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La musica di Hornby. Tre

Da: Nick Hornby , “31 canzoni” (Guanda, 2003). Terza puntata di tre (la prima QUI, la seconda invece QUI):

«…Abbiamo tutti vissuto quel raccapricciante momento in cui un genitore entra in una stanza e ripete, con sardonica incredulità, due versi appena sentiti allo stereo o alla TV. “E cosa vorrebbe dire?” mi chiese mia madre durante “Tops of the Pops“. “Get it on/Bang a gong? Quanto ci ha messo a pensarla secondo te?” E la risposta giusta da dare – “Due secondi, ma non importa” – non ti viene mai, così le dici solo di chiudere il becco, mentre dentro di te odi  Marc Bolan perché ti piace anche se canta di “prender su e suonare un gong” (temo che questa umiliazione continui, e che non abbia importanza se il genitore che che la infligge sia cresciuto a pane e T. Rex o Spandau Ballet o Sham 69: farebbe meglio a non imbarcarsi in considerazioni di tipo letterario….. Demolire i gusti dei nostri figli è uno dei pochi piaceri che ci rimangono quando diventiamo vecchi, superflui e culturalmente esclusi)…»

22. Ian Dury & The Blockheads – Reasons to Be Cheerful, part 3

23. Richard & Linda Thompson – The Calvary Cross

«…Più la ascolto, più mi convinco che Reasons to Be Cheerful  è il miglior inno nazionale: infonde un po’ di orgoglio persino in chi, come me, passa troppo tempo a sentirsi imbarazzato di appartenere al proprio paese (…) Per essere un capriccio funk,  Reasons to Be Cheerful  è culturalmente molto precisa, se la si ascolta bene; solo il tempo ci saprà dire se si riferisce a un’età dell’oro ormai definitivamente tramontata. In The Calvary Cross, di Richard Thompson, si sente un’Inghilterra più antica, quella di Blake e delle sorelle Brontë: vecchia, spaventosa, piena di contadini satanici, venti ululanti, vesciche di maiale e quant’altro…»

 

24. Jackson Browne – Late for the Sky

«… È necessario aver vissuto un po’, credo, per essere in grado di comprendere la profondità di sentimenti che ha dato forma a queste canzoni, e se Late for the Sky è un perfetto accompagnamento musicale per un divorzio, questo non dipende solo dal tono dolente dei testi, ma perché il divorzio strappa via un ulteriore strato di pelle (chi immaginava che ne avessimo così tanti, o che rimuoverli facesse così male?) e quindi ci consente di sentire davvero, fino in fondo e come si deve, gli accordi, gli assolo, le armonie e tutto il resto. Devo aggiungere che preferirei non saperli sentire come si deve…»

25. Mark Mulcahy – Hey Self Defeater

«Hey Self Defeater, che si è guadagnato un posto più o meno in tutte le compilation in cassetta registrate da me quest’anno, esprime un solido ottimismo, un senso di compassionevole partecipazione col mondo attraverso i filtri della verità e un dimesso, quotidiano sarcasmo: ci parla, rivolgendosi alla gente sarcastica e compassionevole proprio come noi, e siccome, a quanto pare, non siamo in molti (Dio sola sa perché, visto che il sarcasmo e la compassione sono due delle qualità che rendono sopportabile la vita sulla terra), era una canzone destinata a trovare un pubblico solo tramite passaparola o il suggerimento di qualcuno che ha i tuoi stessi gusti…»

26. The Velvelettes – Needle in a  Haystack

«…Ma poi, alla metà degli anni ottanta, mi ritrovai di nuovo ad andare a ballare di mia spontanea volontà, e senza neanche lo scopo di rimorchiare. Ci andavo perché mi piaceva. La serata si chiamava The Locomotion, e aveva luogo ogni venerdì sera a Kentish Town, Londra Nord. Quando non potevo andarci ero triste, proprio come quando non potevo veder giocare la mia squadra di calcio. La DJ, una certa Wendy May, metteva su una fantastica miscela di funk, Motown, ska, pop gay (…) Wendy May sapeva il fatto suo. Le canzoni della Motown che metteva su erano perfette, ma a eccezione dei pezzi Motown, che conoscevo e di cui mi ero stancato, lì sentii per la prima volta cose come la tagliente Needle in a Haystack delle Velvettes (che andai dritto a comprare…

27. O.V. Wright – Let’s Straighten It Out

«…Una sera una mia compagna di appartamento portò in casa il suo nuovo ragazzo. Era un tipo più grande, uno scrittore che indossava un cappello di feltro floscio e metteva parecchia soggezione. Attaccammo a parlare di musica; ovviamente lui era un appassionato di jazz e non ascoltava la roba che piaceva a me: era troppo da ragazzini, come se non ci fosse nessuna differenza tra gli Osmonds e i Clash – e per lui forse non c’era. In un’illuminazione improvvisa – probabilmente quella fu la volta che arrivai più vicino a un atto di ritorsione – calai di nuovo la puntina sulla traccia che avevo appena ascoltato . la versione di O.V. Wright della bellissima Let’s Straighten It Out, di Latimore – e nel sorriso del jazzofilo vidi la sconfitta e una richiesta di perdono…»

28. Röyksopp – Röyksopp’s Night Out

«…Per qualche mese , verso la fine del 21, ho ascoltato i Röyksopp nei momenti di ozio. Il mio pezzo preferito era Röyksopp’s Night Out, che è un po’ più mossa e vivace rispetto agli altri pezzi dall’atmosfera sognante contenuti nell’album (purtroppo non mi affatico abbastanza per aver bisogno di tirarmi su con la musica ambient). Ma proprio quando avevo deciso che Röyksopp’s Night Out era una Buona Cosa – o perlomeno che era Okay – ho cominciato a ritrovarmela tra i piedi ovunque…»

29. The Avalanches – Frontier Psychiatrist

30. Soulwax – No Fun/Push It

«…gli Avalanches hanno un modo tutto loro per usare brandelli di materiale altrui; il risultato è che, in pratica, creano dal nulla. Il ritmo di Frontier Psychiatrist nasce da frammenti di dialoghi tratti da vecchi film, rumori vari e un riff di corno rubato a un disco attempato e presumibilmente poco funky di Bert Kaempfert. Pur partendo da questo materiale così poco promettente, gli Avalanches ti trascinano via  in un crescendo di vertiginosa potenza (e riescono perfino a mettere insieme due frammenti di dialogo per mezzo della rima). (…) Nel frattempo, il fenomeno dei bootleg, per cui i DJ tagliano un paio di canzoni per il lungo e le sovrappongono una all’altra, si delinea come il movimento musicale più allegramente nichilista dai tempi del punk, anche se forse i punk, conservando il dolce antiquato bisogno di creare da sé la propria musica, aderivano solo a parole agli ideali del nichilismo. Gente come i Soulwax e i Freelance Hellraiser (i quali hanno fuso insieme, con risultati sorprendentemente ottimi, Christina Aguilera e gli Strokes) ci dicono che è finita e che ormai loro stanno usando i resti che gli abbiamo lasciato come legna da ardere per fare un fuoco attorno a cui stringersi mentre l’inferno del mondo musicale si congela…»

 

31. the Patti Smith Group – Pissing in a River

«…Ci sono  alcune cose di Patti Smith che è impossibile non amare: un inguaribile spirito bohémien e la fame insaziabile per tutto quanto abbia a che fare con l’arte, i libri e la musica. (…) Non ricordavo di aver mai sentito Pissing in a River, ma se l’avevo sentita, allora evidentemente non mi aveva lasciato alcun segno. Invece quella sera, mentre Patti Smith cantava in un crescendo elettrizzante “Everithing I’ve done, I’ve done for you/Oh, I’d give my life for you” dondolandosi nella luce azzurra che arrivava dalle belle vetrate colorate alle sue spalle e invadeva il pulpito, lo sentivi che tutto il pubblico si stava innamorando di lei, della sua canzone e della serata. Fu uno di quei rari momenti – miracolosi nel contesto di uno spettacolo rock – in cui provi gratitudine per la musica che conosci e per quella che devi ancora sentire, per i libri che hai letto e per quelli che leggerai, forse addirittura per la vita che vivi…»

Fine (post n. 3 di 3).

In testata: Nick Hornby – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

La musica di Hornby. Due

Da Nick Hornby , “31 canzoni” (Guanda, 2003) Seconda puntata di tre (la prima qui).

«…Sono le canzoni le cose che ascolto più frequentemente, al punto che non ascolto quasi nient’altro. Qualche volta un po’ di musica classica o di jazz, e quando mi chiedono cosa mi piace, mi risulta molto difficile rispondere: perché dovrei fare dei nomi, mentre io so solo dare titoli di canzoni. E di solito non ho nulla da dire, se non che le adoro, e ci voglio cantare sopra, costringere gli altri ad ascoltarle, mettere il muso se mi accorgo che a loro non piacciono quanto a me…»

12. Paul Westerberg – Born for me

«… Paul Westerberg, noto campione mancato, è tutt’altro che un pianista, ma il suo assolo in Born for Me è semplicemente adorabile – forse perché lui è l’autore del pezzo e sa come  la canzone lo fa sentire, e quindi come dovrebbe far sentire tutti noi…»

13. Suicide – Frankie Teardrop

14. Teenage Funclub – Ain’t That Enough

«Frankie Teardrop, dei Suicide, sono dieci minuti e mezzo di autentico, terrificante rumore industriale, una specie di equivalente sonoro di Eraserhead. Come il film di David Linch, evoca una raggelante, cupa e monocromatica distopia, piena di acuti e clangori da brivido, ma del tutto priva, a differenza del film, di qualche raro momento di tregua, del più piccolo, sporadico sprazzo di una bizzarra e anomala speranza. (…) Se non lo avete ascoltato e ancora desiderate farlo, prendetevi una serata libera, assicuratevi di di non rimanere soli nella stanza (per inciso, ascoltarla in cuffia porta quasi certamente al ricovero in ospedale) e prendetevi il giorno successivo di ferie. Al contrario, Ain’t That Enough, dei Teenage Fanclub, è una raffica di pop byrdsiano di tre minuti, zeppa di solarità, suoni accattivanti, armonie e bontà. Preferisco la canzone dei Teenage Fanclub…»

 

15. the J. Geils Band – First I Look at the Purse

«…Il disco comincia con una solida botta di rumore di pubblico, fischi, incitazioni e grida, seguita da una presentazione urlata e molto non-inglese fatta da uno speaker: “Siete pronti per darci dentro? Siete pronti per un po’ di rock’n’roll? Dico, siete pronti per un po’ di rock’n’roll? Fateci sentire che siete pronti per la J. Geils Band!”. Poi, di colpo (senza accordare gli strumenti né borbottare un “come va?” la band si lancia in First I Look at the Purse, un vecchio pezzo scritto da Smokey Robinson per un gruppo della Motown chiamato The Contours, e a quel punto perfino le vecchie canzoni  di Smokey Robinson sembravano arrivare da un universo parallelo…»

16. Ben Folds Five – Smoke

«… Per me, Smoke è poeticamente perfetta, intelligente, triste e chiara, anche se il mio amico non sarebbe disposto ad ammetterlo. È una delle pochissime canzoni che esprimono un pensiero profondo sull’amore piuttosto che sull’oggetto o sul soggetto, ed è stata la mia fedele compagna durante la fine (lunga ed estenuante) del mio matrimonio. aveva un senso allora e continua ad averlo adesso. Non si può pretendere di più da una canzone…»

17. Badly Drawn Boy – A Minor Incident

«… E dunque ecco qua. È qui che sta la vera emozione: nelle magiche coincidenze e corrispondenze della creatività. Scrivo un libro che non parla di mio figlio, poi qualcuno compone una bella canzone basata su un episodio del libro e scopro che questa ha un significato molto più diretto e profondo del libro stesso…»

18. The Bible – Glorybound

«… un piacevole shuffle mid-tempo che inizia in modo promettente (…) con lo stesso riff di basso a due note di Rikki Don’t Lose That Number (che a sua volta parte con lo stesso riff di basso a due note di Song for My Father, di Horace Silver, per cui si può affermare che i Bible onorano rispettosamente una gloriosa tradizione musicale) e contenente uno stupendo, tirato assolo di chitarra…»

19. Van Morrison – Caravan

«La magnifica versione di Caravan in It’s Too Late to Stop Now (indiscutibilmente il più bell’album di Van Morrison, quindi non provate neanche a discutere) sarebbe degna di accompagnare i titoli di coda del più bel film che abbia visto nella mia vita; e se una canzone mi fa questo effetto, allora di sicuro, per estensione, significa che potrebbe essere suonata al mio funerale. Troppo melodrammatico? Non credo…»

20. Butch Hancock & Marce LaCouture – So I’ll Run

«Non mi ricordo più quando esattamente, negli anni ottanta, andai a sentire il cantautore texano Butch Hancock in un pub grande e pieno di spifferi nella mia zona. ricordo chiaramente lo scarso entusiasmo che provavo strada facendo. (…) Ma Butch Hancock è una figura leggendaria nell’ambito della musica country-folk, e poi veniva da molto lontano e non sarebbe tornato tanto facilmente a Finsbury Park… mi pareva incivile non andare. Ma Butch non suonò da solo. Quella sera era accompagnato da una cantante di nome Marce LaCouture e, appena iniziarono, mi sentii subito risollevato. Era una coppia fantastica, e sembrava un miracolo che due voci e una chitarra acustica potessero trasformare quel pub freddo (e, diciamolo, per tre quarti vuoto) in un luogo in cui potevano accadere belle cose…»

21. Gregory Isaacs – Puff the Magic Dragons

«… É impossibile non fare del sentimentalismo sui primi giorni di vita di un bambino, ma allora ero pronto a scommettere che la musica sarebbe stata importante per mio figlio (…) Danny era costante motivo di preoccupazione (a tre anni gli fu diagnosticato l’autismo) e, com’era prevedibile dato lo stress di quei primi tempi, i cerotti impiegati per rattoppare il rapporto dei suoi genitori si staccarono, mettendo a nudo delle ferite in cancrena. Ma Danny ha continuato a sentire la musica – la sente così tanto da aver coniato una sua parola per indicarla, e non è un’impresa da nulla quando la tua incapacità di comunicare coinvolge tutto il mondo circostante…»

Continua (post n. 2 di 3).

In testata: Nick Hornby – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

La musica di Hornby. Uno

  1. Teenage Fanclub – Your Love Is the Place Where I Come From

«… uno dei pezzi più belli di uno dei miei album preferiti: Songs from Northern Britain..

2. Bruce Springsteen – Thunder Road

«… ho un ricordo di me che ascolto questa canzone di recente e la amo quasi come allora: è stato qualche mese fa (sì ero in macchina, anche se probabilmente non guidavo e di sicuro non stavo correndo lungo qualche autostrada o superstrada americana che fosse e non avevo il vento nei capelli, perché non ho né decappottabile né capelli…»

3. Nelly Furtado – I’m Like a Bird

«…La canzone che mi ha fatto uscire piacevolmente di testa negli ultimi tempi è “I’m Like a Bird, di Nelly Furtado. Sarà la storia a giudicare se Ms Furtado si rivelerà una vera artista; ho il sospetto che che non cambierà il nostro modo di vedere il mondo, ma non posso dire che me ne importi più di tanto: le sarò sempre grato per aver creato in me il bisogno narcotico di ascoltare e riascoltare la sua canzone….»

4. Led Zeppelin – Heartbreaker

«… se mi dovesse mai capitare di canticchiare un riff blues-metal a un alieno con le idee confuse, sceglierei Heartbreaker degli Zeppelin, da Led Zeppelin II. Non sono sicuro se intonando “DANG DANG DANG DANG DA-DA-DANG, DA-DA-DA DA-DA-DA-DANG-DANG DA-DA-DANG” riuscirei a illuminarlo, ma mi sentirei di aver fatto del mio meglio nei limiti delle circostanze….»

5. Rufus Wainwright – One Man Guy

«…Secondo me, Lui compare all’inizio della seconda strofa, appena Rufus e sua sorella Martha cominciano ad armonizzare. Forse è significativo (o magari Lui sta solo dimostrando un senso dell’umorismo fin qui insospettato) che cominci ad avvertire  la Sua presenza quando senti “People meditate, hey, that’s just great, trying to find the Inner You”. Merito dell’armonia, anche se non mi sono chiari i rapporti di causa ed effetto. Dio compare perché Martha e Rufus cantano così bene insieme che Lui sentendoli da lontano si dice: “Ehi, questa è musica che fa per Me, vado giù a dare un’occhiata“…»

6. Santana – Samba Pa Ti

«Samba Pa Ti è un pezzo strumentale, non una canzone, ma per un periodo cruciale della mia adolescenza, quando lo scoprii, mi parlò con la stessa eloquenza di qualsiasi altra cosa fosse composta di parole: ero convinto che fosse l’espressione dell’esperienza sessuale. Più precisamente, sapevo che Samba Pa Ti era il pezzo che avrei ascoltato durante la perdita della mia verginità – se non allo stereo, comunque nella mia testa. All’inizio è lenta e misteriosa e bella, e poi…»

7. Rod Steward – Mama You Been on My Mind

«Mama You Been on My Mind, di Dylan, mi sembra poco più che una strimpellata – una strimpellata squisita, ma pur sempre una strimpellata. Stewart è innamorato di questa canzone e sa valorizzarla, mentre Dylan la butta quasi lì così, dandoci a intendere di avere molte più cartucce da sparare; la devozione di Stewart sembra donargli dignità, la investe di un’epicità che Dylan le ha negato…»

8. Bob Dylan – Can You Please Crawl out Your Window?

9. The Beatles – Rain

« Can You Please Crawl out Your Window? è, capisco, una delle cose minori di Dylan, uno dei suoi stizzosi (e meno che poetici) pezzi a muso duro, ma risale al mio periodo preferito (elettrico, con quel suono di organo chiaro e pulito), e non l’ho sentito un milione di volte; per questo adesso si insinua nelle cassette che tengo in auto. E Rain è una grande canzone dei Beatles risalente a una grande annata, quella che gli Oasis cercano di vivere da dieci anni, ed è fantastico ascoltare Lennon/McCartney in un brano che conserva ancora quasi tutta la sua polpa…»

 

10. Ani DiFranco – You Had Time

11. Aimee Mann – I’ve Had It

«Verrebbe da pensare che le canzoni introspettive sulla vita nel mondo della musica – sulle gioie e i dolori dell’essere una cantautrice di talento in cerca di successo (I’ve Had It) o sulle difficoltà di conciliare una relazione di coppia con una carriera rock (You Had Time) – facciano schifo. Verrebbe da pensare che questi brani puzzino di autocompiacimento o siano indice di carenza di immaginazione, di creatività ed empatia. Verrebbe da pensare che la Mann e la DiFranco non siano molto lontane dallo scrivere canzoni sul servizio in camera, sugli angoli bar al cinema e sull’imbecillità degli speaker delle radio locali. E allora come mai questi sono due tra i brani musicali più commoventi e belli che si possa sperare in un album pop?…»

 

Continua (post n. 1 di 3).

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Harry Potter e i pirati MP3

 

All’inizio di questo secolo, Dell Glover, dipendente dello stabilimento di stampaggio della Universal Music, nella Carolina del Nord, cominciò a commettere un nuovo tipo di reato. A quelli poco informati sugli straordinari progressi della compressione delle registrazioni digitali (e quasi tutti eravamo poco informati, quindici anni fa) non sarebbe sembrato che Glover stesse facendo qualcosa di particolarmente innovativo. Si portava a casa senza autorizzazione il prodotto dei suoi datori di lavoro, come fanno i dipendenti più o meno da quando è stato inventato il concetto di lavoro dipendente. E non è che si fregasse roba del valore di migliaia di dollari: una copia dell’album di Jay-Z “The Blueprint”, per esempio, aveva un prezzo al dettaglio intorno ai 15 dollari e un costo di fabbricazione di appena 2 o 3 dollari. Per certi versi, era come rubare una teiera o un asciugamano. La grande differenza, naturalmente, è che anche oggi digitalizzare un asciugamano e condividere un link su Dropbox con tutti quelli appena usciti dalla doccia è impossibile.

Glover, per disgrazia della Universal Music, era contemporaneamente un esperto di informatica e un membro della Scene, un losco gruppo di appassionati di musica pirateggianti che frequentava le nascenti chat room su Internet cercando di mettere le mani su qualsiasi nuovo album che i giovani potessero voler ascoltare. Quando Glover rubava un singolo cd (e gliene è sempre bastato uno solo), nel giro di poche ore, attraverso la magia della compressione digitale, The Blueprint diventava accessibile, prima della pubblicazione ufficiale e gratuitamente, a chiunque fosse dotato di un modem, in qualsiasi parte del mondo. Nel giro di cinque anni, solo i babbei – cioè chiunque avesse più di trent’anni – si prendevano ancora il disturbo di pagare per comprare musica registrata.” (Nick HornbyIl giorno in cui ascoltare musica diventò gratis – La Repubblica.it)

Durante una riunione nell’istituto tedesco, Karlheinz Brandenburg (ingegnere della Fraunhofer che ha inventato la tecnologia dell’Mp3 dimostrando che esisteva un metodo per registrare un CD occupando un dodicesimo dello spazio), venne ripreso da un collega in modo brutale: “Ehi ma ti rendi conto di quello che hai fatto? Hai ucciso l’industria musicale”.

Quando, nel 1997, Brandenburg improvvisamente si rese conto dei problemi che i suoi Mp3 avrebbero provocato, organizzò un incontro con l’Associazione americana dell’industria discografica, per mostrare loro come fare per rendere più difficile duplicare i file, ma fu messo cortesemente alla porta. Le case discografiche si trovavano benissimo col cd, gli dissero. Nessuno, nel settore, sembrava rendersi conto che avevano già imboccato la strada per la rovina, e che un cd era semplicemente un modo senza futuro per immagazzinare informazioni codificate. Infatti l’industria discografica si è praticamente dimezzata tra il 2000 e il 2007, e l’arrivo di Spotify, con le sue tariffe irrisorie e la sua praticità estrema, ha liquidato buona parte di quello che restava.

In questo libro “la genesi, l’esplosione e la fine della stagione della pirateria viene raccontata da tre punti di vista. Il primo, quello tecnico, con la storia di Karlheinz Brandenburg. Il secondo, quello industriale, attraverso Doug Morris, presidente della Universal Music Group e ultimo residuato bellico dell’industria musicale tradizionale. Il terzo, quello pratico, con l’epopea di Dell Glover, operaio di una fabbrica di cd della Polygram a Kings Mountain, North Carolina: un lavoratore instancabile che, ad un certo punto, ha cominciato a mettere online tutti i cd che gli passavano sottomano. Glover è il «paziente zero», il più grande pirata della storia, l’uomo che «ha distrutto l’industria discografica per rifarsi i cerchioni dell’auto». (Hamilton Santià – Rollingstone.it)”

Ladri da incarcerare o santi da glorificare? Mai come per la storia della musica gratis in download il giudizio finale può situarsi nel mezzo,”  scrive Davide Turrini su Il Fatto Quotidiano.it. Di certo nemmeno l’industria musicale (paradigma dell’intero sistema industriale mondiale) ne esce granché bene: grazie ai soliti accordi di cartello (dimostrati da indagini federali statunitensi) messi in atto dai “Big Six”, poi “Big Five” poi “Big Four”, per aggirare i vincoli del libero mercato (leggi concorrenza), fregare il pubblico e tenere artificiosamente alti i prezzi a danno dei giovani polli appassionati melomani, di solito squattrinati. Anche lo schema capillare di distribuzione di tangenti pagate in contante dai promoter ai dj delle radio  perché mandassero in onda i loro brani; oppure i call center pagati per telefonare a ripetizione alle stazioni radio per domandare “hit” che, a forza di richieste artificiali, lo diventavano senza prima esserlo state (come pare facesse la Universal): tutto questo non farebbe parte dei “principi” del puro capitalismo, la cui tanto decantata “mano” risulta spesso tutt’altro che invisibile.

Curioso e paradossale rimane comunque il fatto che il primo grosso colpo alla pirateria Mp3 fu inferto da J.K. Rowlings, autrice della saga di Harry Potter; e non a causa di file musicali, bensì di audiolibri. “Sul mercato letterario [Harry Potter] era il libro più venduto nella storia dell’editoria, sul mercato cinematografico era il film con gli incassi di botteghino più alti. L’audiolibro era altrettanto richiesto. Narrato dall’amatissimo attore inglese Stephen Fry, anche quello era il più venduto nella storia degli audiolibri. (…) Alla fine del decennio sarebbe stata la prima miliardaria nella storia dell’editoria. E, come sempre, il valore delle sue proprietà intellettuali dipendeva drammaticamente dal vigore con cui veniva combattuta la pirateria. Rowling aveva assunto uno studio legale di nome Addleshaw Goddard per fare il lavoro sporco.”  

E il “lavoro sporco” portò, in verità senza molta fatica, all’indirizzo completo di codice postale di Alan Ellis, fondatore di Oink, (il più importante sito al mondo di torrent) dopo un blitz delle autorità svedesi nel maggio 2006  alla server farm che ospitava Pirate Bay (che si autodefiniva come «Il sito BitTorrent più resistente al mondo), sequestrando i server e arrestando i fondatori. I legali di Rowling girarono i contatti di Ellis alla polizia non appena li ricevettero. Simbolicamente, è l’inizio della fine, non certo del download abusivo, ma di una intera “generazione pirata” e di una pluridecennale modalità di fruizione musicale. Ora è davvero tutto cambiato.

Stephen Witt – FreeEinaudi 2016 (Titolo originale: How Music Got Free)

 

Tòibìn e Brooklin

brooklin

Da “Brooklin” di Colm Tòibìn (Bompiani, 2014) è stato tratto l’omonimo film, con la regia di John Crowley e la sceneggiatura di Nick Hornby (nientemeno). Amo Nick Hornby; Nick Hornby ha amato questo libro; per la proprietà transitiva, ho pensato che anch’io avrei amato questo libro. In realtà la proprietà transitiva è valida in matematica, non altrettanto in campo letterario, artistico e similari. Già lo sapevo, ne ho avuto la riconferma. Non ho visto il film, e non è che il libro mi sia dispiaciuto, solo mi piacerebbe capire dove il tocco ironico di Hornby si è collocato prima nella lettura poi nella sceneggiatura del film. Non resta che vedere il fim, comunque una cosa è certa: ironia, nel libro, non se ne trova per nulla.

Il libro parla di Irlanda, dei religiosi (irlandesi e americani). Di emigrazione, di nostalgia e di sforzo di adattamento. Di diffidenza. Di razzismo (neri, ebrei, irlandesi, italiani…). Di esclusione e integrazione, di controllo sociale. Di conflitto culturale tra il (presunto) centro (l’America ecc.) e la provincia (Irlanda, ecc.). Di perbenismo sano ma anche acido e bigotto che è possibile trovare identico sia in centro sia in provincia. Di piccola borghesia, di pettegolezzi. Di diffidenza, fragilità e ingenuità. E quindi, inevitabilmente, di cattiverie, di bontà, di come individuarle, della differenza spesso irrintracciabile, indimostrabile fra le due e della difficoltà di interpretazione del prossimo.

L’incontro e lo scontro tra scelte impulsive e poco meditate da un lato; le convenzioni sociali, le aspettative comuni, la cosiddetta “normalità” dall’altro. Gli impedimenti alle libertà personali dettati dai sensi di colpa, dai doveri imposti, sentiti e dettati, i condizionamenti che ciò comporta rispetto alle scelte di vita, ai percorsi di chi non ha il coraggio o la viltà di pagare le dure conseguenze, materiali e di coscienza, che ogni scelta non allineata inevitabilmente comporta. Della nostra innata indistruttibile fragilità. Dell’ipocrisia. Insomma, di tutto ciò da cui l’ironia potrebbe non dico salvarci, nemmeno evitarci, ma almeno alleggerirci. Questo sì, alleggerirci. Almeno un po’. Di questo, dell’ironia, mi pare non ci sia traccia.