ipersensibol

sguardipersensibili su cultura e dintorni

Menu Close

Tag: John Steinbeck

Corrispondenze

Joseph Conrad ha pubblicato a puntate Lord Jim sul Blackwood’s Edinburgh Magazine dall’ottobre 1899 al novembre 1900.

Jim, il protagonista del romanzo, è un giovane ufficiale della marina mercantile inglese: egli sogna una vita di grandi avventure ed eroiche imprese. In seguito ad un incidente viene ricoverato in un ospedale in un porto orientale, abbandonando la comunità ideale alla quale bramava appartenere. Guarito, egli diventa primo ufficiale sul Patna, una vecchia fatiscente bagnarola che trasporta pellegrini musulmani in viaggio verso La Mecca. 

Di notte e con una tempesta incipiente, la nave subisce una collisione con un oggetto galleggiante e una lamiera sembra prossima a cedere. Jim, colto alla sprovvista, è convinto che il Patna stia per affondare da un momento all’altro e incitato dagli altri componenti dell’equipaggio, il comandante e due macchinisti, abbandona codardamente la nave su una scialuppa di salvataggio.” (da Wikipedia)

Lasciano a bordo più di ottocento uomini. La nave la mattina seguente viene trainata in porto con tutti i pellegrini: non è affondata. Jim è sotto processo; tutti gli altri, compreso il capitano, non subiranno il processo perché anche stavolta sono fuggiti. Giudicato colpevole e macchiato di codardia, Jim perde il brevetto di ufficiale.

Questa è la prima parte del romanzo, che ci ricorda senz’altro (è la prima corrispondenza) il recente naufragio all’isola del Giglio della Costa Concordia: Francesco Schettino, processato per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, naufragio e abbandono di nave (Torni subito a bordo, cazzo!). Condannato in appello e cassazione a 16 anni, oltre all’interdizione per 5 anni da tutte le professioni marittime.

Seconda corrispondenza. “La società aperta e i suoi nemici” (Armando Editore, 2004) è un saggio di filosofia politica scritto da Karl Popper nel 1945, edito in Italia solo nel 1973. In questo saggio, il filosofo teorizza che l’unica necessità per garantire la sopravvivenza di una società tollerante sia l’assoluta intolleranza verso… l’intolleranza. Soprattutto in tempi in cui l’egemonia culturale di gramsciana memoria è passata dall’altra parte della barricata, aggiungo io.

Popper scrive:

“La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.”

Si tratta di un paradosso, sì, ma di un paradosso di facilissima, intuitiva comprensione. Ma come ogni problema di questo genere, un’applicazione tranchant è ovviamente impossibile, se non operativamente dannosa. (…) È in qualche modo ironico vedere l’estrema destra, da sempre in prima linea a cantare le lodi dell’oppressione, piagnucolare in difesa della libertà d’opinione — sia chiaro, ovviamente solo ed esclusivamente della propria. (…) l’unica risposta contro la minaccia neo-nazista alla società occidentale è dichiarare che ne sia completamente aliena: superarla, come l’ha superata la Storia, e programmaticamente isolare chi ne resta complice, perché, della Storia, è dalla parte sbagliata.” (da thesubmarine.it)

Terza e ultima corrispondenza. Corrado Augias, nella sua rubrica su “La Repubblica” ha scritto che “agitare un pericolo è molto più facile che argomentare su dati reali. Perché, come spiega Antonio Sgobba nel suo bel libro sul Paradosso dell’Ignoranza (Il Saggiatore) assai più pericoloso di chi non sa è chi crede di sapere. Molti italiani, scrive lo studioso, più che essere ignoranti, semplicemente si sbagliano. Non è facile correggerli.

Forse perché non ne hanno nessuna intenzione, anche se a volte basterebbe poco, ad esempio leggere (o rileggere) libri importanti come Furore di John SteinbeckFurore (The Grapes of Wrath) è stato pubblicato il 14 aprile del 1939 a New York ed è considerato il capolavoro dello scrittore statunitense, premio Nobel per la letteratura nel 1962. Appena uscito vinse il National Book Award e nel 1940 il Premio Pulitzer. Fu il bestseller numero uno – nel 1939 e 1940 – negli USA, vendendo complessivamente 4 milioni e mezzo di copie. 

La storia di Furore, per chi non l´abbia mai letta oppure l’abbia dimenticata, (sono in tanti) è l´epopea della biblica trasmigrazione della famiglia Joad, assieme ad altre migliaia di poveracci, dall´Oklahoma  fino alla California, «il paese del latte e del miele», in cerca di un modo di vivere. Ci troveranno solo il modo di sopravvivere: paghe da fame, padroni terribili, lavori da schiavi. Sono gli anni della Grande Depressione. Le persone migravano da una costa all’altra degli USA smagriti da un regime di lavoro che non bastava neanche lontanamente a nutrirli, e non si dica a farli vivere. E’ Storia, cioè realtà umana, non fantasia.

«Ed ecco che, d’un tratto, nel Kansas e nell’Oklahoma, nel Texas e nel Nuovo Messico, nel Nevada e nell’Arkansas, le trattrici e la polvere si alleano per spodestare i coloni e cacciarli nel West. Ed ecco formarsi ed apparire le carovane dei nomadi: ventimila, centomila, duecentomila. Varcando le montagne si riversano nelle ricche vallate: tutti affamati, inquieti come formiche in cerca di cibo, avidi di lavoro, di qualunque lavoro: sollevar pesi, spingere o tirare carichi, raccogliere, tagliare; qualunque cosa, per sostentarsi. […] Affamati e risoluti. Avevano carezzato la speranza di trovare una casa, in California, ed ecco che trovano, dappertutto, solo odio. Okies: i padroni li odiano perché sanno di essere deboli al confronto degli Okies, d’essere ben nutriti al confronto degli Okies […]. E nelle città i negozianti odiano gli Okies perché gli Okies non hanno denaro da spendere; i banchieri odiano gli Okies perché sanno che non possono estorcerne nulla; e gli operai odiano gli Okies perché, affamati come sono, offrono i loro servizi per niente, e automaticamente il salario scende per tutti. […] E sotto questa suprema degradazione cominciò a fermentare il furore della disperazione»

Quando le mani in cui si accumula la ricchezza sono troppo poche, finiscono per perderla. E la verità accessoria: quando una moltitudine di uomini ha fame e freddo, il necessario se lo prende con la forza. E la piccola ma sonora verità che echeggia lungo la Storia: la repressione serve solo a rinforzare e unire gli oppressi.” (John Steinbeck – Furore, ed. Bompiani)

Per inciso, il titolo originale del libro, come detto, è “The Grapes of Wrath”: alla lettera, “I grappoli dell’ira”. L’editore italiano lo ha banalizzato in “Furore” per ragioni commerciali. Il furore contenuto nel romanzo, però, non è altro che rabbia impotente. Se è vero che, citando Kant, “da un legno storto come’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto“, allora “The Grapes of Wrath ” in realtà non significa altro che “I frutti del rancore”. Ma il frutto del rancore non può essere altro che ulteriore rancore, e così via. La parabola del male che alimenta ulteriore male è tema di molti capolavori letterari. Ci piaccia o non ci piaccia, ne deriva con evidenza scientifica che qualcosa nel sistema capitalistico è radicalmente sbagliato. Prendiamone atto prima che sia troppo tardi.
[Nell’immagine qui sopra, un fotogramma del film “Furore” del 1940, con Henry FondaJohn CarradineJane DarwellCharley Grapewin, tratto dal romanzo di John Steinbeck. Il conservatore John Ford firma uno dei film più progressisti usciti da Hollywood, nonché uno dei capolavori dell’umanesimo al cinema.]
Nell’immagine in testata: migranti del “Dust Bowl” sulla Route 66 per la California.

Xenofobia, patria e welfare?

Pico della Mirandola riteneva che l’uomo sia stato creato per il desiderio divino che vi fosse un essere capace di comprendere le leggi del creato e amarne la bellezza. Come egli spiega nell'”Oratio de hominis dignitate“, l’uomo riunisce potenzialmente tutte le identità assegnate singolarmente alle altre creature; la sua eccellenza consiste nel dono di poter  essere creatore della propria natura. E immagina il pensiero di Dio: “l’altrui già definita natura è costretta entro leggi da noi prescritte. Tu, non costretto entro chiusa veruna, di tuo arbitrio, nel cui potere t’ò posto, la tua natura ti determinerai. T’ò collocato nel mezzo del mondo perché d’intorno più comodamente tu vegga quel che esiste nel mondo. Non ti facemmo né celeste né terreno, né mortale né immortale affinché tu, di te stesso quasi arbitrario  e , per così dire, onorario plasmatore ed effigiatore, ti componga in quella forma che avrai preferita. Potrai degenerare in quelle inferiori che sono brute; potrai, per decisione dell’animo tuo, rigenerarti nelle superiori che sono divine” 

(…) Ma a che pro tutto questo? Affinché comprendiamo – da che così fummo creati, che siamo quel che vogliam essere – dover noi soprattutto curare che codesto non abbia a dirsi contro di noi: che essendo in alto grado non ci si accorga d’esser invece divenuti simili ai bruti e ai giumenti incoscienti”. Anche Steinbeck, in tempi più recenti, la pensava così: “Ma la parola ebraica timshel – ‘Tu puoi’ – quella dà una possibilità. E’ forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta la cosa sull’uomo. Perché, se ‘tu puoi’… è vero anche che tu puoi non… (…) Ma pensate alla superiorità della scelta! Questo sì che fa di un uomo un uomo. Un gatto non può scegliere, l’ape deve fare il miele. Lì la divinità non c’entra”  (da La valle dell’Eden).

L’ape non può scegliere e fa il miele; l’uomo invece può scegliere, perfino di diventare neonazista: “Settantatre anni dopo la fine del nazifascismo sta montando in Italia – antifascista per Costituzione – un’onda nera che afferma la sua voglia di protagonismo. Che occupa spazi e entra nei consigli comunali (eleggendo rappresentanti oppure con blitz squadristi tipo quelli di CPI a Catania e Milano dove il sindaco Beppe Sala è ora sotto protezione per minacce ricevute). Che aspira a mettere le mani sulle leve della politica che decide. E’ una nuova ultradestra antidemocratica, attrattiva per i giovani, abile nel cavalcare il disagio sociale diffuso, soprattutto nelle fasce deboli, nelle periferie. Da Nord a Sud propone un’offerta non più metapolitica: welfare “socialista” e provocazioni, sul web, nelle piazze, nei circoli, allo stadio, e spazi comunali, spiagge (il caso Chioggia denunciato da “Repubblica” finito in Procura e in Parlamento; le ronde anti- ambulanti di CPI a Ostia). In mezzo al mare, con la nave anti-Ong di Generazione Identitaria fermata a Cipro. Persino negli oratori e nei cimiteri. E nei municipi, dove consiglieri, assessori e sindaci escono allo scoperto: indossano felpe coi simboli di unità militari naziste (Andrea Bonazza, capogruppo CPI a Bolzano), si augurano che «ritorni il fascismo in questo Stato di merda» (Andrea Bianchi, sindaco di Trenzano). (Paolo Berizzi – Xenofobia, patria e welfare. Nasce il patto tra i nuovi fascisti “Arriveremo in Parlamento” – La Repubblica 28 luglio 2017)

Cori, striscioni, xenofobia: se c’è un luogo dove il fascismo, vecchio e nuovo, è totalmente sdoganato, sono le curve degli stadi. Sempre più “brune”. Dei 151 gruppi ultrà politicizzati – su un totale di 382 gruppi – 85 sono di estrema destra, stima l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Il primato della fascisteria? Come vent’anni fa va ai supporter naziskin del Verona. «Chi ha permesso questa serata? Chi ha pagato tutto? Chi ha fatto da garante ha un nome: Adolf Hitler», ha gridato il primo luglio il capo Luca Castellini alla festa per il ritorno in A della squadra. E dal publico si è alzato il coro «È una squadra fantastica, una squadra fatta a svastica, che bello è… Allena Rudolf Hess!». Castellini è anche un politico: coordina Forza Nuova al Nord. A luglio a Roncolevà (Verona) sono arrivati 25 profughi e per protesta l’auto del presidente della cooperativa che li seguiva è stata presa a sassate. «Quando si ospita questa gente sono cose che devi mettere in conto», è stato il commento del “Caste”. (Paolo Berizzi – Dalle scuole agli stadi ai conflitti in periferia. E’ qui che cresce il nuovo fascismo – La Repubblica 29 luglio 2017)

L’uomo, al contrario dell’ape che fa il miele e del gatto (che fa il gatto), può scegliere perfino di buttare il cervello alle ortiche e di degenerare nelle forme più brute, invasate e inferiori:”Il piano è ambizioso, un salto di qualità per il neofascismo. Poggia su uno schema semplice: il passaggio dalla strada ai seggi, dalle “azioni” muscolari (come i mille saluti romani il 29 aprile al cimitero Maggiore) alla partita Camera- Senato. Dove, ha promesso il vicepresidente casapoundino Simone Di Stefano, «voleranno sedie e schiaffoni». Per fortuna possiamo comunque sempre scegliere tra le  dimensioni inferiori e quelle superiori e provare ad  impedire che sedie, schiaffoni e molto altro (ad esempio i manganelli) volino di nuovo. Su un monumento del campo di concentramento di Dachau, c’è un incisione tradotta in trenta lingue che recita: “Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”. Perché la storia dovrebbe sempre insegnarci qualcosa. La civiltà dipende da noi.

 

Pipistrelli nel campanile

A volte mi vengono pensieri che non condivido“: il celebre aforisma di Ennio Flaiano credo descriva molto bene lo stato d’animo di molti cittadini in questo periodo. Stato d’animo che per quanto mi riguarda è sollecitato in particolare da due notizie.

La prima è questa: “Kamikaze bolognese – Uno dei tre killer di London Bridge era un italo-marocchino: 22 anni, figlio di una bolognese, aveva la residenza a casa della madre. Lo avevano già indagato in Italia.(…) Il giovane italo-marocchino di 22 anni, uno degli autori degli attentati di Londra, quando fu bloccato al Marconi il 15 marzo 2016, mentre tentava di partire per la Turchia, era insomma un soggetto potenzialmente pericoloso su cui fare accertamenti.  (…) L’avvocato Silvia Moisè è il legale prima assegnato d’ufficio e poi nominato di fiducia da Youssef Zaghba nel 2016. È lei che l’ha assistito quando fu fermato e gli furono sequestrati cellulari e iPad, ottenendo l’annullamento dei sequestri dal Riesame.  L’avvocato ha fatto solo il suo lavoro: «Avessi avuto qualunque sospetto, ovviamente l’avrei riferito all’autorità giudiziaria. Era mio dovere farlo e l’avrei fatto. Ma proprio non ne ho avuti e mi fa una certa impressione aver incontrato più volte quel giovane senza capire chi veramente fosse». (da Il Resto del Carlino)

Ecco la seconda: “Ipotesi scarcerazione per Riina malato. Accuse e proteste. La Cassazione: ha diritto a una morte dignitosa. I supremi giudici: E’ gravemente malato. Bisogna valutare se può restare in carcere e se può essere pericoloso.” (Il Corriere della Sera) “Riina ha diritto a una morte dignitosa” La Cassazione apre ma è subito rivolta. Esiste un “diritto a morire dignitosamente” che va assicurato al detenuto, afferma la Cassazione. Anche se il detenuto si chiama Salvatore Riina e sta scontando 17 ergastoli. Per la prima volta, i giudici della Suprema Corte aprono a un’istanza degli avvocati del capo dei capi di Cosa Nostra, che chiedono il differimento della pena o gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva invece confermato il carcere per il padrino di Corleone, che ha 86 anni, ribadendo il suo «altissimo tasso di pericolosità» e spiegando soprattutto che non c’è incompatibilità tra le patologie e la detenzione al 41 bis.” (La Repubblica)

La Lettera alla posterità (in latino, Posteritati), è l’ultima lettera contenuta nella raccolta epistolare delle Senili. Si tratta di un’epistola autobiografica di Francesco Petrarca, composta con tutta probabilità nel 1367, modificata e arricchita intorno al 1370-1371. Ecco un breve estratto:
…Partito poi per Montpellier a studiare legge, vi passai altri quattro anni; poi a Bologna, e vi spesi tre anni a studiare tutto il corpo del diritto civile. Ero un giovanotto che secondo l’opinione di parecchi prometteva grandi cose, se avessi seguitato quella strada; ma io quello studio lo lasciai completamente appena mi lasciò la sorveglianza paterna. Non perché non mi piacesse la maestà del diritto, che indubbiamente è grande e satura di quella romana antichità di cui sono ammiratore, ma perché la malvagità degli uomini lo piega ad uso perfido. E così mi spiacque imparare ciò che non avrei potuto usare onestamente; d’altra parte con onestà sarebbe stato imputato ad imperizia. E così a ventidue anni ritornai a casa”. (da “Prose” – Riccardo Riccardo Ricciardi Editore, 1955).
Come scrive Corrado Augias nel suo commento quotidiano, c’è una domanda che potrebbe indurre a ipotesi sconvenienti e che, per carità di patria, scanso.
 .
 Non per niente siamo il paese degli azzecca-garbugli; il problema però è che ogni giorno divengono sempre più numerose le persone che quei “certi pensieri” che ogni tanto vengo a tutti li condividono per sempre, magari anzi ne fanno anche  propaganda. Qualunque cosa significhi, “populismo” è attualmente il termine più utilizzato dai commentatori politici, anche se demagogia sarebbe senz’altro più adeguato. Inutile nasconderlo: abbiamo insetti alle fondamenta e  pipistrelli nel campanile. Per questo motivo ritengo fondamentale fermarsi un attimo e riflettere su alcuni principi fondamentali sui quali basare con calma e razionalità il nostro pensiero e le azioni che poi ne conseguono. Come ha fatto John Steinbeck scrivendo “East of Eden” – La valle dell’Eden, romanzo americano che più americano non si può, pubblicato nel settembre 1952 – in particolare nel capitolo 13 da cui traggo la seguente citazione:
 
Il mondo è percorso da tensioni estreme, prossime al punto di rottura, e gli uomini sono infelici e confusi. In un’epoca simile mi sembra cosa giusta e naturale pormi queste domande: In che cosa credo? Per cosa devo combattere? Contro cosa devo lottare?. La nostra è l’unica specie dotata di creatività, e tale creatività ha un solo strumento: la mente e lo spirito individuale. (…) E questo credo: che la mente del singolo individuo, libera di esplorare ovunque, è la cosa più preziosa del mondo. E per questo sono pronto a battermi per la libertà dell’intelletto di imboccare qualsiasi direzione, senza dettami. E contro questo debbo battermi: qualsiasi idea, religione o governo che limiti o distrugga l’individuo. Questo è ciò che sono e ciò che voglio. Capisco bene perché un sistema costruito  su uno schema ripetitivo tenti di annientare il libero pensiero: perché la mente indagatrice è la sola cosa capace di distruggerlo. Lo capisco, certo, e lo odio. E intendo combatterlo per preservare l’unica cosa che ci distingue dalle bestie prive di creatività. Se si può uccidere questo stato di esaltazione, allora siamo perduti.”
Concordo; che si tratti di ISIS-Daesh, di mafia-camorra, di guru-santoni vari o del governo autoritario di turno, ripeto: concordo.

 

 

© 2017 ipersensibol. All rights reserved.

Theme by Anders Norén.