Archivi tag: Matteo Renzi

Casuisti si nasce?

La dottrina del cattolicesimo prevede peccato mortale quando, nelle nostre azioni, si verificano tre condizioni contemporaneamente: 1) Materia grave; 2) Piena consapevolezza; 3) Deliberato consenso. Altrimenti si tratta di peccato veniale. Il peccato mortale,  secondo la Chiesa cattolica e alcune chiese protestanti, condanna l’anima di una persona all’inferno dopo la morte. Mentre il peccato veniale, in quanto  trasgressione di una legge di importanza secondaria, è sempre un’offesa a Dio, ma non priva l’anima della grazia ed è emendato con una pena temporanea. Si capisce così per quale motivo il ruolo del casuista sia davvero fondamentale.

Le “Lettere persiane” di Montesquieu, romanzo epistolare di straordinario successo, furono pubblicate anonime ad Amsterdam nel 1721. «È una pungente satira dei costumi francesi, analizzati dal punto di vista di due viaggiatori persiani, Usbek e Rica, due giovani colti e ricchi, appartenenti all’alta società. I sarcasmi delle lettere non risparmiano né le istituzioni, né gli uomini del tempo. I personaggi, essendo stranieri, vedono la Francia in modo distaccato, criticando vita e costumi di una società cattolica e assolutistica.» (da Wikipedia)

Montesquieu scrive: “L’altro giorno andai in un convento di questi dervisci. Uno di loro, venerando, con i capelli bianchi, mi accolse con grande gentilezza (…) «Padre», gli dissi, «qual è il vostro ruolo nella comunità?» «Signore», mi rispose con un’aria molto soddisfatta per la mia domanda, «sono casuista.» «Casuista?» ripresi, «da quando sono in Francia non ho mai sentito parlare di questa carica.» «Come! non sapete cos’è un casuista? Ebbene, ascoltate, ve ne darò un’idea più che esauriente. Ci sono due specie di peccati: quelli mortali, che escludono assolutamente dal paradiso, e quelli veniali, che a dire il vero offendono Dio ma non lo irritano al punto di privarci della beatitudine.

Ora, tutta la nostra arte consiste nel distinguere bene  queste due specie di peccati, perché, a eccezione di qualche libertino, tutti i cristiani vogliono guadagnarsi il paradiso, ma non c’è nessuno che non voglia guadagnarselo a buon mercato (…) Non è l’azione a costituire il crimine, ma il grado di consapevolezza di chi la compie: chi fa del male, fino a quando può credere che non sia tale, ha la coscienza a posto; e poiché c’è un numero infinito di azioni equivoche, un casuista può attribuire loro un grado di bontà che non hanno, dichiarandole buone; e, purché riesca a convincere che non hanno veleno, glielo toglie del tutto.»

«Vi sto svelando il segreto di un mestiere in cui sono invecchiato, ve ne mostro le sottigliezze: tutto può essere rigirato, anche le cose che sembrano indiscutibili.» «Padre», gli dissi, «è una gran bella cosa; ma come ve la cavate con il cielo? Se il Sofi avesse alla sua corte uno che facesse nei suoi confronti quello che voi fate contro il vostro dio, che introducesse delle distinzioni nei suoi ordini, e che insegnasse ai suoi sudditi in quali casi devono eseguirli e in quali possono violarli, lo farebbe impalare all’istante.» Salutai il mio derviscio e lo lasciai senza attendere la sua risposta.” (Montesquieu – Lettere persiane: LVII • Usbek a Rhedi – Garzanti, 2016)

Con un salto nel tempo, passiamo ora al contemporaneo senatore Matteo Renzi, 43 anni, segretario del PD dal dicembre 2013 al marzo 2018:

«Renzi, nelle settimane scorse, era già volato in Kazakistan per tenere uno speech, pochi giorni dopo essere già stato in Qatar, assieme al fidato Marco Carrai, per incontrare l’emiro Tamim Bin Hamad al-thani, che gestisce un fondo sovrano da 250 miliardi di dollari. (…) Ieri l’ex premier si trovava a Pechino per tenere un discorso sulla Via della Seta e la cultura, ingaggiato da una società che recluta personaggi famosi.  Poi sarò negli Stati Uniti per i 50 anni dalla morte di Bob Kennedy, poi in Sudafrica per l’anniversario della nascita di Mandela.

Tutti appuntamenti sui quali, sgravato dalle responsabilità di governo e di gestione del partito, Renzi sta lavorando: «Ma adesso tocca a loro». Come gli hanno detto le persone a lui più vicine analizzando i motivi del doppio crollo referendum-elezioni: «Bisogna riprendere il contatto con la realtà delle cose, con i problemi della gente fuori». (sic!) È anche per questo che il senatore fiorentino ha inviato una email a tutti i cittadini e le imprese del suo collegio, che nelle prossime settimane andrà ad incontrare.

I mesi di basso profilo dell’ex premier, se stavolta riuscisse davvero a tenersi dietro le quinte, dovrebbero durare fino ad ottobre, quando (dal 19 al 21) a Firenze tornerà la Leopolda, appuntamento al quale Renzi si presenterà durante il lancio del nuovo libro che sta scrivendo: «Sarà un evento vecchio stile, come all’inizio, con protagonista la società civile». E con un ultimo sassolino: «Chi mi ha combattuto per anni dall’interno del Pd, dicendo che ero poco di sinistra, ora si trova Salvini al Viminale». (di Claudio Bozza – Corriere della Sera, 4 giugno 2018). L’ex premier vorrebbe insomma convincerci che lui (padre di questa oscena legge elettorale denominata “Rosatellum”) e il suo “cerchio magico”   non abbiano alcuna responsabilità rispetto all’attuale  situazione. Situazione determinata però da loro stessi.

“Tutto può essere rigirato, anche le cose che sembrano indiscutibili.” Perfino l’appartenenza di tanti personaggi riprovevoli (per usare un eufemismo) e delle loro politiche reazionarie al campo progressista. A questi ennesimi venditori di fumo,  ha da poco risposto molto lucidamente Federico Rampini:

«Com’è accaduto che lo spread Btp- Bund sia diventato la Linea Maginot dietro la quale la sinistra italiana è asserragliata, il baluardo a cui si aggrappa in questa tempesta istituzionale? È normale che lo slogan dei progressisti sia “attenti al giudizio dei mercati”? Rifiutare il piano B dell’uscita dall’euro significa sdraiarsi sull’austerity germanica? Proprio quella che abbiamo criticato per anni?

Capisco che abbia suscitato tante passioni l’Amaca di Michele Serra, in cui ha rifiutato l’alternativa tra “governo dei mercati e governo del popolo”. Molti di noi si sentono stritolati in questa opzione. Ci sentiamo traditi da una sinistra che fa di tutto per dar ragione a chi la descrive come establishment. Chi commenta l’indice Mib come fosse un giudizio divino sembra dimenticare che in altre circostanze la Borsa premia le aziende che tagliano i costi licenziando o ingrassano i profitti eludendo le imposte nei paradisi fiscali. La Borsa ha i suoi criteri. Non dovrebbero essere i nostri. (…)

…vorrei che la sinistra smettesse di usare le oscillazioni dei mercati finanziari come una clava da sferrare con opportunismo contro Lega e M5S. I mercati sono una realtà concreta dove si muovono interessi (non quelli delle classi lavoratrici) e ideologie (neoliberismo), su cui troppi governanti di sinistra si sono appiattiti, pagando un prezzo altissimo. Se la salvezza è un tecnocrate del Fondo monetario internazionale, la nostra storia la stiamo buttando via. Non stupisce che la classe operaia vecchia e nuova si senta più rappresentata da altri.» (Federico Rampini: “Ma la borsa non è di sinistra” – La Repubblica, 31 maggio 2018)

I casuisti televisivi della politica italiana, intanto, aspettano e sdrammatizzano con una battuta: tranquilli, «Ora tocca a loro e pop-corn per tutti!». Tanto poi, dal 19 al 21 ottobre, andranno tutti alla fucina politico-intellettuale della Leopolda, evento che ha forgiato statisti del calibro di Maria Elena Boschi e Luca Lotti (per citarne solo due), “al quale Renzi si presenterà durante il lancio del nuovo libro che sta scrivendo”. Mica pizza e fichi.

E dire che ci sono ancora in giro tanti “gufi” che vanno a raccontare come la sinistra e la destra in politica mantengano oggi grande senso e significato; e come però la sinistra, grazie ai suoi “dirigenti-banderuola”, ha perso gran parte del suo radicamento appiattendosi ipocritamente – in termini di iniziativa, identità e progettualità – sul solito, qualunquista luogo comune dello status quo:”Non ci sono alternative“!

Come il sottoscritto, per fare un esempio. Sarà peccato veniale o peccato mortale?

In testata: Paul Klee: “Wall Painting from the Temple of Longing”, 1922 (collezione privata) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Repubblica BO 1 giugno – Prima
MAGNA CARTA
Luca Bottura
Merola fa benissimo ad additare le aziende che hanno disertato la firma della carta di Bologna per i fattorini del cibo a domicilio. Ricordiamole: Justeat, Deliveroo, Glovo, Foodora e poi… aspetta… c’era quell’altra, quella che ha scritto il jobs-act… niente.
Vabbé, mi verrà in mente.

Decadenza

I leader dei tre principali (almeno secondo i sondaggi) movimenti politici italiani  hanno recentemente dimostrato per l’ennesima volta il consueto buonsenso, nonché l’innata modestia e moderazione che li caratterizza. Silvio Berlusconi: “Io unico argine al populismo anti europeo” (il Giornale.it). Matteo Renzi: “Il PD unico argine ai populismi” (Agorà24.it). Luigi Di Maio: “M5S unico argine a estremismi in Europa” (ansa.it).  Il famigerato “populismo” viene spesso evocato come il principale pericolo per la civiltà contemporanea. Per nostra fortuna, invece, chiunque vincerà le prossime elezioni considera se stesso quale unico e inimitabile argine alla decadenza. Ma allora di cosa parliamo, con esattezza, quando parliamo del suddetto populismo?

Come scrive Corrado Augias su “La Repubblica”: ”Per il celebre e stimato dizionario Devoto-Oli, la definizione è: «Populista, appartenente ad un movimento politico-culturale moderno di tendenza e d’ispirazione popolare». Dopo aver definito la parte storica del lemma, il dizionario però la completa dandone la versione attuale: «Qualsiasi movimento politico socialistoide, diretto all’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari ». Il Grande Dizionario del Battaglia, dopo aver ricordato l’origine della parola, ne dà poi la versione corrente  «Atteggiamento politico favorevole al popolo (identificato nei ceti sociali economicamente più umili e soprattutto culturalmente più arretrati), ma in modo generico, velleitario, e demagogico (adulando il popolo come depositario di virtù sociali e vittima del cinico egoismo e dell’amoralità dei ceti dominanti, e formulando proposte politiche atte a gratificare il desiderio di rivalsa da parte dello stesso popolo, ma non idonee a incidere efficacemente sui complessi problemi che pone la società moderna)».

Quand’è così, la questione si complica, se è vero – come è vero – quanto ha dichiarato Nichi Vendola allo stesso giornale: “Renzi ha portato a compimento il programma di Berlusconi (…) Avere cultura di governo non significa essere intruppati dal pensiero unico del capitale finanziario. C’è una sinistra che la domenica si commuove per il magistero radicale di Papa Francesco e nei giorni feriali si genuflette dinanzi ai profeti della diseguaglianza, della precarietà del lavoro, della privatizzazione dei beni comuni, della necessità delle trivelle, o del realismo del vendere armi all’Arabia Saudita o del finanziare i lager per migranti in Libia (…) Anche Di Maio è diventato renziano. Una pecorella con Confindustria, ma rumoroso con chi rappresenta il lavoro. Il suo è il ruggito del coniglio”. (intervista di Goffredo De Marchis – La Repubblica, 1 ottobre)

In altre parole, tutti e tre i suddetti “leader”, lungi dall’arginarlo, al contrario fanno del populismo il principale strumento politico e comunicativo. Paradossalmente, il fatto stesso che ognuno di loro se ne dichiari “unico” argine lo dimostra in modo lampante. Eugenio Scalfari nel suo ultimo editoriale domenicale scrive: “In un bel libro di Roberto Calasso uscito in questi giorni e intitolato L’innominabile attuale c’è una splendida immagine di Baudelaire con il quale il libro si chiude e che descrive purtroppo la situazione che stiamo vivendo: «Sintomi di rovina. Edifici immensi. Numerosi, uno sull’altro, appartamenti, camere, templi, gallerie, scale, budelli, belvedere, lanterne, fontane, statue. Fenditure, crepe. Umidità che proviene da una cisterna situata vicino al cielo. Come avvertire la gente e le nazioni?». Purtroppo le cose ora stanno così“.  Ecco, le cose stanno così, purtroppo, ed è meglio prenderne atto. La parola che definisce tutto ciò è una sola: decadenza. La verità è che si sta (de)cadendo; che si sta cadendo verso il basso. Verso ciò che è posto molto in basso e molto a destra, per dirla tutta.

Parlando di decadenza, viene in mente, com’è ovvio, il decadentismo; quindi D’Annunzio, ma soprattutto Oscar WildeIl ritratto di Dorian Gray (The Picture of Dorian Gray), romanzo scritto nel 1890. Esso narra di “un giovane di bell’aspetto, Dorian Gray, che arriverà a fare della sua bellezza un rito insano. Egli inizia a rendersi conto del privilegio del suo fascino quando Basil Hallward, un pittore suo amico, gli regala un ritratto da lui dipinto, che lo riproduce nel pieno della gioventù. Dorian comincia a guardare la giovinezza come qualcosa di veramente importante, tanto da provare invidia verso il suo stesso ritratto, che sarà eternamente bello e giovane mentre lui invecchierà. Colpito dal panico, Dorian arriva a stipulare una sorta di “patto col demonio”, grazie al quale rimarrà eternamente giovane e bello, mentre il quadro mostrerà i segni della decadenza fisica e della corruzione morale del personaggio”. Vi ricorda qualcosa?

Nel romanzo a un certo punto Lord Henry, mentore e ammiratore di Dorian Gray, gli regalerà un misterioso libro giallo di cui Wilde non fa il titolo. Si da’ però per scontato che si tratti di À rebours, un romanzo di Joris Karl Huysmans pubblicato nel 1884, noto in Italia anche con i titoli Contro corrente e A ritroso. Dorian baserà la sua vita e le sue azioni su questo “libro giallo“. Il romanzo “A ritroso“, che viene considerato il manuale del perfetto decadente, “si può definire la «storia di una nevrosi» vissuta da Jean Floressas Des Esseintes, nella Parigi fin de siècle. Educato dai padri gesuiti, unico erede dei beni dei genitori, di cui è rimasto orfano in giovane età, conclusi gli studi, Des Esseintes si immerge nella vita di Parigi; tuttavia, deluso dalla frivola mondanità della vita condotta con i suoi coetanei, il giovane aristocratico decide di sciogliere definitivamente ogni contatto con la società, ormai priva, ai suoi occhi, di qualunque attrattiva.

Si rifugia così in una villa nei pressi di un piccolo paese della campagna parigina, Fontenay, dove inizia il suo eremitaggio, a distanza da qualsiasi distrazione che gli possa offrire la civiltà, evitando il più possibile i contatti con i domestici e con il mondo esterno. A Fontenay Des Esseintes si dedica a soddisfare ogni suo desiderio e piacere: arreda la casa con una cura maniacale, scegliendo meticolosamente i colori e gli abbinamenti che più lo soddisfano; acquista una tartaruga e, insoddisfatto dell’accostamento dei colori di questa con quelli della sua abitazione, le fa incastonare sul carapace una composizione di pietre preziose accuratamente selezionate; allestisce una biblioteca contenente i volumi da lui preferiti, rilegati appositamente su carte pregiate, e così via. La sua vita scorre così tra la lettura, la degustazione di alcolici e bevande, la composizione di profumi e la cura delle piante.” (da Wikipedia)

Lo stesso Huysmans scriverà poi una “Prefazione dell’autore scritta vent’anni dopo il romanzo” che termina con queste parole: “In tanto disordine un solo scrittore vide chiaro, Barbey d’Aurévilly, che d’altronde, non mi conosceva affatto. In un articolo del Constitutionnel con la data 28 luglio 1884, e che è stato raccolto nel suo volume Il romanzo contemporaneo, apparso nel 1902, scriveva: ‘Dopo un libro tale non resta altro all’autore che scegliere tra la canna di una pistola e i piedi della croce.’

Già fatto.”

Mad Men, invece, è una serie televisiva statunitense prodotta dal 2007 al 2015. Ambientata nella New York degli anni sessanta, la serie tratteggia le vite di alcuni pubblicitari che lavorano per l’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper (poi Sterling Cooper Draper Pryce) di Madison Avenue, concentrandosi in particolare sulle vicende del suo direttore creativo, Don Draper. L’ambientazione della serie ritrae i mutamenti sociali in atto negli Stati Uniti in quel determinato periodo storico: fra gli eventi citati nel corso delle varie stagioni, la campagna presidenziale che contrappose John Kennedy a Richard Nixon (1960), la crisi dei missili di Cuba (1962), l’assassinio di Kennedy (1963), le lotte per la conquista dei diritti civili degli afroamericani. (da Wikipedia)

Si dirà: che c’entra Mad Men con il decadentismo, con i personaggi e gli autori descritti sopra? Eppure c’entra eccome, e non solo per la scelta che compirà Don Draper alla fine dell’ultima puntata. Anche in questo caso, mi guardo bene dal fare spoiler. Comunque sia, qualcosa si può dire: sempre di decadenza si tratta.

Outing

Come riportato dal dizionario online del Corriere della Sera, il termine “outing“, alla lettera, significa esternazione, rivelazione. Detto però in lingua inglese sembra molto più interessante. Perciò, essendo di per se né punto né poco interessante, il mio outing personale è il seguente: ebbene sì! per tutta la vita ho votato a sinistra, per una sinistra più o meno estrema, ma mediamente di tendenza riformista (craxiano-socialista però mai). Non ne sono certo ma penso anzi di aver votato una volta perfino per Matteo Renzi. Il quale nonostante tutto continua a dichiararsi progressista e udite udite di sinistra. E’ evidente che un tempo ci ho creduto anch’io.

Il fatto è che stavo concependo un post su tutt’altro argomento, quando disgraziatamente mi è capitato sotto gli occhi il biglietto riprodotto sopra, postato dal suddetto Renzi sui social per celebrare il suo successo nelle primarie dei tesserati del PD. Niente da fare, non mi è più riuscito di concentrarmi sull’argomento precedente (il mio post quindi è rimandato, il mondo se ne farà una ragione). Subito dopo infatti il mio pensiero si è fissato su una domanda che non sono più riuscito a togliermi dalla testa e a cui non so ancora dare una risposta, questa: come si fa a delegare la propria responsabilità politica e sociale a un tale che ritiene utile pubblicare un simile puerile messaggio?

Risulta evidente che il nostro “Matteo” non ha letto Orazio: “più che d’aver errato, mi vergogno / di non sapere agli errori porre un fine” (Epistole, I, XIV, 1-36). Come andrà a finire? Ai posteri l’ardua sentenza.

La politica del tram

tram

L’ ossimoro è una “figura retorica che consiste nell’unione sintattica di due termini contraddittori, in modo tale che si riferiscano a una medesima entità. L’effetto che si ottiene è quello di un paradosso apparente; per es.: lucida follia; tacito tumulto (G. Pascoli); convergenze parallele (A. Moro); insensato senso (G. Manganelli).”  (da Treccani.it). Anche “politico antipolitico” è un ossimoro, eppure negli ultimi anni, ma direi almeno due decenni, per fare carriera politica in Italia, paradossalmente,  bisogna incarnare proprio tale figura retorica.

Ieri sera il nostro Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, intervistato da Fabio Fazio nel corso della trasmissione “Che Tempo Che Fa”, discutendo naturalmente del referendum prossimo venturo, tra l’altro ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Se la gente vota no, non troverete un solo politico disposto a ridursi il proprio stipendio e il proprio incarico.” Tipica frase da bar, con tutto il rispetto dei bar, nei quali capita a volte di ascoltare ragionamenti molto più coerenti e disinteressati. Un ossimoro bello grosso, direi, il nostro Renzi, essendo il più importante politico italiano del momento.

A voler essere pignoli, poi, al nostro premier è riuscito un piccolo capolavoro di incoerenza (stavo per dire ipocrisia) in quanto con una stessa frase, peraltro breve, è riuscito ad unire al predetto ossimoro anche una bella antinomia nuova di zecca (L’antinomia – dal greco αντι, preposizione che indica una contrapposizione, e νομος, legge – è un particolare tipo di paradosso che indica la compresenza di due affermazioni contraddittorie, ma che possono essere entrambe dimostrate o giustificate. In questa situazione non è possibile applicare il principio di non-contraddizione – da Wikipedia)

Si tratta del classico caso del “paradosso del mentitore”: In logica il “paradosso del mentitore” (più propriamente “antinomia del mentitore”) è descritto come: data una proposizione autonegante come “Questa frase è falsa”, nessuno riuscirà mai a dimostrare se tale affermazione sia vera o falsa;

  • se infatti fosse vera, allora la frase non sarebbe veramente falsa (la verità della proposizione non invalida la falsità espressa nel contenuto della proposizione).
  • se invece la proposizione fosse falsa, allora il contenuto si capovolgerebbe (è come se dicesse “Questa frase è vera”) quando abbiamo appena affermato il contrario.” (da Wikipedia)

Molto più coerente e cinico di Renzi è invece un’altro famoso politico: Jean-Claude Juncker , presidente della Commissione europea dal 1º novembre 2014, il quale avrebbe serenamente dichiarato quanto segue: “Tutti noi (dirigenti della U.e.) sappiamo cosa si deve fare, soltanto non sappiamo come essere rieletti dopo che lo avremo fatto.” Così, giusto per generare qualche ulteriore dubbio sullo stato di salute delle cosiddette “democrazie occidentali”, che a conti fatti tanto democratiche non sembrano poi essere.

Al fine di evitare (o quantomeno ritardare quanto più possibile) l’avvento del prossimo Trump anti-establishment (ulteriore ossimoro antinomico) europeo, credo che l’unica ricetta sia quella suggerita in un bellissimo articolo di Paolo Rumiz pubblicato su “La Repubblica” il 10 novembre 2016. Il titolo, indovina un po’, è: “La politica del tram“. Ecco qualche estratto.

“Dopo aver dedicato una vita all’ascolto delle periferie, sono un po’ stufo dello sconcerto dei bempensanti per le bastonate elettorali inflitte dalle Destre al pensiero “no border”. Sempre la stessa scena, sempre lo stesso brusco risveglio davanti al caffellatte del mattino o al ritorno in ufficio. “Incredibile”, “Non me l’aspettavo”, “Voto shock”, “I sondaggisti hanno sbagliato”, eccetera.” (…) Se c’è una cosa che ho capito nella mia vita raminga, è che si impara più in tram che dalle analisi di un luminare, più dal bar d’angolo che da un costoso sondaggio. (…)

Quando mi spendo nelle scuole e parlo a aule piene di adolescenti spaesati, spesso saturi di web e senza più maestri nemmeno in famiglia, vedo che essi apprezzano due sole cose in chi li incontra. Non la competenza professorale, ma le scarpe impolverate e la passione ardente del cuore. È grazie a queste sole armi che vedo accendersi i loro occhi.

È quello il passepartout. Quello l’argine fondamentale all’imbarbarimento del linguaggio, alimentato dai “social” e dalla Tv spazzatura, che potrebbe portare molto male all’Europa e al mondo. Andate in tram, cari politici. O vi ci dovrete attaccare.”

Meglio di così non si poteva dire. Eppure lo scriveva già Ippolito Nievo nelle “Confessioni d’un italiano” (pubblicato nel 1858): “come negli individui, così nei consorzi e nelle istituzioni umane, senza il germe, senza il nocciolo, senza il fondo spirituale, nemmeno l’organismo materiale prolunga di molto i suoi moti. E se una forza estranea non distrugge violentemente i congegni, la vita a poco a poco s’affievolisce e s’arresta di per sé.” 

 

Narrazione e realtà

Renzi

Quelli della Leopolda la chiamano “storytelling“. In italiano, a dire il vero, si chiama narrazione (di storie), e la narrazione richiede anche una certa dose di originalità. C’è però un problema: la necessità di uno stringente collegamento tra originalità e ordine intellettuale. Altrimenti, prima o poi, crolla tutto il castello, se le fondamenta narrative dell’ipotetica realtà sono di argilla. Ad esempio, guardiamo l’immagine sopra: in realtà Renzi non è affatto mancino:

Renzi firma

L’immagine è falsa sotto molti aspetti. Però è suggestiva, esteticamente funziona: appartiene infatti allo storytelling di sé stesso. Alla facciata superficiale di un singolo individuo.

C’è una massima di Vauvenargues: “E’ più facile dire cose nuove che metter d’accordo quelle che sono state già dette.” E’ più difficile instaurare un ordine intellettuale collettivo (e ce ne sarebbe bisogno come del pane) che inventare arbitrariamente dei principi nuovi e originali. E’ necessario un ordine intellettuale, accanto all’ordine morale, e all’ordine… pubblico. Per creare un ordine intellettuale, è necessario un “linguaggio comune”. Anche il filisteo è un originale, così come lo scapigliato, ma anche certi truffatori e criminali. Nella pretesa dell’originalità c’è molta vanità e individualismo, ma poco, veramente poco spirito creativo. Tantomeno spirito collettivo.

Matteo Renzi è un’ottimo narratore. Originale il giusto, a dire il vero. Comunque sì, a suo modo è abbastanza originale, anche se assomiglia molto a qualcuno che lo ha preceduto. Il problema sta nelle fondamenta: nelle radici, nell’ordine intellettuale che dalle radici dovrebbe derivare. Chi non ha radici, potrà anche essere originale, ma non crea di certo un linguaggio comune. Né ordine intellettuale. Il ruolo dello “statista”, però,  dovrebbe essere quello di unire, non di dividere. Senza ordine intellettuale non si crea altro che frammentazione; nella frammentazione proliferano sempre gli interessi di parte, mai quelli della collettività. La narrazione continua, e questo è tutto. Finchè…

…”Non era esattamente questo ciò che ci aspettavamo dal Renzi che ci era piaciuto. Allorché per esempio egli aveva promesso di «rimettere in moto l’Italia»: cioè, nella nostra mente, di aiutare il Paese a ritrovare se stesso, il senso smarrito di ciò che esso era stato e che ancora nel suo intimo era; a immaginare le prospettive possibili del suo futuro. Ma non solo: anche aiutarlo a far riacquistare vigore all’interesse pubblico e alle funzioni dello Stato centrale, a spazzare via privilegi e corporativismi soffocanti, aiutarlo a cancellare il fiume di inefficienze, di sprechi e di spese inutili che quotidianamente porta soldi nelle tasche dei furbi togliendole a quelle dei cittadini che furbi non sono. Allorché avevamo creduto, per l’appunto, che Renzi avesse l’energia e la voglia di cimentarsi con simili sfide.

Certo, sappiamo fin troppo bene che la realtà dei fatti è necessariamente diversa da quella dei propositi. Ma quel Renzi che ci piaceva, forse piaceva a Renzi stesso. E oggi, forse, anche lui — mi piace credere — lo ricorda ogni tanto con un certo rimpianto.” (Ernesto Galli della Loggia– Corriere della Sera, 6 aprile 2016)