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L’assurdo e il mistero

1) Enzo Bianchi è un saggista italiano, monaco laico, fondatore della Comunità monastica di Bose, a Magnano, della quale è stato anche priore dalla fondazione fino al gennaio 2017. Su “Repubblica” del 10 novembre scorso è uscito un articolo-intervista di Silvia Ronchey su Enzo Bianchi che si conclude con  due  importanti domande:

Che cos’è la religiosità?

«Oggi è molto cambiata e c’è il rischio di una religiosità che si confini in una specie di deismo spirituale e psichico teso al proprio benessere interiore, individualistico. E’ una nebulosa temibile perché scompaiono l’orizzonte sociale, la solidarietà, il destino comune. Resta soltanto l’idolo del benessere, del bien- être avec soi- même [benessere con se stessi, N.d.R.], e noi vogliamo contrastarlo».

E cos’è la laicità?

«È mutevole. Oggi siamo molto distanti dai tentativi di religione civile fatti alla fine del secolo scorso anche dalla chiesa italiana. Ma vorrei che questa laicità si arricchisse e non si spegnesse in quella forma di agnosticismo che tende al niente, alla nientità, al nichilismo. Quello che noi vogliamo dal dialogo coi laici è la costruzione della polis, di una polis in cui ci siano davvero fraternità, uguaglianza, giustizia».

Ronchey ha posto due importanti domande,  Bianchi ha dato due rilevanti risposte. Risposte che mettono in rilievo come ogni posizione (ogni idea o convinzione) comporti sempre un grosso rischio: lo sterile ripiegamento nel proprio io. Nell’articolo viene  poi evidenziato l’oggettivo paradosso di una “fase storica [l’attuale, N.d.R.] in cui la politica ha perso la sua capacità di coinvolgere le masse” in cui  “la sua ala progressista chiede sempre più spesso aiuto alla chiesa per grandi problemi come l’immigrazione.”

2) Il vescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, ha scritto: «Siamo tutti come bambini che non capiscono e continuiamo a porci (e non dobbiamo vergognarcene) davanti al mistero della vita le domande dell’inizio, a volte senza tante risposte in più, spesso con solo una maggiore amara consapevolezza. Quando ero parroco venne un ragazzo che stava per ricevere la Cresima e che mi disse con rabbia che non l’avrebbe più fatta, colpito dalla notizia del terremoto di Haiti: «Se Dio permette che tanti poveri muoiano per un terremoto o non è onnipotente e quindi non è Dio oppure è un Dio che rifiuto perché fa soffrire così uomini che non hanno colpa».  (…)

Il Cardinale Biffi diceva: “L’enigma del soffrire umano si comprende. Ma si comprende oggettivamente, in se stesso, sul piano dell’essere; io, soggettivamente, non lo comprendo, e, illuminato da una luce così alta, resto all’oscuro. E mi confermo nella convinzione che siamo chiamati a scegliere tra l’assurdo e il mistero; tra il non-senso e il suicidio della ragione, e la resa a una verità che penosamente ci oltrepassa e ci precede”. Il mio desiderio è che insieme, tutti, al di là della fede, cercassimo di stare dalla parte dell’umanità, di non fare morire mai la pietà e che questa non sia mai ridotta a buonismo, irrisa da sconsiderate semplificazioni o ridotta a scontro ideologico. Vorrei non dimenticassimo le lacrime di chiunque e che sono tutte uguali.»

3) A ottobre scorso era trascorso  un secolo esatto dall’uscita del primo volume del Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler.

«…Ma se volete godere della vertigine provocata dal sapere di essere sull’orlo di un collasso di civiltà, il mio consiglio è quello di tornare a leggere La montagna incantata di Thomas Mann, scritto più o meno nello stesso periodo del libro di Spengler: dopo la prima guerra mondiale. La buona letteratura spesso esprime in modo più lucido ciò che i filosofi o i teorici sociali intravedono più tardi. (…)  Che cosa potremmo recuperare da quella narrazione che ci sia utile per descrivere ciò che ora ci affligge? Nessuno ignora che stiamo provando quella stessa inquietudine per il venire meno di conquiste che un tempo consideravamo consolidate.

Forse è proprio qui, nella verifica della perdita della nostra identità comune, che sorge quest’ansia. Questa era anche la tesi di Mann: la convinzione che il processo di civilizzazione fosse entrato in collisione con gli ingredienti della cultura profonda, con il mondo in cui si forgia la nostra identità originaria, ma anche con quello della disciplina, della gerarchia, delle fonti dell’autorità e dell’io.

Questo scontro tra due dimensioni fino ad allora immaginate come compatibili si riflette nei dialoghi tra i personaggi di Settembrini e Naphta. Il primo è il tipo ideale del razionalista illuminista, che crede nel progresso tecnologico: è cosmopolita, democratico, repubblicano, individualista; confida in uno Stato universale e laico e nel controllo della natura attraverso la scienza. Naphta, invece, è l’epitome dell’autoritarismo e dell’irrazionalismo politico; si oppone a tutto: al mercato, al capitalismo; è al tempo stesso il rappresentante della reazione e della rivoluzione proletaria, religioso e rivoluzionario marxista e, quindi, dogmatico a partita doppia. Aspira all’annullamento dell’individualità in nome di impulsi millenaristici. Ed è nazional-statalista. La storia mostra che, in questo gioco di antagonismi, i Naphta finiscono inizialmente col vincere. Come voleva il personaggio, alla fine si è imposta “la comunità mitica attraverso il terrore e la violenza”, tanto quella nazista che quella stalinista». (Fernando Vallespín – la Repubblica 25 settembre 2018)

4) «Cuore di tenebra (Heart of Darkness) è un racconto dello scrittore polacco-britannico Joseph Conrad sulla storia del viaggio per risalire il fiume Congo nel Libero Stato del Congo, al centro dell’Africa, da parte del narratore Charles Marlow. Egli racconta agli amici la sua avventura, a bordo della sua imbarcazione, la Nellie, ancorata in un’ansa del fiume Tamigi, a valle di Londra. Questa ambientazione fornisce la cornice narrativa per raccontare la realtà dei fatti sulla sua ossessione verso il commerciante di avorio Kurtz, che abilita Conrad a tracciare un parallelismo tra Londra e l’Africa come luoghi d’oscurità. Nell’opera dell’autore è centrale l’idea che ci sia poca differenza tra i popoli civilizzati e quelli cosiddetti selvaggi, avanzando questioni sull’imperialismo e il razzismo. »

«Heart of Darkness mostra che l’alterità del primitivo è precisamente la “nostra” alterità – dove quel “nostra” indica, con qualche esitazione, una comunità eurocentrica civilizzata. Come suggerisce il titolo, si tratta di una diretta inversione dell’universalismo illuministico, che assume che tutti gli esseri umani siano uguali nella misura siano guidati dalla luce della ragione e non oltre. La valorizzazione della ragione e della civiltà occidentale diventa per Conrad una scusa per rapacità, distruttività e, paradossalmente, il ritorno dell’irrazionalità, dato che permette agli uomini di pensarsi dèi (…) in ultimo, il testo presenta un luogo della società che è protetto dalle proprie verità: Marlow, che sa bene che l’illuminismo è una forma di barbarie, che l’altro dell’Occidente è l’Occidente stesso, proteggerà le donne occidentali da quella verità mentendo loro. “Che orrore, che orrore”, le ultime parole di Kurtz, non saranno infatti mai riferite alla sua fidanzata: essa continua a credere che sia morto col proprio nome sulle labbra. Ma qui c’è una sorpresa: i valori di lei, che esigono protezione dalla verità sono anch’essi l’orrore e fanno così della menzogna di Marlow una verità». (Francesco Binni)

Concludendo) Laici o religiosi, populisti o meno, la vera sfida consiste nel tentare di restare dalla parte dell’umanità. Fino a qualche tempo fa, sembrava anche troppo facile. Forse proprio per questo abbiamo fatto l’errore di abbassare troppo la guardia, di dare tutto per scontato. La realtà è invece  che proprio gli uomini che tendono a pensarsi déi – a non scegliere tra l’assurdo e il mistero – tendono invece senza riflettere al ritorno delle nostre origini selvagge e del relativo orrore: Ma «Che orrore! che orrore!»

Qui sopra: uno spezzone dall’inizio di Apocalypse Now – film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola, liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra

In testata: Henri Rousseau: Il sogno, (1910) Museum of Modern Art di New York

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

 

Corrispondenze

Joseph Conrad ha pubblicato a puntate Lord Jim sul Blackwood’s Edinburgh Magazine dall’ottobre 1899 al novembre 1900.

Jim, il protagonista del romanzo, è un giovane ufficiale della marina mercantile inglese: egli sogna una vita di grandi avventure ed eroiche imprese. In seguito ad un incidente viene ricoverato in un ospedale in un porto orientale, abbandonando la comunità ideale alla quale bramava appartenere. Guarito, egli diventa primo ufficiale sul Patna, una vecchia fatiscente bagnarola che trasporta pellegrini musulmani in viaggio verso La Mecca. 

Di notte e con una tempesta incipiente, la nave subisce una collisione con un oggetto galleggiante e una lamiera sembra prossima a cedere. Jim, colto alla sprovvista, è convinto che il Patna stia per affondare da un momento all’altro e incitato dagli altri componenti dell’equipaggio, il comandante e due macchinisti, abbandona codardamente la nave su una scialuppa di salvataggio.” (da Wikipedia)

Lasciano a bordo più di ottocento uomini. La nave la mattina seguente viene trainata in porto con tutti i pellegrini: non è affondata. Jim è sotto processo; tutti gli altri, compreso il capitano, non subiranno il processo perché anche stavolta sono fuggiti. Giudicato colpevole e macchiato di codardia, Jim perde il brevetto di ufficiale.

Questa è la prima parte del romanzo, che ci ricorda senz’altro (è la prima corrispondenza) il recente naufragio all’isola del Giglio della Costa Concordia: Francesco Schettino, processato per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, naufragio e abbandono di nave (Torni subito a bordo, cazzo!). Condannato in appello e cassazione a 16 anni, oltre all’interdizione per 5 anni da tutte le professioni marittime.

Seconda corrispondenza. “La società aperta e i suoi nemici” (Armando Editore, 2004) è un saggio di filosofia politica scritto da Karl Popper nel 1945, edito in Italia solo nel 1973. In questo saggio, il filosofo teorizza che l’unica necessità per garantire la sopravvivenza di una società tollerante sia l’assoluta intolleranza verso… l’intolleranza. Soprattutto in tempi in cui l’egemonia culturale di gramsciana memoria è passata dall’altra parte della barricata, aggiungo io.

Popper scrive:

“La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.”

Si tratta di un paradosso, sì, ma di un paradosso di facilissima, intuitiva comprensione. Ma come ogni problema di questo genere, un’applicazione tranchant è ovviamente impossibile, se non operativamente dannosa. (…) È in qualche modo ironico vedere l’estrema destra, da sempre in prima linea a cantare le lodi dell’oppressione, piagnucolare in difesa della libertà d’opinione — sia chiaro, ovviamente solo ed esclusivamente della propria. (…) l’unica risposta contro la minaccia neo-nazista alla società occidentale è dichiarare che ne sia completamente aliena: superarla, come l’ha superata la Storia, e programmaticamente isolare chi ne resta complice, perché, della Storia, è dalla parte sbagliata.” (da thesubmarine.it)

Terza e ultima corrispondenza. Corrado Augias, nella sua rubrica su “La Repubblica” ha scritto che “agitare un pericolo è molto più facile che argomentare su dati reali. Perché, come spiega Antonio Sgobba nel suo bel libro sul Paradosso dell’Ignoranza (Il Saggiatore) assai più pericoloso di chi non sa è chi crede di sapere. Molti italiani, scrive lo studioso, più che essere ignoranti, semplicemente si sbagliano. Non è facile correggerli.

Forse perché non ne hanno nessuna intenzione, anche se a volte basterebbe poco, ad esempio leggere (o rileggere) libri importanti come Furore di John SteinbeckFurore (The Grapes of Wrath) è stato pubblicato il 14 aprile del 1939 a New York ed è considerato il capolavoro dello scrittore statunitense, premio Nobel per la letteratura nel 1962. Appena uscito vinse il National Book Award e nel 1940 il Premio Pulitzer. Fu il bestseller numero uno – nel 1939 e 1940 – negli USA, vendendo complessivamente 4 milioni e mezzo di copie. 

La storia di Furore, per chi non l´abbia mai letta oppure l’abbia dimenticata, (sono in tanti) è l´epopea della biblica trasmigrazione della famiglia Joad, assieme ad altre migliaia di poveracci, dall´Oklahoma  fino alla California, «il paese del latte e del miele», in cerca di un modo di vivere. Ci troveranno solo il modo di sopravvivere: paghe da fame, padroni terribili, lavori da schiavi. Sono gli anni della Grande Depressione. Le persone migravano da una costa all’altra degli USA smagriti da un regime di lavoro che non bastava neanche lontanamente a nutrirli, e non si dica a farli vivere. E’ Storia, cioè realtà umana, non fantasia.

«Ed ecco che, d’un tratto, nel Kansas e nell’Oklahoma, nel Texas e nel Nuovo Messico, nel Nevada e nell’Arkansas, le trattrici e la polvere si alleano per spodestare i coloni e cacciarli nel West. Ed ecco formarsi ed apparire le carovane dei nomadi: ventimila, centomila, duecentomila. Varcando le montagne si riversano nelle ricche vallate: tutti affamati, inquieti come formiche in cerca di cibo, avidi di lavoro, di qualunque lavoro: sollevar pesi, spingere o tirare carichi, raccogliere, tagliare; qualunque cosa, per sostentarsi. […] Affamati e risoluti. Avevano carezzato la speranza di trovare una casa, in California, ed ecco che trovano, dappertutto, solo odio. Okies: i padroni li odiano perché sanno di essere deboli al confronto degli Okies, d’essere ben nutriti al confronto degli Okies […]. E nelle città i negozianti odiano gli Okies perché gli Okies non hanno denaro da spendere; i banchieri odiano gli Okies perché sanno che non possono estorcerne nulla; e gli operai odiano gli Okies perché, affamati come sono, offrono i loro servizi per niente, e automaticamente il salario scende per tutti. […] E sotto questa suprema degradazione cominciò a fermentare il furore della disperazione»

Quando le mani in cui si accumula la ricchezza sono troppo poche, finiscono per perderla. E la verità accessoria: quando una moltitudine di uomini ha fame e freddo, il necessario se lo prende con la forza. E la piccola ma sonora verità che echeggia lungo la Storia: la repressione serve solo a rinforzare e unire gli oppressi.” (John Steinbeck – Furore, ed. Bompiani)

Per inciso, il titolo originale del libro, come detto, è “The Grapes of Wrath”: alla lettera, “I grappoli dell’ira”. L’editore italiano lo ha banalizzato in “Furore” per ragioni commerciali. Il furore contenuto nel romanzo, però, non è altro che rabbia impotente. Se è vero che, citando Kant, “da un legno storto come’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto“, allora “The Grapes of Wrath ” in realtà non significa altro che “I frutti del rancore”. Ma il frutto del rancore non può essere altro che ulteriore rancore, e così via. La parabola del male che alimenta ulteriore male è tema di molti capolavori letterari. Ci piaccia o non ci piaccia, ne deriva con evidenza scientifica che qualcosa nel sistema capitalistico è radicalmente sbagliato. Prendiamone atto prima che sia troppo tardi.
[Nell’immagine qui sopra, un fotogramma del film “Furore” del 1940, con Henry FondaJohn CarradineJane DarwellCharley Grapewin, tratto dal romanzo di John Steinbeck. Il conservatore John Ford firma uno dei film più progressisti usciti da Hollywood, nonché uno dei capolavori dell’umanesimo al cinema.]
Nell’immagine in testata: migranti del “Dust Bowl” sulla Route 66 per la California.