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Del senso comune

«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume….»

Ok, tutti, o quasi tutti, conoscono il celeberrimo incipit dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, probabilmente il più noto romanzo della letteratura italiana. Quello che segue, invece, è l’inizio di un’altro scritto dello stesso autore, molto meno noto, ma forse altrettanto importante e “moderno”:

«Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile…»

Il libro è la “Storia della colonna infame“: «Destinato in un primo tempo ad essere un capitolo dei Promessi sposi, poi cresciuto troppo per poterlo includere nel romanzo, è stato pubblicato nel 1840 come appendice al capolavoro del Manzoni. Largamente ispirato alle “Osservazioni sulla tortura” del Verri, racconta la disgraziata storia del Mora e del Piazza, ingiustamente accusati di unzione nella peste del 1630, e costretti con la tortura a confessare falsamente la loro colpa. Sulla casa del Mora, rasa al suolo per decreto del senato milanese, fu eretta, a perenne ricordo del delitto (ma in realtà a perenne vergogna di chi l’aveva eretta) una colonna, detta “la colonna infame». (Rosario Di Mauro, da liberliber.it) Non è un romanzo, è storia.

Nei “Promessi sposi” (cap. 32), Manzoni a proposito dell’isteria collettiva sui presunti  untori, commenta  che la collera popolare che consegue a minacce oscure e incontrollate, aspira sempre a punire qualcuno, a individuare colpevoli veri o presunti. Infatti: «le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa fare le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole piú che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malíe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà.»

«Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza di una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne dovevano scoprire, quasi infallibilmente; tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore.» I giudici avevano voluto trovare «i colpevoli d’un delitto che non c’era, ma che si voleva»; e «se non seppero quel che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere». Il ragionamento manzoniano risulta quantomai d’attualità.

Il quale ragionamento continua poi per constatare amaramente che “il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.” Il senso comune: quale concetto è più indefinito, più ambiguo e pericoloso? Oscar Wilde suggeriva di non discutere mai con un imbecille, perché ti porta sul suo terreno e ti batte con l’esperienza. E molto spesso questa esperienza, purtroppo, coincide proprio con il cosiddetto senso comune. Diviene un comodo paravento per chiacchiere vuote e superficiali, ma non per questo meno pericolose. Schermo tartufesco e perbenista dietro cui nascondere pregiudizi, pettegolezzi, invidie, ipocrisie, malignità, cattiverie; collateralismo e complicità opportunista e disimpegnata, pur di aderire al vigente sistema di potere, quale esso sia. La facciata conformista dietro cui nascondere vizi privati e pubbliche virtù, assumendo nei fatti totale indifferenza al tema dei valori e della giustizia.

Tema della giustizia che invece è al centro del pensiero di Manzoni, in queste come in tutte le sue opere: da questa dipende infatti secondo lui  il bene e il male delle persone e della società nella vita terrena, in attesa della perfetta realizzazione ultraterrena nel regno di Dio. In questo senso, egli ha svolto con grande coerenza e sincerità il proprio ruolo di intellettuale, di artista e di cittadino (religioso). «Di fronte alla scandalosa evidenza del male che corrompe i rapporti umani e sociali portando dolore e violenza soprattutto ai più deboli, Manzoni denuncia le gravi responsabilità degli uomini» (A. Jacomuzzi). La sua lezione impone una domanda: possiamo dire altrettanto di noi stessi, oggi, dei nostri doveri come singoli e come comunità, ognuno nei rispettivi ruoli pubblici e privati e secondo le proprie competenze?

La risposta non può che essere negativa; a prevalere, oggi come allora è ancora una volta il cosiddetto senso comune, il quale, di volta in volta, cambia il proprio oggetto ma non il proprio fine: il conformismo. Oggi come oggi il suo strumento ideologico è il senso della “necessità”: «Il discorso politico contemporaneo, soprattutto in Europa, è sempre più intriso di «necessità». La globalizzazione, si dice, impone conformità alle logiche di mercato. Le tecnostrutture sovranazionali dettano regole vincolanti basate su semplici numeri. Il motto di Margareth Thatcher — there is no alternative — domina le scelte di governo e sempre più anche quelle individuali (pensiamo al mercato del lavoro). È il trionfo di quella colonizzione del «mondo della vita» da parte degli «imperativi sistemici» di cui parlano da molto tempo autori come Jürgen Habermas o Axel Honneth.

Nel suo ultimo libro Il senso della possibilità (Feltrinelli), Salvatore Veca indica invece una strada per uscire da questo vicolo cieco. «Di fronte alla dittatura del presente e delle sue supposte necessità, sostiene, occorre recuperare appunto il «senso della possibilità». L’idea che non vi siano alternative nasce dalla nostra ignavia, dal mancato esercizio di spirito critico nei confronti dello status quo, dei paradigmi dominanti e delle loro false necessità. E, soprattutto, dalla diffusa rinuncia a usare l’immaginazione, a elaborare futuri possibili, a «prenderci per mano, ragionare e operare per forme più decenti di convivenza» (Maurizio Ferrera – Corriere della Sera, 16 marzo 2018)

La giornalista britannica Laurie Penny ha scritto: «il neoliberismo molto semplicemente, descrive un modo di organizzare la società – dalla politica alla cultura al commercio – in cui i bisogni del mercato e l’adorazione del profitto privato hanno la precedenza su tutto il resto. Dove niente è più importante di cosa si può vendere e a quanto (…) come ogni forma di capitalismo, non mira solo a controllare  ciò che le persone fanno, ma anche quello che provano, e nello specifico ciò che provano nei confronti del capitalismo. Quando un sistema produce una quantità d’infelicità tale da non poter più contare sull’arrendevolezza delle masse, questo sistema crolla. Qualcosa si spezza.

Ora siamo arrivati a un punto di rottura, e questo crea un varco per il fascismo. Il fascismo funziona in modo simile, ma la sua è una violenza dichiarata, e le sue ingiustizie  sono celebrate  anziché occultate con la razionalità. Al fascismo non interessa cosa provano le persone, basta che restino al loro posto. (…) Cambiamenti del genere non arrivano da un giorno all’altro. Non c’è un momento magico in cui il fascismo esplicito emerge dalla crisalide neoliberista e comincia a sbattere le ali maculate di svastiche. È una metamorfosi lenta, che siamo costantemente incoraggiati a giustificare fingendo che sia tutto normale o, se non normale, almeno sopportabile o, se non sopportabile, almeno qualcosa a cui si può sopravvivere.» (da “Questa non è libertà” – Internazionale n. 1246)

Credo che oggi il punto di partenza per ogni ragionamento sulla politica debba essere il rifiuto dell’indifferenza. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare » , dice Gramsci ed è difficile non essere d’accordo, anche se bisogna intendersi sul significato delle parole, su cosa significhi “parteggiare” nell’accezione positiva che stiamo evocando. Certamente nel concetto non rientra la pratica patologica di chi in rete, protetto spesso dall’anonimato, offende, minaccia, inveisce. Questa non è partecipazione ma solo una forma diversa e velenosa di indifferenza. Tradurre in atto il precetto gramsciano oggi, significa fare i conti non solo con l’indifferenza tradizionale di chi si tiene lontano da ogni impegno, ma soprattutto con l’attivismo nevrotico di chi partecipa alla fiera del rancore.» (Gianrico Carofiglio – La Repubblica 8 marzo 2018)

Italo Calvino in una intervista disse che «in Italia le cose semplici non vengono mai dette». E’ ora di ricominciare a dirle. Manzoni lo faceva, parlava dei “birbanti” dei “birboni”, dei “marioli”, dei “furfantoni”; non solo dei don Abbondio e dei don Rodrigo, dei Griso e degli Azecca-garbugli, ma anche delle donna Prassede e dei don Ferrante. Degli indifferenti, di coloro che, come scrisse Ennio Flaiano “son sempre pronti ad accorrere in soccorso ai vincitori“. Degli italiani, insomma, del loro senso comune, che – per usare l’espressione di Manzoni – li induce a portare sempre e solo il soccorso di Pisa. Invece: «Chi governa il presente deve riappropriarsi del senso di possibilità, sfidando i tanti sacerdoti del ‹non si può fare altrimenti›. Chi agita l’inquietudine dei governati (pensiamo ai leader populisti) deve a sua volta calibrare la propria immaginazione in base ai materiali disponibili, oggi, nel reale. I mondi possibili sono tanti, ma non tutti sono accessibili dal punto in cui ci troviamo. E, come ricorda Veca, alcuni non sono neppure desiderabili. Il passato conteneva molte possibilità. Le cose potevano andare altrimenti». (Maurizio Ferrera) Contrariamente a quanto sostiene il senso comune, il futuro contiene molte, diverse e ormai necessarie possibilità.

P.S.: Proverbiale l’espressione figurativa: il soccorso di Pisa è un aiuto che riesce inutile perché arriva troppo tardi; con riferimento ai soccorsi che i Pisani, assediati dai Fiorentini nei primissimi anni del ’500, aspettarono invano dall’imperatore Massimiliano I d’Asburgo: il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura di portare il s. di Pisa, pure non volle mancare (Manzoni –  Treccani.it)

Nell’immagine in testata: J.-B. Camille Corot, Veduta del lago di Como (1834). La vignetta che segue è di Zerocalcare (2018)

La cultura di Sherlock Holmes

Sherlock-Holmes

Primo estratto. Sherlock Holmes dialoga con il dott. Watson. Si conoscono da pochi giorni e Watson scopre che Sherlock ignorava la teoria di Copernico nonché la struttura del sistema solare:

Ora che mi ha insegnato queste cose, farò del mio meglio per dimenticarle.
– Per dimenticarle?
– Vede – mi spiegò – secondo me, il cervello d’un uomo, in origine, è come una soffitta vuota: la si deve riempire con mobilia a scelta. L’incauto v’immagazzina tutte le mercanzie che si trova tra i piedi: le nozioni che potrebbero essergli utili finiscono col non trovare più il loro posto o, nella migliore delle ipotesi, si mescolano e si confondono con una quantità d’altre cose, cosicché diventa molto difficile trovarle. Lo studioso accorto invece, seleziona accuratamente ciò che immagazzina nella soffitta del suo cervello. Mette solo gli strumenti che possono aiutarlo nel lavoro, ma di quelli tiene un vasto assortimento, e si sforza di sistemarli nel miglior ordine. È un errore illudersi che quella stanzetta abbia le pareti elastiche e possa ampliarsi a dismisura. Creda a me, viene sempre il momento in cui, per ogni nuova cognizione, se ne dimentica qualcuna appresa in passato. Per questo è molto importante evitare che un assortimento di fatti inutili possa togliere lo spazio di quelli utili.
– Ma qui si tratta del sistema solare – protestai.
– Che me ne importa? – m’interruppe impaziente Holmes. – Lei dice che noi giriamo attorno al Sole. Se girassimo attorno alla Luna non cambierebbe nulla per me o per il mio lavoro.” Arthur Conan Doyle  – Uno studio in rosso.

Secondo estratto. Da un qualsiasi quotidiano  del 26 novembre scorso:

“Il ministro del Lavoro torna a strigliare i giovani: «Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21», ha detto Giuliano Poletti, dialogando con gli studenti durante la convention di apertura a Veronafiere di «Job&Orienta», la 25esima mostra convegno nazionale dell’orientamento, scuola, formazione, lavoro.” (Il Corriere.it).

Sherlock Holmes mi è sempre stato “cordialmente” antipatico. Forse alla fine ho capito il motivo: la realtà è che sir Conan Doyle, nei suoi “romanzi” – che pure leggo in modo spensierato – racconta un sacco di cazzate. Scusate il francesismo. Non parlo delle oneste balle narrative, che fanno parte del gioco; parlo dei trucchi logico-deduttivi introdotti a tradimento e che fanno del suo protagonista un vincente a prescindere. Come del modello di società che egli rappresenta. Il problema è il trucco, pensato anche in questo caso ovviamente a tavolino nell’intento di buggerare il lettore credulone con il fascino del mistero e dell’acutezza para-scientifica dell’acuto e geniale specialista. (Ad esempio: al primo  incontro con Watson: “A quanto vedo, lei è stato nell’Afghanistan. – Come fa a saperlo? – domandai stupefatto. – Lasci perdere – fece lui ridacchiando.”  Ma la spiegazione fornita successivamente è del tutto risibile e pretestuosa). Stessa identica cosa succede nell’attuale meccanismo politico-economico-finanziario-comunicativo. Il problema è che queste panzane positivistiche non rappresentano altro se non la punta di un iceberg. Sott’acqua però si scopre un intero filone letterario e culturale di successo, il quale sostiene la necessità di un approccio formativo alla Sherlock Holmes come necessario per tutte le nuove generazioni. Le quali, ingenue, avrebbero in questo modo il futuro economico-professionale assicurato. Tutto ciò non è altro che un drammatico e strumentale imbroglio, che galleggia sulle sue reali motivazioni nascoste sotto il pelo dell’acqua, immerse nella consueta collusione politico-imprenditoriale tipica della nostra “classe dirigente”. Dove chi comanda e detta la linea è il mondo finanziario e la sua malcelata cattiva fede.

Terzo estratto:

Le competenze elevate ce l’ha ormai solo il computer, l’unico ferro nuovo tra i tanti ferri vecchi che il governo Renzi elenca quotidianamente con disgusto (…) Sicché diciamo la verità, anche il centodieci e lode è un ferro vecchio. E anche il verbo “studiare”: meglio “leggiucchiare”, “guardicchiare”, quindi spararle grosse con linguaggio immaginifico.” (Domenico StarnoneInternazionale n. 1131).

Quarto e ultimo estratto:

“…sotto l’influenza del neoliberismo, i governi premono sempre più affinché i programmi di studio scolastici e universitari siano strettamente vincolati al mercato del lavoro, le imprese svolgano un ruolo maggiore  nella progettazione dei corsi e i giovani siano incoraggiati a pensare alla potenziale retribuzione futura quando scelgono il corso di studio. Questa mercatizzazione dell’istruzione, non nel senso stretto di venderla, ma in quello più ampio di considerarla commercializzabile sul mercato del lavoro, è concepita per rendere un servizio più efficiente alla società introducendo il calcolo dei costi nelle decisioni in materia di istruzione. Come in tutti i casi di esternalizzazione, si producono esternalità, una delle quali è il colpo potenzialmente fatale inflitto all’idea della conoscenza come obiettivo puro, fine a sè stesso: per apprendere, ad esempio, le leggi della chimica, o come leggere una poesia per il gusto di farlo, non solo come strumento da utilizzare sul mercato. (Colin Crouch- Quanto capitalismo può sopportare la società, Laterza 2014).

Che poi nella contesa tra il sistema tolemaico e quello copernicano Galileo sia stato costretto o meno ad abiurare l’oggettiva verità scientifica (“inginocchiato avanti di voi Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l’eretica pravità generali Inquisitori”) per non finire nelle pontificie galere (o peggio, bruciato vivo) è del tutto secondario. E’ successo in passato? Amen. Come detto: “Non cambierebbe nulla per me o per il mio lavoro.”  Elementare, Watson.

 

 

 

 

Niente da aggiungere

Grosz

Riporto alcuni estratti da “La Repubblica di oggi”:

1)  «Io Luigino me lo sento sulla coscienza perché mi sono comportato da impiegato di banca e se fossi stato una persona che rispettava le regole non gli avrei fatto fare quel tipo di investimento». Marcello Benedetti è un ex impiegato della banca Etruria di Civitavecchia. Licenziato un anno fa da quella filiale per un procedimento penale che ha in corso, Marcello ora monta caldaie in giro per la sua città. Il contratto delle obbligazioni acquistate da Luigino D’Angelo, il pensionato che si è tolto la vita per aver perso 110mila euro, porta la sua firma. Benedetti accetta di rilasciare l’intervista a patto che non si sfiori l’inchiesta che lo ha travolto, e che non riguarda i bond subordinati: su questo non può rilasciare dichiarazioni.

Fu lei a “convincere” Luigino ad investire i suoi risparmi in obbligazioni subordinate?

«Sì, Luigino fu uno dei primi clienti della banca a cui proposi questo investimento».

Lo mise al corrente dei reali rischi che correva in questo tipo di operazione?

Gli occhi si inumidiscono. «Firmò il questionario che sottoponevamo a tutti, nel quale c’era scritto che il rischio era minimo per questo tipo di operazione».

Una bugia scritta in un contratto?

«In realtà nelle successive carte che il cliente firmava, era presente la dicitura “alto rischio”, ma quasi nessuno ci faceva caso. Era scritto in un carteggio di 60 fogli».

E voi impiegati non mettevate al corrente i clienti?

«Avevamo l’ordine di convincere più clienti possibili ad acquistare i prodotti della banca, settimanalmente eravamo obbligati a presentare dei report con dei budget che ogni filiale doveva raggiungere. L’ultimo della lista veniva richiamato pesantemente dal direttore ».

Eravate però perfettamente al corrente di cosa significasse vendere ai vostri clienti delle obbligazioni subordinate, giusto?

«Sì. Ogni anno c’era un aumento del capitale e per farlo dovevamo chiamare tutti i clienti e fargli rivedere azioni, obbligazioni, etc». (…)

(Articolo di Federica Angeli: “Ho Luigi sulla coscienza ma l’ordine di mentire ci arrivava dalla banca – pag. 6)

2) (…) La Federconsumatori di Arezzo annuncia che la prossima settimana presenterà un esposto in procura. «Il collocamento del 2013 è stato fatto in buona fede sperando di salvare la banca» assicura Bertola dal quartiere generale dell’Etruria, vicino all’Autosole e assolve i dipendenti agli sportelli. Fra loro uno racconta: «Eravamo sotto pressione. I dirigenti insistevano, ci facevano anche 2 o 3 telefonate al giorno: le hai vendute? Quante ne hai vendute di subordinate? Credevamo di offrire titoli sicuri, li abbiamo dati anche ad amici e ai parenti. In ufficio facevano la classifica di chi ne vendeva di più: si andava da “sei un mito” a “sei un incapace”. E non avevamo premi di produzione». Si ferma e aggiunge: «Ho visto miei colleghi allo sportello piangere. La nostra credibilità è a pezzi, con quale faccia domani consiglieremo un investimento a un cliente?».

(Articolo di Laura Montanari: E ora nel fortino di Arezzo scatta l’assedio agli sportelli “Chiudiamo anche i conti” – pag. 7)

3) Renzi sente di essere stato trascinato nella bufera suo malgrado e proprio durante la Leopolda, il simbolo del renzismo, che quest’anno doveva diventare l’occasione per rivendicare i successi del governo. «E’ un problema grave ma che dovrebbe ricadere su altri, a cominciare dalle banche, dalle loro colpe», spiega ai suoi collaboratori. Difende il decreto «che ha evitato guai peggiori ai correntisti e all’occupazione», protegge il ministro Maria Elena Boschi nell’occhio del ciclone perché suo padre era vicepresidente di Banca Etruria prima del commissariamento. Ma nessuno qui sottovaluta le conseguenze politiche di una vicenda che ha un fortissimo impatto sociale. Infatti l’esecutivo lavora a un provvedimento, ancora coperto dal segreto, che «riuscirà a raccontare meglio tutta la vicenda degli obbligazionisti».

(Articolo di Goffredo De Marchis: Renzi: “Il caso banche rischia di oscurarci” La Boschi prende tempo – pag. 11)

Agghiacciante: “un provvedimento che riuscirà a raccontare meglio…!” Davvero senza parole.

Anzi no, Roberto Saviano le parole le ha trovate:

Questo governo deve essere criticato con lo stesso rigore con cui abbiamo criticato il governo Berlusconi (…) Perché era giusto sotto Berlusconi chiedere le dimissioni, urlare allo scandalo e all’indecenza ogni volta che qualcosa, a ragione, ci sembrava andare nel verso sbagliato e tracimare nell’autoritarismo? Perché sotto Berlusconi non ci si limitava a distinguere tra responsabilità giuridica e opportunità politica, ma si era giustizialisti sempre? E perché invece oggi noi stessi ieri zelanti siamo indulgenti anche dinanzi a una contraddizione cosi importante e oggettiva? (…) La moglie di Cesare e il padre di Maria Elena Boschi – Il Post ”

(…) «Questo governo deve essere criticato con lo stesso rigore con cui abbiamo criticato il governo Berlusconi», continua lo scrittore. «Per molto meno siamo scesi in piazza. Non possiamo introiettare l’accusa di disfattismo con cui Renzi reagisce alle critiche». Secondo Saviano sulla vicenda restano «troppe opacità» a cui Boschi deve rispondere: «Se resterà al suo posto è solo perché questo è il Paese del conflitto di interessi».
Articolo firmato f.s.: Saviano:“La Boschi deve dimettersi”. – La Repubblica – pag. 9.

Nell’illustrazione: George Grosz – Toads of Property, 1920

Teoria e pratica della pubblica amministrazione

Colin Crouch

  1. TEORIA. Colin Crouch è un sociologo e politologo inglese noto per aver coniato il termine Postdemocrazia nell’omonimo libro edito in Italia da Laterza nel 2003. Nel quarto capitolo (Il partito nella postdemocrazia) egli annota che di solito i testi di scienze politiche “rappresentano la relazione tra i partiti e il loro elettorato con una serie di cerchi sempre più grandi collegati tra loro: il più piccolo contiene il nucleo dei dirigenti e dei loro consiglieri; poi vengono i rappresentanti parlamentari; quindi i militanti (…) dopo vengono i tesserati ordinari (…) oltre ci sono i sostenitori, gli elettori fedeli (…); infine, il cerchio più ampio rappresenta l’elettorato in senso lato (…) Nel modello puro di partito democratico questi cerchi sono concentrici. E’ un modello democratico astratto che non è mai esistito realmente, tuttavia vari movimenti andavano in quella direzione. Al contrario, negli ultimi tempi (i decenni del neoliberismo) il modello concentrico ha subito un processo di  profondi cambiamenti: “Questo processo modifica la forma del nucleo della dirigenza in relazione agli altri cerchi del partito. Il primo cerchio diviene infatti un’ellissi. (…) Un partito che oggi è o potrebbe essere al governo sarà pesantemente coinvolto nelle privatizzazioni e negli appalti. I legami con esponenti governativi possono essere vitali per le aziende che cercano di lucrare su ciò. (…) Le aziende intenzionate a ritagliarsi una propria fetta in questi affari sanno bene di dover mantenere contatti permanenti con il nucleo decisionale nel partito di governo. Gli esponenti delle aziende diventano consulenti del partito per determinati periodi, mentre i consulenti del partito trovano lavoro come lobbisti nelle aziende. In tal modo il nucleo interno viene deformato, stiracchiando il centro interno del partito sino a farne un’ellissi che sconfina verso l’esterno, superando di molto i ranghi intermedi del partito. 
  2. PRATICA. Dal Curriculum Vitae dell’Ing. Sante Fermi: (…) DIRETTORE OPERATIVO (CITY MANAGER) DEL COMUNE DI BOLOGNA (dal 1991 a metà del 1999) – Responsabile di tutte le aree di attività del Comune, eccetto Ragioneria e Legale, che rispondevano al Segretario Generale. Come Direttore Operativo rispondevo al Segretario Generale. Insieme alla responsabilità diretta sulle attività comunali, ero incaricato del controllo strategico delle società partecipate con l’indirizzo di renderle più efficienti e iniziare il percorso di privatizzazione ove possibile. Quella di Bologna è stata la prima esperienza di city management in Italia. (…) Il Comune di Bologna è stato il primo a realizzare privatizzazioni vere anche nei servizi gestiti con società partecipate con la cessione dell’80% della partecipazione dell’AFM Spa (Farmacie Comunali di Bologna, N.d.R) nel 1999 (previo conferimento in uso e trasformazione da municipalizzata in società per azioni, insieme ad altri 13 Comuni). Dall’inizio del 1998 per portare in porto tale progetto ho gestito in prima persona la società, continuando nella mia attività di city manager. Ad inizio 1999 il Comune di Bologna insieme agli altri 13 Comuni partner ha venduto l’80% delle azioni alla società GEHE AG, oggi denominata Celesio AG. (…)   AMMINISTRATORE DELEGATO E COUNTRY PRESIDENT DI ADMENTA Italia S.p.a. nel settore delle farmacie e magazzini di distribuzione intermedia dei farmaci (da metà 1999 a fine 2009) – ADMENTA Italia (fatturato 335 milioni di euro e 850 dipendenti equivalenti a tempo pieno) è la società responsabile per lo sviluppo in Italia del gruppo Celesio AG. (uno dei leader europei della distribuzione del farmaco). ADMENTA Italia è stata costituita nel 1999 con l’acquisizione della maggioranza delle azioni di AFM Spa di Bologna (36 Farmacie comunali e un magazzino. (…)

Sintetizzando: prima l’ing. Sante Fermi ha gestito dall’interno dell’amministrazione la privatizzazione delle farmacie comunali di Bologna in forte utile, determinando quindi un danno di bilancio per la collettività e un vantaggio per i privati (vendita di AFM SpA a GEHE AG, subito rinominata Celesio AG): dopodiché egli stesso è diventato amministratore delegato della società a cui aveva venduto le stesse farmacie pubbliche (ADMENTA Italia, concessionario italiano di Celesio AG) . Così, tanto per fare solo un esempio, di cui tra l’altro il protagonista mena vanto in curriculum per presunte capacità manageriali. Un vero precursore.

Nell’immagine: Colin Crouch (Foto: picture alliance / dpa-Zentralbi)