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Il candido idiota

 

Tra le molte opere di Dostoevskij che adoro, la preferita è senz’altro  L’idiotaLa stesura di questo romanzo fu iniziata a Ginevra nel settembre del 1867, proseguì poi a Vevey (sul lago di Ginevra), poi a Milano, e terminò nel gennaio del 1869 a Firenze.

Secondo Dostoevskij, quelli fra i suoi lettori che preferivano L’idiota avevano dei tratti comuni, che gli erano assai simpatici. (…) Il proposito di Dostoevskij era stato di creare un personaggio “assolutamente buono”, in cui la bontà fosse “positiva”, non derivasse cioè, per reazione, dal dolore e dall’ingiustizia patita, come in tanti romanzi ottocenteschi (egli citava i Miserabili); e fosse invece un naturale stato di grazia, sbocciato dalla semplicità e dalla purezza d’animo. (…) Quello che più aveva reso vitale il personaggio del principe Myškin era il suo indissolubile legame, nell’iniziale concepimento fantastico dell’autore, con l’altro e contrapposto personaggio di Nastas’ja Filíppovna, impastata di orgoglio e di autodenigrazione fino ai limiti della follia: di modo che la perfezione morale di lui e la sua superiore ragionevolezza e penetrazione psicologica trovavano finalmente un ostacolo insormontabile, dinanzi al quale non c’era che da indietreggiare o sacrificarsi. (…)

L’idiota è davvero un libro consolante e vivificatore come pochi altri libri venuti dopo il Vangelo; e il suo fascino ha radici profonde nella personalità di Dostoevskij, o piuttosto in quella miglior parte di lui che era, nonostante i dubbi dogmatici, naturalmente cristiana e sinceramente buona. Fu con ogni probabilità per la sua spirituale parentela con il principe Myškin che egli volle affidare proprio a questo personaggio il ricordo, illuminato dalla poesia, di esperienze personali di cui non pens mai di valersi altrove nell’opera sua creativa. (…)

Ma Dostoevskij non era soltanto colui che da un’enorme spasmodica sensibilità per le sofferenze umane era stato indotto a proclamare il valore sovrano e la potenza della bontà, che sola poteva lenirle. Aveva anche un lato satanico, che dovette impaurire le persone timorate e meschine dalle quali, per ragioni di opportunità politica, venne esaltato dopo morto: era sensuale, superbo anche in certe eccessive umiliazioni, ingiustamente sospettoso, facile all’invidia, partigiano e mutevole nelle opinioni. (…) Accanto alle aspirazioni del principe Myškin, in Dostoevskij c’era molto di Nastas’ja Filíppovna”. (Leone Ginzburg: prefazione a L’idiota, Einaudi, 1941)

Dostoevskij scrive: «…Siate certi che Colombo fu felice non già quando scoprì l’America, ma quando stava per scoprirla; siate certi che il momento supremo della felicità fu per lui forse esattamente tre giorni prima che scoprisse il Nuovo Mondo, quando l’equipaggio in rivolta, disperato, per poco non voltò la nave verso l’Europa per tornare indietro. Poco importava il Nuovo Mondo, quand’anche si fosse inabissato. Colombo morì quasi senza averlo veduto e,in fondo, senza sapere cosa avesse scoperto. Quel che importa è la vita, soltanto la vita, la sua incessante ed eterna scoperta, e non già la scoperta stessa. (…)

Aggiungerò nondimeno che  in ogni pensiero umano geniale o nuovo, anzi semplicemente in ogni pensiero umano serio, che germogli in un cervello, rimane sempre qualcosa che non si può comunicare ad altri, anche se si riempissero interi volumi e si spiegasse il proprio pensiero per trentacinque anni: rimarrà sempre qualche cosa che non vorrà mai uscire dal vostro cranio e che rimarrà in voi per sempre; e così voi morrete forse senza aver comunicato a nessuno la parte essenziale della vostra idea». (Dostoevskij, L’idiota . Einaudi 1963)

Candido, o l’ottimismo (Candide, ou l’Optimisme), è un racconto filosofico di Voltaire che mira a confutare le dottrine ottimistiche quale quella leibniziana. Candido è un giovane piuttosto ingenuo e buono di cuore che vive in Vestfalia nel castello del barone Thunder-Ten Tronckht; il ragazzo compie i suoi studi con la bella figlia del barone, Cunegonda, sotto le cure del precettore Pangloss, fedele discepolo di Leibniz (dal greco pan, “tutto” e glossa, “lingua”) che insegna ai due giovani la dottrina per cui tutte le cose del mondo reale vanno “nel migliore dei modi nel migliore dei mondi possibili”.

«Il precettore Pangloss era l’oracolo di casa, e il giovanetto Candido ne ascoltava le lezioni con tutta la buona fede dell’età sua e del suo carattere. Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmologonigologia. Provava egli a meraviglia che non si dà effetto senza causa, e che in questo mondo, l’ottimo dei possibili, il castello di S. E. il barone era il più bello de’ castelli, e Madama la migliore di tutte le baronesse possibili.
È dimostrato, diceva egli, che le cose non possono essere altrimenti; perché il tutto essendo fatto per un fine, tutto è necessariamente per l’ottimo fine. Osservate bene che il naso è fatto per portar gli occhiali, e così si portano gli occhiali; le gambe son fatte visibilmente per esser calzate, e noi abbiamo delle calze, le pietre sono state formate per tagliarle e farne dei castelli, e così S. E. ha un bellissimo castello; il più grande de’ baroni della provincia dev’essere il meglio alloggiato, e i maiali essendo fatti per mangiarli, si mangia del porco tutto l’anno. Per conseguenza quelli che hanno avanzata la proposizione che tutto è bene; han detto una corbelleria, bisognava dire che tutto è l’ottimo

Alla fine del racconto, dopo terribili disavventure, Candido, disilluso ma non sconfitto, si si ritira con tutti i personaggi del romanzo in una fattoria, dove, anziché filosofare, può dedicarsi al lavoro nel suo “orto”.

In “Lezioni di letteratura” (ora in Adelphi, 2018) Vladimir Nabokov discute e rischiara sette capolavori delle letterature occidentali, da Mansfield Park di Jane Austen all’Ulisse di Joyce. «E lui, il professor Nabokov – docente a Wellesley e quindi alla Cornell tra il 1941 e il 1958 –, li racconta agli studenti americani, e a noi». Nabokov conclude questa raccolta di lezioni con un testo dal titolo L’arte della letteratura e il senso comune:

«…Nell’autunno del 1811 Noah Webster, lavorando indefessamente alla lettera C, definì il senso comune [commonsense] il “buon senso solido, normale… esente da pregiudizi emotivi o da sottigliezze intellettuali…” È una visione piuttosto ottimistica di questa creatura, in quanto la biografia del senso comune costituisce una lettura sgradevole. Il senso comune ha calpestato molti geni delicati i cui occhi si erano deliziati del troppo precoce raggio lunare di qualche verità prematura; il senso comune ha scalciato polvere sui più belli fra i quadri strani perché un albero azzurro pareva follia al suo zoccolo ben intenzionato; il senso comune ha incitato nazioni brutte ma forti a schiacciare i loro vicini belli ma fragili nel momento in cui un vuoto storico offriva un’occasione un’occasione che sarebbe stato ridicolo non sfruttare.

Il senso comune è fondamentalmente immorale, perché la morale naturale dell’umanità è irrazionale quanto i riti magici che essa ha elaborato sin dall’immemorabile oscurità dei tempi. Il senso comune , nel suo aspetto peggiore, il senso reso comune, sicché tutto è confortevolmente deprezzato dal suo contatto. Il senso comune è quadrato mentre tutti i valori e le visioni più essenziali sono meravigliosamente rotondi, rotondi come l’universo o come gli occhi di un bambino, la prima volta che vede uno spettacolo al circo. (…) E quanto più  un uomo è brillante, quanto più è insolito, tanto più è vicino al rogo. Stranger [diverso] rima sempre con danger [pericolo]. Il mite profeta, il mago nella sua grotta, l’artista indignato, lo scolaretto non conformista partecipano di questo sacro pericolo. Stando così le cose, ringraziamoli, ringraziamo i diversi; perché nell’evoluzione naturale delle cose, la scimmia forse non sarebbe mai diventata uomo se non fosse apparso un diverso in famiglia. (…)

Ora dunque egli è pronto a scrivere. Ha tutto ci che gli occorre. La sua penna stilografica è confortevolmente carica, la casa è silenziosa, il tabacco e i fiammiferi sono vicini, la notte è giovane… e noi lo lasceremo in questa piacevole situazione e usciremo delicatamente di soppiatto e chiuderemo la porta e, andandocene, spingeremo decisamente fuori il mostro del bieco senso comune che ingombra i gradini gemendo che il libro non è per il grande pubblico, che il libro non potrà mai mai… E proprio allora, prima che espettori la parola,         v, e, n, d, e, r, s, i, lo pseudo senso comune deve essere ucciso con una rivoltellata». (Vladimir Nabokov: Lezioni di letteratura – Garzanti, 1982)

Contrariamente a quanto sostenuto a suo tempo prima dalla signora Thatcher, poi dal senso comune dei tanti Pangloss neoliberisti-banderuola (anche “di sinistra”:TINA: There Is No Alternative – non c’è alternativa) un’alternativa in realtà sarebbe possibile: ogni disilluso, candido idiota come chi scrive ne è più che convinto. Purtroppo, c’è una sola cosa che ai potenti non manca mai, il denaro. E un piatto di lenticchie spesso è più che sufficiente per…

In testata: Marcel DuchampFontana (Urinoir), 1917, ready-made, terracotta bianca ricoperta di smalto e vernice ceramica, cm 63 x 48 x 35. Parigi, Musée National d’Art Modern, Centre Pompidou – Al centro: Robert Rauschenberg:  Axle1964; oil and screen print on canvas, 275.7 × 610 × 4.7 cm; Museum Ludwig Köln / Schenkung Ludwig – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Le piccole virtù

Cominciamo con una citazione: “Quando incontra Alberto [Moravia, N.d.R.], la giovane vita della Maraini è già stata segnata da due episodi drammatici. Durante la seconda guerra mondiale, Dacia è in Giappone con la famiglia, al seguito del padre Fosco che sta compiendo degli studi sugli Hainu, una popolazione del nord. Ma nel 1943 il governo nipponico chiede a Fosco e a Topazia [la madre, N.d.R.] di aderire alla Repubblica di Salò. Al loro rifiuto i Maraini, con tre bambine piccole, vengono rinchiusi in un campo di concentramento e per mesi le loro razioni di cibo sono talmente scarse che rischiano tutti di morire di fame. «È stata un’esperienza traumatica – ricorda Dacia -, ogni sera mi stupivo di essere ancora viva e la fame era un’ossessione che non mi lasciava mai»

Disperato per le condizioni delle sue bambine, Fosco alla fine decide di seguire un antico rituale giapponese dei samurai: si taglia un dito e lo lancia contro i suoi carcerieri. Con questo estremo gesto di coraggio vuole costringerli a fare qualcosa per loro. Quella di Fosco sembra una pazzia, in realtà in questo modo cruento riesce a suscitare il rispetto delle guardie che dopo molte proteste portano al campo una capretta. E grazie al suo latte le tre sorelle Maraini sopravvivono.” (da Anna Folli – MoranteMoravia. Una storia d’amore. Neri Pozza, 2018)

Saggezza, coraggio, umanità, trascendenza, giustizia, moderazione. Sono queste le sei classi di virtù a loro volta composte di ventiquattro forze caratteriali, secondo un gruppo di psicologi ricercatori che hanno pubblicato un apposito  “manuale” su  positivepsychologyprogram.com. Nella religione cattolica invece le virtù cardinali, che sono denominate anche virtù umane principali,  sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. (da Wikipedia) Altri propongono una classificazione basata sulle classi secondo temperanza coraggio, liberalità, magnanimità, mansuetudine e giustizia. Ma questa volontà di classificazione non importa più di tanto.

Le piccole virtù” è un breve saggio di Natalia Ginzburg, che è contenuto nella omonima raccolta pubblicata per la prima volta nel 1962 da Einaudi. La Ginzburg vi tratta dell’educazione dei figli. Inizia così:

«Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere. Di solito invece facciamo il contrario: ci affrettiamo a insegnare il rispetto per le piccole virtù, fondando su di esse tutto il nostro sistema educativo. Scegliamo, in questo modo, la via più comoda: perché le piccole virtù non racchiudono alcun pericolo materiale, e anzi tengono al riparo dai colpi della fortuna.

Trascuriamo d’insegnare le grandi virtù, e tuttavia le amiamo, e vorremmo che i nostri
figli le avessero: ma nutriamo fiducia che scaturiscano spontaneamente nel loro animo, un
giorno avvenire, ritenendole di natura istintiva, mentre le altre, le piccole, ci sembrano il frutto d’una riflessione e di un calcolo e perciò noi pensiamo che debbano assolutamente essere insegnate. In realtà la differenza è solo apparente. Anche le piccole virtù provengono dal profondo del nostro istinto, da un istinto di difesa: ma in esse la ragione parla, sentenzia, disserta, brillante avvocato dell’incolumità personale. Le grandi virtù sgorgano da un istinto in cui la ragione non parla, un istinto a cui mi sarebbe difficile dare un nome. E il meglio di noi è in quel muto istinto: e non nel nostro istinto di difesa, che argomenta, sentenzia, disserta con la voce della ragione.

L’educazione non è che un certo rapporto che stabiliamo fra noi e i nostri figli, un certo clima in cui fioriscono i sentimenti, gli istinti, i pensieri. Ora io credo che un clima tutto ispirato al rispetto per le piccole virtù, maturi insensibilmente al cinismo, o alla paura di vivere. Le piccole virtù, in se stesse, non hanno nulla da fare col cinismo, o con la paura di vivere: ma tutte insieme, e senza le grandi, generano un’atmosfera che porta a quelle conseguenze. Non che le piccole virtù, in se stesse, siano spregevoli: ma il loro valore è di ordine complementare e non sostanziale; esse non possono stare da sole senza le altre, e sono, da sole senza le altre, per la natura umana un povero cibo.

Il modo di esercitare le piccole virtù, in misura temperata e quando sia del tutto indispensabile, l’uomo può trovarlo intorno a sé e berlo nell’aria: perché le piccole virtù sono di un ordine assai comune e diffuso tra gli uomini. Ma le grandi virtù, quelle non si respirano nell’aria: e debbono essere la prima sostanza del nostro rapporto coi nostri figli, il primo fondamento dell’educazione. Inoltre, il grande può anche contenere il piccolo: ma il piccolo, per legge di natura, non può in alcun modo contenere il grande.»

Fosco Maraini senza dubbio aveva come riferimento le grandi virtù, più che le piccole. Così come senza dubbio lo aveva anche Leone Ginzburg, primo marito di Natalia; fu arrestato dai fascisti il 20 novembre 1943, consegnato ai tedeschi come ebreo, incarcerato, quindi torturato e di conseguenza  ucciso tre mesi dopo. La sua ultima lettera a Natalia non porta la data: «Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza, che tu lavori e scriva e sia utile agli altri

Scriveva nel ’500 il filosofo francese Étienne de La Boétie, nel Discorso sulla servitù volontaria: “Vorrei capire come sia possibile che tanti uomini… talvolta sopportino un tiranno solo, che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano, che ha la capacità di nuocere loro solo finché sono disposti a tollerarlo, e che non potrebbe fare loro alcun male se essi non preferissero sopportarlo anziché opporglisi… Sono i popoli stessi che si lasciano incatenare, perché se smettessero di servire, sarebbero liberi. È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo, che potendo scegliere tra servitù e libertà, rifiuta la sua indipendenza e si sottomette al giogo… Il padrone che vi domina ha solo due occhi, due mani, un corpo, niente di diverso dall’ultimo dei cittadini… salvo i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite… Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi”.

Dostoevskij scrisse una volta che l’uomo non teme nulla più della vera libertà. Forse è proprio questo il motivo per cui insegniamo e adottiamo soprattutto il rispetto per le piccole, di virtù. Perché quelle grandi potrebbero magari renderci davvero più liberi. E questo ci spaventa.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)