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Le piccole virtù

Cominciamo con una citazione: “Quando incontra Alberto [Moravia, N.d.R.], la giovane vita della Maraini è già stata segnata da due episodi drammatici. Durante la seconda guerra mondiale, Dacia è in Giappone con la famiglia, al seguito del padre Fosco che sta compiendo degli studi sugli Hainu, una popolazione del nord. Ma nel 1943 il governo nipponico chiede a Fosco e a Topazia [la madre, N.d.R.] di aderire alla Repubblica di Salò. Al loro rifiuto i Maraini, con tre bambine piccole, vengono rinchiusi in un campo di concentramento e per mesi le loro razioni di cibo sono talmente scarse che rischiano tutti di morire di fame. «È stata un’esperienza traumatica – ricorda Dacia -, ogni sera mi stupivo di essere ancora viva e la fame era un’ossessione che non mi lasciava mai»

Disperato per le condizioni delle sue bambine, Fosco alla fine decide di seguire un antico rituale giapponese dei samurai: si taglia un dito e lo lancia contro i suoi carcerieri. Con questo estremo gesto di coraggio vuole costringerli a fare qualcosa per loro. Quella di Fosco sembra una pazzia, in realtà in questo modo cruento riesce a suscitare il rispetto delle guardie che dopo molte proteste portano al campo una capretta. E grazie al suo latte le tre sorelle Maraini sopravvivono.” (da Anna Folli – MoranteMoravia. Una storia d’amore. Neri Pozza, 2018)

Saggezza, coraggio, umanità, trascendenza, giustizia, moderazione. Sono queste le sei classi di virtù a loro volta composte di ventiquattro forze caratteriali, secondo un gruppo di psicologi ricercatori che hanno pubblicato un apposito  “manuale” su  positivepsychologyprogram.com. Nella religione cattolica invece le virtù cardinali, che sono denominate anche virtù umane principali,  sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. (da Wikipedia) Altri propongono una classificazione basata sulle classi secondo temperanza coraggio, liberalità, magnanimità, mansuetudine e giustizia. Ma questa volontà di classificazione non importa più di tanto.

Le piccole virtù” è un breve saggio di Natalia Ginzburg, che è contenuto nella omonima raccolta pubblicata per la prima volta nel 1962 da Einaudi. La Ginzburg vi tratta dell’educazione dei figli. Inizia così:

«Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere. Di solito invece facciamo il contrario: ci affrettiamo a insegnare il rispetto per le piccole virtù, fondando su di esse tutto il nostro sistema educativo. Scegliamo, in questo modo, la via più comoda: perché le piccole virtù non racchiudono alcun pericolo materiale, e anzi tengono al riparo dai colpi della fortuna.

Trascuriamo d’insegnare le grandi virtù, e tuttavia le amiamo, e vorremmo che i nostri
figli le avessero: ma nutriamo fiducia che scaturiscano spontaneamente nel loro animo, un
giorno avvenire, ritenendole di natura istintiva, mentre le altre, le piccole, ci sembrano il frutto d’una riflessione e di un calcolo e perciò noi pensiamo che debbano assolutamente essere insegnate. In realtà la differenza è solo apparente. Anche le piccole virtù provengono dal profondo del nostro istinto, da un istinto di difesa: ma in esse la ragione parla, sentenzia, disserta, brillante avvocato dell’incolumità personale. Le grandi virtù sgorgano da un istinto in cui la ragione non parla, un istinto a cui mi sarebbe difficile dare un nome. E il meglio di noi è in quel muto istinto: e non nel nostro istinto di difesa, che argomenta, sentenzia, disserta con la voce della ragione.

L’educazione non è che un certo rapporto che stabiliamo fra noi e i nostri figli, un certo clima in cui fioriscono i sentimenti, gli istinti, i pensieri. Ora io credo che un clima tutto ispirato al rispetto per le piccole virtù, maturi insensibilmente al cinismo, o alla paura di vivere. Le piccole virtù, in se stesse, non hanno nulla da fare col cinismo, o con la paura di vivere: ma tutte insieme, e senza le grandi, generano un’atmosfera che porta a quelle conseguenze. Non che le piccole virtù, in se stesse, siano spregevoli: ma il loro valore è di ordine complementare e non sostanziale; esse non possono stare da sole senza le altre, e sono, da sole senza le altre, per la natura umana un povero cibo.

Il modo di esercitare le piccole virtù, in misura temperata e quando sia del tutto indispensabile, l’uomo può trovarlo intorno a sé e berlo nell’aria: perché le piccole virtù sono di un ordine assai comune e diffuso tra gli uomini. Ma le grandi virtù, quelle non si respirano nell’aria: e debbono essere la prima sostanza del nostro rapporto coi nostri figli, il primo fondamento dell’educazione. Inoltre, il grande può anche contenere il piccolo: ma il piccolo, per legge di natura, non può in alcun modo contenere il grande.»

Fosco Maraini senza dubbio aveva come riferimento le grandi virtù, più che le piccole. Così come senza dubbio lo aveva anche Leone Ginzburg, primo marito di Natalia; fu arrestato dai fascisti il 20 novembre 1943, consegnato ai tedeschi come ebreo, incarcerato, quindi torturato e di conseguenza  ucciso tre mesi dopo. La sua ultima lettera a Natalia non porta la data: «Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza, che tu lavori e scriva e sia utile agli altri

Scriveva nel ’500 il filosofo francese Étienne de La Boétie, nel Discorso sulla servitù volontaria: “Vorrei capire come sia possibile che tanti uomini… talvolta sopportino un tiranno solo, che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano, che ha la capacità di nuocere loro solo finché sono disposti a tollerarlo, e che non potrebbe fare loro alcun male se essi non preferissero sopportarlo anziché opporglisi… Sono i popoli stessi che si lasciano incatenare, perché se smettessero di servire, sarebbero liberi. È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo, che potendo scegliere tra servitù e libertà, rifiuta la sua indipendenza e si sottomette al giogo… Il padrone che vi domina ha solo due occhi, due mani, un corpo, niente di diverso dall’ultimo dei cittadini… salvo i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite… Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi”.

Dostoevskij scrisse una volta che l’uomo non teme nulla più della vera libertà. Forse è proprio questo il motivo per cui insegniamo e adottiamo soprattutto il rispetto per le piccole, di virtù. Perché quelle grandi potrebbero magari renderci davvero più liberi. E questo ci spaventa.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Orgogliosamente disumani

GLI INUMANI (Inhumans) sono una specie immaginaria dei fumetti, creata da Stan Lee (testi) e Jack Kirby (disegni), pubblicata dalla Marvel Comics. La loro prima apparizione avviene in The Fantastic Four (Vol. 1) n. 45 (dicembre 1965). (da Wikipedia)

Invece la capogruppo della Lega nel Consiglio comunale di Bologna , Francesca Scarano, non appartiene affatto ad una specie immaginaria dei fumetti. Al contraria, ella rappresenta una reale tipologia umana che da qualche tempo prolifera in modo esponenziale sia nella società “civile” che in quella “politica”. Infatti: “… i toni usati da Scarano non coincidono col profilo moderato che la capogruppo ha sempre mantenuto in Consiglio comunale. «Non siamo la pattumiera dell’Europa e non agevoleremo più il vergognoso business del terzo millennio», un passaggio del suo lungo post su Facebook. E soprattutto: «Siamo orgogliosamente disumani, se l’umanità vuol dire gestire come fatto sinora un’immigrazione incontrollata»“. (Corriere di Bologna, 13 giugno 2018)

IL VANGELO. Non la pensa per nulla allo stesso modo il cardinale Ravasi, che nel frattempo twittava un versetto del Vangelo a proposito della nave Aquarius bloccata dal ministro Salvini. Una citazione di Gesù, e sono partiti gli attacchi degli haters nei social contro il cardinale Ravasi, che dal vangelo di Matteo (25, 31 sgg.) ha citato il versetto con il quale Cristo indica quale destino di perdizione attenda chi si rende colpevole di certe mancanze: «Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato »

«Ho solo ricordato il Vangelo, Matteo 25,43. Non aggiungo altro. In generale dico che l’importante è essere spina nel fianco. E questo forse la scuola non lo insegna più, accontentandosi della tecnica, di competenze e non di sapere. (…) non basta solo la tecnologia, ma occorrono le scienze umane per poter far cantare il cuore».  (la Repubblica Bologna, 13 giugno 2018)

En passant, ricordo che il cattolico e pacioso Matteo Salvini, rosario e Vangelo sempre alla mano, ha definito i giovani frequentatori dei centri sociali con il poco biblico appellativo di “zecche rosse“.

CATTIVI E IPOCRITI. Fatti i doverosi distinguo e le necessarie distinzioni storiche nonché socio-economiche, si riporta di seguito un estratto dall’importante discorso segreto del 10 novembre 1938 di Adolf Hitler  (il cui rapporto pubblico con la religione era segnato dal pragmatismo più opportunista “adattato” ai suoi fini politici più immediati) ai dirigenti della stampa tedesca. Egli si espresse come segue: «Le circostanze mi hanno costretto a parlare, per decenni, quasi solo di pace. Soltanto sottolineando di continuo la volontà di pace e le prospettive di pace tedesche mi è stato possibile conquistare passo passo la libertà al popolo tedesco e assicurargli quella potenza militare che costituiva, volta per volta, la premessa per la tappa successiva. Va da sé che una propaganda pacifista del genere, proseguita per tanto tempo, ha anche i suoi aspetti negativi, nel senso che fin troppo facilmente può provocare il radicarsi, nel cervello di molti, della convinzione che il regime attuale sia, in sé e per sé, identificabile con la decisione e la volontà di preservare a ogni costo la pace. Ciò però, non soltanto avrebbe per effetto un’errata interpretazione degli obiettivi di questo sistema, ma anche e soprattutto porterebbe la nazione tedesca… a essere pervasa da uno spirito che, a lungo andare, si trasformerebbe in disfattismo, mandando in fumo inevitabilmente i successi dell’attuale regime. Se per anni ho parlato soltanto di pace, è stato perché vi ero costretto. In seguito si è manifestata la necessità di dare un po’ alla volta un altro indirizzo psicologico al popolo tedesco, in modo che, sia pure lentamente, si rendesse conto che ci sono cose le quali, quando non possono essere realizzate mediante mezzi pacifici, devono esserlo col ricorso alla forza… È un lavoro che ha richiesto mesi: un lavoro che è stato iniziato, proseguito, perfezionato, programmaticamente». (da “Hitler: Una biografia” di Joachim Fest – Garzanti)

«È un po’ prima dell’una un po’ dopo mezzogiorno, l’ora dei soci anziani, di quelli che contano nel Circolo e non solo nel Circolo, capi, notabili, decani di questo e di quello, si stanno spogliando in fretta e furia, paroliandosi allegramente, manate, colpetti sulle pance, urlati commenti sui reciproci corpaccioni che sono veramente uno schifo… no, ha ragione mamma, non è un ambiente molto chic questo, pensa Ninì. E dire che lei non li ha visti negli spogliatoi, li vede solo nelle sale del Circolo dove assumono un contegno. Qui li dovrebbe vedere, è un’altra cosa qui, sono diversi, si lasciano andare al rutto, al peto, girano tutti nudi con quei piedi unghiogialluti, li senti euforici sotto le docce che si raccontano storie di casino, che parlano di troie con competenza, rispondono cordialmente ad un insulto, e sempre esagerati nelle parole e nei movimenti, con quelle facce segnate, come dice Massimo, dalle rughe degli infiniti sorrisi servili rivolti ai potenti, e degli austeri cipigli rivolti agli inferiori. Poi te li trovi nelle sale del Circolo, in doppiopetto, al tavolo di ramino o di baccarà a discutere di questioni di precedenza e di procedure, ti fanno la lezione, statti zitto, io sono più vecchio di te, queste cose le so, ho l’esperienza. Esperienza un cacchio!» (Raffaele La Capria, Ferito a Morte – Mondadori, 2017)

GIUSTI E INGIUSTI. «I più vecchi di noi hanno intanto ben chiara la memoria di un tempo non molto lontano in cui schierarsi da una parte o dall’altra e identificare nel mondo all’intorno il giusto e l’ingiusto era una cosa di una semplicità estrema. In quel tempo, l’immagine della verità era chiara, inconfondibile e incrollabile davanti a noi e si sapeva sempre dove era situata. Mai avremmo pensato allora che ci potesse apparire un giorno segreta e sfuggente. Non solo i fatti che un tempo accadevano erano semplici da giudicare, offrendosi ai nostri occhi in colori chiari e risplendendo al disopra di essi un’immagine chiara e solare della verità, e non solo noi avevamo davanti al nostro pensiero una realtà ben meno affollata e meno immensa, dove ci muovevamo sicuri nello sdegno e nell’assentimento. Ma in noi allora non si era insinuata l’idea che l’innocenza e la colpa sono tanto spesso mescolate e aggrovigliate in nodi così stretti che l’uomo, con il suo metro inadeguato e rozzo e con i suoi sensi poveri, non è in grado di districarle. Non si era ancora insinuata in noi l’idea che l’uomo si trova debole e sprovveduto dinanzi alla complessità dei fatti». (Natalia Ginzburg, da “Pietà universale” in “Mai devi domandarmi” – Einaudi).

SCHIERARSI. Natalia Ginzburg ha scritto queste parole nell’ottobre del 1970. Dopo quasi cinquant’anni, purtroppo sembrano tornare tempi in cui “schierarsi da una parte o dall’altra e identificare nel mondo all’intorno il giusto e l’ingiusto era una cosa di una semplicità estrema“. Ci auguriamo di sbagliare, è ovvio. Urge comunque citare per l’ennesima volta George Santayana, da “La vita della ragione”: «Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo». Perché in realtà siamo e rimaniamo sempre semplicemente umani.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Cuore e tenebra

Per Milan Kundera  (ma non solo per lui) lo spirito del romanzo consiste  nello spirito di complessità («Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”» ). Ma non tutti la pensano così.  Ad esempio  Edmondo De Amicis. A quanto pare, per lui lo spirito giusto consisteva nella  semplificazione “educativa”. Almeno a giudicare dal suo celeberrimo libro “Cuore“. Umberto Eco già nel 1962 aveva scritto un “Elogio di Franti” (in Diario Minimo – Bompiani), mentre Natalia Ginzburg  scriveva nel 1970:

«A parte l’affetto, giudicando oggi Cuore trovo che non è per niente un bel libro. È abile e falso. È furbissimo e illustra con efficacia retorica un mondo che, in verità, nella sua sostanza, non è mai esistito se non nei libri. I suoi personaggi non hanno nessuna vita; definiti all’inizio, percorrono fino alla fine il cammino e compiono i gesti che fin dall’inizio ci eravamo aspettati: Garrone è sempre giusto e generoso; Franti è sempre perfido; il muratorino fa sempre il muso di lepre. Vi sono, è vero, alcuni ravvedimenti (…) Ma simili trasformazioni sono in qualche modo prevedibili: la virtù vince il male, il cuore trionfa, la scuola intesa come fucina di buoni sentimenti irradia un fuoco benefico, istruisce al bene. Chi non si ravvede mai, per fortuna, è il perfido Franti». (da “Mai devi domandarmi” – Einaudi, 2013)

Verifichiamo infatti che De Amicis descriveva  il “perfido” Franti in questo modo: «Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, (ma non tremava davanti a Garrone, n.d.r…?) ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni dalla giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libro, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni ch’egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte; sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo.  (…) Derossi gli disse un giorno: – Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, – ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre. Ma questa mattina, finalmente, si fece scacciare come un cane. Mentre il maestro dava a Garrone la brutta copia del Tamburino sardo, il racconto mensile di gennaio, da trascrivere, egli gittò sul pavimento un petardo che scoppiò facendo rintronar la scuola come una fucilata. Tutta la classe ebbe un riscossone. Il maestro balzò in piedi e gridò: – Franti! fuori di scuola! – Egli rispose: – Non son io! – Ma rideva. Il maestro ripeté: – Va’ fuori! – Non mi muovo, – rispose. Allora il maestro perdette i lumi, gli si lanciò addosso, lo afferrò per le braccia, lo strappò dal banco. Egli si dibatteva, digrignava i denti: si fece trascinar fuori di viva forza. Il maestro lo portò quasi di peso dal Direttore, e poi tornò in classe solo e sedette al tavolino, pigliandosi il capo fra le mani, affannato, con un’espressione così stanca e afflitta, che faceva male a vederlo. – Dopo trent’anni che faccio scuola! – esclamò tristamente, crollando il capo. Nessuno fiatava. Le mani gli tremavano dall’ira, e la ruga diritta che ha in mezzo alla fronte, era così profonda, che pareva una ferita. Povero maestro! Tutti ne pativano. Derossi s’alzò e disse: – Signor maestro, non si affligga. Noi le vogliamo bene. – E allora egli si rasserenò un poco e disse: – Riprendiamo la lezione, ragazzi. » (Edmondo De Amicis – “Cuore”, 1886)

Un mostro, insomma, l’incarnazione del male, Franti. Povero ragazzino: nessuna pietà per lui, irredimibile “cattivo per natura”. Un diverso. Però, però… però la realtà è un’altra cosa! Anche se  qualcuno trova molto comodo credere al contrario, la vita non è così semplice; essa è molto più complicata di così. Nella realtà i mulini bianchi non esistono, vengono creati e diffusi ad arte nell’immaginario collettivo al fine di suggestionarci, per convincerci ad acquistare senza alcun sforzo di ragionamento qualche genere di prodotto. Non necessariamente materiale. Anche e soprattutto politico.

È perciò evidente che il cosiddetto “libro Cuore” non è affatto un romanzo. Non ne possiede le caratteristiche. Il il suo centro consiste, infatti, proprio nel rifiuto della complessità, nella schematizzazione senza sfumature di grigio. Il socialista (!) De Amicis credeva solo nel bianco o nel nero, nel buono o nel cattivo (lui era il buono, ovvio), nell’innocente o nel colpevole. Credeva in una realtà di fantasia, che non è mai esistita. Fantascienza sociologica non dichiarata. Ma allora se il libro Cuore non è un romanzo,  cos’è? Lo spiega molto bene ancora Natalia Ginzburg: «In verità quello che mi affascinava in Cuore era il trovarvi un mondo più ordinato, e in fondo per me più rassicurante, del mondo nel quale vivevo. Che fosse quello di Cuore un mondo falso, libresco e inesistente nella realtà, io allora non lo capivo; i bambini spesso sono attratti dalla falsità; spesso essi preferiscono lo splendore delle sete artificiali, il luccichio delle perle false, alle vere perle e alla vera seta. E io ero, da bambina, retorica, conformista, e con ideali piccolo-borghesi. »

Corrado Augias approfondisce e articola da par suo la questione: «Fin dalle prime pagine, Cuore si presenta con le caratteristiche d’una “epopea” o se si vuole della drammaturgia d’agitazione e di propaganda. Come nel teatro dei gesuiti, o di Brecht, come nell’Odissea, per risalire fino ad un archetipo sommo e remoto. La presentazione dei personaggi, la fissità dei comportamenti, servono per dire al lettore che le figurine che ha di fronte sono mosse da forze che sfuggono al controllo della volontà, obbediscono alla funzione che devono svolgere.È appena uscito un volume di storia e critica letteraria (“La letteratura circostante” di Gianluigi Simonetti — Il Mulino ed.) nel quale l’autore descrive tra l’altro quella che chiama “ La letteratura in senso forte”, vale a dire quella che si prefiggeva di plasmare le coscienze dei lettori, addirittura di dare un colpo di pollice al corso degli eventi. Forme (e propositi) scomparsi dalla letteratura contemporanea. “ Cuore” rientra proprio in quel tipo di narrazione.» La Repubblica, 10 aprile 2018)

In altre parole, si trattava di uno strumento il cui fine era la pura e semplice gestione del potere. Propaganda e tutela preventiva dell’ordine così come veniva concepito e desiderato dall’alto.

Cambiamo i parametri: il dottor Francesco Ingravallo è l’investigatore protagonista di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda. Tutti lo chiamano don Ciccio: «uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. (…) Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo». (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana – Garzanti, 1993)

Carlo Emilio Gadda, come si vede, era tutt’altro che “deamicisiano”, così come non lo è Aldo Grasso:

«Quando sono uscite in America serie come The Wire, I Soprano, Breaking Bad e altre ancora, e in Italia Romanzo criminale, Gomorra, Suburra, in molti si sono chiesti se fosse giusto mettere in scena la violenza, la criminalità, il male. Dobbiamo far finta che non esistano? Dobbiamo produrre solo fiction agiografica per consolarci con un’immagine positiva, gratificante? Dobbiamo chiedere alla tv, al cinema e ad altre forme espressive di esimersi dal raccontare la criminalità, nel timore che ciò dia origine a comportamenti emulativi? Una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza in favore del male. (…) Il primo dovere che una serie deve porsi non è l’argomento trattato ma la scrittura, l’unica in grado di restituire la complessità del reale, di esplorare temi centrali rispetto alla sensibilità condivisa, di costruire un «racconto mondo» capace anche di rappresentare il male». (Aldo Grasso, La Lettura n. 333)

Proprio così: una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza in favore del male. Vincenzo Paglia ha scritto: «La radice di ogni totalitarismo sta nel sentirsi talmente gratificati dalla pienezza della verità da non sentire più il bisogno dell’altro o da non avvertirne la mancanza. In questi casi il dialogo non solo non viene praticato, ma è addirittura sentito come un pericolo e quindi escluso. Al contrario, il dialogo tende per sua natura a costruire relazioni al cui interno si tesse la ricchezza stessa del vivere assieme. Mai comunque il dialogo può essere rinuncia alle proprie convinzioni e tantomeno tolleranza del male e delle ingiustizie». (Il crollo del noi – Laterza 2017)

Di più: una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza ipocrita in favore del male. Ciò è ben descritto nella scena del film “The Untouchables – Gli intoccabili” di Brian De Palma: Al Capone (Robert De Niro) piange  ascoltando l’aria “Vesti la giubba”, un’aria  molto commovente dell’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, proprio mentre il suo scagnozzo gli comunica di aver appena eseguito il suo ordine di uccidere il poliziotto irlandese Jimmy Malone (Sean Connery):

Chiudo con un doveroso e doppiamente opportuno omaggio al grande Miloš Forman,  da poco scomparso. Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è un film del 1975. È tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey, pubblicato nel 1962 e tradotto in italiano nel 1976 da Rizzoli Editore. L’autore scrisse il libro in seguito alla propria esperienza da volontario all’interno del Veterans Administration Hospital di Palo Alto, in California.

Protagonista del film uno straordinario Jack Nicholson. Nel reparto di un ospedale psichiatrico dell’Oregon, malati che vengono considerati inguaribili sono segregati tra pareti impietose e diretti con pugno di ferro da Miss Ratched, la “Grande Infermiera”. Tutti ne sono succubi. Ma un giorno arriva McMurphy, novello Franti, un irlandese cocciuto, spavaldo, allegro e ribelle. Con l’aiuto di Bromden, risveglierà i pazienti ormai avviliti dalle “terapie” e riuscirà a portare una ventata di umanità, di calore e di meditata ribellione. La trasparente metafora sui sistemi di potere che tendono a marginalizzare, recludere o addirittura eliminare ogni presunta “diversità” non necessita di ulteriori commenti. Il rifiuto delle banali schematiche semplificazioni genera conflitto, ma senza dialogo o conflitto tra diversità non esiste nessuna vera libertà.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)