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Tag: Matteo Renzi

Outing

Come riportato dal dizionario online del Corriere della Sera, il termine “outing“, alla lettera, significa esternazione, rivelazione. Detto però in lingua inglese sembra molto più interessante. Perciò, essendo di per se né punto né poco interessante, il mio outing personale è il seguente: ebbene sì! per tutta la vita ho votato a sinistra, per una sinistra più o meno estrema, ma mediamente di tendenza riformista (craxiano-socialista però mai). Non ne sono certo ma penso anzi di aver votato una volta perfino per Matteo Renzi. Il quale nonostante tutto continua a dichiararsi progressista e udite udite di sinistra. E’ evidente che un tempo ci ho creduto anch’io.

Il fatto è che stavo concependo un post su tutt’altro argomento, quando disgraziatamente mi è capitato sotto gli occhi il biglietto riprodotto sopra, postato dal suddetto Renzi sui social per celebrare il suo successo nelle primarie dei tesserati del PD. Niente da fare, non mi è più riuscito di concentrarmi sull’argomento precedente (il mio post quindi è rimandato, il mondo se ne farà una ragione). Subito dopo infatti il mio pensiero si è fissato su una domanda che non sono più riuscito a togliermi dalla testa e a cui non so ancora dare una risposta, questa: come si fa a delegare la propria responsabilità politica e sociale a un tale che ritiene utile pubblicare un simile puerile messaggio?

Risulta evidente che il nostro “Matteo” non ha letto Orazio: “più che d’aver errato, mi vergogno / di non sapere agli errori porre un fine” (Epistole, I, XIV, 1-36). Come andrà a finire? Ai posteri l’ardua sentenza.

La politica del tram

tram

L’ ossimoro è una “figura retorica che consiste nell’unione sintattica di due termini contraddittori, in modo tale che si riferiscano a una medesima entità. L’effetto che si ottiene è quello di un paradosso apparente; per es.: lucida follia; tacito tumulto (G. Pascoli); convergenze parallele (A. Moro); insensato senso (G. Manganelli).”  (da Treccani.it). Anche “politico antipolitico” è un ossimoro, eppure negli ultimi anni, ma direi almeno due decenni, per fare carriera politica in Italia, paradossalmente,  bisogna incarnare proprio tale figura retorica.

Ieri sera il nostro Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, intervistato da Fabio Fazio nel corso della trasmissione “Che Tempo Che Fa”, discutendo naturalmente del referendum prossimo venturo, tra l’altro ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Se la gente vota no, non troverete un solo politico disposto a ridursi il proprio stipendio e il proprio incarico.” Tipica frase da bar, con tutto il rispetto dei bar, nei quali capita a volte di ascoltare ragionamenti molto più coerenti e disinteressati. Un ossimoro bello grosso, direi, il nostro Renzi, essendo il più importante politico italiano del momento.

A voler essere pignoli, poi, al nostro premier è riuscito un piccolo capolavoro di incoerenza (stavo per dire ipocrisia) in quanto con una stessa frase, peraltro breve, è riuscito ad unire al predetto ossimoro anche una bella antinomia nuova di zecca (L’antinomia – dal greco αντι, preposizione che indica una contrapposizione, e νομος, legge – è un particolare tipo di paradosso che indica la compresenza di due affermazioni contraddittorie, ma che possono essere entrambe dimostrate o giustificate. In questa situazione non è possibile applicare il principio di non-contraddizione – da Wikipedia)

Si tratta del classico caso del “paradosso del mentitore”: In logica il “paradosso del mentitore” (più propriamente “antinomia del mentitore”) è descritto come: data una proposizione autonegante come “Questa frase è falsa”, nessuno riuscirà mai a dimostrare se tale affermazione sia vera o falsa;

  • se infatti fosse vera, allora la frase non sarebbe veramente falsa (la verità della proposizione non invalida la falsità espressa nel contenuto della proposizione).
  • se invece la proposizione fosse falsa, allora il contenuto si capovolgerebbe (è come se dicesse “Questa frase è vera”) quando abbiamo appena affermato il contrario.” (da Wikipedia)

Molto più coerente e cinico di Renzi è invece un’altro famoso politico: Jean-Claude Juncker , presidente della Commissione europea dal 1º novembre 2014, il quale avrebbe serenamente dichiarato quanto segue: “Tutti noi (dirigenti della U.e.) sappiamo cosa si deve fare, soltanto non sappiamo come essere rieletti dopo che lo avremo fatto.” Così, giusto per generare qualche ulteriore dubbio sullo stato di salute delle cosiddette “democrazie occidentali”, che a conti fatti tanto democratiche non sembrano poi essere.

Al fine di evitare (o quantomeno ritardare quanto più possibile) l’avvento del prossimo Trump anti-establishment (ulteriore ossimoro antinomico) europeo, credo che l’unica ricetta sia quella suggerita in un bellissimo articolo di Paolo Rumiz pubblicato su “La Repubblica” il 10 novembre 2016. Il titolo, indovina un po’, è: “La politica del tram“. Ecco qualche estratto.

“Dopo aver dedicato una vita all’ascolto delle periferie, sono un po’ stufo dello sconcerto dei bempensanti per le bastonate elettorali inflitte dalle Destre al pensiero “no border”. Sempre la stessa scena, sempre lo stesso brusco risveglio davanti al caffellatte del mattino o al ritorno in ufficio. “Incredibile”, “Non me l’aspettavo”, “Voto shock”, “I sondaggisti hanno sbagliato”, eccetera.” (…) Se c’è una cosa che ho capito nella mia vita raminga, è che si impara più in tram che dalle analisi di un luminare, più dal bar d’angolo che da un costoso sondaggio. (…)

Quando mi spendo nelle scuole e parlo a aule piene di adolescenti spaesati, spesso saturi di web e senza più maestri nemmeno in famiglia, vedo che essi apprezzano due sole cose in chi li incontra. Non la competenza professorale, ma le scarpe impolverate e la passione ardente del cuore. È grazie a queste sole armi che vedo accendersi i loro occhi.

È quello il passepartout. Quello l’argine fondamentale all’imbarbarimento del linguaggio, alimentato dai “social” e dalla Tv spazzatura, che potrebbe portare molto male all’Europa e al mondo. Andate in tram, cari politici. O vi ci dovrete attaccare.”

Meglio di così non si poteva dire. Eppure lo scriveva già Ippolito Nievo nelle “Confessioni d’un italiano” (pubblicato nel 1858): “come negli individui, così nei consorzi e nelle istituzioni umane, senza il germe, senza il nocciolo, senza il fondo spirituale, nemmeno l’organismo materiale prolunga di molto i suoi moti. E se una forza estranea non distrugge violentemente i congegni, la vita a poco a poco s’affievolisce e s’arresta di per sé.” 

 

Narrazione e realtà

Renzi

Quelli della Leopolda la chiamano “storytelling“. In italiano, a dire il vero, si chiama narrazione (di storie), e la narrazione richiede anche una certa dose di originalità. C’è però un problema: la necessità di uno stringente collegamento tra originalità e ordine intellettuale. Altrimenti, prima o poi, crolla tutto il castello, se le fondamenta narrative dell’ipotetica realtà sono di argilla. Ad esempio, guardiamo l’immagine sopra: in realtà Renzi non è affatto mancino:

Renzi firma

L’immagine è falsa sotto molti aspetti. Però è suggestiva, esteticamente funziona: appartiene infatti allo storytelling di sé stesso. Alla facciata superficiale di un singolo individuo.

C’è una massima di Vauvenargues: “E’ più facile dire cose nuove che metter d’accordo quelle che sono state già dette.” E’ più difficile instaurare un ordine intellettuale collettivo (e ce ne sarebbe bisogno come del pane) che inventare arbitrariamente dei principi nuovi e originali. E’ necessario un ordine intellettuale, accanto all’ordine morale, e all’ordine… pubblico. Per creare un ordine intellettuale, è necessario un “linguaggio comune”. Anche il filisteo è un originale, così come lo scapigliato, ma anche certi truffatori e criminali. Nella pretesa dell’originalità c’è molta vanità e individualismo, ma poco, veramente poco spirito creativo. Tantomeno spirito collettivo.

Matteo Renzi è un’ottimo narratore. Originale il giusto, a dire il vero. Comunque sì, a suo modo è abbastanza originale, anche se assomiglia molto a qualcuno che lo ha preceduto. Il problema sta nelle fondamenta: nelle radici, nell’ordine intellettuale che dalle radici dovrebbe derivare. Chi non ha radici, potrà anche essere originale, ma non crea di certo un linguaggio comune. Né ordine intellettuale. Il ruolo dello “statista”, però,  dovrebbe essere quello di unire, non di dividere. Senza ordine intellettuale non si crea altro che frammentazione; nella frammentazione proliferano sempre gli interessi di parte, mai quelli della collettività. La narrazione continua, e questo è tutto. Finchè…

…”Non era esattamente questo ciò che ci aspettavamo dal Renzi che ci era piaciuto. Allorché per esempio egli aveva promesso di «rimettere in moto l’Italia»: cioè, nella nostra mente, di aiutare il Paese a ritrovare se stesso, il senso smarrito di ciò che esso era stato e che ancora nel suo intimo era; a immaginare le prospettive possibili del suo futuro. Ma non solo: anche aiutarlo a far riacquistare vigore all’interesse pubblico e alle funzioni dello Stato centrale, a spazzare via privilegi e corporativismi soffocanti, aiutarlo a cancellare il fiume di inefficienze, di sprechi e di spese inutili che quotidianamente porta soldi nelle tasche dei furbi togliendole a quelle dei cittadini che furbi non sono. Allorché avevamo creduto, per l’appunto, che Renzi avesse l’energia e la voglia di cimentarsi con simili sfide.

Certo, sappiamo fin troppo bene che la realtà dei fatti è necessariamente diversa da quella dei propositi. Ma quel Renzi che ci piaceva, forse piaceva a Renzi stesso. E oggi, forse, anche lui — mi piace credere — lo ricorda ogni tanto con un certo rimpianto.” (Ernesto Galli della Loggia– Corriere della Sera, 6 aprile 2016)

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