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Turisti e viaggiatori

 

(SAREBBE ANCHE UN POSTO CARINO SE SOLO NON CI FOSSERO TUTTI QUESTI SCHIFOSI TURISTI!)

Pensando al tema del “viaggio”, un autore che viene subito in mente, coi suoi racconti di terre sconfinate e lontane, è lo scrittore e viaggiatore britannico Bruce Chatwin (1940- 1989), secondo il quale «Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma» (da Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi, 1996)

Chatwin, «… temendo di ammalarsi agli occhi – ha rischiato addirittura la cecità -, ha presto deciso di staccarsi da una ricerca “privata” del bello, per dedicarsi a più vasti orizzonti. Ha avuto così inizio un vero e proprio “elogio al vagabondare” che, per il primo viaggio, lo ha portato in Sudan. In seguito si è recato in Marocco, Afghanistan, Patagonia, Himalaya e Australia.

Proprio grazie a questo suo continuo errare, Chatwin ha potuto dare libero sfogo ad un animo inquieto e al desiderio di scrivere a proposito del mondo. La seguente frase diventerà il suo mantra: “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”». (da L’undici.it)

Un’altra grande viaggiatrice è stata Alexandra David-Néel, la quale ha scritto: «Non esiste, credo, fonte di giovinezza più efficace della combinazione di queste due cose: viaggio e attività intellettuale». Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi di grandi viaggiatori e/o turisti e/o scrittori. Purtroppo o per fortuna, e comunque la si pensi, di fatto  il turismo è ormai divenuta la più importante industria di questo nuovo secolo.

Scrive infatti Marco d’Eramo, che «Tra il 1950 e il 1992 il turismo internazionale, misurato in numero di arrivi, crebbe a un ritmo annuo del 7,2%. Nel decennio 1980-1990 le entrate del turismo internazionale crebbero al ritmo annuo del 9,2%, ben oltre il tasso di crescita del commercio mondiale nel suo insieme.”32 “Nel 1951 la Grecia fu visitata solo da cinquantamila turisti; dieci anni dopo erano saliti a mezzo milione e nel 1981 a cinque milioni e mezzo”, 33 e nel 2015 – si potrebbe aggiungere – erano 23,1 milioni.

Complessivamente, i viaggiatori internazionali erano 25,3 milioni nel 1950; 69,3 nel 1960; 158,7 milioni nel 1970; 204 milioni nel 1980; 425 milioni nel 1990; 753 milioni nel 2000; 946 milioni nel 2010; un miliardo 186 milioni nel 2015 (dati della World Tourism Organization). Come si vede, nei primi venti anni il numero di arrivi raddoppiava ogni decennio, mentre complessivamente negli ultimi 63 anni il numero dei viaggiatori si è moltiplicato per 50! (Nel decennio 2000-2010 la crescita è stata “solo” del 25% a causa di due eventi eccezionali: prima l’11 settembre 2001 e poi la grande crisi economica del 2007-2008.)”

“Con i voli low cost, il turismo si è globalizzato: mentre nel 1950 le prime 15 destinazioni assorbivano il 98% degli arrivi turistici internazionali, nel 1970 la proporzione era del 75%, per scendere al 57% nel 2007. E che il turismo sia ormai globale non c’è dubbio: un miliardo e 138 milioni di arrivi l’anno significa che un umano su sette compie viaggi internazionali: una marea mostruosa, un’orda di cui a ognuno di noi tocca far parte. Se si contassero poi i viaggi del turismo interno (di solito per valutare il numero di turisti domestici si moltiplica per 4 quello dei turisti internazionali), si avrebbe l’immagine di tutta un’umanità in perenne, inesausto viavai». (da “Il selfie del mondo: Indagine sull’età del turismo” di Marco d’Eramo – Feltrinelli, 2017)

Aggiunge però d’Eramo che «A Pevas, villaggio peruviano sul Rio delle Amazzoni a est di Iquitos, io stesso ho visto attivisti indios che si toglievano blue-jeans, magliette e occhiali e cominciavano a dipingersi la pelle; e quando ho chiesto loro perché, la loro risposta è stata fulminante: “Il mercoledì arriva il battello coi turisti”». Allora la domanda che ci si pone è la seguente: «ma cosa è che motiva il turista? che lo spinge a viaggiare, ad affrontare spese e fatiche? A estenuarsi durante l’unico breve periodo di riposo che gli è concesso? A che pro?» 

C’è chi pensa al turismo come desiderio di fuga dalla vita quotidiana, come impulso a liberarsi, per il breve periodo delle ferie, dai vincoli della società. E chi invece ritiene che
«L’utilità del viaggiare è di regolare l’immaginazione per mezzo della realtà, e invece di pensare come le cose possono essere, vederle come sono”. L’utilità del viaggiare sta nel confrontare (e quindi tarare, correggere, modificare) quel che si vede con ciò che si era immaginato in precedenza». Semplificando, la differenza tra turista e viaggiatore si potrebbe schematizzare in questo modo: il viaggiatore è un individuo attivo, mentre il turista è passivo e aspetta che cose interessanti gli succedano. Con l’ulteriore paradossale contraddizione determinata dal fatto (oggettivo) che proprio il desiderio di vedere “il mondo come realmente è” modifica irreversibilmente il mondo stesso e rischia di trasformarlo in un unico, sterminato e fasullo Disneyland.

«In fondo, quello del turismo è il problema della modernità: in ogni momento della nostra vita siamo alla ricerca di un’autenticità che la nostra stessa ricerca rende irraggiungibile, inautentica

Soluzioni non ne abbiamo; dubbi invece tantissimi. Nel suo “Ritratto di  Natalia Ginzburg (La corsara – Neri Pozza, 2018) Sandra Petrignani, commentando la Ginzburg che tratta il tema dell’incomunicabilità, scrive: «Natalia avverte l’epoca che la circonda come “Una faccenda di giorno in giorno più sudicia” abitata da un doppio silenzio, quello con se stessi e quello con gli altri. (…) Diviso fra panico e e senso di colpa, ciascuno reagisce a modo suo, chi viaggiando, chi ubriacandosi “per dimenticare i propri torbidi fantasmi”, chi facendosi psicanalizzare, senza risolvere nulla».

Forse una possibilità era stata proposta (inconsciamente?) dalla stessa Petrignani qualche anno addietro: «Un po’ pellegrinaggio e un po’ seduta spiritica, questo libro porta dalla Sardegna di Grazia Deledda all’America di Marguerite Yourcenar, dalla Francia di Colette all’Oriente di Alexandra David-Néel, dall’Africa alla Danimarca di Karen Blixen, all’Inghilterra di Virginia Woolf. Un lunghissimo viaggio in case-museo che, attraverso mobili e suppellettili, stanze e giardini raccontano la storia sentimentale delle più significative scrittrici del Novecento». (dalle note di copertina di  Sandra Petrignani: “La scrittrice abita qui – Neri Pozza, 2003). Forse il suo progetto  di visitare le case e i luoghi di Grazia DeleddaMarguerite YourcenarColette, Alexandra David-Néel, Karen Blixen,  Virginia Woolf presupponeva la condivisione del pensiero di Marcel Proust. cioè la convinzione che:

«Delle ali, e un altro apparato respiratorio, che ci permettessero di attraversare l’immensità degli spazi, ci sarebbero inutili, perché se salissimo su Marte o Venere conservando gli stessi sesnsi, questi rivestirebbero dello stesso aspetto  delle cose della Terra tutto quel che potremmo vedere. L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è». (Marcel ProustAlla ricerca del tempo perduto, vol. 5: La prigioniera – Einaudi, 1978)

Il viaggiatore è colui che ha il progetto utopistico di capire e di cambiare se stesso e il mondo (viaggio e attività intellettuale); il turista invece  è colui che vuol distrarsi e non cambierà mai ovunque si sposti nell’intero universo.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Quel film è un po’ lentino

 

La Lettura” del 21 maggio 2017 (n. 286) pubblica un articolo di Davide Ferrario dal titolo “The end“. “Così è finita la meraviglia del cinema. La tecnologia domestica ha ucciso la magia“. Questo il suo sommario:”Sono passati quasi 50 anni da quando vidi sul grande schermo «2001: Odissea nello spazio». Non capii quasi nulla, ma una cosa mi fu chiara: una potente liturgia. Da allora Vhs, Dvd e device hanno rovinato tutto. Altro che renderci liberi! Ecco un estratto del testo:

Un anno fa ho scoperto che mia figlia ventenne non aveva mai visto 2001. Una sera la convinsi a sedersi con me davanti al 52 pollici al plasma che uso per lavoro e infilai nel lettore il Blue Ray «Special Edition» del film (…) Ci godemmo la sequenza degli umanoidi, poi il valzer della stazione orbitante. Tutto bene; salvo un commento tipo «Lentino, questo film», con cui se ne era uscita la ragazza.” Per poi alzarsi per andare a prendere una Coca:

Si è rifatta viva solo una ventina di minuti più tardi. In mezzo ci aveva messo una conversazione Skype con un’amica; e uno scambio di vedute con sua madre su qualche problema domestico (…) Mentre passavano le grandiose immagini di Kubrick, lei chattava sul computer lì accanto. Come se non bastasse, l’iPad la informava ossessivamente su qualsiasi cosa succedesse nel mondo virtuale a cui è collegato (…) Tutto questo è durato circa tre giorni. Mia figlia ha preso e mollato il film come fa con certe relazioni sentimentali, mettendoci in mezzo sospensioni di una giornata intera. Non sono nemmeno certo che, trovandolo ‘lentino’, ogni tanto non abbia ceduto alla tentazione del fast forward. 

In sostanza Ferrario sostiene che oggi esiste un grosso problema, costituito da “ciò che è successo al cinema a causa dell’evoluzione tecnologica di questi cinquant’anni. Quello che una volta era un rito laico assimilabile a una messa, l’incontro di qualcosa bigger than life, (più grande della vita, dicono gli americani), si è trasformato in puro intrattenimento (…) Colpa dell’interattività. Un termine che negli anni Settanta suonava rivoluzionario e come tale veniva accolto. Con l’interattività – era la teoria – ci saremmo liberati della comunicazione a senso unico (‘Tu parli, io ascolto’) e dell’autoritarismo dell’autore (che i due termini abbiano la stessa etimologia apre ad affascinanti riflessioni”.

Mi permetto di dissentire. E aggiungo che, mio modesto parere, quest’ultima sua frase sull’autoritarismo della comunicazione a senso unico esprime il concetto  più interessante di tutto l’articolo. Peccato che Ferrario lo lasci subito cadere nel vuoto, quasi fosse scritta da qualcun altro. Pare non si accorga che in qualche modo essa fornisce una (possibile) spiegazione perfetta del comprensibile comportamento di sua figlia. Cerco di spiegarmi.

Adoro Proust, ho letto due volte  “Alla ricerca del tempo perduto” (capolavoro non proprio “veloce”) e ho l’assoluta intenzione di rileggerlo almeno un’altra volta; amo Kubrick e diffido istintivamente (con riflesso condizionato tendente all’antipatia) di coloro che ritengono sensato rispondere “Carino, peccato sia un po’ lento” alla richiesta di esprimere un giudizio su un libro, un film o qualsiasi altra opera che magari voi giudicate un capolavoro assoluto. Un po’ come dire della Cappella Sistina “Non male, peccato ci sia un po’ troppo azzurro“.

Queste semplificazioni di giudizio non sono novità determinate oggi dall’evoluzione tecnologica; in realtà esistono da sempre. Premesso questo, aggiungo subito che quando mi hanno costretto a leggere “I promessi sposi” l’ho detestato; mentre invece l’ho adorato una volta terminati gli obblighi scolastici. E che la prima volta che ho visto al cinema “2001: Odissea nello spazio“, (più o meno all’età della figlia di Ferrario) mi sono addormentato profondamente. Spero senza russare.

Avessi avuto l’iPad, che purtroppo non esisteva ancora, forse avrei fatto qualcos’altro e sarei rimasto sveglio. Non amo i fast food, ma se capita li utilizzo, ci porto i miei figli e considero le crociate contro di essi fanatismo allo stato puro. Adoro la lentezza, tuttavia ritengo che le posizioni radical chic di Slow Food possano essere considerate tra i sintomi più singolari di degrado di una certa cultura snob di sinistra. Si vuole davvero sostenere che l’evoluzione tecnologica e l’interattività impediscono di amare Proust, oppure di apprezzare i capolavori cinematografici e artistici in generale? E’ una tesi a mio parere del tutto insostenibile. Qualsiasi “rito laico assimilabile a una messa” può essere apprezzato appieno solo a condizione che assistervi sia una libera scelta del singolo individuo e non piuttosto (come spesso accade) una costrizione determinata da veri o presunti doveri morali, obblighi o sensi del dovere oppure, peggio, costrizioni forzose e ideologiche.

Quello che Ferrario considera una colpa dell’interattività, a mio parere è invece un suo grande merito nonché – soprattutto – una grande possibilità che ci viene offerta. Altra questione è poi discutere se noi siamo oggi davvero in grado di coglierla in modo positivo, questa possibilità. A causa della rapidità dei mutamenti, mi pare anzi che non siamo ancora pronti – dal punto di vista culturale – a superare il citato “autoritarismo dell’autore“. La forte accelerazione cui siamo soggetti ci lascia disorientati. In realtà, troppo spesso ci piace ricevere ordini, “essere comandati”, lasciare che qualcuno decida per noi il palinsesto. L’interattività per qualcuno è un problema pieno di colpe; per altri è una possibilità ed ha solo meriti. A mio parere è una grande problematica opportunità, a patto di dominarla e di non esserne dominati. Come al solito dipende soprattutto da noi, ma nostalgia per la comunicazione a senso unico per favore no.