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Tag: Mafia

Pipistrelli nel campanile

A volte mi vengono pensieri che non condivido“: il celebre aforisma di Ennio Flaiano credo descriva molto bene lo stato d’animo di molti cittadini in questo periodo. Stato d’animo che per quanto mi riguarda è sollecitato in particolare da due notizie.

La prima è questa: “Kamikaze bolognese – Uno dei tre killer di London Bridge era un italo-marocchino: 22 anni, figlio di una bolognese, aveva la residenza a casa della madre. Lo avevano già indagato in Italia.(…) Il giovane italo-marocchino di 22 anni, uno degli autori degli attentati di Londra, quando fu bloccato al Marconi il 15 marzo 2016, mentre tentava di partire per la Turchia, era insomma un soggetto potenzialmente pericoloso su cui fare accertamenti.  (…) L’avvocato Silvia Moisè è il legale prima assegnato d’ufficio e poi nominato di fiducia da Youssef Zaghba nel 2016. È lei che l’ha assistito quando fu fermato e gli furono sequestrati cellulari e iPad, ottenendo l’annullamento dei sequestri dal Riesame.  L’avvocato ha fatto solo il suo lavoro: «Avessi avuto qualunque sospetto, ovviamente l’avrei riferito all’autorità giudiziaria. Era mio dovere farlo e l’avrei fatto. Ma proprio non ne ho avuti e mi fa una certa impressione aver incontrato più volte quel giovane senza capire chi veramente fosse». (da Il Resto del Carlino)

Ecco la seconda: “Ipotesi scarcerazione per Riina malato. Accuse e proteste. La Cassazione: ha diritto a una morte dignitosa. I supremi giudici: E’ gravemente malato. Bisogna valutare se può restare in carcere e se può essere pericoloso.” (Il Corriere della Sera) “Riina ha diritto a una morte dignitosa” La Cassazione apre ma è subito rivolta. Esiste un “diritto a morire dignitosamente” che va assicurato al detenuto, afferma la Cassazione. Anche se il detenuto si chiama Salvatore Riina e sta scontando 17 ergastoli. Per la prima volta, i giudici della Suprema Corte aprono a un’istanza degli avvocati del capo dei capi di Cosa Nostra, che chiedono il differimento della pena o gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva invece confermato il carcere per il padrino di Corleone, che ha 86 anni, ribadendo il suo «altissimo tasso di pericolosità» e spiegando soprattutto che non c’è incompatibilità tra le patologie e la detenzione al 41 bis.” (La Repubblica)

La Lettera alla posterità (in latino, Posteritati), è l’ultima lettera contenuta nella raccolta epistolare delle Senili. Si tratta di un’epistola autobiografica di Francesco Petrarca, composta con tutta probabilità nel 1367, modificata e arricchita intorno al 1370-1371. Ecco un breve estratto:
…Partito poi per Montpellier a studiare legge, vi passai altri quattro anni; poi a Bologna, e vi spesi tre anni a studiare tutto il corpo del diritto civile. Ero un giovanotto che secondo l’opinione di parecchi prometteva grandi cose, se avessi seguitato quella strada; ma io quello studio lo lasciai completamente appena mi lasciò la sorveglianza paterna. Non perché non mi piacesse la maestà del diritto, che indubbiamente è grande e satura di quella romana antichità di cui sono ammiratore, ma perché la malvagità degli uomini lo piega ad uso perfido. E così mi spiacque imparare ciò che non avrei potuto usare onestamente; d’altra parte con onestà sarebbe stato imputato ad imperizia. E così a ventidue anni ritornai a casa”. (da “Prose” – Riccardo Riccardo Ricciardi Editore, 1955).
Come scrive Corrado Augias nel suo commento quotidiano, c’è una domanda che potrebbe indurre a ipotesi sconvenienti e che, per carità di patria, scanso.
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 Non per niente siamo il paese degli azzecca-garbugli; il problema però è che ogni giorno divengono sempre più numerose le persone che quei “certi pensieri” che ogni tanto vengo a tutti li condividono per sempre, magari anzi ne fanno anche  propaganda. Qualunque cosa significhi, “populismo” è attualmente il termine più utilizzato dai commentatori politici, anche se demagogia sarebbe senz’altro più adeguato. Inutile nasconderlo: abbiamo insetti alle fondamenta e  pipistrelli nel campanile. Per questo motivo ritengo fondamentale fermarsi un attimo e riflettere su alcuni principi fondamentali sui quali basare con calma e razionalità il nostro pensiero e le azioni che poi ne conseguono. Come ha fatto John Steinbeck scrivendo “East of Eden” – La valle dell’Eden, romanzo americano che più americano non si può, pubblicato nel settembre 1952 – in particolare nel capitolo 13 da cui traggo la seguente citazione:
 
Il mondo è percorso da tensioni estreme, prossime al punto di rottura, e gli uomini sono infelici e confusi. In un’epoca simile mi sembra cosa giusta e naturale pormi queste domande: In che cosa credo? Per cosa devo combattere? Contro cosa devo lottare?. La nostra è l’unica specie dotata di creatività, e tale creatività ha un solo strumento: la mente e lo spirito individuale. (…) E questo credo: che la mente del singolo individuo, libera di esplorare ovunque, è la cosa più preziosa del mondo. E per questo sono pronto a battermi per la libertà dell’intelletto di imboccare qualsiasi direzione, senza dettami. E contro questo debbo battermi: qualsiasi idea, religione o governo che limiti o distrugga l’individuo. Questo è ciò che sono e ciò che voglio. Capisco bene perché un sistema costruito  su uno schema ripetitivo tenti di annientare il libero pensiero: perché la mente indagatrice è la sola cosa capace di distruggerlo. Lo capisco, certo, e lo odio. E intendo combatterlo per preservare l’unica cosa che ci distingue dalle bestie prive di creatività. Se si può uccidere questo stato di esaltazione, allora siamo perduti.”
Concordo; che si tratti di ISIS-Daesh, di mafia-camorra, di guru-santoni vari o del governo autoritario di turno, ripeto: concordo.

 

 

Gruppi di potere

Wake Up

Sul “Corriere di Bologna” di ieri, mercoledì 7 ottobre 2015, nella rubrica delle lettere “Risponde Mario Monti” (direttore) è stata pubblicata questa lettera della collega architetta Carmela Riccardi. Titolo: “Corruzione e omertà”. La condivido pienamente e la riproduco integralmente.

“Roberto Alfonso, un procuratore delle Repubblica, lasciando Bologna dopo aver attraversato l’inchiesta sull’ex presidente della Regione Emilia-Romagna, Errani, fa un preciso atto di accusa: ‘Politica e corruzione, città omertosa’. La normalità della corruzione passa attraverso piccole azioni e omissioni quotidiane, si nutre di grandi eventi e di grandi opere. Periodicamente se ne parla con gran disgusto e grande meraviglia; tutti aborrono la grande corruzione perdonandosi o cacciandosi nel subconscio le piccole corruzioni fatte di richieste di favori e di raccomandazioni. E’ emersa la grande corruzione del Mose di Venezia, del Sistema Sesto e della grandi opere in Lombardia. Qui in Emilia-Romagna tutto omertosamente viene nascosto o negato sino a quando con coraggio Isabella Conti, sindaco di San Lazzaro, ha detto no al metodo e al sistema del partito delle supercoop.

Alla grande corruzione si arriva attraverso omissioni e piccole corruzioni che diventano ‘normali’. Tante piccole normali corruzioni che avvengono in ‘circostanze’ che impediscono al ‘criminale’ o al corrotto di ‘sentire che agisce male’. Rileggere ‘La banalità del male’ di Anna Arendt, dopo aver visto il recente film sulla vita della filosofa, ha rafforzato alcune idee che mi stavo facendo sulla corruzione in Italia: esistono molte circostanze che impediscono ai corrotti e ai corruttori di vedere che agiscono male. La normalità della corruzione ha molte sfumature: il voto di scambio, le raccomandazioni in assenza di merito, i conflitti d’interesse, le consulenze, i concorsi pubblici e universitari. Non esiste legislazione che riesca a opporsi efficacemente in assenza di donne e di uomini che sappiano dire di no e che rifiutano di essere omertosi e conniventi. 

L’Emilia-Romagna è oggi come il Veneto il giorno prima che il Mose diventasse uno scandalo: il sistema di corruzione del Mose il giorno prima dello scandalo era normale per tutti, a parte i soliti, isolati, non ricattabili e quindi ininfluenti. Il giorno prima dello scandalo era normale che i gruppi di potere a Venezia potessero decidere grazie anche al supporto dei referenti politici locali e nazionali che con una legge speciale per Venezia si potessero fare affari speciali. Quel ‘gran pezzo dell’Emilia’ è diversa, qui è ancora tutto ‘normale’, c’è lo stesso gruppo di potere come dice Roberto Balzani (sindaco di Forlì, Corriere d Bologna 24 dicembre 2013). Qui continua ‘la politica degli incarichi girevoli: dal partito ai palazzi o alle coop (Corriere di Bologna, 15 novembre 2013).”

Niente da aggiungere, se non la definizione – per estensione – del termine “Mafia” che trovo sullo Zingarelli, ‘Vocabolario della lingua italiana” (ed. Zanichelli):

“màfia (…) 2 (est.) Gruppo, categoria di persone unite per conseguire o conservare con ogni mezzo lecito e illecito, spec. maneggi e intrighi, i propri interessi particolari, anche a danno di quelli pubblici.”

Che altro dire? Un giudizio ce lo siamo fatti.

Don Ciotti, il pallone e quattro lesbiche

calcio-femminile

Il 23 gennaio 2015, in un’intervista a Repubblica TV, don Ciotti, presidente dell’associazione Libera, ha affermato che“Il problema più grave non è chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare. Noi abbiamo bisogno di verità. Qui ci sono giri di imprenditori, di organizzazioni che avevano troppi giochi e interessi, ma l’impostazione del sistema è come fosse mafioso, punto e basta, nella metodologia con cui tutto questo viene fatto””. Nella fattispecie si riferiva ad una speculazione edilizia coraggiosamente bloccata dal sindaco di San Lazzaro di Savena, Isabella Conti, nonché al mondo dei costruttori privati e delle cooperative di costruzione interessate. Se cambiamo settore, allargando l’orizzonte, il discorso non cambia. Ho un figlio che gioca a calcio, ha 12 anni ed ha una grande passione. Anche nel mondo del calcio italiano circola però tanto, troppo denaro pubblico ed esistono molti “giochi ed interessi”. Ed eccoci qua. Il presidente della FGIC (Federazione Italiana Giuoco Calcio, notare il termine “Giuoco” in disuso da decenni), cioè il massimo organismo dirigente del calcio professionistico italiano si chiama Carlo Tavecchio. Uomo di calcio, Tavecchio. Ma soprattutto d’affari e grande amico di Lotito, altro imprenditore molto addentro al giro che conta . Tavecchio, nel corso della sua “campagna elettorale” per la presidenza FIGC si presentò così: “Le questioni di accoglienza sono una cosa, quelle del gioco un’altra. L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che ‘Opti Poba‘ è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così”.  Poi c’è la LND (Lega Nazionale Dilettanti, che tra l’altro organizza anche il campionato di mio figlio) di cui Tavecchio era presidente e che è stato sostituito dal signor Felice Belloli, il quale, secondo il  verbale di Riunione del Consiglio di Dipartimento Calcio Femminile del 5 marzo 2015, avrebbe dichiarato: “Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche”. Belloli si difende così: «Bisogna dimostrare che ho detto certe parole. Avrei detto queste cose? Avrei, appunto… Dimostrino che ho detto così… Dicano pure quello che vogliono. Chiedono le mie dimissioni. Non so chi può chiedere le mie dimissioni. Io, in ogni caso, non ho mire politiche». Infatti sembra impossibile che dirigenti così importanti, i quali occupano posizioni di tali responsabilità, che dovrebbero essere riferimenti e modelli per i nostri figli, dimostrino invece un livello “culturale e intellettuale” così basso, bieco e volgare. Gli organi competenti si esprimeranno in proposito. Il problema però è che un simile livello “culturale e intellettuale” (non parliamo di quello etico e morale) è davvero più diffuso di quanto si creda all’interno dei più importanti quadri dirigenziali di moltissime strutture e amministrazione pubbliche . Talvolta questa subcultura costituisce addirittura il presupposto necessario e quasi sufficiente per avere successo nel meccanismo perverso della cooptazione alla gestione della cosa pubblica. Chiamiamo le cose con il loro nome. Come dice don Ciotti, si tratta di un meccanismo e di una mentalità squisitamente mafioso. I “campioni” di questo sport si presentano in pubblico come ovvio con la loro facciata pulita. Ma siamo sinceri,  i vizi che considerano privati non vengono mai nascosti abbastanza bene dalle scontate pretese di pubbliche virtù. Se vogliamo vederla, questa è la dura verità su una classe dirigente che evidentemente ci meritiamo e che abbiamo costruito a forza di guardare, lasciar fare e voltarci dall’altra parte. Per poi indignarci, naturalmente.

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