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Il futuro rimosso

Ritorno al futuro (Back to the Future) è un film del 1985 diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Michael J. Fox e Christopher Lloyd. Primo episodio della trilogia omonima, è considerato un’icona del cinema degli anni ottanta e ha riscosso un enorme successo a livello internazionale. (da Wikipedia).

Comunque la si pensi politicamente su Matteo Renzi, non si può negare che l’ex Presidente del Consiglio e Sindaco di Firenze, non sia abile a far parlare davvero molto di sé. Per la nona edizione della Leopolda tenutasi nel capoluogo toscano soltanto qualche giorno fa nel fine settimana, visto che il tema era “Ritorno al Futuro”, sul palco dell’evento è stata installata una bellissima riproduzione della macchina del tempo DeLorean della serie cinematografica omonima. E subito su mass media e social, nel bene o nel male non si è parlato d’altro se non del veicolo usato da Emmett “Doc” Brown (Christopher Lloyd) e Marty McFly (Michael J. Fox) per viaggiare nel tempo nella mitica trilogia amata da milioni di fan prima al cinema e poi sul piccolo schermo.” (da nove.firenze.it)

Personalmente ritengo che Matteo Renzi e il suo “giglio magico” rappresentino un passato stracotto rivestito di una sottile patina di giovanilistica modernità fintamente progressista. Oggi però il punto sul futuro che ci interessa è un’altro. Lo spiega bene Aldo Cazzullo, che sul Corriere della Sera del 19 ottobre scorso, scrive:

«il riscaldamento del pianeta è tanto evidente che neppure Donald Trump lo nega più (si limita a dire che non è colpa dell’uomo e quindi non ci si può fare nulla). Però in due anni avrò ricevuto ventimila lettere sui migranti e neppure una sul cambiamento climatico, che è tra le cause delle migrazioni. Pubblico alcune reazioni raccolte sui social del Corriere al rapporto dell’unione Europea perché mi sembrano utili a una riflessione non tanto sul tema, ormai conclamato, quanto sull’indifferenza che lo circonda.

Ormai sappiamo con certezza scientifica che, se non ridurremo le emissioni di anidride carbonica, il clima peggiorerà ulteriormente. Il fenomeno è più rapido di quanto pensassimo, ed è sotto gli occhi di tutti. Alla prima nevicata si faranno ironie; ma è come negare la fame nel mondo solo perché si è appena mangiato un piatto di fettuccine. Non ce ne occupiamo perché il problema riguarda l’avvenire. E l’avvenire al tempo della rete non è contemplato. Ci sono tanti selfie da scattare, tanti attimi da fermare, tante interessanti polemiche su Chiara Ferragni o Cristiano Ronaldo da seguire. La futilità della discussione pubblica rende insostenibilmente pesanti argomenti che riguardano i nostri figli e nipoti, non i nostri discendenti dei prossimi millenni, se arriveranno. Meno ancora si parla dell’allarme rilanciato dal libro postumo di Stephen Hawking, sui pericoli dell’intelligenza artificiale e della manipolazione della vita. La rimozione del futuro continua.»

Ieri, 24 ottobre 2018, qui a Bologna il termometro ha rilevato una temperatura massima di 29 gradi. Dieci gradi in più rispetto alla temperatura media stagionale secondo meteo.it. Eppure esiste ancora chi nega l’evidenza:

La capacità del movimento negazionista di rallentare le politiche ambientali spinge Gore a studiare analiticamente cause e caratteristiche di quest’atteggiamento, il cui fondamento viene individuato nell’interesse economico delle grandi multinazionali del petrolio, del carbone e del gas, minacciato da ogni azione finalizzata alla riduzione delle emissioni nocive: «potenti corporation che hanno interesse a ritardare qualunque tipo di intervento hanno sperperato soldi in una campagna cinica e disonesta per distorcere l’opinione pubblica, seminando falsi dubbi sulla realtà della crisi climatica» (p. 429). Si tratta di una massiccia e sofisticata “campagna di inganni” che si avvale di esperti finanziati ad hoc, “bugiardi a noleggio” (p. 440) incaricati di diffondere ipotesi alternative prive di base scientifica (per cui, ad esempio, il riscaldamento globale sarebbe il risultato di un ciclo naturale, oppure sarebbe già stato fermato da diversi anni, ecc.). Questa campagna si propone anzitutto di manipolare la percezione pubblica del problema, anche attraverso l’accesso agli organi di informazione: i quali, versando in difficili condizioni economiche, ricevono finanziamenti da parte delle compagnie di combustibili fossili, accettando di veicolare messaggi negazionisti. In secondo luogo, le stesse compagnie incidono sui processi decisionali attraverso l’attività di lobbying e finanziando le campagne di candidati di ogni parte politica.” (da sviluppofelice.wordpress.com )

Manipolare la percezione pubblica dei problemi non significa solo disinformare i cittadini tramite false notizie, ma anche trascurare i temi davvero importanti (come le tematiche ambientali) ponendo al contrario in evidenza le sciocchezze più irrilevanti. Scrive Giuseppe Riva: «Che cos’è un fatto? (…) esistono due grandi categorie: i “fatti” (per esempio è un fatto che questa frase inizia con la preposizione “per”, perché sia io che voi possiamo verificarla osservando la frase) e i “fatti sociali” (gli eventi la cui verità non dipende dall’evidenza, ma dall’attività della rete sociale di cui facciamo parte; ad esempio, per essere “marito” ti devi sposare). Mentre i fatti sono eventi immediatamente evidenti, i fatti sociali sono invece eventi la cui evidenza dipende dall’attività di una rete sociale.

Sono più importanti i fatti o i fatti sociali nel guidare le decisioni dei soggetti? Gli psicologi sanno già da tempo la risposta: i fatti sociali. Non a caso questi fatti sono dotati di un potere di coercizione che nasce dall’importanza che per ciascuno di noi ha il sentirsi parte di un gruppo. Tale potere di coercizione è legato a quattro fattori: la rilevanza del gruppo per l’identità sociale del soggetto, l’importanza e la rilevanza dell’argomento per il soggetto, la numerosità del gruppo che supporta una scelta, la mancanza di conflitti al suo interno.

L’analisi del concetto di “fatto” ci suggerisce un primo elemento per la costruzione di fake news efficaci: trasformarle in fatti sociali, supportati dal numero più elevato possibile di soggetti della rete. Infatti se una fake news diventa un fatto sociale sono possibili tre conseguenze. Se il soggetto la interiorizza, diventerà lui stesso un sincero sostenitore della sua verità. Se non la interiorizza ma teme il giudizio sociale, eviterà di contraddirla per paura di effetti negativi. Mentre solo chi non teme il giudizio sociale, o si sente supportato nella critica, sarà pronto a intervenire per contestarne i contenuti.  (Massimo Riva – Fake News. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità – Il Mulino, 2018) Superfluo ipotizzare quale si configura come la conseguenza più probabile per gli italiani, “ sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori” (© Ennio Flaiano)

Una delle più drammatiche responsabilità delle classi dirigenti di questo paese (di ogni orientamento) negli ultimi decenni è di aver “dimenticato”, nella loro “narrazione”, di preoccuparsi per il futuro delle generazioni a venire, scaricando sulle loro spalle i costi interni ed esterni delle loro spesso sciagurate, miopi decisioni interessate e falsamente democratiche. Al centro del loro racconto continuano invece a porre fatti sociali su cui sia possibile speculare nel presente, ad esempio l’immaginaria invasione degli immigrati. Avete mai sentito Matteo Salvini o Matteo Renzi infervorarsi per la tutela dell’ambiente? La macchina del tempo per loro è pura scenografia.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Un torbido passato

  

Si fa un gran discutere sul concetto di “populismo”; concetto in verità piuttosto confuso e ambiguo per i più. Nessun problema: ci pensa il nostro Ministro dell’Interno a chiarircene il significato. Nella sua peggiore accezione, è ovvio, ma in modo esplicito. Così: «”E’ alla fine della diretta Facebook che sfodera l’arma letale, pericolosissima per ogni tenuta democratica: “Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno“.

Raccontano che quando nel pomeriggio i carabinieri si sono presentati al ministero con la busta della procura di Palermo, Matteo Salvini non ha avuto dubbi. Già era furioso per gli attacchi di Magistratura Democratica (Salvini “eversivo”). La busta portata dai due gendarmi gli fa brillare gli occhi: sa che è l’avviso di garanzia per il caso Diciotti, lo prende come un regalo prezioso da scartare con cura di fronte ai fans in diretta Facebook. Insieme alla busta, Salvini apre consapevolmente una voragine di scontro con la magistratura che nemmeno ai tempi di Silvio Berlusconi. “Io sono stato eletto, loro no“: è lo Stato contro lo Stato, il popolo contro i pm. Letale». (da huffingtonpost.it)

Ma di cosa davvero ci stupiamo, ipocriti noi? Come scrive Tomaso Montanari, la Lega è un partito guidato da un leader che, parlando di migranti, ha dichiarato: “Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia… via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve”(febbraio 2017). Che pensa che “il fascismo ha fatto tante cose buone”( gennaio 2018). Che vuole “un cittadino su due armato” (febbraio 2018). Che si è fatto fotografare mentre dà la mano a un candidato della Lega con una croce celtica tatuata sul braccio: un candidato che poi tutta Italia conoscerà come il terrorista fascista di Macerata. Quindi, ripeto, di cosa mai ci possiamo stupire? L’abitudine di evitare il rendiconto con il proprio passato, con le proprie radici storiche potrà anche far comodo nell’immediato, ma prima o poi si paga. E l’Italia, i conti più scottanti con le sue radici e responsabilità  davvero non li ha mai fatti. Anzi, al contrario lo ha sempre accuratamente e strategicamente evitato e ha sempre messo troppa polvere sotto il tappeto. Di conseguenza ha poi dovuto, giocoforza isolare e/o eliminare coloro che osavano denunciare questa semplice, banale ma sporca e inconfessabile verità.

Pier Paolo Pasolini,  per esempio. Pasolini che già  sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 scriveva:

«Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.


Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.»

Di cosa ci stupiamo, lo sappiamo da sempre: «È nei limiti storici dell’antifascismo italiano, e nella profondità delle radici fasciste che bisogna ricercare le cause lontane che hanno permesso alla continuità dello Stato di resistere alla crisi determinata  dal crollo del fascismo e dall’avvento della repubblica, e di durare fino a oggi,malgrado le indicazioni rinnovatrici della Costituzione italiana». (Giovanni Amendola – La continuità dello Stato e i limiti storici dell’antifascismo – Editori Riuniti 1975)

Leggiamo nel libro di Davide Conti: «Le biografie pubbliche dei militari italiani rappresentate nel testo sono segnate e connesse tra loro da una comune provenienza ovvero tutti operarono, con funzioni di alto profilo, in seno all’esercito eo agli apparati di forza del fascismo nel quadro della disposizione della politica imperiale del regime, prima e durante la Seconda guerra mondiale.
La gran parte di loro, non tutti, vennero accusati dalla Jugoslavia, dalla Grecia, dall’Albania, dalla Francia e dagli angloamericani di crimini di guerra al termine del conflitto. Nessuno venne mai processato in Italia o effettivamente epurato, nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti, deputati e ministri della neonata Repubblica democratica (…) …analizzarne la dinamica e l’incidenza sul processo e sulle modalità di cesura intervenute nella transizione dall’assetto monarchico-fascista a quello repubblicano-democratico fornisce una chiave di lettura di rilievo per l’interpretazione dello sviluppo storico della democrazia in Italia e per l’individuazione dei punti di rottura e di quelli di persistenza tra le due fasi (…)
…il peso della Guerra fredda e la progressiva cristallizzazione degli equilibri geopolitici da essa definiti crearono i presupposti per una soluzione della questione dei crimini di guerra italiani che sul piano internazionale garantì l’immunità ai militari del regio esercito rispetto alle richieste degli Stati esteri, su quello interno determinò l’impunità per i crimini nazifascisti compiuti in Italia». (Davide Conti – Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana – Einaudi 2017)
E allora, insisto, di cosa ci stupiamo?
Scrive Piergiorgio Paterlini (Repubblica Bologna 7 settembre 218): «Fa bene il comune di Marzabotto a opporsi all’archiviazione del caso di Eugenio Maria Luppi, il calciatore che quasi un anno fa dopo un gol aveva esultato con il saluto romano. Per i giudici non c’è stata apologia di fascismo o pericolo all’ordinamento democratico. A me sembra vero il contrario, ma non è questo, la giustizia farà il suo corso, per continuare con le frasi d’obbligo. Mi preme però il senso generale della vicenda, il segnale che questa storia dà e darà. Come si può far cadere nel vuoto un saluto romano, con tanto di bandiera della Repubblica Sociale Italiana? A Marzabotto, oltretutto, teatro di una tragica strage nazifascista nel settembre-ottobre del 1944.
So che su questo non siamo tutti d’accordo, ma io sono fra coloro che pensano stiamo sottovalutando il pericolo. E non voglio essere fra quelli che se ne pentiranno troppo tardi.»

Norberto Bobbio diceva che dobbiamo essere “democratici sempre in allarme”. E davvero è il momento di suonare l’allarme. Ma di cosa ci stupiamo?

In testata: anti-nazi cartoon di Marian Kamensky

A seguire:

Un’immagine di Pier Paolo Pasolini

Il corpo di Pasolini all’idroscalo di Roma, 2 novembre 1975

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Non è una partita a bocce

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. (Winston Churchill)

UNO

Il 3 febbraio 2018, verso le ore 11, a Macerata, un certo Luca Traini esplode  alcuni colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, ferendo diverse persone e colpendo anche negozi ed edifici. Nella sparatoria rimangono ferite sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana dai 20 ai 32 anni. Poi Traini scende dall’auto con il tricolore legato al collo,  fa il saluto romano e grida “Viva l’Italia” davanti al monumento ai Caduti, prima di arrendersi alle Forze dell’Ordine. “Nella sua casa vengono rinvenuti elementi riconducibili all’estrema destra, tra cui una copia del Mein Kampf e una bandiera con la croce celtica.Verrà inoltre accertato che Traini era candidato con la Lega Nord per le comunali di Corridonia del 2017, tuttavia non aveva ricevuto alcuna preferenza.” (da Wikipedia)

Traini aveva un obiettivo molto preciso: sparare addosso, con la sua Glock regolarmente detenuta, a tutti i neri di Macerata: «Vuoi sapere come mi chiamo? — diceva a chi incontrava sulla sua strada — Ce l’ho scritto addosso, guarda qua…». Alla testa rasata Luca Traini è sempre piaciuto farsi chiamare «Lupo» e la scritta, in gotico nero, se l’era infatti tatuata sul collo, insieme a una croce celtica su un braccio e a un dente di lupo, il simbolo nazista, vicino alla tempia destra.  (da Corriere.it).

Solo tre settimane prima, il settimanale “l’Espresso” (n. 3 del 14 gennaio 2018) aveva pubblicato nelle pagine centrali un fumetto di 14 pagine di Zerocalcare, dal titolo “Questa non è una partita a bocce – Dieci banalità che renderebbero più igienico il dibattito sui nazisti”. Nella dodicesima pagina il fumettista ricorda i nomi «di chi è stato ammazzato dai militanti neofascisti o da chi proveniva da ambienti direttamente limitrofi, dal 2003 ad oggi». Eccoli: Davide Cesare – ucciso a coltellate a Milano nel 2003; Renato Biagetti – ucciso a coltellate a Focene nel 2006; Nicola Tommasoli – pestato a morte a Verona nel 2008; Samb Modou – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Dip Mor – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Emmanuel Chidinnamdi – pestato a morte a Fermo nel 2016.

Reazioni politiche e/o sociali e/o culturali, approssimando per eccesso: zero virgola.

DUE

“L’Espresso” attualmente in edicola (n. 36 del 22/07/2018) pubblica invece un forum cui partecipano il direttore Marco Damilano, la scrittrice Michela Murgia e lo stesso Zerocalcare. Che dice:  «Una cosa che mi ha colpito più di tutto quello che gli intellettuali di questo Paese non hanno saputo dire» l’ha sentita in un’aula di tribunale: «Se facciamo un bilancio delle cose di questi anni, e ci guardiamo attorno oggi, di sicuro sentiamo il peso delle responsabilità di ciò che abbiamo fatto. Ma pesa immensamente di più la responsabilità di ciò che non abbiamo fatto».

“La Repubblica” del 25 luglio 2018 pubblica ora l’appello di Roberto Saviano: “Rompiamo il muro del silenzio“. Inizia così: «Dove siete? Amici scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, oggi non possiamo permetterci più di essere solo questo. Oggi chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Ogni parola ha una conseguenza, certo, ma anche il silenzio ha conseguenze, diceva Sartre. E il silenzio, oggi, è un lusso che non possiamo permetterci».

E termina così: «Ho riflettuto molto prima di scrivere queste righe: non vi sto chiamando a raccolta per difendere me, ma il tempo per restare nelle retrovie è finito. Se non prenderete parte vorrà dire che quello che sta accadendo sta bene anche a voi: o complici o ribelli. “La storia degli uomini — scrisse Vasilij Grossman in Vita e destino — non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell’uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Ma se, in momenti come questo, l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere”. Voi siete il piccolo seme dell’umanità, senza di voi l’Italia è perduta. Allora, da che parte state?».

Ho letto le parole di Roberto Saviano che accolgo, perché sono sincere oneste e ci mette la faccia laddove nel mondo vige la tenenza a nickname, anonimato e fake. Ma siamo sempre al solito punto. Si fa appello a scrittori, registi e intellettuali per sostituire la mancanza di qualcun altro“. Così inizia la videorisposta all’appello di Roberto Saviano ad “uscire dal silenzio” di Stefano Massini, scrittore e drammaturgo. “Io ho delegato ciò che ho di più prezioso, i miei valori e le mie idee, a qualcun altro perché siamo in una democrazia. Alle urne sono stati sconfitti degli uomini non quei valori. Ora mi sento uno che ha affidato propri figli a qualcuno che è venuto meno al patto, se ne sta disinteressando. Magari è in ferie o perso in faide di partito fra tenenti e luogotenenti, mentre non sta facendo il suo lavoro. Quel qualcuno si vergogni profondamente“. (da Repubblica.it)

Ma come? Le vibranti e corpose iniziative politiche della fantomatica “sinistra” non sono affatto mancate. E continuano ancora oggi. Per esempio: «Matteo Renzi si sente (ancora) come Barack Obama e passa dalla politica alla tv». (il Giornale.it). Vengono poi segnalate numerose altre attività: «Silvio Berlusconi e Maria Elena Boschi si ritrovano al Palace di Merano. Entrambi hanno deciso di affidarsi alle cure del guru Henri Chenot, mago delle terapie anti-age». (il Corriere.it) Per non parlare poi delle iniziative per esempio di Luca Lotti (detto «Biondo», regista dei ripetuti soccorsi dei verdiniani all’esecutivo), di Francesco Bonifazi, Marco Carrai, Antonella Manzione, Franco Bellacci, Tiberio Barchielli, Pilade Cantini, Erasmo D’Angelis, Filippo Bonaccorsi, ecc. ecc. tutti gli “statisti” del cosiddetto “Giglio Magico” che lottano ogni giorno contro i mali del mondo. Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi… ma forse è meglio fermarsi qui.

TRE

«A oggi è impossibile prevedere quale sarà il destino ultimo del nostro sistema politico. Forse l’ascesa dei populisti sarà una fase di breve durata, che tra cento anni verrà rievocata con un misto di sconcerto e curiosità. O forse sarà un cambiamento epocale, il preannuncio di un ordine mondiale in cui i diritti individuali verranno violati a ogni piè sospinto e il vero autogoverno sparirà dalla faccia della terra. Nessuno può prometterci un lieto fine. Ma quanti di noi hanno davvero a cuore i nostri valori e le nostre istituzioni sono decisi a combattere per le nostre convinzioni senza pensare alle conseguenze. Anche se i frutti del nostro lavoro rimarranno incerti, faremo il possibile per salvare la democrazia liberale».

Con queste parole termina “Popolo vs Democrazia – Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale” di Yascha Mounk (Feltrinelli, 2018). Il libro è stato pubblicato nel marzo di quest’anno dalla Harvard University Press con il titolo originale “The People vs Democracy – Why Our Freedom Is In Danger And How To Save It” (Popolo vs Democrazia – Per quale motivo la nostra libertà è in pericolo e come salvarla).  Yascha Mounk è nato a Monaco di Baviera nel 1982, insegna Teoria politica al dipartimento di Studi governativi di Harvard, è Postdoctoral Fellow presso la German Marshall Fund’s Transatlantic Academy e Nonresident Fellow del Political Reform Program presso New America. Scrive su diverse testate internazionali.

Donald Trump, Marine Le Pen, Viktor Orbán, Vladimir Putin, Matteo Salvini. Il deterioramento della democrazia liberale, fenomeno che ora è sotto gli occhi di tutti da Mosca a Washington, fino a poco tempo fa era classificato come una pulsione marginale, merce per estremisti e sobillatori. Mounk è un giovane teorico politico che, già nel suo precoce libro di memorie, notava che le frizioni fra la sua identità ebraica e l’appartenenza nazionale tedesca fossero un esempio della postmoderna incapacità di produrre identità multiculturali. Così ha preso a studiare con gli strumenti dell’indagine sociologica la tenuta del sistema democratico.

«Negli ultimi quindici anni, dopo una delle più lunghe e complesse crisi del mondo occidentale, le democrazie liberali stanno iniziando a scricchiolare sotto il peso della rabbia, della frustrazione e della delusione delle loro cittadinanze, ma soprattutto dei movimenti politici populisti che prima hanno soffiato sul fuoco di questa rabbia e ora la cavalcano. E quello che fino a qualche decennio fa era impensabile, il crollo del sistema politico su cui l’Occidente ha costruito la propria identità novecentesca, diventa di giorno in giorno più realistico. (…)

Democrazia viene dall’unione di due parole Demos e Crazia. Tu ora mi hai parlato di un problema della Crazia, ovvero del potere, che ha deluso le aspettative della gente. Ma la gente, il Demos, non ha la sua parte di colpe?
Il nostro sistema politico è la democrazia liberale e si regge su due aspetti fondamentali: la libertà individuale e l’idea che il popolo governi, ovvero che la gente possa avere un’influenza sulla politica. Secondo me è da un po’ di tempo che questo non è più vero. La colpa della gente forse è stata quella di pensare che tutto fosse garantito, che non ci fosse più bisogno di sorvegliare il sistema, di difendere le proprie libertà e i propri diritti». (da Linkiesta.it – intervista di Andrea Coccia)

Noi siamo il popolo,” ha detto una volta Erdogan ai suoi oppositori. “Voi chi siete?” Norbert Hofer, leader del Partito della libertà austriaco, uno schieramento di destra, ha fatto eco allo stesso sentimento in una recente campagna elettorale. “Voi avete l’alta società dietro di voi” ha detto. “Io ho il popolo con me.La promessa di dare espressione alla voce autentica della gente è la caratteristica centrale del populismo. Quando la loro popolarità cala, i populisti smantellano i meccanismi indipendenti di controllo del potere. In Turchia e Venezuela, per esempio, malgrado gli sforzi compiuti, i difensori della democrazia liberale non sono riusciti a impedire che i loro paesi scivolassero nella dittatura, e che loro venissero condannati e perseguitati.

In quanto “nemici del popolo”, è ovvio. Benito Mussolini e Adolf Hitler sono andati al potere esattamente in questo modo. È impossibile negarlo: anche se qualcuno sembra considerarla tale, questa non è davvero una partita a bocce.

E voi quante vite pensate di avere? Comunque sia, buone vacanze a (quasi) tutti.

In testata: un murale di Banksy, che è stato cancellato dal consiglio comunale di un paesino dell’Essex, Clacton-on-Sea,  perché reputato “razzista”. Traduzione delle scritte:“Gli immigrati non sono benvenuti” – “Tornate in Africa” – “Alla larga dai nostri vermi”.   

Pride (In the Name of Love) degli U2, estratto come primo singolo dall’album The Unforgettable Fire il 4 settembre 1984, è dedicata a Martin Luther King.

Il brano “Le quattro volte” di Brunori Sas è contenuto nell’album “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi (2014)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Orgogliosamente disumani

GLI INUMANI (Inhumans) sono una specie immaginaria dei fumetti, creata da Stan Lee (testi) e Jack Kirby (disegni), pubblicata dalla Marvel Comics. La loro prima apparizione avviene in The Fantastic Four (Vol. 1) n. 45 (dicembre 1965). (da Wikipedia)

Invece la capogruppo della Lega nel Consiglio comunale di Bologna , Francesca Scarano, non appartiene affatto ad una specie immaginaria dei fumetti. Al contraria, ella rappresenta una reale tipologia umana che da qualche tempo prolifera in modo esponenziale sia nella società “civile” che in quella “politica”. Infatti: “… i toni usati da Scarano non coincidono col profilo moderato che la capogruppo ha sempre mantenuto in Consiglio comunale. «Non siamo la pattumiera dell’Europa e non agevoleremo più il vergognoso business del terzo millennio», un passaggio del suo lungo post su Facebook. E soprattutto: «Siamo orgogliosamente disumani, se l’umanità vuol dire gestire come fatto sinora un’immigrazione incontrollata»“. (Corriere di Bologna, 13 giugno 2018)

IL VANGELO. Non la pensa per nulla allo stesso modo il cardinale Ravasi, che nel frattempo twittava un versetto del Vangelo a proposito della nave Aquarius bloccata dal ministro Salvini. Una citazione di Gesù, e sono partiti gli attacchi degli haters nei social contro il cardinale Ravasi, che dal vangelo di Matteo (25, 31 sgg.) ha citato il versetto con il quale Cristo indica quale destino di perdizione attenda chi si rende colpevole di certe mancanze: «Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato »

«Ho solo ricordato il Vangelo, Matteo 25,43. Non aggiungo altro. In generale dico che l’importante è essere spina nel fianco. E questo forse la scuola non lo insegna più, accontentandosi della tecnica, di competenze e non di sapere. (…) non basta solo la tecnologia, ma occorrono le scienze umane per poter far cantare il cuore».  (la Repubblica Bologna, 13 giugno 2018)

En passant, ricordo che il cattolico e pacioso Matteo Salvini, rosario e Vangelo sempre alla mano, ha definito i giovani frequentatori dei centri sociali con il poco biblico appellativo di “zecche rosse“.

CATTIVI E IPOCRITI. Fatti i doverosi distinguo e le necessarie distinzioni storiche nonché socio-economiche, si riporta di seguito un estratto dall’importante discorso segreto del 10 novembre 1938 di Adolf Hitler  (il cui rapporto pubblico con la religione era segnato dal pragmatismo più opportunista “adattato” ai suoi fini politici più immediati) ai dirigenti della stampa tedesca. Egli si espresse come segue: «Le circostanze mi hanno costretto a parlare, per decenni, quasi solo di pace. Soltanto sottolineando di continuo la volontà di pace e le prospettive di pace tedesche mi è stato possibile conquistare passo passo la libertà al popolo tedesco e assicurargli quella potenza militare che costituiva, volta per volta, la premessa per la tappa successiva. Va da sé che una propaganda pacifista del genere, proseguita per tanto tempo, ha anche i suoi aspetti negativi, nel senso che fin troppo facilmente può provocare il radicarsi, nel cervello di molti, della convinzione che il regime attuale sia, in sé e per sé, identificabile con la decisione e la volontà di preservare a ogni costo la pace. Ciò però, non soltanto avrebbe per effetto un’errata interpretazione degli obiettivi di questo sistema, ma anche e soprattutto porterebbe la nazione tedesca… a essere pervasa da uno spirito che, a lungo andare, si trasformerebbe in disfattismo, mandando in fumo inevitabilmente i successi dell’attuale regime. Se per anni ho parlato soltanto di pace, è stato perché vi ero costretto. In seguito si è manifestata la necessità di dare un po’ alla volta un altro indirizzo psicologico al popolo tedesco, in modo che, sia pure lentamente, si rendesse conto che ci sono cose le quali, quando non possono essere realizzate mediante mezzi pacifici, devono esserlo col ricorso alla forza… È un lavoro che ha richiesto mesi: un lavoro che è stato iniziato, proseguito, perfezionato, programmaticamente». (da “Hitler: Una biografia” di Joachim Fest – Garzanti)

«È un po’ prima dell’una un po’ dopo mezzogiorno, l’ora dei soci anziani, di quelli che contano nel Circolo e non solo nel Circolo, capi, notabili, decani di questo e di quello, si stanno spogliando in fretta e furia, paroliandosi allegramente, manate, colpetti sulle pance, urlati commenti sui reciproci corpaccioni che sono veramente uno schifo… no, ha ragione mamma, non è un ambiente molto chic questo, pensa Ninì. E dire che lei non li ha visti negli spogliatoi, li vede solo nelle sale del Circolo dove assumono un contegno. Qui li dovrebbe vedere, è un’altra cosa qui, sono diversi, si lasciano andare al rutto, al peto, girano tutti nudi con quei piedi unghiogialluti, li senti euforici sotto le docce che si raccontano storie di casino, che parlano di troie con competenza, rispondono cordialmente ad un insulto, e sempre esagerati nelle parole e nei movimenti, con quelle facce segnate, come dice Massimo, dalle rughe degli infiniti sorrisi servili rivolti ai potenti, e degli austeri cipigli rivolti agli inferiori. Poi te li trovi nelle sale del Circolo, in doppiopetto, al tavolo di ramino o di baccarà a discutere di questioni di precedenza e di procedure, ti fanno la lezione, statti zitto, io sono più vecchio di te, queste cose le so, ho l’esperienza. Esperienza un cacchio!» (Raffaele La Capria, Ferito a Morte – Mondadori, 2017)

GIUSTI E INGIUSTI. «I più vecchi di noi hanno intanto ben chiara la memoria di un tempo non molto lontano in cui schierarsi da una parte o dall’altra e identificare nel mondo all’intorno il giusto e l’ingiusto era una cosa di una semplicità estrema. In quel tempo, l’immagine della verità era chiara, inconfondibile e incrollabile davanti a noi e si sapeva sempre dove era situata. Mai avremmo pensato allora che ci potesse apparire un giorno segreta e sfuggente. Non solo i fatti che un tempo accadevano erano semplici da giudicare, offrendosi ai nostri occhi in colori chiari e risplendendo al disopra di essi un’immagine chiara e solare della verità, e non solo noi avevamo davanti al nostro pensiero una realtà ben meno affollata e meno immensa, dove ci muovevamo sicuri nello sdegno e nell’assentimento. Ma in noi allora non si era insinuata l’idea che l’innocenza e la colpa sono tanto spesso mescolate e aggrovigliate in nodi così stretti che l’uomo, con il suo metro inadeguato e rozzo e con i suoi sensi poveri, non è in grado di districarle. Non si era ancora insinuata in noi l’idea che l’uomo si trova debole e sprovveduto dinanzi alla complessità dei fatti». (Natalia Ginzburg, da “Pietà universale” in “Mai devi domandarmi” – Einaudi).

SCHIERARSI. Natalia Ginzburg ha scritto queste parole nell’ottobre del 1970. Dopo quasi cinquant’anni, purtroppo sembrano tornare tempi in cui “schierarsi da una parte o dall’altra e identificare nel mondo all’intorno il giusto e l’ingiusto era una cosa di una semplicità estrema“. Ci auguriamo di sbagliare, è ovvio. Urge comunque citare per l’ennesima volta George Santayana, da “La vita della ragione”: «Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo». Perché in realtà siamo e rimaniamo sempre semplicemente umani.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)