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Tag: Narcisismo

Fenomenologia del selfie

Selfie 1

Su Pacific Standard è uscito un articolo a firma Tom Jacobs dal titolo “L’autoalimentante spirale del narcisismo on line”. Ecco la mia (spero comprensibile) traduzione.

Non è certo stata una notizia sconvolgente quando ricercatori hanno sostenuto che i narcisisti postano più selfie sui social media rispetto a quelli di noi che hanno un’immagine di sè meno grandiosa. Ma questa conclusione non rispondeva alla questione chiave: è il narcisismo che “costringe” a  postare i selfies, oppure è il fatto stesso di postare che rende più narcisisti?

Una nuova ricerca effettuata in Sud America suggerisce che la risposta sia: entrambi. Essa riferisce che postare selfies può inserire le persone con tendenze narcisistiche in una spirale di sempre più esasperata auto-considerazione

“Col passare del tempo, le persone narcisiste si fanno sempre più selfies,” scrive un gruppo di ricerca guidato da Daniel Halpern della Pontifical Catholic University of Chile. “Questo incremento di selfies innalza di conseguenza il livello di narcisismo.”

“Users who engage in this behavior probably feel rewarded by sharing their own images with other users, augmenting their levels of narcissism.”

“Sebbene possa sembrare sorprendente che farsi selfies – un comportamento relativamente insignificante – possa comportare un effetto significativo su una caratteristica del carattere,” scrivono i ricercatori nella rivista Personalità e Differenze Individuali, “ciononostante sembra che sia proprio così”.

Il loro studio ha coinvolto 314 partecipanti di età compresa tra 18 a oltre 65 anni. Essi hanno compilato un dettagliato questionario, a cui ha fatto seguito un’altra indagine un anno dopo.

Nell’indagine iniziale, essi hanno risposto ad affermazioni come “Mi piace essere al centro dell’attenzione,” “Non sarò mai soddisfatto finchè non ottengo tutto ciò che merito,” e “Mi piace guardare me stesso nel loro specchio.” Le loro risposte, in una scala da uno a cinque (da forte disaccordo a fortemente d’accordo), sono stati combinati per creare una graduatoria di narcisismo.

Poi fu chiesto loro quanto frequentemente negli anni passati si sono fatti fotografie e li hanno condivisi sui social media. Inoltre hanno fornito informazioni su variabili come età, i genere, livello di estroversione e frequenza nell’uso dei social media in generale.

Un anno dopo gli è stato chiesto di nuovo il loro livello di utilizzo dei social media e quanto spesso hanno postato selfies. Essi hanno contrassegnato la loro risposta in una scala da uno (mai) a sette (ogni giorno).

In accordo con gli studi precedenti, i ricercatori hanno rilevato che “le persone con alto livello di narcisismo sono frequentemente impegnati a farsi selfies.” In più, essi hanno anche scoperto che postare questi autoritratti informali “di volta in volta incrementa i livelli di narcisismo nel tempo.”

In altre parole, si tratta di un processo reciproco, nel quale gli utenti “che hanno qualche grado iniziale di narcisismo” si trovano rinforzata questa spiacevole caratteristica.

“Gli utenti coinvolti in questo tipo di comportamento probabilmente si sentono ricompensati dal fatto di condividere le proprie immagini con altri utenti, aumentando così il oro livello di narcisismo,” scrive Halpern con i suoi colleghi. Questo suggerisce loro di postare ancora più selfies, il che conduce quindi ad ancor maggiori di livelli di auto-soddisfazione.

Che poi il postare selfies induca o meno il narcisismo in persone “che non lo avevano inizialmente manifestato,” è una questione ancora aperta, hanno aggiunto.

Così, mentre Facebook non può essere del tutto colpevolizzato per il nostro crescente narcisismo, sembra comunque amplificare il problema. Forse la sua prossima serie di emoticons potrebbe prevederne una che rappresenti una testa rigonfia.

Nell’immagine: Ellen DeGeneres and others pose for a selfie taken by Bradley Cooper during the 86th Annual Academy Awards at the Dolby Theatre on March 2, 2014, in Hollywood, California. (Photo: Ellen DeGeneres/Twitter via Getty Images)

“Gli anni”, però.

Annie-Ernaux

Gli anni” di Annie Ernaux (L’Orma Editore – 2015) è un libro autobiografico al tempo stesso molto bello, molto francese, molto femminile (e femminista), che rappresenta molto bene i tempi trascorsi dal secondo dopoguerra ad oggi, la posizione sociopolitica (che condivido in massima parte) e il necessario carattere narcisista dell’autrice, nonché degli artisti in generale. La quale autrice , si capisce molto bene anche solo leggendola, non avendola mai né vista né conosciuta, essere una donna molto bella e intelligente. Altri hanno giustamente scritto molto bene di questo libro: ad esempio Andrea Bajani su Le Parole e le Cose,  oppure Matteo Moca su Minima & Moralia, oppure Claudia Zunino su L’Indice On Line, Loredana Lipperini nel suo blog Lipperatura, ecc. Condivido la maggior parte di questi contenuti. Però… Ho una mia modesta singola piccola critica. Anzi doppia critica. La prima è determinata dal fatto che detesto gli album delle fotografie; questo libro sembra invece essere strutturato su uno di essi. A mio parere, però…: gli album fotografici, le nostre fotografie (soprattutto quelle personali-famigliari) sono quasi sempre idealizzate e falsate alla nostra vista dalla patina del tempo e dalla – ahimè – inevitabile ma deleteria nostalgia, che tutto smussa e addolcisce, anche “i peggio momenti” .
La seconda critica consiste nel fatto che trovo eccessivamente autoriferiti (egocentrici, insomma) brani come il seguente, dove non capisco assolutamente cosa intenda l’autrice, parlando in terza persona della propria esperienza , quando cita la propria, cosiddetta, “sensazione palinsesto“:

“Un tempo di una natura sconosciuta s’impadronisce della sua coscienza e del suo corpo, un tempo nel quale il passato e il presente si sovrappongono senza confondersi, dove le sembra di raggiungere fuggevolmente tutte le forme dell’essere che è stata. Le è già capitato di vivere questa sensazione – forse anche le droghe la provocano ma lei, che ha sempre preferito il piacere della lucidità, non ne ha mai fatto uso –, e ora la esperisce in maniera più estesa e rallentata. Le ha dato un nome, l’ha chiamata «sensazione palinsesto», anche se, a fare affidamento sulla definizione del dizionario, «manoscritto raschiato per poterci riscrivere sopra», palinsesto forse non è il termine più adatto. Vi ci vede un possibile strumento di conoscenza, non soltanto per se stessa, ma in maniera più generale, quasi scientifica – di cosa, non saprebbe dirlo. Nel suo progetto di scrittura su una donna vissuta dagli anni Quaranta a oggi, progetto che ha sempre più timore di non realizzare, fino a sentirsene in colpa, vorrebbe, forse influenzata da Proust, utilizzarla come chiave d’accesso, per il bisogno di fondare la sua impresa su un’esperienza reale. È una sensazione che la risucchia gradualmente lontano dalle parole e da ogni linguaggio, verso i primi anni senza ricordi e il tepore rosa della culla, che le fa attraversare una serie di stanze dentro ad altre stanze – quelle di Compleanno, il quadro di Dorothea Tanning –, cancella le sue azioni e gli eventi collettivi, abolisce tutto ciò che negli anni ha imparato, pensato, desiderato e l’ha condotta fin lì, in quel letto, con quell’uomo più giovane, è una sensazione che sopprime la sua storia. E invece quello che vorrebbe fare nel suo libro è proprio salvare tutto, tutto ciò che è stato attorno a lei, sempre, salvare le circostanze. Ma forse l’esistenza stessa di questa sensazione dipende proprio dalla Storia, dai cambiamenti nella vita delle donne e degli uomini occorsi nel tempo e che ora le permettono di esperirla trovandosi a cinquantotto anni al fianco di un uomo di ventinove senza provare nessun senso di colpa né, d’altra parte, nessun orgoglio particolare. Non è sicura che la «sensazione palinsesto» abbia una valenza euristica superiore rispetto agli altrettanto frequenti episodi in cui sente la sua esistenza, i suoi «io», prendere vita dentro i personaggi di libri e di film, quando sente di essere la donna di Sue e Claire Dolan, visti da poco, oppure Jane Eyre, o Molly Bloom – o Dalida.” 

La terza critica (ma non erano due?) è che se avessi o avessi avuto oppure avrò (dio me ne scampi ma non si sa mai)  a cinquantotto anni un’amante di ventinove anni più giovane, anch’io non proverei forse “nessun senso di colpa né, d’altra parte, nessun orgoglio particolare.”  Appunto per questo, però, non ne parlerei affatto, tanto meno ne scriverei. Se non altro, per evitare di alimentare il fondato sospetto di eccessivo ego-narcisismo.” Gadda ha scritto: “I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. ” E il suo bersaglio preferito, tra tutti, sarebbe stato quello di prima persona: “L’io, l’io!… Il più lurido di tutti i pronomi!”, dice Gonzalo, protagonista parzialmente autobiografico de La cognizione del dolore. Appunto, troppi, troppi pronomi, troppi IO in questo bel libro.

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