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La musica di Hornby. Tre

Da: Nick Hornby , “31 canzoni” (Guanda, 2003). Terza puntata di tre (la prima QUI, la seconda invece QUI):

«…Abbiamo tutti vissuto quel raccapricciante momento in cui un genitore entra in una stanza e ripete, con sardonica incredulità, due versi appena sentiti allo stereo o alla TV. “E cosa vorrebbe dire?” mi chiese mia madre durante “Tops of the Pops“. “Get it on/Bang a gong? Quanto ci ha messo a pensarla secondo te?” E la risposta giusta da dare – “Due secondi, ma non importa” – non ti viene mai, così le dici solo di chiudere il becco, mentre dentro di te odi  Marc Bolan perché ti piace anche se canta di “prender su e suonare un gong” (temo che questa umiliazione continui, e che non abbia importanza se il genitore che che la infligge sia cresciuto a pane e T. Rex o Spandau Ballet o Sham 69: farebbe meglio a non imbarcarsi in considerazioni di tipo letterario….. Demolire i gusti dei nostri figli è uno dei pochi piaceri che ci rimangono quando diventiamo vecchi, superflui e culturalmente esclusi)…»

22. Ian Dury & The Blockheads – Reasons to Be Cheerful, part 3

23. Richard & Linda Thompson – The Calvary Cross

«…Più la ascolto, più mi convinco che Reasons to Be Cheerful  è il miglior inno nazionale: infonde un po’ di orgoglio persino in chi, come me, passa troppo tempo a sentirsi imbarazzato di appartenere al proprio paese (…) Per essere un capriccio funk,  Reasons to Be Cheerful  è culturalmente molto precisa, se la si ascolta bene; solo il tempo ci saprà dire se si riferisce a un’età dell’oro ormai definitivamente tramontata. In The Calvary Cross, di Richard Thompson, si sente un’Inghilterra più antica, quella di Blake e delle sorelle Brontë: vecchia, spaventosa, piena di contadini satanici, venti ululanti, vesciche di maiale e quant’altro…»

 

24. Jackson Browne – Late for the Sky

«… È necessario aver vissuto un po’, credo, per essere in grado di comprendere la profondità di sentimenti che ha dato forma a queste canzoni, e se Late for the Sky è un perfetto accompagnamento musicale per un divorzio, questo non dipende solo dal tono dolente dei testi, ma perché il divorzio strappa via un ulteriore strato di pelle (chi immaginava che ne avessimo così tanti, o che rimuoverli facesse così male?) e quindi ci consente di sentire davvero, fino in fondo e come si deve, gli accordi, gli assolo, le armonie e tutto il resto. Devo aggiungere che preferirei non saperli sentire come si deve…»

25. Mark Mulcahy – Hey Self Defeater

«Hey Self Defeater, che si è guadagnato un posto più o meno in tutte le compilation in cassetta registrate da me quest’anno, esprime un solido ottimismo, un senso di compassionevole partecipazione col mondo attraverso i filtri della verità e un dimesso, quotidiano sarcasmo: ci parla, rivolgendosi alla gente sarcastica e compassionevole proprio come noi, e siccome, a quanto pare, non siamo in molti (Dio sola sa perché, visto che il sarcasmo e la compassione sono due delle qualità che rendono sopportabile la vita sulla terra), era una canzone destinata a trovare un pubblico solo tramite passaparola o il suggerimento di qualcuno che ha i tuoi stessi gusti…»

26. The Velvelettes – Needle in a  Haystack

«…Ma poi, alla metà degli anni ottanta, mi ritrovai di nuovo ad andare a ballare di mia spontanea volontà, e senza neanche lo scopo di rimorchiare. Ci andavo perché mi piaceva. La serata si chiamava The Locomotion, e aveva luogo ogni venerdì sera a Kentish Town, Londra Nord. Quando non potevo andarci ero triste, proprio come quando non potevo veder giocare la mia squadra di calcio. La DJ, una certa Wendy May, metteva su una fantastica miscela di funk, Motown, ska, pop gay (…) Wendy May sapeva il fatto suo. Le canzoni della Motown che metteva su erano perfette, ma a eccezione dei pezzi Motown, che conoscevo e di cui mi ero stancato, lì sentii per la prima volta cose come la tagliente Needle in a Haystack delle Velvettes (che andai dritto a comprare…

27. O.V. Wright – Let’s Straighten It Out

«…Una sera una mia compagna di appartamento portò in casa il suo nuovo ragazzo. Era un tipo più grande, uno scrittore che indossava un cappello di feltro floscio e metteva parecchia soggezione. Attaccammo a parlare di musica; ovviamente lui era un appassionato di jazz e non ascoltava la roba che piaceva a me: era troppo da ragazzini, come se non ci fosse nessuna differenza tra gli Osmonds e i Clash – e per lui forse non c’era. In un’illuminazione improvvisa – probabilmente quella fu la volta che arrivai più vicino a un atto di ritorsione – calai di nuovo la puntina sulla traccia che avevo appena ascoltato . la versione di O.V. Wright della bellissima Let’s Straighten It Out, di Latimore – e nel sorriso del jazzofilo vidi la sconfitta e una richiesta di perdono…»

28. Röyksopp – Röyksopp’s Night Out

«…Per qualche mese , verso la fine del 21, ho ascoltato i Röyksopp nei momenti di ozio. Il mio pezzo preferito era Röyksopp’s Night Out, che è un po’ più mossa e vivace rispetto agli altri pezzi dall’atmosfera sognante contenuti nell’album (purtroppo non mi affatico abbastanza per aver bisogno di tirarmi su con la musica ambient). Ma proprio quando avevo deciso che Röyksopp’s Night Out era una Buona Cosa – o perlomeno che era Okay – ho cominciato a ritrovarmela tra i piedi ovunque…»

29. The Avalanches – Frontier Psychiatrist

30. Soulwax – No Fun/Push It

«…gli Avalanches hanno un modo tutto loro per usare brandelli di materiale altrui; il risultato è che, in pratica, creano dal nulla. Il ritmo di Frontier Psychiatrist nasce da frammenti di dialoghi tratti da vecchi film, rumori vari e un riff di corno rubato a un disco attempato e presumibilmente poco funky di Bert Kaempfert. Pur partendo da questo materiale così poco promettente, gli Avalanches ti trascinano via  in un crescendo di vertiginosa potenza (e riescono perfino a mettere insieme due frammenti di dialogo per mezzo della rima). (…) Nel frattempo, il fenomeno dei bootleg, per cui i DJ tagliano un paio di canzoni per il lungo e le sovrappongono una all’altra, si delinea come il movimento musicale più allegramente nichilista dai tempi del punk, anche se forse i punk, conservando il dolce antiquato bisogno di creare da sé la propria musica, aderivano solo a parole agli ideali del nichilismo. Gente come i Soulwax e i Freelance Hellraiser (i quali hanno fuso insieme, con risultati sorprendentemente ottimi, Christina Aguilera e gli Strokes) ci dicono che è finita e che ormai loro stanno usando i resti che gli abbiamo lasciato come legna da ardere per fare un fuoco attorno a cui stringersi mentre l’inferno del mondo musicale si congela…»

 

31. the Patti Smith Group – Pissing in a River

«…Ci sono  alcune cose di Patti Smith che è impossibile non amare: un inguaribile spirito bohémien e la fame insaziabile per tutto quanto abbia a che fare con l’arte, i libri e la musica. (…) Non ricordavo di aver mai sentito Pissing in a River, ma se l’avevo sentita, allora evidentemente non mi aveva lasciato alcun segno. Invece quella sera, mentre Patti Smith cantava in un crescendo elettrizzante “Everithing I’ve done, I’ve done for you/Oh, I’d give my life for you” dondolandosi nella luce azzurra che arrivava dalle belle vetrate colorate alle sue spalle e invadeva il pulpito, lo sentivi che tutto il pubblico si stava innamorando di lei, della sua canzone e della serata. Fu uno di quei rari momenti – miracolosi nel contesto di uno spettacolo rock – in cui provi gratitudine per la musica che conosci e per quella che devi ancora sentire, per i libri che hai letto e per quelli che leggerai, forse addirittura per la vita che vivi…»

Fine (post n. 3 di 3).

In testata: Nick Hornby – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)