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Libera nos Domine

„Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura, dai preti d’ogni credo, da ogni loro impostura, da inferni e paradisi, da una vita futura, da utopie per lenire questa morte sicura, da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura, da fedeli invasati d’ogni tipo e natura, libera, libera nos Domine.“ — Francesco Guccini, da “Libera nos Domine

Nel 1976, Primo Levi ha scritto un’appendice per l’edizione scolastica di Se questo è un uomo per rispondere alle domande che gli venivano costantemente rivolte dai lettori studenti. Poiché esse coincidevano ampiamente con le domande che riceveva dai lettori adulti, ha poi riportato integralmente le sue risposte anche nell’edizione in due volumi “Opere complete” pubblicata nel  1997 da Einaudi. Ecco la prima domanda e la prima risposta:

«Nel suo libro non si trovano espressioni di odio nei confronti dei tedeschi , né rancore né desiderio di vendetta. Li ha perdonati?

Come mia indole personale, non sono facile all’odio. Lo ritengo un sentimento animalesco e rozzo, e preferisco che invece le mie azioni e i miei pensieri, nel limite del possibile, nascano dalla ragione; per questo motivo, non ho mai coltivato contro me stesso l’odio come desiderio primitivo di rivalsa, di sofferenza inflitta al mio nemico vero o presunto, di vendetta privata. Devo aggiungere che, a quanto mi pare di vedere, l’odio è personale,  rivolto contro una persona, un nome, un viso: ora, i nostri persecutori di allora non avevano viso né nome, lo si ricava da queste stesse pagine: erano lontani, invisibili, inaccessibili. Prudentemente, il sistema nazista faceva sì che i contatti diretti fra gli schiavi e i signori fossero ridotti al minimo. Avrete notato che, in questo libro si descrive un solo incontro dell’autore protagonista con una SS (p. 155) e non per caso esso ha luogo solo negli ultimi giorni, nel Lager in disfacimento, quando il sistema  saltato.

Del resto, nei mesi in cui questo libro è stato scritto, e cioè nel 1946, il nazismo e il fascismo sembravano veramente senza volto: sembravano ritornati al nulla, svaniti come un sogno mostruoso, giustamente e meritatamente, cos’ come spariscono i fantasmi  al canto del gallo. Come avrei potuto coltivare rancore, volere vendetta, contro una schiera di fantasmi?

Non molti anni dopo, l’Europa e l’Italia si sono accorti che questa era una ingenua illusione: il fascismo era ben lontano dall’esser morto, era soltanto nascosto, incistato; stava facendo la sua muta, per ricomparire poi in una veste nuova, un po’ meno riconoscibile, un po’ più rispettabile, più adatta al nuovo mondo che era uscito dalla catastrofe della seconda guerra mondiale che il fascismo stesso aveva provocato. Devo confessare che davanti a certi visi non nuovi, a certe vecchie bugie, a certe figure in cerca di rispettabilità, a certe indulgenze, a certe connivenze, la tentazione dell’odio la provo, ed anche con una certa violenza: ma io non sono un fascista, io credo nella ragione e nella discussione come supremi strumenti di progresso, e perciò all’odio antepongo la giustizia.

Proprio per questo motivo, nello scrivere questo libro, ho assunto deliberatamente il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore: pensavo che la mia parola sarebbe stata tanto più credibile ed utile quanto più apparisse obiettiva e quanto meno suonasse appassionata; solo così il testimone in giudizio adempie alla sua funzione, che è quella di preparare il terreno al giudice. I giudici siete voi.

Non vorrei tuttavia che questo mio astenermi dal giudizio esplicito fosse confuso con un perdono indiscriminato. No, non ho perdonato nessuno dei colpevoli, né sono disposto ora o in avvenire a perdonarne alcuno, a meno che non abbia dimostrato (coi fatti: non con le parole, e non troppo tardi) di essere diventato consapevole delle colpe e degli errori del fascismo nostrano e straniero, e deciso a condannarli, a sradicarli dalla sua coscienza e a quella degli altri. In questo caso sì, io non cristiano sono disposto a seguire il precetto ebraico e cristiano di perdonare il mio nemico: ma un nemico che si ravvede ha cessato di essere un nemico». (Primo Levi – Appendice a Se questo  un uomo – in Opere complete Einaudi, 1997)

«Bompiani ha pubblicato «un libro, anzi un’antologia letteraria di Bompiani, chiamata semplicemente «Canzoni», in cui la filologa Gabriella Fenocchio scarnifica i testi gucciniani come se fossero di Dante o Shakespeare (…) quale canzone infine di quelle contenute nel libro lo descriverebbe meglio? «Una che non c’è- conclude- “Libera Nos Domine”, un signore immaginario spazzava via tutto quello che non mi piaceva. Ne avrei bisogno oggi». (Matteo Cruccu – Corriere della Sera, 16 febbraio 2019)

Ecco, appunto.

Il brano “Libera nos Domina” di Francesco Guccini  è contenuto nell’album “Amerigo” (1978) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il nazista sognatore

Nell’ottobre del 2013, Banksy ha comprato per 50 dollari a The Housing Works, un charity shop (ovvero un negozio che vende usato e che dà in beneficenza il ricavato della vendita), una tela ad olio raffigurante un paesaggio autunnale, con laghetto, alberi con le foglie ingiallite e arrossate e sullo sfondo montagne innevate, ha dipinto su una panca un ufficiale nazista che contempla il panorama (vedi immagine sopra) e poi ha restituito il quadro al negozio. Lo ha intitolato “La banalità della banalità del male.”

Poco dopo la restituzione, Banksy ha fatto telefonare da qualcuno del suo staff per comunicare che il quadro era un Banksy autentico, poi ha pubblicato sul suo sito l’immagine del quadro, e una foto del negozio nella 23esima strada. Improvvisamente, The Housing Works è stato sommerso di richieste e offerte.

Il quadro è finito all’asta su Bidding For Good. La cifra di partenza era di 74.000 dollari, ma al momento della chiusura dell’asta, l’offerta finale è di 615.000 dollari.

Il 30 gennaio 1939, in occasione dell’anniversario dell’assunzione del potere (30 gennaio 1933) Hitler pronunciò un solenne discorso di fronte al Reichstag.

Ecco il passaggio saliente dello “storico discorso”:

«Oggi voglio essere di nuovo un profeta: se l’ebraismo finanziario internazionale dentro e fuori l’Europa dovesse riuscire a precipitare ancora una volta i popoli in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra e con ciò la vittoria dell’ebraismo, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa (sondern die Vernichtung der jüdischen Rasse in Europa)»

«Secondo Longerich, Hitler non diede un ordine solo e precisamente individuabile per scatenare il genocidio, che invece fu lo sbocco di una escalation di atti e decisioni, culminanti, verso la primavera del 1942, in un programma radicale di sterminio. Momenti-chiave in questa evoluzione furono l’invasione  dell’Unione Sovietica nel giugno 1941, accompagnata, nella fase iniziale, dall’uccisione di migliaia di ebrei maschi da parte degli Einsatzgruppen (e loro sotto-unità) del Servizio di sicurezza; l’estensione delle esecuzioni di massa alle donne e ai bambini ebrei nell’estate del 1941; la deportazione degli ebrei tedeschi, austriaci e cechi nell’autunno dello stesso anno (…) Al genocidio si arrivò con un’escalation di fasi, ad ognuna delle quali la deriva sterminatrice acquisiva nuovo slancio sulla base di una combinazione tra direttive centrali e iniziative locali, sempre supportate, nei momenti cruciali, dall’espressa approvazione, autorizzazione e consapevolezza di Hitler, ma senza che questi avesse mai impartito un singolo ed esplicito ordine, anche soltanto verbale, per l’avvio della “soluzione finale”» (Ian KershawHitler e l’enigma del consenso – Laterza, 2006)

Guido Ottolenghi, presidente della Fondazione del Museo ebraico di via Valdonica a Bologna, invita a leggere gli eventi che celebrano il Giorno della Memoria nella giusta dimensione «senza voler appiattire la storia sull’oggi, che è un modo per banalizzare la Shoah, ma con la consapevolezza che l’affermazione dei diritti di pochi a scapito degli altri e il desiderio di uniformità sono sempre pericolosi».

Oggi si inaugura al Museo ebraico la mostra “1938 La storia”, sulle leggi razziali in Italia. Perché questa scelta?

«È una pagina di storia che fatichiamo ad accettare, continuando a coltivare un mito di bonarietà degli italiani, che non ha riscontro. Ci sono stati i “giusti”, ma la leggi razziali passarono nell’indifferenza dei più. La mostra ripercorre quei passaggi, prima culturali, poi legali, fino a quelli amministrativi, che hanno condotto al razzismo e alla persecuzione».

Secondo lei quali sono le iniziative più efficaci per ricordare di ricordare?

«Quelle che con semplicità rivelano uno studio approfondito, senza puntare sull’emotività, alla lunga dannosa» (la Repubblica Bologna, 26 gennaio 2019 – intervista di Emanuela Giampaoli)

Lo studio della storia e i documenti, per chi vuole sapere, stanno lì a dimostrarlo: l’ideologia e l’azione nazifascista prevede(vano)  che i nemici politici fossero non solo sconfitti ma anche eliminati con la violenza, e la società fosse  ricostruita sulla base della purezza razziale, “escludendo” quindi tutti i «diversi».

Sostenere, come qualcuno – per quanto incredibile sia – sostiene ancora oggi, che i nazifascisti consideravano “un avversario da eliminare [solo] chi si fosse posto apertamente in contrasto con lui” equivale a commuoversi davanti al quadro di Banksy. Offendendo in questo modo la memoria collettiva, mancando al tempo stesso di sagacia e onestà intellettuale. La banalità della  banalità  sulla verità del male.

Il brano di Francesco De Gregori “Il cuoco di Salò” è contenuto nell’album “Amore nel pomeriggio” (2001) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Un torbido passato

  

Si fa un gran discutere sul concetto di “populismo”; concetto in verità piuttosto confuso e ambiguo per i più. Nessun problema: ci pensa il nostro Ministro dell’Interno a chiarircene il significato. Nella sua peggiore accezione, è ovvio, ma in modo esplicito. Così: «”E’ alla fine della diretta Facebook che sfodera l’arma letale, pericolosissima per ogni tenuta democratica: “Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno“.

Raccontano che quando nel pomeriggio i carabinieri si sono presentati al ministero con la busta della procura di Palermo, Matteo Salvini non ha avuto dubbi. Già era furioso per gli attacchi di Magistratura Democratica (Salvini “eversivo”). La busta portata dai due gendarmi gli fa brillare gli occhi: sa che è l’avviso di garanzia per il caso Diciotti, lo prende come un regalo prezioso da scartare con cura di fronte ai fans in diretta Facebook. Insieme alla busta, Salvini apre consapevolmente una voragine di scontro con la magistratura che nemmeno ai tempi di Silvio Berlusconi. “Io sono stato eletto, loro no“: è lo Stato contro lo Stato, il popolo contro i pm. Letale». (da huffingtonpost.it)

Ma di cosa davvero ci stupiamo, ipocriti noi? Come scrive Tomaso Montanari, la Lega è un partito guidato da un leader che, parlando di migranti, ha dichiarato: “Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia… via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve”(febbraio 2017). Che pensa che “il fascismo ha fatto tante cose buone”( gennaio 2018). Che vuole “un cittadino su due armato” (febbraio 2018). Che si è fatto fotografare mentre dà la mano a un candidato della Lega con una croce celtica tatuata sul braccio: un candidato che poi tutta Italia conoscerà come il terrorista fascista di Macerata. Quindi, ripeto, di cosa mai ci possiamo stupire? L’abitudine di evitare il rendiconto con il proprio passato, con le proprie radici storiche potrà anche far comodo nell’immediato, ma prima o poi si paga. E l’Italia, i conti più scottanti con le sue radici e responsabilità  davvero non li ha mai fatti. Anzi, al contrario lo ha sempre accuratamente e strategicamente evitato e ha sempre messo troppa polvere sotto il tappeto. Di conseguenza ha poi dovuto, giocoforza isolare e/o eliminare coloro che osavano denunciare questa semplice, banale ma sporca e inconfessabile verità.

Pier Paolo Pasolini,  per esempio. Pasolini che già  sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 scriveva:

«Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.


Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.»

Di cosa ci stupiamo, lo sappiamo da sempre: «È nei limiti storici dell’antifascismo italiano, e nella profondità delle radici fasciste che bisogna ricercare le cause lontane che hanno permesso alla continuità dello Stato di resistere alla crisi determinata  dal crollo del fascismo e dall’avvento della repubblica, e di durare fino a oggi,malgrado le indicazioni rinnovatrici della Costituzione italiana». (Giovanni Amendola – La continuità dello Stato e i limiti storici dell’antifascismo – Editori Riuniti 1975)

Leggiamo nel libro di Davide Conti: «Le biografie pubbliche dei militari italiani rappresentate nel testo sono segnate e connesse tra loro da una comune provenienza ovvero tutti operarono, con funzioni di alto profilo, in seno all’esercito eo agli apparati di forza del fascismo nel quadro della disposizione della politica imperiale del regime, prima e durante la Seconda guerra mondiale.
La gran parte di loro, non tutti, vennero accusati dalla Jugoslavia, dalla Grecia, dall’Albania, dalla Francia e dagli angloamericani di crimini di guerra al termine del conflitto. Nessuno venne mai processato in Italia o effettivamente epurato, nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti, deputati e ministri della neonata Repubblica democratica (…) …analizzarne la dinamica e l’incidenza sul processo e sulle modalità di cesura intervenute nella transizione dall’assetto monarchico-fascista a quello repubblicano-democratico fornisce una chiave di lettura di rilievo per l’interpretazione dello sviluppo storico della democrazia in Italia e per l’individuazione dei punti di rottura e di quelli di persistenza tra le due fasi (…)
…il peso della Guerra fredda e la progressiva cristallizzazione degli equilibri geopolitici da essa definiti crearono i presupposti per una soluzione della questione dei crimini di guerra italiani che sul piano internazionale garantì l’immunità ai militari del regio esercito rispetto alle richieste degli Stati esteri, su quello interno determinò l’impunità per i crimini nazifascisti compiuti in Italia». (Davide Conti – Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana – Einaudi 2017)
E allora, insisto, di cosa ci stupiamo?
Scrive Piergiorgio Paterlini (Repubblica Bologna 7 settembre 218): «Fa bene il comune di Marzabotto a opporsi all’archiviazione del caso di Eugenio Maria Luppi, il calciatore che quasi un anno fa dopo un gol aveva esultato con il saluto romano. Per i giudici non c’è stata apologia di fascismo o pericolo all’ordinamento democratico. A me sembra vero il contrario, ma non è questo, la giustizia farà il suo corso, per continuare con le frasi d’obbligo. Mi preme però il senso generale della vicenda, il segnale che questa storia dà e darà. Come si può far cadere nel vuoto un saluto romano, con tanto di bandiera della Repubblica Sociale Italiana? A Marzabotto, oltretutto, teatro di una tragica strage nazifascista nel settembre-ottobre del 1944.
So che su questo non siamo tutti d’accordo, ma io sono fra coloro che pensano stiamo sottovalutando il pericolo. E non voglio essere fra quelli che se ne pentiranno troppo tardi.»

Norberto Bobbio diceva che dobbiamo essere “democratici sempre in allarme”. E davvero è il momento di suonare l’allarme. Ma di cosa ci stupiamo?

In testata: anti-nazi cartoon di Marian Kamensky

A seguire:

Un’immagine di Pier Paolo Pasolini

Il corpo di Pasolini all’idroscalo di Roma, 2 novembre 1975

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Non è una partita a bocce

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. (Winston Churchill)

UNO

Il 3 febbraio 2018, verso le ore 11, a Macerata, un certo Luca Traini esplode  alcuni colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, ferendo diverse persone e colpendo anche negozi ed edifici. Nella sparatoria rimangono ferite sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana dai 20 ai 32 anni. Poi Traini scende dall’auto con il tricolore legato al collo,  fa il saluto romano e grida “Viva l’Italia” davanti al monumento ai Caduti, prima di arrendersi alle Forze dell’Ordine. “Nella sua casa vengono rinvenuti elementi riconducibili all’estrema destra, tra cui una copia del Mein Kampf e una bandiera con la croce celtica.Verrà inoltre accertato che Traini era candidato con la Lega Nord per le comunali di Corridonia del 2017, tuttavia non aveva ricevuto alcuna preferenza.” (da Wikipedia)

Traini aveva un obiettivo molto preciso: sparare addosso, con la sua Glock regolarmente detenuta, a tutti i neri di Macerata: «Vuoi sapere come mi chiamo? — diceva a chi incontrava sulla sua strada — Ce l’ho scritto addosso, guarda qua…». Alla testa rasata Luca Traini è sempre piaciuto farsi chiamare «Lupo» e la scritta, in gotico nero, se l’era infatti tatuata sul collo, insieme a una croce celtica su un braccio e a un dente di lupo, il simbolo nazista, vicino alla tempia destra.  (da Corriere.it).

Solo tre settimane prima, il settimanale “l’Espresso” (n. 3 del 14 gennaio 2018) aveva pubblicato nelle pagine centrali un fumetto di 14 pagine di Zerocalcare, dal titolo “Questa non è una partita a bocce – Dieci banalità che renderebbero più igienico il dibattito sui nazisti”. Nella dodicesima pagina il fumettista ricorda i nomi «di chi è stato ammazzato dai militanti neofascisti o da chi proveniva da ambienti direttamente limitrofi, dal 2003 ad oggi». Eccoli: Davide Cesare – ucciso a coltellate a Milano nel 2003; Renato Biagetti – ucciso a coltellate a Focene nel 2006; Nicola Tommasoli – pestato a morte a Verona nel 2008; Samb Modou – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Dip Mor – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Emmanuel Chidinnamdi – pestato a morte a Fermo nel 2016.

Reazioni politiche e/o sociali e/o culturali, approssimando per eccesso: zero virgola.

DUE

“L’Espresso” attualmente in edicola (n. 36 del 22/07/2018) pubblica invece un forum cui partecipano il direttore Marco Damilano, la scrittrice Michela Murgia e lo stesso Zerocalcare. Che dice:  «Una cosa che mi ha colpito più di tutto quello che gli intellettuali di questo Paese non hanno saputo dire» l’ha sentita in un’aula di tribunale: «Se facciamo un bilancio delle cose di questi anni, e ci guardiamo attorno oggi, di sicuro sentiamo il peso delle responsabilità di ciò che abbiamo fatto. Ma pesa immensamente di più la responsabilità di ciò che non abbiamo fatto».

“La Repubblica” del 25 luglio 2018 pubblica ora l’appello di Roberto Saviano: “Rompiamo il muro del silenzio“. Inizia così: «Dove siete? Amici scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, oggi non possiamo permetterci più di essere solo questo. Oggi chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Ogni parola ha una conseguenza, certo, ma anche il silenzio ha conseguenze, diceva Sartre. E il silenzio, oggi, è un lusso che non possiamo permetterci».

E termina così: «Ho riflettuto molto prima di scrivere queste righe: non vi sto chiamando a raccolta per difendere me, ma il tempo per restare nelle retrovie è finito. Se non prenderete parte vorrà dire che quello che sta accadendo sta bene anche a voi: o complici o ribelli. “La storia degli uomini — scrisse Vasilij Grossman in Vita e destino — non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell’uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Ma se, in momenti come questo, l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere”. Voi siete il piccolo seme dell’umanità, senza di voi l’Italia è perduta. Allora, da che parte state?».

Ho letto le parole di Roberto Saviano che accolgo, perché sono sincere oneste e ci mette la faccia laddove nel mondo vige la tenenza a nickname, anonimato e fake. Ma siamo sempre al solito punto. Si fa appello a scrittori, registi e intellettuali per sostituire la mancanza di qualcun altro“. Così inizia la videorisposta all’appello di Roberto Saviano ad “uscire dal silenzio” di Stefano Massini, scrittore e drammaturgo. “Io ho delegato ciò che ho di più prezioso, i miei valori e le mie idee, a qualcun altro perché siamo in una democrazia. Alle urne sono stati sconfitti degli uomini non quei valori. Ora mi sento uno che ha affidato propri figli a qualcuno che è venuto meno al patto, se ne sta disinteressando. Magari è in ferie o perso in faide di partito fra tenenti e luogotenenti, mentre non sta facendo il suo lavoro. Quel qualcuno si vergogni profondamente“. (da Repubblica.it)

Ma come? Le vibranti e corpose iniziative politiche della fantomatica “sinistra” non sono affatto mancate. E continuano ancora oggi. Per esempio: «Matteo Renzi si sente (ancora) come Barack Obama e passa dalla politica alla tv». (il Giornale.it). Vengono poi segnalate numerose altre attività: «Silvio Berlusconi e Maria Elena Boschi si ritrovano al Palace di Merano. Entrambi hanno deciso di affidarsi alle cure del guru Henri Chenot, mago delle terapie anti-age». (il Corriere.it) Per non parlare poi delle iniziative per esempio di Luca Lotti (detto «Biondo», regista dei ripetuti soccorsi dei verdiniani all’esecutivo), di Francesco Bonifazi, Marco Carrai, Antonella Manzione, Franco Bellacci, Tiberio Barchielli, Pilade Cantini, Erasmo D’Angelis, Filippo Bonaccorsi, ecc. ecc. tutti gli “statisti” del cosiddetto “Giglio Magico” che lottano ogni giorno contro i mali del mondo. Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi… ma forse è meglio fermarsi qui.

TRE

«A oggi è impossibile prevedere quale sarà il destino ultimo del nostro sistema politico. Forse l’ascesa dei populisti sarà una fase di breve durata, che tra cento anni verrà rievocata con un misto di sconcerto e curiosità. O forse sarà un cambiamento epocale, il preannuncio di un ordine mondiale in cui i diritti individuali verranno violati a ogni piè sospinto e il vero autogoverno sparirà dalla faccia della terra. Nessuno può prometterci un lieto fine. Ma quanti di noi hanno davvero a cuore i nostri valori e le nostre istituzioni sono decisi a combattere per le nostre convinzioni senza pensare alle conseguenze. Anche se i frutti del nostro lavoro rimarranno incerti, faremo il possibile per salvare la democrazia liberale».

Con queste parole termina “Popolo vs Democrazia – Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale” di Yascha Mounk (Feltrinelli, 2018). Il libro è stato pubblicato nel marzo di quest’anno dalla Harvard University Press con il titolo originale “The People vs Democracy – Why Our Freedom Is In Danger And How To Save It” (Popolo vs Democrazia – Per quale motivo la nostra libertà è in pericolo e come salvarla).  Yascha Mounk è nato a Monaco di Baviera nel 1982, insegna Teoria politica al dipartimento di Studi governativi di Harvard, è Postdoctoral Fellow presso la German Marshall Fund’s Transatlantic Academy e Nonresident Fellow del Political Reform Program presso New America. Scrive su diverse testate internazionali.

Donald Trump, Marine Le Pen, Viktor Orbán, Vladimir Putin, Matteo Salvini. Il deterioramento della democrazia liberale, fenomeno che ora è sotto gli occhi di tutti da Mosca a Washington, fino a poco tempo fa era classificato come una pulsione marginale, merce per estremisti e sobillatori. Mounk è un giovane teorico politico che, già nel suo precoce libro di memorie, notava che le frizioni fra la sua identità ebraica e l’appartenenza nazionale tedesca fossero un esempio della postmoderna incapacità di produrre identità multiculturali. Così ha preso a studiare con gli strumenti dell’indagine sociologica la tenuta del sistema democratico.

«Negli ultimi quindici anni, dopo una delle più lunghe e complesse crisi del mondo occidentale, le democrazie liberali stanno iniziando a scricchiolare sotto il peso della rabbia, della frustrazione e della delusione delle loro cittadinanze, ma soprattutto dei movimenti politici populisti che prima hanno soffiato sul fuoco di questa rabbia e ora la cavalcano. E quello che fino a qualche decennio fa era impensabile, il crollo del sistema politico su cui l’Occidente ha costruito la propria identità novecentesca, diventa di giorno in giorno più realistico. (…)

Democrazia viene dall’unione di due parole Demos e Crazia. Tu ora mi hai parlato di un problema della Crazia, ovvero del potere, che ha deluso le aspettative della gente. Ma la gente, il Demos, non ha la sua parte di colpe?
Il nostro sistema politico è la democrazia liberale e si regge su due aspetti fondamentali: la libertà individuale e l’idea che il popolo governi, ovvero che la gente possa avere un’influenza sulla politica. Secondo me è da un po’ di tempo che questo non è più vero. La colpa della gente forse è stata quella di pensare che tutto fosse garantito, che non ci fosse più bisogno di sorvegliare il sistema, di difendere le proprie libertà e i propri diritti». (da Linkiesta.it – intervista di Andrea Coccia)

Noi siamo il popolo,” ha detto una volta Erdogan ai suoi oppositori. “Voi chi siete?” Norbert Hofer, leader del Partito della libertà austriaco, uno schieramento di destra, ha fatto eco allo stesso sentimento in una recente campagna elettorale. “Voi avete l’alta società dietro di voi” ha detto. “Io ho il popolo con me.La promessa di dare espressione alla voce autentica della gente è la caratteristica centrale del populismo. Quando la loro popolarità cala, i populisti smantellano i meccanismi indipendenti di controllo del potere. In Turchia e Venezuela, per esempio, malgrado gli sforzi compiuti, i difensori della democrazia liberale non sono riusciti a impedire che i loro paesi scivolassero nella dittatura, e che loro venissero condannati e perseguitati.

In quanto “nemici del popolo”, è ovvio. Benito Mussolini e Adolf Hitler sono andati al potere esattamente in questo modo. È impossibile negarlo: anche se qualcuno sembra considerarla tale, questa non è davvero una partita a bocce.

E voi quante vite pensate di avere? Comunque sia, buone vacanze a (quasi) tutti.

In testata: un murale di Banksy, che è stato cancellato dal consiglio comunale di un paesino dell’Essex, Clacton-on-Sea,  perché reputato “razzista”. Traduzione delle scritte:“Gli immigrati non sono benvenuti” – “Tornate in Africa” – “Alla larga dai nostri vermi”.   

Pride (In the Name of Love) degli U2, estratto come primo singolo dall’album The Unforgettable Fire il 4 settembre 1984, è dedicata a Martin Luther King.

Il brano “Le quattro volte” di Brunori Sas è contenuto nell’album “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi (2014)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Quei fanatici così perbene

La torbida e ottusa convinzione di essere portatori di qualche tipo di verità necessaria, considerarsi missionari destinati a salvare l’umanità: è questo il seme in apparenza innocuo, innocente, da cui invece germogliano così spesso le più temibili manifestazioni di intolleranza e di violenza.

In effetti, il germe più o meno occulto del fanatismo si annida non di rado dentro manifestazioni diverse di dogmatismo categorico, di chiusura quando non di ostilità, nei confronti di posizioni considerate inaccettabili. Quella ferma convinzione di essere dalla parte del giusto che scava e si asserraglia dentro di sé, che non contempla né finestre né porte, è la cartina al tornasole di questa malattia, così come le prese di posizione che scaturiscono da pozzi cristallini di sprezzo e repulsione che respingono qualunque altro impulso emotivo. (Amos Oz)

Contrariamente ai luoghi comuni più banali, il fanatico portatore di questo germe così pericoloso non si evidenzia per il suo aspetto, magari per le corna, la coda e la pelle rossa, oppure per il passamontagna, la mimetica e la bandiera nera con lettere arabe. Non vive neanche in una caverna. Al contrario, quasi sempre indossa un rispettabile completo giacca e cravatta, oppure un inappuntabile tailleur-tacco 12, oppure jeans e maglione sportivo. A volte anche pantaloncini corti e scarpe coi tacchetti. O una tonaca, o un grembiule da casalinga. Vive in mezzo  a noi, insomma; a volte può essere un inconsapevole “portatore sano” della malattia (“Perdona loro perché non sanno quello che fanno” disse Gesù), qualcuno invece lo sa benissimo, ciò che sta facendo. Tutti comunque diffondono o tentano di diffondere il loro catastrofico virus.

Si tratta del fanatico perbenista, un “modello sociologico” di cui riporto di seguito tre esempi, ma se ne potrebbero portare altri mille, vicini e lontani. I rispettivi gradi di  colpa o responsabilità sociale, politica o penale sono enormemente diversi e addirittura incomparabili; eppure condividono tutti lo stesso pericoloso, a volte micidiale principio di base: la disgraziata convinzione “missionaria” di cui sopra.

Primo esempio:

Un importante scrittore israeliano, Sami Michael, raccontò un giorno di un lungo viaggio in macchina insieme a un autista. A un certo punto questi cominciò a spiegargli quanto importante, e pure urgente, fosse per noi ebrei “uccidere tutti gli arabi!“. Sami Michael ascoltò educatamente finché l’autista non ebbe finito la sua concione e, invece di scandalizzarsi, di confutare o esprimere disprezzo, gli fece una domanda ingenua:

“E chi, secondo lei, dovrebbe uccidere tutti gli arabi?”

“Noi! Gli ebrei! Bisogna farlo! O noi o loro! Non vede cosa ci fanno continuamente?

“Ma chi di preciso dovrebbe uccidere tutti gli arabi? L’esercito, la polizia? O i pompieri? O i medici in camice bianco con delle iniezioni?” L’autista si grattò il capo, tacque, rifletté sulla domanda e alla fine rispose:

“Bisogna dividerci il compito fra noi. Ogni maschio ebreo dovrà uccidere alcuni arabi”. Sami Michael non si arrese: “Va bene. Diciamo che lei, in quanto cittadino di Haifa, ha in carico un condominio della sua città. Passa di porta in porta, suona il campanello, domanda educatamente agli inquilini: ‘Scusi, siete per caso arabi?’. Se rispondono di sì lei spara e li uccide. Finito di uccidere tutti gli arabi del condominio che le è stato assegnato, scende e se ne va a casa e allora, prima di allontanarsi, sente improvvisamente da un piano alto il pianto di un neonato. Che fa? Si volta? Torna indietro? Sale su per le scale e spara al neonato? Si o no?”. Lungo intervallo di silenzio. L’autista meditò. Alla fine rispose al suo passeggero:

“Senta signore, lei è una persona veramente crudele!“. (Amos OzCari fanatici – Feltrinelli 2017)

Secondo esempio:

Per tutto il processo Eichman cercò di spiegare, quasi sempre senza successo, quest’altro punto grazie al quale non si sentiva “colpevole nel senso dell’atto d’accusa”. Secondo l’atto d’accusa egli aveva agito non solo di proposito, ma anche per bassi motivi e ben sapendo che le sue azioni erano criminose. Ma quanto ai bassi motivi, Eichman era convintissimo di non essere un innerer Schweinehund, cioè di non essere nel fondo dell’anima un individuo sordido e indegno; e quanto alla consapevolezza, disse che sicuramente non si sarebbe sentito la coscienza a posto se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato – trasportare milioni di uomini, donne e bambini verso la morte – con grande zelo e cronometrica precisione. Queste affermazioni lasciavano certo sbigottiti. Ma una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato “normale”, e uno di questi, si dice, aveva esclamato addirittura : “Più normale di quello che sono io dopo che l’ho visitato,”mentre un altro aveva trovato che tutta la sua psicologia, tutto il suo atteggiamento verso la moglie e i figli, verso la madre, il padre, i fratelli, le sorelle e gli amici era “non solo normale, ma ideale”: e infine anche il cappellano che lo visitò regolarmente in carcere dopo che la Corte Suprema ebbe finito di discutere l’appello, assicurò a tutti che Eichman aveva “idee quanto mai positive” (Hanna Arendt – La banalità del male. Eichman a Gerusalemme – Feltrinelli 2001)

Questo processo diede occasione a molti di riflettere sulla natura umana e dei movimenti del presente. Eichmann, come detto, tutto era fuorché anormale: era questa la sua dote più spaventosa. Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarvisi. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee, come lui. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, ecc. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di immaginare cosa stesse facendo. (da Wikipedia)

Terzo esempio:

La “logica schiavista”. Ancora: “I soloni dell’immigrazionismo a ogni costo”. I popoli sacrificati “sull’altare di un turbocapitalismo alienante”. Attenzione, questa è forte, sfiora il gioco enigmistico: “Il megafono propagandistico di pseudoclericali irretiti dalla retorica mondialista”. Poi c’è la tipica sostituzione di popoli con “non popoli figli della modernità incontrollata nel nome del progresso”. Chiusura col botto: “Il popolo si ama e non si distrugge”. Tutto col tono di voce un po’ goffo, zoppicante, da poesia ripetuta a pappagallo senza coglierne il 10% del significato, da studentello per cui un 6 in pagella era un’impresa da festeggiare. Poi il trombettiere dei fascisti del Veneto Fronte Skinhead, evidentemente selezionato dopo un’attenta analisi del timbro di voce, ripiega soddisfatto il foglietto.

Stiamo parlando della violenta interruzione avvenuta martedì scorso a Como, [28 novembre 2017, NdR] in una sala al primo piano del Chiostrino di Santa Eufemia, mentre era in corso una riunione di Como Senza Frontiere. Una rete che unisce decine di associazioni locali a sostegno dei migranti. Volontari, gente che dopo una giornata di lavoro, sacrificando magari una cena in famiglia, stava tentando di coordinarsi per accogliere al meglio chi ha bisogno. Anche per mitigare i problemi sul territorio. Gente, insomma, che si sporca le mani ogni giorno e ha poco da spartire con le chiacchiere da social network e le sfilate da bulletti di quartiere. (da Wired.it)

Come notiamo dal filmato, che loro stessi desideravano fosse diffuso, questi ragazzi con le teste rasate hanno tutti le facce da bravi ragazzi di buona famiglia, puliti ed educati coi loro bomberini neri. Uscendo dalla sala hanno anche cortesemente concesso il permesso di proseguire (“Adesso potete continuare…“) la riunione che avevano appena interrotto. Hanno solo trascurato di precisare un dettaglio molto importante: fino a quando, precisamente, secondo loro questo genere di riunioni potranno continuare?