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Io non c’ero

Prendiamola alla larga: «Nel 2008, la regina Elisabetta in visita alla massima istituzione economica britannica, la London School of Economics, ha evitato sorrisi e chiacchiere formali, chiedendo ai professori riuniti: «Com’è possibile che nessuno si sia accorto dell’arrivo di questa crisi spaventosa?». Il padrone di casa, il professor Luis Garicano, direttore del dipartimento di management della Lse, ha risposto: «Vede, in ogni momento di questa fase qualcuno faceva affidamento su qualcun altro e tutti pensavano di fare la cosa giusta». Vengono naturali due domande: perché il fior fiore degli economisti non aveva previsto la crisi? E, considerando vera l’ipotesi della buona fede, cosa vuol dire che tutti pensavano di fare la cosa giusta?» (il fatto quotidiano.it)

Altro esempio “a caso”: qui a Bologna I carabinieri hanno appena smantellato due cartelli di imprese di pompe funebri che controllavano le camere mortuarie dei due principali ospedali cittadini, riuscendo in pratica ad avere il monopolio nell’aggiudicazione dei servizi funebri. 30 misure cautelari (9 in carcere, 18 arresti domiciliari e 3 divieti di esercizio dell’attività d’impresa) e 43 le perquisizioni eseguite da 300 militari che hanno sequestrato un patrimonio di 13 milioni di euro. «Funziona così da almeno trent’anni, se volevi lavorare non potevi sottrarti a quel meccanismo». «… le cose andavano in questo modo …sia i titolari e i dipendenti delle agenzie di pompe che il personale degli ospedali Maggiore e Sant’Orsola, hanno confermato l’esistenza di un diffuso sistema corruttivo per accaparrarsi i funerali».

Purtroppo nessuno tra i responsabili dirigenti tecnici e/o politici (o tra manager e operatori) aveva notato nulla: «A quanto si è saputo il traffico intorno all’accaparramento dei funerali andava avanti da un decennio. Un cartello che controllava tutto, come eravamo abituati a vedere solo in Gomorra, un fiume di denaro in nero che non si sa dove andasse a finire. E non stiamo parlando di qualche piccolo ospedale di periferia, ma dei due nosocomi d’eccellenza della città, il Maggiore e il Sant’Orsola. È curioso, a questo proposito, l’atteggiamento delle istituzioni, tutte pronte a chiamarsi fuori: io non c’entro, non è roba mia, siamo estranei a tutto. (…)  Quel che appare incredibile è che nessuno, per tanti anni, si sia accorto di quanto stava accadendo sotto i suoi occhi. Tra le tante dichiarazioni di scarico di responsabilità ascoltate in questi giorni è mancata quella che sarebbe sembrata la più adeguata: io non c’ero, e se c’ero dormivo.» (Aldo Balzanelli – la Repubblica Bologna)

E con gli esempi si potrebbe continuare a lungo.

Un saggio di  Alessandro Baricco pubblicato su Repubblica l’11 gennaio 2019 (E ora le élite si mettano in gioco) ha aperto un opportuno (forse un po’ tardivo) dibattito sul tema delle classi dirigenti. La tesi di Baricco si può sintetizzare così:  «È andato in pezzi un certo patto tra le élites e la gente, (…) le élites hanno fallito e se ne devono andare (…)  è saltato quel tacito patto (…) che descriverei così: la gente concede alle élites dei privilegi e perfino una sorta di sfumata impunità, e le élites si prendono la responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere. Tradotto in termini molto pratici descrive una comunità in cui le élites lavorano per un mondo migliore e la gente crede ai medici, rispetta gli insegnanti dei figli, si fida dei numeri dati dagli economisti, sta ad ascoltare i giornalisti e volendo crede ai preti. Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati. Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più.»

Il problema è che – oltre ad essere in ritardo di almeno vent’anni – i termini del dibattito sembrano davvero malposti. Un primo dubbio  è stato opportunamente sollevato da Michele Serra nella sua Amaca del 16 gennaio scorso: «Prima di prendere parte al dibattito “popolo versus élite”, sollevato dal denso intervento di Baricco su Repubblica, avrei bisogno di un chiarimento. Anzi, più che di un chiarimento si tratta di una pre-condizione. Senza la quale sono i termini di partenza del dibattito che mi sfuggono; figuratevi dunque le sue conclusioni». Che cosa si intende quando si parla di élites da una parte, di “gente” e di “popolo” dall’altra? Chi è che appartiene all’una e chi invece all’altra categoria? Sono domande strutturali, perché «Se la risposta dovesse essere, come io penso, che tanto la qualifica di “popolo” quanto quella di “élite” sono banalizzazioni (nella migliore delle ipotesi) o contraffazioni ideologiche (nella peggiore), questo dibattito andrebbe ripensato daccapo».

La realtà quotidiana dimostra che non esistono  rilevanti differenze, dal punto di vista etico e morale (onestà, correttezza, responsabilità, altruismo, ecc.), tra i comportamenti della cosiddetta “élite” e quelli della cosiddetta “gente”. Da questo punto di vista noi italiani siamo un “popolo” davvero compatto. «Il punto è, invece, come debbano avvenire la genesi e il ricambio dell’élite. Senza considerare la qualità della minoranza dominante e senza quell’unico ammissibile giudizio che può nascere solo dalla valutazione del rapporto tra processo di selezione sociale e capacità naturali, ogni discorso su massa ed élite è vano», scrive Silvia Ronchey. «Se guardiamo con occhio altrettanto distaccato alla democrazia attuale dell’Italia, vediamo che il disagio delle sue masse nasce da un incepparsi, ormai tanto durevole da potersi definire storico, del meccanismo di ricambio delle élite. Non è di oggi l’impossibilità di un reclutamento trasparente nei quadri delle docenze scolastiche e universitarie, che assicurano il primo filtro di selezione dell’élite.

Non è di oggi l’accesso a posizioni di potere suggerito, come nel mondo feudale, da privilegi di clan quando non di sangue. Impasse logiche e ideologiche, familismi, settarismi, lobbismi partitici e automatismi clientelari, quando non criminali, hanno sempre più, nel corso dei decenni, a partire almeno dalla Guerra Fredda, impedito l’accesso egualitario a quelle risorse il cui possesso definisce un’élite — di denari o di saperi, di funzioni o di onori o semplicemente di presenza e influenza». (Silvia Ronchey – la Repubblica 21 gennaio 2019)

Il problema  è che cambiare una élite corrotta con rappresentanti di un popolo altrettanto corrotto non porta di certo molto lontano. Si critica dall’esterno, ma il desiderio inespresso sembra essere quello di entrare finalmente a farne parte, piuttosto che migliorarla dall’interno.

A proposito dell “classi dirigenti”, scriveva invece Lev Tolstoj: «Giudicando in base a questi rapporti necessariamente inesatti, Napoleone impartiva le sue disposizioni che, o erano già state messe in atto prima che egli le impartisse o non potevano essere e non venivano eseguite. I marescialli e i generali, che si trovavano a più breve distanza dal campo di battaglia, ma che, come Napoleone, non partecipavano alla battaglia stessa e solo di tanto in tanto si inoltravano sotto il fuoco delle palle, senza consultare Napoleone, davano le loro disposizioni e impartivano i loro ordini, sia su dove e da dove sparare, sia dove dovesse galoppare la cavalleria e dove correre la fanteria. Ma anche le loro disposizioni, esattamente come quelle di Napoleone, venivano eseguite in minima parte e raramente. Per lo più accadeva il contrario di quanto essi avevano ordinato». Così, in Guerra e pace, Lev Tolstoj descrive la battaglia di Borodino.

Senza esserne consapevoli (nella migliore delle ipotesi) o forse sì (nella peggiore), le nostre classi dirigenti – le cosiddette elites – si sono comportate allo stesso modo, con la differenza che in questo caso non si è visto nessun Napoleone.  Di fronte alla «presa d’atto della crisi, percepita come irrimediabile, dei tre pilastri sui quali l’Occidente aveva realizzato la sua ricostruzione politica postbellica: a) la crisi religiosa del cristianesimo in progressiva ritirata di fronte all’offensiva della secolarizzazione; b) la crisi del Welfare State, cioè della redistribuzione del reddito nazionale pietra angolare della mediazione sociale praticata da parte di tutte le forze di governo a cominciare da quelle socialdemocratiche; c) la crisi dello Stato nazionale messo nell’angolo dal multiforme internazionalismo egemone sulla scena mondiale.

Di fronte a tale crisi, che in sostanza era la crisi dell’intero universo politico che le aveva viste protagoniste per oltre mezzo secolo, le élite occidentali abbracciano una nuova prospettiva: la globalizzazione. E con essa fanno propri i suoi presupposti ideologici: a) il liberismo e una piena fiducia nei meccanismi del mercato, b) un individualismo di fondo, c) la presunta insignificanza storico-culturale dei confini nazionali e la necessità del loro superamento. Ma naturalmente per mantenere il consenso su cui si reggono esse non possono sottrarsi dal promettere alle rispettive opinioni pubbliche che comunque la svolta alle porte non solo vedrà la continuazione dello sviluppo economico e dell’aumento dei redditi precedenti, ma significherà anche un’espansione mondiale della libertà e della democrazia (la disintegrazione del blocco comunista appena avvenuta, la prima guerra del Golfo, la rivolta di piazza Tien An Men a Pechino non stanno forse lì a dimostrarlo?).

 La storia degli ultimi dieci anni è la storia del fallimento di tali promesse». (Ernesto Galli della LoggiaCorriere della Sera, 9 gennaio 2019). La realtà è che queste indegne “classi dirigenti” non hanno affatto diretto gli eventi, al contrario li hanno subiti fingendo di dirigerli; al tempo stesso hanno fatto di tutto per accaparrarsi e difendere ogni privilegio connesso alle rendite di posizione nell’immediato, senza metter in campo un credibile progetto di futuro. Risultato: «Aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo. Nel 2018, da soli, 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos. Anche l’Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il rapporto evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere». (sky tg24.it)

Qualcuno se n’era forse accorto? Nessuno, ovvio. La testa sotto la sabbia, come gli struzzi. E la risposta è sempre la stessa: “Io non c’ero, e se c’ero dormivo…“.

Il problema è culturale e ci riguarda tutti. È su questo livello che bisogna agire da subito per poi ottenere risultati apprezzabili nei tempi medio-lunghi. Proprio quelli che non interessano alle nostre “élite”. Per il momento non ci resta dunque che Johnny il Bassotto.

Sopra il video di Johnny il Bassotto: una vignetta di Makkox (Marco Dambrosio) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

La prevalenza dell’io

«La vera autenticità non sta nell’essere come si è, ma nel riuscire a somigliare al sogno che si ha di se stessi», afferma uno dei personaggi di Tutto su mia madre di Pedro Almodòvar. Non potrei essere più in disaccordo; penso anzi che il successo planetario di Facebook si possa in fondo ricondurre al folle tentativo collettivo di mettere in vetrina l’immagine di se stessi, un brulicare indistinto di ego alla ricerca di mutuo riconoscimento. Quando mai l’immagine di se stessi corrisponde alla realtà? L’autenticità è un’altra cosa. Ma come scrive Rabelais: “Intendiamoci, non che io mi voglia impunemente esentare dal dominio della follia. Ci sono e ne partecipo anch’io, lo confesso. Tutti a questo mondo sono matti, e se in Lorena Fou è vicino a Tou, c’è la sua buona ragione. Ogni cosa è follia” (da Gargantua e Pantagruele)

Non sfugge a questa legge nemmeno Eugenio Scalfari, che nel consueto sermone domenicale su “La Repubblica” del 28 maggio, scrive:

OGNI giorno che passa la confusione aumenta, ma quale ne è la causa? Forse la globalizzazione? Forse l’aumento dell’egoismo in ogni individuo, in ogni famiglia, in ogni tribù, in ogni istituzione, in ogni Stato? La risposta è affermativa: globalizzazione ed egoismo. (…) improvvisamente la società globale ha trasformato se stessa: è diventata un elemento di chiusura. È difficile capire se quella chiusura provenga dall’aumento dell’egoismo o sia stata la globalità a determinarla provocando la chiusura di ogni persona, istituzione e interesse in se stesso. Papa Francesco, che resta il solo a predicare l’apertura di ciascuno verso gli altri, disse che tanti “Tu” diventano “Noi” e quando questo avviene quel “Noi” universale determina la rivoluzione. Aveva ed ha perfettamente ragione, ma sta avvenendo l’inverso: il “Tu” regredisce all’“Io”. Un “Io” globale e cioè l’egoismo fatto persona. E siccome le persone sono dovunque e operano dovunque, il loro se stesso come unico o prevalente segno di valore provoca la chiusura della società globale. La risposta sarebbe una resistenza positiva, l’ “Io” non è una soluzione ma una regressione terribilmente negativa e se vogliamo vederne l’eventuale progressione ci troveremo di fronte a una generale anarchia e al pericolo che ne deriva, cioè l’avvento delle dittature. I fatti raccontati dalla storia sono questi.

Intendiamoci, Scalfari ha perfettamente ragione, il suo ragionamento non fa una grinza. La follia semmai consiste nel pensare che tutto ciò sia successo “improvvisamente”; mentre invece è sotto gli occhi di tutti come la prevalenza dell’io e dell’egoismo personale e/o di gruppo sia un fenomeno patologico endemico da almeno mezzo secolo. Almeno nel cosiddetto occidente “evoluto”, infatti,  il concetto di olismo (unica possibilità di salvezza) ha perso gradualmente valenza socioculturale, per cadere nel dimenticatoio, quando non addirittura nel disprezzo collettivo.

Ma qualcuno si chiede ancora per quale motivo da tutto ciò deriverebbe il pericolo dell’avvento di dittatura. Ce lo spiega molto bene Massimo Gramellini (sul Corriere della Sera del 27 maggio 2017): “Purtroppo ci sono persone così deboli e insicure che non riescono a vivere senza appoggiarsi a un dogma. Non importa se religioso, materialista, scientifico, antiscientifico, carnivoro, vegano. Purché si tratti di un precetto che, in nome di una qualche presunta verità assoluta, li dispensi dalla fatica di adeguare i comportamenti alle situazioni. Ognuno ha il diritto di consegnarsi a una vita rigida da esaltato. Ma appena il fanatismo tracima all’esterno smette di essere un diritto per diventare un problema.” I dittatori per definizione sono creatori (inventori) e impositori di dogmi e verità assolute.

Come però ha scritto Piergiorgio Odifreddi sul Corriere della Sera (partendo da un’analisi di Guerra e pace di Tolstoj in un articolo dal titolo “Matematici sul piede di guerra”): “In realtà la storia è il prodotto di una grande azione collettiva, in cui ciascun protagonista fornisce il suo piccolo apporto. E Tolstoj offre un’interessante metafora matematica: secondo lui, questo è ciò che avviene nel calcolo infinitesimale, in cui l’apporto individuale di quantità infinitesime, chiamate differenziali, viene sommato calcolando una somma infinita, chiamata integrale. In termini matematici, dunque, la storia sarebbe l’integrale dei comportamenti infinitesimi degli individui”.

Si tratta appunto di una metafora, perché finora nessuno è riuscito a formalizzare matematicamente un calcolo della storia. Esistono purtroppo molte persone che hanno difficoltà a comprendere cose che non si riferiscono in qualche modo direttamente a loro. Sarebbe  molto meglio rendersi conto di come all’interno di questa metafora la vera incognita sia costituita dal comportamento di ognuno di noi. Però da quello autentico, non dall’immagine fittizia che di esso vogliamo fornire mettendo ogni giorno in rete un nuovo selfie.

 

 

Come un romanzo

Orhan Pamuk ha scritto che «Anna Karenina è uno dei libri piú perfetti che siano mai stati concepiti.». Fëdor Dostoevskij ha scritto che «Come opera d’arte, Anna Karenina è la perfezione e nulla può esserle paragonato». Si potrebbe continuare con le citazioni, ma su questo meraviglioso romanzo è forse superfluo aggiungere altro. Di questi tempi, invece, credo non sia affatto inutile rispolverare alcune considerazioni  sul valore del “romanzo” come forma artistica in sé. Mi pare infatti che tali considerazioni, per quanto possano apparire scontate, siano sempre più trascurate nella realtà della vita sociale, politica e intellettuale contemporanea. Almeno dalle nostre parti.

Alberto Asor Rosa ha scritto recentemente un commento sulla nuova traduzione di Anna Karenina a cura di Claudia Zonghetti appena pubblicata da Einaudi; commento nel quale, anche al fine di dimostrare l’essenziale importanza del lavoro di traduzione stesso, mi pare finisca per tentare di ricordarci quale sia l’origine e l’importanza del nostro amore per i romanzi.  Il tutto partendo dal presupposto che:

“È molto più difficile capire, interpretare e spiegare un capolavoro che un libro mediocre.” Perchè “I grandissimi scrittori non decidono mai da che parte stare. Soltanto i mediocri scelgono, per questo sono così facilmente interpretabili. I russi in questo sono stati maestri. Un loro romanzo non è mai un solo romanzo: è sempre una molteplicità di romanzi.” (…) Tolstoj, di volta in volta, è Oblonskij, è Dolly, è Levin, è Kitty, è Anna, è Vronskij; e di ognuno di loro lui assume di volta in volta caratteristiche, pensieri e passioni. È come se, rinunciando a giudicare, stesse dentro ognuno dei personaggi rappresentati, trovando in quello in quel momento, e non in altri, il corrispettivo, per quanto temporaneo e discutibile, della propria visione del mondo.

Chi legge, o rilegge, e non perde la bussola cammin facendo, si trova o ritrova ogni volta di fronte al grande caleidoscopio del mondo, alla moltitudine dei personaggi. Insomma, forse il fine (o comunque uno dei fini più importanti) “è quello di suggerire un diverso modo di vivere e d’interpretare le cose”. Che non sembra affatto una cosa da poco, in tempi che mi sembrano sempre più segnati dal marchio di una montante intolleranza per “l’altro”.

Ragion per cui, nel mio piccolo, sottoscrivo in toto il sottostante Manifesto della comunicazione non ostile. .

In qualche modo, mi pare che anch’esso inviti a riflettere. Come ogni grande romanzo.

Immagine in testata: “Oltre il confine” il manifesto del Salone del libro 2017 firmato da Gipi.