Archivi tag: Neofascismo

Non è una partita a bocce

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. (Winston Churchill)

UNO

Il 3 febbraio 2018, verso le ore 11, a Macerata, un certo Luca Traini esplode  alcuni colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, ferendo diverse persone e colpendo anche negozi ed edifici. Nella sparatoria rimangono ferite sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana dai 20 ai 32 anni. Poi Traini scende dall’auto con il tricolore legato al collo,  fa il saluto romano e grida “Viva l’Italia” davanti al monumento ai Caduti, prima di arrendersi alle Forze dell’Ordine. “Nella sua casa vengono rinvenuti elementi riconducibili all’estrema destra, tra cui una copia del Mein Kampf e una bandiera con la croce celtica.Verrà inoltre accertato che Traini era candidato con la Lega Nord per le comunali di Corridonia del 2017, tuttavia non aveva ricevuto alcuna preferenza.” (da Wikipedia)

Traini aveva un obiettivo molto preciso: sparare addosso, con la sua Glock regolarmente detenuta, a tutti i neri di Macerata: «Vuoi sapere come mi chiamo? — diceva a chi incontrava sulla sua strada — Ce l’ho scritto addosso, guarda qua…». Alla testa rasata Luca Traini è sempre piaciuto farsi chiamare «Lupo» e la scritta, in gotico nero, se l’era infatti tatuata sul collo, insieme a una croce celtica su un braccio e a un dente di lupo, il simbolo nazista, vicino alla tempia destra.  (da Corriere.it).

Solo tre settimane prima, il settimanale “l’Espresso” (n. 3 del 14 gennaio 2018) aveva pubblicato nelle pagine centrali un fumetto di 14 pagine di Zerocalcare, dal titolo “Questa non è una partita a bocce – Dieci banalità che renderebbero più igienico il dibattito sui nazisti”. Nella dodicesima pagina il fumettista ricorda i nomi «di chi è stato ammazzato dai militanti neofascisti o da chi proveniva da ambienti direttamente limitrofi, dal 2003 ad oggi». Eccoli: Davide Cesare – ucciso a coltellate a Milano nel 2003; Renato Biagetti – ucciso a coltellate a Focene nel 2006; Nicola Tommasoli – pestato a morte a Verona nel 2008; Samb Modou – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Dip Mor – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Emmanuel Chidinnamdi – pestato a morte a Fermo nel 2016.

Reazioni politiche e/o sociali e/o culturali, approssimando per eccesso: zero virgola.

DUE

“L’Espresso” attualmente in edicola (n. 36 del 22/07/2018) pubblica invece un forum cui partecipano il direttore Marco Damilano, la scrittrice Michela Murgia e lo stesso Zerocalcare. Che dice:  «Una cosa che mi ha colpito più di tutto quello che gli intellettuali di questo Paese non hanno saputo dire» l’ha sentita in un’aula di tribunale: «Se facciamo un bilancio delle cose di questi anni, e ci guardiamo attorno oggi, di sicuro sentiamo il peso delle responsabilità di ciò che abbiamo fatto. Ma pesa immensamente di più la responsabilità di ciò che non abbiamo fatto».

“La Repubblica” del 25 luglio 2018 pubblica ora l’appello di Roberto Saviano: “Rompiamo il muro del silenzio“. Inizia così: «Dove siete? Amici scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, oggi non possiamo permetterci più di essere solo questo. Oggi chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Ogni parola ha una conseguenza, certo, ma anche il silenzio ha conseguenze, diceva Sartre. E il silenzio, oggi, è un lusso che non possiamo permetterci».

E termina così: «Ho riflettuto molto prima di scrivere queste righe: non vi sto chiamando a raccolta per difendere me, ma il tempo per restare nelle retrovie è finito. Se non prenderete parte vorrà dire che quello che sta accadendo sta bene anche a voi: o complici o ribelli. “La storia degli uomini — scrisse Vasilij Grossman in Vita e destino — non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell’uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Ma se, in momenti come questo, l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere”. Voi siete il piccolo seme dell’umanità, senza di voi l’Italia è perduta. Allora, da che parte state?».

Ho letto le parole di Roberto Saviano che accolgo, perché sono sincere oneste e ci mette la faccia laddove nel mondo vige la tenenza a nickname, anonimato e fake. Ma siamo sempre al solito punto. Si fa appello a scrittori, registi e intellettuali per sostituire la mancanza di qualcun altro“. Così inizia la videorisposta all’appello di Roberto Saviano ad “uscire dal silenzio” di Stefano Massini, scrittore e drammaturgo. “Io ho delegato ciò che ho di più prezioso, i miei valori e le mie idee, a qualcun altro perché siamo in una democrazia. Alle urne sono stati sconfitti degli uomini non quei valori. Ora mi sento uno che ha affidato propri figli a qualcuno che è venuto meno al patto, se ne sta disinteressando. Magari è in ferie o perso in faide di partito fra tenenti e luogotenenti, mentre non sta facendo il suo lavoro. Quel qualcuno si vergogni profondamente“. (da Repubblica.it)

Ma come? Le vibranti e corpose iniziative politiche della fantomatica “sinistra” non sono affatto mancate. E continuano ancora oggi. Per esempio: «Matteo Renzi si sente (ancora) come Barack Obama e passa dalla politica alla tv». (il Giornale.it). Vengono poi segnalate numerose altre attività: «Silvio Berlusconi e Maria Elena Boschi si ritrovano al Palace di Merano. Entrambi hanno deciso di affidarsi alle cure del guru Henri Chenot, mago delle terapie anti-age». (il Corriere.it) Per non parlare poi delle iniziative per esempio di Luca Lotti (detto «Biondo», regista dei ripetuti soccorsi dei verdiniani all’esecutivo), di Francesco Bonifazi, Marco Carrai, Antonella Manzione, Franco Bellacci, Tiberio Barchielli, Pilade Cantini, Erasmo D’Angelis, Filippo Bonaccorsi, ecc. ecc. tutti gli “statisti” del cosiddetto “Giglio Magico” che lottano ogni giorno contro i mali del mondo. Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi… ma forse è meglio fermarsi qui.

TRE

«A oggi è impossibile prevedere quale sarà il destino ultimo del nostro sistema politico. Forse l’ascesa dei populisti sarà una fase di breve durata, che tra cento anni verrà rievocata con un misto di sconcerto e curiosità. O forse sarà un cambiamento epocale, il preannuncio di un ordine mondiale in cui i diritti individuali verranno violati a ogni piè sospinto e il vero autogoverno sparirà dalla faccia della terra. Nessuno può prometterci un lieto fine. Ma quanti di noi hanno davvero a cuore i nostri valori e le nostre istituzioni sono decisi a combattere per le nostre convinzioni senza pensare alle conseguenze. Anche se i frutti del nostro lavoro rimarranno incerti, faremo il possibile per salvare la democrazia liberale».

Con queste parole termina “Popolo vs Democrazia – Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale” di Yascha Mounk (Feltrinelli, 2018). Il libro è stato pubblicato nel marzo di quest’anno dalla Harvard University Press con il titolo originale “The People vs Democracy – Why Our Freedom Is In Danger And How To Save It” (Popolo vs Democrazia – Per quale motivo la nostra libertà è in pericolo e come salvarla).  Yascha Mounk è nato a Monaco di Baviera nel 1982, insegna Teoria politica al dipartimento di Studi governativi di Harvard, è Postdoctoral Fellow presso la German Marshall Fund’s Transatlantic Academy e Nonresident Fellow del Political Reform Program presso New America. Scrive su diverse testate internazionali.

Donald Trump, Marine Le Pen, Viktor Orbán, Vladimir Putin, Matteo Salvini. Il deterioramento della democrazia liberale, fenomeno che ora è sotto gli occhi di tutti da Mosca a Washington, fino a poco tempo fa era classificato come una pulsione marginale, merce per estremisti e sobillatori. Mounk è un giovane teorico politico che, già nel suo precoce libro di memorie, notava che le frizioni fra la sua identità ebraica e l’appartenenza nazionale tedesca fossero un esempio della postmoderna incapacità di produrre identità multiculturali. Così ha preso a studiare con gli strumenti dell’indagine sociologica la tenuta del sistema democratico.

«Negli ultimi quindici anni, dopo una delle più lunghe e complesse crisi del mondo occidentale, le democrazie liberali stanno iniziando a scricchiolare sotto il peso della rabbia, della frustrazione e della delusione delle loro cittadinanze, ma soprattutto dei movimenti politici populisti che prima hanno soffiato sul fuoco di questa rabbia e ora la cavalcano. E quello che fino a qualche decennio fa era impensabile, il crollo del sistema politico su cui l’Occidente ha costruito la propria identità novecentesca, diventa di giorno in giorno più realistico. (…)

Democrazia viene dall’unione di due parole Demos e Crazia. Tu ora mi hai parlato di un problema della Crazia, ovvero del potere, che ha deluso le aspettative della gente. Ma la gente, il Demos, non ha la sua parte di colpe?
Il nostro sistema politico è la democrazia liberale e si regge su due aspetti fondamentali: la libertà individuale e l’idea che il popolo governi, ovvero che la gente possa avere un’influenza sulla politica. Secondo me è da un po’ di tempo che questo non è più vero. La colpa della gente forse è stata quella di pensare che tutto fosse garantito, che non ci fosse più bisogno di sorvegliare il sistema, di difendere le proprie libertà e i propri diritti». (da Linkiesta.it – intervista di Andrea Coccia)

Noi siamo il popolo,” ha detto una volta Erdogan ai suoi oppositori. “Voi chi siete?” Norbert Hofer, leader del Partito della libertà austriaco, uno schieramento di destra, ha fatto eco allo stesso sentimento in una recente campagna elettorale. “Voi avete l’alta società dietro di voi” ha detto. “Io ho il popolo con me.La promessa di dare espressione alla voce autentica della gente è la caratteristica centrale del populismo. Quando la loro popolarità cala, i populisti smantellano i meccanismi indipendenti di controllo del potere. In Turchia e Venezuela, per esempio, malgrado gli sforzi compiuti, i difensori della democrazia liberale non sono riusciti a impedire che i loro paesi scivolassero nella dittatura, e che loro venissero condannati e perseguitati.

In quanto “nemici del popolo”, è ovvio. Benito Mussolini e Adolf Hitler sono andati al potere esattamente in questo modo. È impossibile negarlo: anche se qualcuno sembra considerarla tale, questa non è davvero una partita a bocce.

E voi quante vite pensate di avere? Comunque sia, buone vacanze a (quasi) tutti.

In testata: un murale di Banksy, che è stato cancellato dal consiglio comunale di un paesino dell’Essex, Clacton-on-Sea,  perché reputato “razzista”. Traduzione delle scritte:“Gli immigrati non sono benvenuti” – “Tornate in Africa” – “Alla larga dai nostri vermi”.   

Pride (In the Name of Love) degli U2, estratto come primo singolo dall’album The Unforgettable Fire il 4 settembre 1984, è dedicata a Martin Luther King.

Il brano “Le quattro volte” di Brunori Sas è contenuto nell’album “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi (2014)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Quei fanatici così perbene

La torbida e ottusa convinzione di essere portatori di qualche tipo di verità necessaria, considerarsi missionari destinati a salvare l’umanità: è questo il seme in apparenza innocuo, innocente, da cui invece germogliano così spesso le più temibili manifestazioni di intolleranza e di violenza.

In effetti, il germe più o meno occulto del fanatismo si annida non di rado dentro manifestazioni diverse di dogmatismo categorico, di chiusura quando non di ostilità, nei confronti di posizioni considerate inaccettabili. Quella ferma convinzione di essere dalla parte del giusto che scava e si asserraglia dentro di sé, che non contempla né finestre né porte, è la cartina al tornasole di questa malattia, così come le prese di posizione che scaturiscono da pozzi cristallini di sprezzo e repulsione che respingono qualunque altro impulso emotivo. (Amos Oz)

Contrariamente ai luoghi comuni più banali, il fanatico portatore di questo germe così pericoloso non si evidenzia per il suo aspetto, magari per le corna, la coda e la pelle rossa, oppure per il passamontagna, la mimetica e la bandiera nera con lettere arabe. Non vive neanche in una caverna. Al contrario, quasi sempre indossa un rispettabile completo giacca e cravatta, oppure un inappuntabile tailleur-tacco 12, oppure jeans e maglione sportivo. A volte anche pantaloncini corti e scarpe coi tacchetti. O una tonaca, o un grembiule da casalinga. Vive in mezzo  a noi, insomma; a volte può essere un inconsapevole “portatore sano” della malattia (“Perdona loro perché non sanno quello che fanno” disse Gesù), qualcuno invece lo sa benissimo, ciò che sta facendo. Tutti comunque diffondono o tentano di diffondere il loro catastrofico virus.

Si tratta del fanatico perbenista, un “modello sociologico” di cui riporto di seguito tre esempi, ma se ne potrebbero portare altri mille, vicini e lontani. I rispettivi gradi di  colpa o responsabilità sociale, politica o penale sono enormemente diversi e addirittura incomparabili; eppure condividono tutti lo stesso pericoloso, a volte micidiale principio di base: la disgraziata convinzione “missionaria” di cui sopra.

Primo esempio:

Un importante scrittore israeliano, Sami Michael, raccontò un giorno di un lungo viaggio in macchina insieme a un autista. A un certo punto questi cominciò a spiegargli quanto importante, e pure urgente, fosse per noi ebrei “uccidere tutti gli arabi!“. Sami Michael ascoltò educatamente finché l’autista non ebbe finito la sua concione e, invece di scandalizzarsi, di confutare o esprimere disprezzo, gli fece una domanda ingenua:

“E chi, secondo lei, dovrebbe uccidere tutti gli arabi?”

“Noi! Gli ebrei! Bisogna farlo! O noi o loro! Non vede cosa ci fanno continuamente?

“Ma chi di preciso dovrebbe uccidere tutti gli arabi? L’esercito, la polizia? O i pompieri? O i medici in camice bianco con delle iniezioni?” L’autista si grattò il capo, tacque, rifletté sulla domanda e alla fine rispose:

“Bisogna dividerci il compito fra noi. Ogni maschio ebreo dovrà uccidere alcuni arabi”. Sami Michael non si arrese: “Va bene. Diciamo che lei, in quanto cittadino di Haifa, ha in carico un condominio della sua città. Passa di porta in porta, suona il campanello, domanda educatamente agli inquilini: ‘Scusi, siete per caso arabi?’. Se rispondono di sì lei spara e li uccide. Finito di uccidere tutti gli arabi del condominio che le è stato assegnato, scende e se ne va a casa e allora, prima di allontanarsi, sente improvvisamente da un piano alto il pianto di un neonato. Che fa? Si volta? Torna indietro? Sale su per le scale e spara al neonato? Si o no?”. Lungo intervallo di silenzio. L’autista meditò. Alla fine rispose al suo passeggero:

“Senta signore, lei è una persona veramente crudele!“. (Amos OzCari fanatici – Feltrinelli 2017)

Secondo esempio:

Per tutto il processo Eichman cercò di spiegare, quasi sempre senza successo, quest’altro punto grazie al quale non si sentiva “colpevole nel senso dell’atto d’accusa”. Secondo l’atto d’accusa egli aveva agito non solo di proposito, ma anche per bassi motivi e ben sapendo che le sue azioni erano criminose. Ma quanto ai bassi motivi, Eichman era convintissimo di non essere un innerer Schweinehund, cioè di non essere nel fondo dell’anima un individuo sordido e indegno; e quanto alla consapevolezza, disse che sicuramente non si sarebbe sentito la coscienza a posto se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato – trasportare milioni di uomini, donne e bambini verso la morte – con grande zelo e cronometrica precisione. Queste affermazioni lasciavano certo sbigottiti. Ma una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato “normale”, e uno di questi, si dice, aveva esclamato addirittura : “Più normale di quello che sono io dopo che l’ho visitato,”mentre un altro aveva trovato che tutta la sua psicologia, tutto il suo atteggiamento verso la moglie e i figli, verso la madre, il padre, i fratelli, le sorelle e gli amici era “non solo normale, ma ideale”: e infine anche il cappellano che lo visitò regolarmente in carcere dopo che la Corte Suprema ebbe finito di discutere l’appello, assicurò a tutti che Eichman aveva “idee quanto mai positive” (Hanna Arendt – La banalità del male. Eichman a Gerusalemme – Feltrinelli 2001)

Questo processo diede occasione a molti di riflettere sulla natura umana e dei movimenti del presente. Eichmann, come detto, tutto era fuorché anormale: era questa la sua dote più spaventosa. Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarvisi. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee, come lui. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, ecc. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di immaginare cosa stesse facendo. (da Wikipedia)

Terzo esempio:

La “logica schiavista”. Ancora: “I soloni dell’immigrazionismo a ogni costo”. I popoli sacrificati “sull’altare di un turbocapitalismo alienante”. Attenzione, questa è forte, sfiora il gioco enigmistico: “Il megafono propagandistico di pseudoclericali irretiti dalla retorica mondialista”. Poi c’è la tipica sostituzione di popoli con “non popoli figli della modernità incontrollata nel nome del progresso”. Chiusura col botto: “Il popolo si ama e non si distrugge”. Tutto col tono di voce un po’ goffo, zoppicante, da poesia ripetuta a pappagallo senza coglierne il 10% del significato, da studentello per cui un 6 in pagella era un’impresa da festeggiare. Poi il trombettiere dei fascisti del Veneto Fronte Skinhead, evidentemente selezionato dopo un’attenta analisi del timbro di voce, ripiega soddisfatto il foglietto.

Stiamo parlando della violenta interruzione avvenuta martedì scorso a Como, [28 novembre 2017, NdR] in una sala al primo piano del Chiostrino di Santa Eufemia, mentre era in corso una riunione di Como Senza Frontiere. Una rete che unisce decine di associazioni locali a sostegno dei migranti. Volontari, gente che dopo una giornata di lavoro, sacrificando magari una cena in famiglia, stava tentando di coordinarsi per accogliere al meglio chi ha bisogno. Anche per mitigare i problemi sul territorio. Gente, insomma, che si sporca le mani ogni giorno e ha poco da spartire con le chiacchiere da social network e le sfilate da bulletti di quartiere. (da Wired.it)

Come notiamo dal filmato, che loro stessi desideravano fosse diffuso, questi ragazzi con le teste rasate hanno tutti le facce da bravi ragazzi di buona famiglia, puliti ed educati coi loro bomberini neri. Uscendo dalla sala hanno anche cortesemente concesso il permesso di proseguire (“Adesso potete continuare…“) la riunione che avevano appena interrotto. Hanno solo trascurato di precisare un dettaglio molto importante: fino a quando, precisamente, secondo loro questo genere di riunioni potranno continuare?

Almeno saperlo

“Nel caso non lo sappia, glielo devono dire. Lo devono mettere seduto su una sedia e costringerlo a sapere che cosa è accaduto, a Marzabotto. Che cosa significa Marzabotto. Non è possibile non sapere, non rendersi conto del significato dei gesti, dei simboli. Non è un lusso che ci possiamo più permettere, come italiani, quello di regalare agli stupidi e agli ignoranti il permesso di esserlo. Non sanno di Anna Frank, non sanno di Marzabotto, non sanno niente. Portano l’odio senza portarne il peso: è troppo comodo. Almeno saperlo, se si è stragisti, che si è stragisti.” (Michele Serra – L’amaca, La Repubblica 14 novembre 2017)
 “Segna un gol al Marzabotto e fa il saluto romano ai tifosi. Conferma dalla VAR: è un coglione.” (Federico Taddia – Il bolognino, La Repubblica Bologna 14 novembre 2017)
Nell’immagine qui sopra: la bandiera di guerra della Repubblica Sociale Italiana. La RSI fu il regime, esistito tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini, al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi dopo l’armistizio di Cassibile. (da Wikipedia)
E’ l’immagine  riportata sulla maglietta scelta da Eugenio Luppi per la partita di Marzabotto.
Signor Luppi si rende conto di cosa ha fatto domenica a Marzabotto? 
“Preferirei non parlarne, ho messo tutto in mano a Morris Battistini, un politico del centro destra di Marzabotto, mi troveranno un avvocato”. (…) 
Perché ha fatto il saluto romano? 
“La verità è che sono stato male interpretato” (Simone Monari – La Repubblica.it).
Adesso è tutto chiaro. Ha scelto una maglietta a caso dal guardaroba (era indeciso tra questa e una di Hello Kitty). Poi stava semplicemente salutando la morosa e il padre che erano in tribuna. Ed è stato male interpretato.
“Uno come Di Canio quando finiva sotto i riflettori per analoghe bravate (mai fino a questo punto, però) poi almeno ringhiava son fascista e me ne vanto, più o meno. La reazione di questo calciatore molto distratto – nei gesti e nel look – è senza onore, per usare una terminologia cara agli ambienti cui si ispira. Farebbe pena pure a un fascista vero. Chissà se ci vuol più coraggio – chiamiamolo così per pietà – a escogitare un simile show premeditato o a dissociarsene in modo così grottesco, patetico?” (Emilio Marrese – La Repubblica Bologna 14 novembre 2017)
P.S. Anche per il cane ha scelto un nome a caso fra i tanti: Benito.

L’estensione del faggio

Nonostante una diffusa convinzione, il Terzo Reich non si prefiggeva come obiettivo il dominio del mondo. Ciò che lo interessava era il continente europeo. E come sempre, era la natura a disegnare i limiti dell’espansione nazista. Esiste infatti una frontiera naturale, invisibile perché climatica, quella che separa il clima oceanico dal clima continentale, e che è indicato dal limite meridiano orientale di un albero: il limite orientale del Reich è fissato dai termini estremi dell’estensione del faggio.  E’ la zona propria di quell’essenza “per eccellenza germanica“, è l’Ovest. All’Est infatti questa specie non si trova più.

Il nazista ama la natura. Dopotutto Hitler e Himmler erano vegetariani, e la loro legislazione sulla protezione degli animali è rimasta in vigore fino al 1972 nella Repubblica Federale Tedesca. Il biologo Heinz Graupner dedica poi lunghe pagine a tentare di distinguere il regno animale da quello vegetale, prima di arrivare alla conclusione dell’impossibilità di questa impresa: “Otteniamo l’immagine di una grande unità di tutto il vivente quando tentiamo di tracciare frontiere tra i diversi regni organici, in quanto non scopriamo alcuna differenza fondamentale tra gli organismi” stessi.

In una pubblicazione destinata agli ufficiali delle SS [SS-Leitheft, V (1939) n. 4, pag. 28] poi si afferma: “E’ contrario alla volontà della natura che l’uomo, prigioniero della follia della propria importanza, decida di vivere la vita che vuole. Cos’è dunque un uomo in quanto individuo? L’osservazione della natura ci insegna che la foglia dell’albero esiste solo grazie al ramo sul quale cresce. Che il ramo riceve la sua vita dal tronco, e che questo deve il suo sviluppo alla radice, la quale trae la sua forza dalla terra. Quanto all’albero, esso non è che un membro della foresta.

Contrariamente a quanto si dice spesso, la gerarchia degli esseri viventi del nazismo non consiste in una scala che ponga  gli ariani in alto e gli ebrei in basso, ma in una topologia più complessa – in alto gli ariani e tutti gli animali da preda, le razze umane miste, poi gli slavi,  i neri e gli asiatici al grado più basso. Gli ebrei sono a parte, altrove: né propriamente umani né veramente animali, appartengono all’ambito batteriologico più che al diritto biologico comune. In una intervista del 1943 con l’ammiraglio Horthy (capo dello stato filofascista ungherese) Hitler dichiara: “Bisogna trattarli come bacilli della tubercolosi, che possono infettare un corpo sano. In questo non c’è nulla di crudele se si pensa che animali innocenti come i conigli devono essere decimati per evitare ogni danno. Perché mai si dovrebbero risparmiare le bestie orribili che volevano portarci il bolscevismo?

Il nazista, per quanto naturalista, non ama allo stesso modo tutti gli animali: in linea di massima gli piacciono le bestie da preda, combattenti capaci di resistenza superiore nella lotta per la vita; bene anche i cervi, di cui vengono esaltati i maschi dominanti che s’impongono nella lotta per la riproduzione; molto bene anche i cani, ma non tutti (bocciato infatti il barboncino casalingo, tutto  curato e arricciato…). A sorpresa, bocciatura anche per il gatto, “una razza strana, imprevedibile. Il loro posto non è tra noi. Vengono da oriente (…) Non riescono a integrarsi in alcuna comunità. I tedeschi amano i cani“, dichiara Wilhem Vesper, scrittore nazista. Per Hitler, infatti, i tedeschi sono gli innocenti topi vittime dei gatti giudei. In quanto ai conigli: “Non vedrete un coniglio malato sopravvivere oltre pochi giorni: sarà preda dei suoi nemici e, grazie a questo, sarà sollevato dalle sue sofferenze. E’ questa la ragione per cui i conigli sono una società [sic] che è sempre sana al 100%“, afferma Eugen Stahle. (da Johann Chapoutot  – La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti, Einaudi 2016)

Comunque sia, nell’Italia contemporanea, ma non solo, negli ultimi tempi  queste particolari associazioni ambientaliste organizzano con una certa regolarità  interessanti attività sportive e/o culturali. Ad esempio, piacevoli sgambate “open air“: “Circa un migliaio di militanti di estrema destra si sono presentati sabato pomeriggio (29 aprile 2017) al Campo X del Cimitero Maggiore di Milano per commemorare i caduti della Repubblica di Salò”. (da Corriere.it) Come spesso succede dalle nostre parti, nessuno si è accorto di nulla. “La manifestazione non era autorizzata” è quanto riferiscono dalla Questura milanese. I militanti hanno aggirato i divieti arrivati il 25 aprile dalla prefetta di Milano Luciana Lamorgese e la manifestazione impedita il giorno della Liberazione si è svolta aggirando i divieti. Al Campo X sono sepolti morti repubblichini e criminali di guerra nazisti.

Oppure distensive camminate urbane come questa: “La marcia su Roma non si farà il 28 ottobre. Forza Nuova: ma non abbiamo rinunciato. Nuova ipotesi il 4 novembre sempre all’Eur.” (da Il Tempo.it)

Infine, che dire della loro ultima – almeno per ora – simpaticissima iniziativa?

“Appena incrociano una persona diversa da loro, gli ultrà all’olio di ricino della Lazio vengono invasi da un incomprensibile senso di superiorità che sono soliti esprimere in versi e versacci. Finché un giudice si scoccia e chiude la curva. La curva, beninteso, non i curvaioli, la cui sventurata sorte di profughi del tifo tocca il cuore del presidente Lotito. Il noto umanista ha una pensata folgorante: che ai lazi-fascisti, sfrattati dal loro nido, sia concesso in affitto quello della Roma per la cifra simbolica di un euro. Naturalmente «nel quadro della campagna di educazione contro il razzismo». Trattandosi di una fesseria, diventa subito operativa. Domenica scorsa i «rieducati» occupano la curva nemica e — immagino nel quadro della campagna contro il razzismo — la riempiono di scritte antisemite e fotomontaggi di Anna Frank con la maglia della Roma.

Munito di apposita microsonda, mi inoltro nel luogo più claustrofobico del mondo: il loro cervello. Circumnavigandolo in un nanosecondo, si scopre che, per certe menti illuminate come una notte senza luna, accostare qualcuno alla vittima-simbolo dell’Olocausto rappresenta un insulto efferato. Proprio vero che la vita è una questione di punti di vista. Se fossi un tifoso della Roma, mi appunterei sul petto il fotomontaggio di Anna Frank giallorossa, ringraziando quei miserabili per avermi ritenuto degno di un così grande onore.” (Il Caffè di Massimo Gramellini – Corriere della Sera, 24 ottobre 2017)

D’altra parte, che possiamo farci? Anche gli Irriducibili laziali fanno parte della natura. Come tutti gli animali, anch’essi (non certo fra i nostri preferiti) hanno avuto l’istinto di segnare un territorio appena conquistato: in questo caso la curva Sud dell’Olimpico. Dev’esserci un faggeto nei paraggi.

(Nell’immagine in testata: “Him” di Maurizio Cattelan, 2001 – Tutta la prima parte del post è basato sul testo di Johann Chapoutot  “La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti” – Un sincero ringraziamento a Massimo Gramellini per il suo eccellente “Caffè”)