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Sei pagine di Boschi

Pur non  conoscendolo personalmente, ho la massima stima del giornalista Beppe Severgnini, attualmente  direttore del settimanale “7” del Corriere della Sera, per le cose che scrive e per i suoi interventi alla trasmissione “Otto e mezzo”. Pare comunque che Severgnini abbia accusato Marco Travaglio – attualmente direttore del “Fatto Quotidiano” – di essere ossessionato dalla figura di Maria Elena Boschi.

Comunque sia, l’ex ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento (governo Renzi) ed ex Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri (governo Gentiloni) rilascia ora una lunga intervista (comprendendo le numerose fotografie a colori, sei pagine intere) al citato settimanale diretto da Severgnini. Il titolo è: “Maria Elena Boschi: «È ancora difficile in Italia accettare una donna di potere»“. Ne propongo di seguito qualche estratto:

(…) Com’è adesso la sua vita? 
«Ho più tempo per me, gli amici e la famiglia. Ho riscoperto la bellezza di avere una mezza giornata nel weekend per leggermi un libro o guardare un film: anche quello serve a ripartire. Lavoro tanto – tra Parlamento e studio legale – ma rispetto a prima è come se facessi un part-time! Negli anni di governo non ho mai spento il cellulare. Quando ho avuto anche la responsabilità di seguire la Protezione Civile, ero abituata a svegliarmi più volte di notte per verificare di non perdere telefonate o messaggi. La notte del 1° giugno, quando si è insediato il nuovo governo, l’ho spento per la prima volta. Per qualche settimana continuavo a svegliarmi, controllavo lo schermo, poi pensavo: “No, non tocca più a me”».

Lei ha fatto un percorso abbastanza unico: ministro a 33 anni, sottosegretario a 35, a 37 è tornata ad essere deputata semplice.
«Le mie montagne russe le ho vissute già da ministro. È stata un’esperienza formativa dal punto di vista umano: ho dovuto combattere, appena nominata, i pregiudizi per cui “be’, è arrivata al governo giovane e senza esperienza, faceva comodo avere delle donne in squadra” oppure “è carina, ma non è così brava”».

Come li ha affrontati? 
«Con umiltà, spero, e determinazione. Ho cercato di andare avanti per la mia strada, sapendo che era una bellissima opportunità, che me la dovevo meritare e che stava a me dimostrare ogni giorno di esserne all’altezza». (…)

Crede che invece politicamente le abbiano fatto pagare il fatto di essere donna e, aggiungo, una bella donna? Si è sentita un capro espiatorio?
«Non so se sono stata il capro espiatorio, però il fatto che la vicenda di Banca Etruria abbia colpito indirettamente anche me…».

Indirettamente? 
«Sì, perché non ho mai avuto un’indagine né ho mai avuto un ruolo in quell’istituto, però ha toccato me politicamente. Mi hanno massacrata per nulla. E anche chi scriveva articoli di fuoco contro di me, in privato mi diceva: “Sappiamo che tu non c’entri niente”».

La Commissione bicamerale ha appurato che non vi furono pressioni, ma col senno di poi userebbe più cautela?
«No, perché non mi sono mai occupata della vicenda di mio padre. L’ha ribadito il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco: l’unica volta che parlai di Banca Etruria dissi che la mia preoccupazione era per i dipendenti dell’istituto e per il mio territorio e che non avrei voluto alcuno sconto, alcun favoritismo su mio padre. La vicenda di Banca Etruria è stata scelta per assorbire l’attenzione mediatica e non parlare di altre crisi bancarie, soprattutto delle Venete, dove ci sono forti interessi della Lega. Ed è servita come arma di battaglia politica: colpendo me, colpivano un intero progetto politico».

L’essere donna crede abbia influito? 
«Un po’ sì. Credo che quello che ho fatto io, nel bene o nel male, sia stato accettato con più fatica che non se l’avesse fatto un uomo».

Perché? 
«Perché nonostante gli enormi passi in avanti non riusciamo ancora ad accettare che le donne, a maggior ragione se giovani, possano avere dei ruoli in cui si gestisce il potere. E io li ho avuti. Non siamo ancora davvero abituati in politica e neanche in altri settori: quante sono le donne direttrici di giornali o che firmano editoriali? Se ce ne fossero di più, non avremmo forse un punto di vista diverso sulle donne in politica?». (…)

Che fine ha fatto il Pd? Chi l’ha votato e ancora lo vorrebbe vedere al governo, non se ne capacita. 
«È normale che dopo una sconfitta ci sia un po’ di spaesamento».

Dove ha sbagliato Matteo Renzi? 
«Se abbiamo sbagliato, abbiamo sbagliato tutti – io compresa – perché abbiamo condiviso con lui le scelte in Consiglio dei ministri e nel Pd. Renzi, da vero leader, si è assunto ogni responsabilità ma non vuol dire che decidesse tutto da solo. Forse abbiamo voluto affrontare in una sola volta, tutte insieme, troppe riforme. Ma non penso che ci fosse un altro modo per cambiare il Paese dopo 20 anni di scelte rinviate».

In cosa avete sbagliato? 
«Sul piano politico non abbiamo capito che il voto sul referendum sarebbe stato un voto politico. E poi non siamo stati capaci di comunicare quello che facevamo in modo efficace, forse. Si accusa il Pd di non essere stato presente nei luoghi della povertà, del disagio, nelle periferie. Francamente siamo stati più noi nelle periferie del M5S, che ne ha appena cancellato i fondi. Abbiamo cercato di dare risposte alle esigenze delle persone più fragili, ma non siamo stati capaci di dire loro in modo convincente: “Non riusciremo a risolvere tutti i problemi, perché non abbiamo la bacchetta magica, però proviamo insieme a superarli, siamo con voi”».

Un punto di forza e un difetto di Matteo Renzi? 
«Il coraggio. È il politico più coraggioso che conosco. Il difetto? Si fida troppo degli altri. Pensi a quanti debbono tutto a Renzi e il giorno dopo lo hanno scaricato in modo vergognoso».

Vi si rivolge la stessa critica: aver promesso di ritirarvi in caso di sconfitta e non averlo poi fatto… 
«Col senno di poi ho sbagliato. Ma l’ho detto perché credevo in quella battaglia. Se c’è ancora qualcuno che a 35 anni fa politica con passione, e magari si lascia scappare una frase per un eccesso di entusiasmo, non mi sembra così grave..!». (…)

Lei ha qualcosa da rimproverarsi?
«Non ridirei la frase “se perdo, lascio”: questa è facile! Poi è chiaro che certe cose le farei meglio. Non credo diverse però, sono sincera. So che non mi sono risparmiata».

Si reputa una donna felice? 
«Sì, sono felice. Perché sono dove volevo essere, mi posso occupare di politica, che mi ha travolto e sconvolto la vita, che mi appassiona e mi piace ancora, dopo i colpi bassi e la sconfitta. E poi sono felice perché ho una vita piena di persone a cui voglio bene. Per me i rapporti umani sono il bene più prezioso e li ho coltivati anche se a volte con qualche fatica, negli ultimi anni, perché il mio lavoro mi assorbiva molto».

Una curiosità, il libro che sta leggendo?
«Ne sto leggendo due in contemporanea, uno però magari poi non lo scriva sennò mi fanno mille battute».

Vada col primo. 
«Non si abbandona mai la battaglia, di Eric Greitens. È il racconto di un ex Navy Seal a un commilitone sulla resilienza, su come ci si reinventa tornati dall’Afghanistan».

E quello col titolo compromettente? 
«Il desiderio di essere come tutti, di Francesco Piccolo». (L’intervista è di  Stefania Chiale)

In definitiva, stupisce molto che nelle sei pagine di (tutt’altro che aggressiva) intervista manchi una domanda molto semplice, ma anche molto importante: “Perché ha scelto la causa civile contro De Bortoli e non l’ha querelato per diffamazione, come  nell’immediato invece sbandierò  ai quattro venti mediatici? Infatti: «Dopo sette mesi dall’uscita del libro “Poteri forti (o quasi)”, Maria Elena Boschi ha dato mandato ai suoi legali di citare in giudizio l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli. La tempistica non è passata inosservata: l’allora ministra delle Riforme – che, secondo il giornalista, avrebbe chiesto nel 2015 all’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni di “valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria”, nel cda della quale sedeva il padre Pier Luigi Boschi – ha aspettato sette mesi prima di “portare in tribunale” De Bortoli nonostante avesse annunciato azioni legali all’indomani dell’uscita delle rivelazioni dell’ex direttore. Perché?» (da huffingtonpost.it)

Niente di preoccupante per lui, è ovvio, ma dopo aver letto questa intervista ho perso un piccolo frammento della mia stima per Severgnini. Inoltre, non so se sia vero che Marco Travaglio sia ossessionato da Maria Elena Boschi.  Ora però ho il serio sospetto di esserne ossessionato io. Forse perché  alle favole non ci credo più da un pezzo.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)