rapide che precedono la domanda e la escludono». (Milan KunderaL’arte del romanzo, Adelphi 1988)

Facciamo un esempio.  La parola romantico, che all’inizio (tra la fine del sec. XVIII e i primi decenni del sec. XIX) si riferiva all’inquieta sensibilità moderna per distinguerla da quella «classica», finì per fare riferimento a qualcosa di patetico e sentimentale e – nel più banale linguaggio dei mass media – all’amore più languido e appassionato. Superfluo aggiungere che questa pericolosa tendenza alla banalizzazione esiste in ogni autentica forma artistica; tuttavia, come scrive Giulio Ferroni «La musica è la forma artistica preferita dal romanticismo, perché consente di tessere associazioni segrete di suoni, di dar voce all’inesprimibile, di suscitare e seguire il movimento delle passioni ». Con il conseguente, inevitabile rischio  di oscurare lo spirito di complessità dietro l’individualismo sentimentale ed egocentrico di più bassa lega.

Tuttavia, secondo Wynton Marsalis, questo pericoloso conflitto tra banalità e complessità, nel jazz e nel blues (quelli veri, s’intende) viene sublimato:  «Non c’è una parola che possa descrivere certi silenzi di un viaggio in macchina a tarda notte con tuo padre, o quanto adori il sorriso di tua moglie quando provi a canzonarla. Eppure sono sentimenti reali, ancora più reali perché non si possono tradurre in parole. Il jazz concede al musicista di comunicare all’istante la precisa sensazione di un’esperienza di vita; di converso, la schiettezza della rivelazione induce l’ascoltatore a condividere la stessa esperienza. (…) Il jazz fa sì che ogni individuo plasmi un linguaggio con i propri sentimenti e usi questo linguaggio, assolutamente personale, per comunicare la propria visione del mondo. (…)

Il jazz ti ricorda che devi far funzionare le cose insieme ad altri. È difficile ma si può fare. Quando un gruppo di persone cerca di inventare qualcosa insieme è facile che nascano conflitti. Il jazz ti obbliga ad accettare le decisioni di altri: a volte ti tocca guidare, a volte seguire, ma non puoi rinunciare a nessuno dei due ruoli. È l’arte di negoziare le variazioni con stile. Lo scopo di ogni performance è di creare qualcosa a partire da circostanze definite: produrre insieme ed essere insieme (…) l’importanza di esprimere l’essenza dei tuoi sentimenti e la disponibilità a condividere un progetto con altri (…) La creatività non te la devi guadagnare, ce l’hai da quando sei nato. Tutto quello che devi fare è riconoscerla e darle libero sfogo.» (Wynton Marsalis – Come il jazz può cambiarti la vita. Feltrinelli, 2011)

David Byrne, musicista, compositore e produttore discografico statunitense di origine scozzese, fondatore e animatore dei Talking Heads, oltre che scrittore, ritiene che l’idea romantica del lavoro creativo, quella del senso comune «secondo cui la creazione emerge da un’intima emozione, dallo sgorgare della passione o del sentimento, e l’impulso creativo non tollera restrizioni, deve semplicemente trovare uno sbocco per farsi sentire, leggere o vedere» sia il contrario della realtà: «credo che il vero cammino della creazione si situi agli antipodi da questo modello. Credo che, inconsciamente e istintivamente, adeguiamo il nostro lavoro a schemi preesistenti. Naturalmente ciò non significa che la passione non sia presente.»

«Molti credono che ci sia una qualche misteriosa qualità insita nella grande arte, e che sia questa sostanza invisibile a suscitare in noi una reazione tanto profonda. Questa entità ineffabile non è stata ancora identificata, ma sappiamo che le forze sociali, storiche, economiche e psicologiche influenzano le nostre reazioni tanto quanto l’opera stessa. L’arte non può esistere nell’isolamento. E tra tutte le arti la musica, essendo effimera, è la più prossima a essere un’esperienza più che un’oggetto: è legata al luogo in cui l’hai ascoltata, a quanto l’hai pagata e a chi era con te in quel momento. (…)

Si ha spesso l’impressione che gli uomini di potere non vogliano vederci fare qualcosa da soli: preferiscono stabilire una gerarchia culturale che svaluta i nostri tentativi amatoriali e incoraggia il consumo a scapito della creazione. (…) Il capitalismo tende a creare consumatori passivi, e tale tendenza è per molti aspetti controproducente». (David Byrne – Come funziona la musica, Bompiani 2013/2014)

Bettye LaVette (vero nome Betty Haskins) è una cantante e compositrice soul-blues americana che a soli sedici anni, nel 1962, ha registrato il suo primo 45 giri. «La sua carriera altalenante è iniziata nel 1962, a quattordici anni ha avuto una figlia, a quindici il primo divorzio, poi molto sesso («una groupie di talento ma una pessima prostituta»), molto alcol, fiumi di cocaina (sniffava anche con Aretha Franklin e suo marito Ted White, del quale fu segretamente amante), molte canne con Marvin Gaye e un acido «memorabile» con George Clinton. Riscoperta all’inizio del nuovo millennio dall’etichetta indipendente Anti, che ha pubblicato i suoi primi album dopo quasi quarant’anni da sfigata, nel 2009 è stata invitata dal presidente Obama, un suo fan, a cantare al Kennedy Center. (…)

In oltre cinquant’anni ha inciso solo dieci dischi, cosa non ha funzionato?

«Niente ha funzionato! Sfortuna, brutti incontri, cattive abitudini: spararono in testa al mio manager che non ero ancora maggiorenne; capitai alla Atlantic nel momento in cui Jerry Wexler e Ahmet Ertegun avevano litigato a morte e il mio album, già inciso, rimase impantanato; mi accusavano di non avere il background gospel di tutte le altre dive del soul; alcol e cocaina per alleviare la frustrazione (mai bucata, gli eroinomani mi fanno orrore); squattrinata al punto di prostituirmi e diventare ostaggio di un pappone che minacciò di buttarmi giù dal ventesimo piano. Ma alla fine è sempre arrivato qualcuno a dirmi, ti va di fare un’altra canzone?». (Intervista di Giuseppe Videtti – La Repubblica 28 marzo 2018)

Bettye LaVette è la dimostrazione vivente di quanto sostiene David Byrne. Se non fosse così, questa grandissima artista avrebbe avuto i riconoscimenti che si merita:

Guarda caso, il capitolo numero nove di “Come funziona la musica”  si intitola “Dilettanti!“. Infatti «Il consulente all’istruzione Sir Ken Robinson fa notare che tutti i sistemi scolastici del pianeta sono stati concepiti per soddisfare le esigenze dell’industrializzazione del XIX secolo. (…) Come scrive Robinson: “Ho perso il conto delle persone brillanti che ho conosciuto in tutti i campi, che a scuola non se l’erano cavata troppo bene. Alcuni c’erano riusciti, naturalmente, ma altri ebbero successo e scoprirono le loro doti dopo esseri ripresi dalle proprie esperienze scolastiche. Ciò è dovuto in larga parte al fatto  che gli attuali sistemi scolastici non furono studiati per sviluppare le doti naturali di tutte le persone. Erano concepiti con il fine di favorire certi tipi di abilità nell’interesse delle economie industriali di cui erano al servizio.”»

Vale anche per gli artisti (in quanto intellettuali essi stessi) quello che scrive Edward W. Said a proposito degli intellettuali: «Ogni intellettuale ha un pubblico e dei sostenitori. Ma quel pubblico va lusingato alla stregua di un cliente da soddisfare? Oppure sollecitato a porsi apertamente all’opposizione, a scegliere una partecipazione sociale a più vasto raggio, più democratica? In ambo i casi, al potere e all’autorità non si sfugge, né l’intellettuale può eludere quel rapporto. Quale atteggiamento assumere? Da professionista supplice oppure da dilettante senza medaglie, coscienza critica del potere?» (Dire la verità – Feltrinelli 1994)

«Se infatti, invece di cercare “la poesia nascosta in qualche posto là dietro”, il poeta si impegna a servire una verità già nota (che si offre da sé e che è “là davanti”), egli rinuncia con ciò stesso alla missione che è propria del fare poesia. E poco importa che la verità preconcetta si chiami rivoluzione o dissidenza, fede cristiana o ateismo, che sia più o meno giusta; il poeta che si mette al servizio di una verità altra da quella che è da scoprire (che è abbagliamento) è un falso poeta» (Milan Kundera)

Su un solo punto mi permetto di dissentire da quanto scrive Wynton Marsalis nel suo libro. Egli afferma che Miles Davis (un grande maestro), a un certo punto della sua carriera, «si vendette al rock. Cercava di accaparrarsi i soldi e il grande pubblico del rock». In altre parole, tradì il jazz. Beh… se i venduti fossero in grado di scovare, come lui, quella cosa senza nome, nascosta in qualche posto là dietro da tantissimo tempo, allora siano benvenuti tutti i traditori!

Negli audio-video:
Bettye LaVette – Thru the Winter (da A Woman Like Me – 2003 )
Miles Davis – Time After Time – Live around the world – June 5, 1989 Chicago
In testata: Stuart Davis’s “Swing Landscape,”  1938 

A mezzanotte circa

“Round midnight significa intorno alla mezzanotte e fa riferimento ad una celebre composizione di Thelonious Monk. Secondo alcuni indica l’ora magica, in cui in un jazz club notturno si celebra il rito di una musica particolare.” (da Wikipedia)

Round MidnightA mezzanotte circa è anche il titolo di un film del 1986 diretto da Bertrand Tavernier, è ispirato alla vita dei jazzisti Lester Young e Bud Powell e ha come vero protagonista la musica jazz, musica notturna per eccellenza.

La musica jazz ha prodotto moltissimi capolavori della cultura mondiale, per fare un solo esempio Kind of Blue , album realizzato da Miles Davis nel 1959 ed entrato nella storia del jazz, essendo fra i più venduti di sempre. Nel 2003 la celebre rivista musicale Rolling Stone, nella sua classifica sui 500 migliori album di ogni tempo, indicò Kind of Blue al 12º posto. Ma Bologna, a quanto pare, non ama il jazz.

Bologna dovrebbe rinunciare al titolo di Città della Musica Unesco, perchè ormai per i musicisti è impossibile lavorarci, dovremmo andarcene tutti.” La provocazione è di Guglielmo Pagnozzi, famoso sassofonista e clarinettista noto nell’ambiente artistico cittadino, che ieri si è sfogato su Facebook in merito a un provvedimento che per 15 giorni ha limitato i concerti all’interno della Cantina Bentivoglio di via Mascarella, vero proprio tempio bolognese del jazz, obbligata a sospendere i live alle 22. (…) E’ vero, per 15 giorni abbiamo ricevuto un provvedimento restrittivo in seguito a delle rilevazioni scaturite da segnalazioni dei vicini – commenta Serrazanetti (uno dei soci della Cantina) – Adesso siamo tornati alla normalità, con la sospensione a mezzanotte.” (Dal Corriere di Bologna).

L’attività di proposta jazz della Cantina Bentivoglio, che esiste dal 1989, ha avuto il riconoscimento della famosa rivista americana “DownBeat” che dal 2002, ormai per 12 volte, ha inserito la Cantina Bentivoglio nell’elenco dei 100 più importanti jazz club del mondo. Alla Cantina va tutta la mia solidarietà: interrompere un concerto jazz alle 22 è come visitare gli Uffizi nottetempo al buio perché ai frontisti danno fastidio le luci.

Nel video che segue (da YouTube): Thelonious Monk Quartet – Round Midnight, Thelonious Monk(p),  Charlie Rouse(ts),  Larry Gales(b) Ben Riley(ds),  Recorded in Norway 1966 dvd “LIVE in ’66”

Post Scriptum per il vicinato: il titolo del pezzo non è per niente casuale.

Dave Holland – Prism

DaveHollandPrism_Fiesole2012_01

San Lazzaro di Savena è una cittadina di 32.000 abitanti circa, adiacente a Bologna e da essa separata dal fiume Savena. A San Lazzaro c’è un circolo ARCI. denominato – guarda caso –  Circolo ARCI San Lazzaro. Il Circolo ARCI San Lazzaro dispone di una splendida Sala Paradiso, in cui si svolgono: “..serate di ballo liscio il martedì e venerdì pomeriggio e la domenica sera, di quelli latinoamericani il venerdì sera, dei balli di gruppo anni 60-90 il giovedì sera e con rinomate orchestre il sabato sera. Sono ripresi anche i martedì sera, uno al mese, dedicati al ballo liscio di Bologna: la filuzzi (…) eventi di ogni tipo, feste, pranzi sociali, tombole, gare di burraco e biliardo”. Personalmente detesto con tutto ma proprio tutto il cuore  il ballo liscio in generale e la filuzzi in particolare (a dire il vero anche i pranzi sociali, le tombole e il burraco, ma davvero un po’meno). Lunedì 4 maggio nel medesimo luogo c’è stato uno splendido concerto del supergruppo di Dave Holland, Prism. Holland al contrabbasso, Kevin Eubanks alla chitarra, Craig Taborn al pianoforte e Fender rhodes, Eric Harland alla batteria. Come dire il diavolo e l’acqua santa, per quanto mi riguarda. La Sala Paradiso e Dave Holland-Prism, intendo. La coda del diavolo ogni tanto si è intravista, in sala si percepiva, eccome, una presenza. Anzi, un’assenza. Magnifico concerto, tuttavia, e grandissimi musicisti. Il tocco delle muse era però assente, il miracolo non si produce mica sempre, esse come noto si concedono solo a determinate condizioni. Concerto che ha lasciato qualcosa a cui pensare, per chi ne avesse voglia. Un disagio che si percepiva dietro la facciata, remore ambientali, gridolini, applausi e fischi di approvazione stereotipati. Forse perché “…Dave Holland è certamente uno dei migliori contrabbassisti di tutti i tempi, sempre collegato alla tradizione jazzistica costruisce continuamente ponti verso il futuro, già con Miles Davis in “Silent Way” e “Bitches Brew”, poi con Chick Corea, Pat Metheny e molti altri”? Forse perché noi, invece, abbiamo la filuzzi? Non solo quella, è vero, però da troppo tempo c’è l’impressione di una classe dirigente e intellettuale (?) che magari ogni tanto ci concede bontà sua il privilegio di un Dave Holland, ma quando si tratta di ballare  nelle sale buie dei vari circoli “con ingresso sempre riservato ai soli soci”, allora davvero non c’è storia: la solita musica di ieri, possibilmente allo stato fossile. Il liscio, la filuzzi, lo sguardo fisso sul passato e un orizzonte limitato alla punta del proprio naso. Il provincialismo non si nasconde davvero né sotto il tappeto né dietro le tende della Sala Paradiso.

Eccoli invece a Francoforte nel 2013: