Archivi tag: Norberto Bobbio

Verità, sostantivo plurale

 

1.Vacanze romane (Roman Holiday)” è un film del 1953 diretto da William Wyler, interpretato da Gregory Peck e Audrey Hepburn. Vi si racconta di una principessa in visita ufficiale a Roma che si sottrae alla sorveglianza dei dignitari e se ne va in incognito per la città in compagnia di un giornalista che incontra per caso. A Roma la principessa si concede una piccola vacanza e gira in Vespa con il giornalista per il centro della città. Quando arrivano davanti alla Bocca della Verità e il giornalista chiede alla donna di mettere la mano nella fessura (cioè nella bocca) per sapere se dice la verità.

La Bocca della Verità, infatti,  è la testa in marmo di un dio fluviale, con una grande
bocca aperta che si trova a Roma all’ingresso della basilica di Santa Maria
in Cosmedin. Dice appunto la leggenda che quando una persona, dopo aver infilato la
mano in questa bocca, fa un’affermazione, se dice il vero potrà tirar fuori la mano senza
conseguenze. Ma se l’affermazione è falsa la mano sarà tagliata. Il film Vacanze Romane ha quindi consacrato la Bocca della Verità ad una indiscussa fama  e da allora è entrato nell’immaginario turistico.

2. Nella realtà, la faccenda è naturalmente molto più complessa. «La locuzione “la verità” può essere anagrammata in una ventina di modi diversi. Tre di questi sono particolarmente significativi: relativa, rivelata, evitarla. Ognuno di questi anagrammi sintetizza un’opinione filosofica fondamentale appunto sul tema della verità. La verità rivelata è quella della metafisica o della religione. La verità da evitare è quella dello scetticismo, di chi dice che la verità non esiste o, se esiste, è comunque impossibile da raggiungere e dunque conviene evitare di confrontarsi con il concetto. La verità relativa – nota che l’anagramma funziona anche al plurale: le verità relative – allude all’idea che stiamo cercando di definire: quella cioè che esistono punti di vista diversi, in generale rispettabili se praticati in buona fede, e che ciascuno di essi contiene qualcosa che può aiutarci. La verità, insomma, si dice al plurale e nasce dal confronto rispettoso dei punti di vista.» (da Gianrico CarofiglioCon i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità – Edizioni Gruppo Abele, 2018)

 

Nel loro libro “The Enigma of Reason“, Hugo Mercier e Dan Sperber si pongono una domanda precisa: «Ma che cos’è la ragione? La maggior parte dei filosofi e degli psicologi sostiene che sia una facoltà di ordine superiore la cui funzione è di permetterci di arrivare ad avere credenze più certe. Ma allora, se abbiamo tutti questa facoltà, come mai non convergiamo tutti sulla verità? Com’è possibile che la ragione a volte sembri esacerbare i disaccordi invece che risolverli?»

La loro opinione è che «la funzione della ragione non sia tanto di permetterci individualmente di acquisire conoscenze più certe, quanto di scambiare informazioni e opinioni in modo più efficace: «Usiamo la ragione per convincere gli altri. Soppesiamo le ragioni che gli altri ci danno per decidere se credere o no a quello che ci dicono. Quando produciamo ragioni in un dialogo, non siamo oggettivi: il nostro scopo non è di scoprire la verità, ma di convincere gli altri di un’opinione che noi pensiamo già sia vera. Anche quando ragioniamo da soli, lo facciamo come se stessimo cercando di convincere un interlocutore, e anche in questo caso non siamo oggettivi. In un dialogo, un pubblico reticente ad accettare il nostro punto di vista ci obbligherà ad affinare i nostri argomenti e, a volte, a cambiare idea.»

E questo ovviamente è un limite: «Quando ragioniamo da soli (o con persone che hanno le stesse opinioni), l’uso della ragione tende a renderci ancora più convinti di quel che già crediamo, più “polarizzati” di quanto fossimo prima. Dunque sì, la maggior parte di noi pensa che ci sia un’opinione giusta e una sbagliata sui vaccini e su altre questioni controverse. Pensiamo tutti che le nostre opinioni siano giuste (altrimenti le avremmo scartate) e che quelle di chi sta dall’altra parte siano sbagliate.»

Mercier e Sperber sono convinti che la differenza di opinioni non dipenda dal fatto che le persone che la pensano come loro siano razionali e che gli altri non sappiano usare la ragione: «La ragione non è uno strumento per scoprire la verità, ma per produrre argomenti. Per usare così la ragione, ci deve essere un dialogo con una differenza iniziale di opinioni e un interesse comune per la verità. Ci dev’essere anche da entrambi i lati sufficiente modestia cognitiva per considerare la possibilità che ci stiamo sbagliando ed esaminare gli argomenti degli altri con apertura mentale. Anche se abbiamo tutti la facoltà della ragione, la modestia cognitiva, l’apertura mentale e la tolleranza reciproca sono qualità più rare. Si può pensare però, in una prospettiva storica, che queste qualità tendano ad aumentare nel tempo». (la Repubblica – 9 settembre 2018)

È la tesi espressa anche da Peter Weir nel suo film “L’attimo fuggente” del 1989:

3. “La corsia n°6” è un racconto di Anton Čechov del 1892.  Andrej Efimjc è medico di un ospedale di provincia, dove nel reparto n.6 sono rinchiusi cinque malati, sorvegliati e picchiati dal guardiano. Ivan Dmitric soffre di mania di persecuzione, si distingue dagli altri per nobili origini ed è un filosofo: con lui il medico dialoga frequentemente fino a immedesimarsi nel suo interlocutore. Dice il dottore Andrej Efimjc al paziente Ivan Dmitric:

Il freddo, come in generale ogni dolore, si può non sentirlo. Marco Aurelio disse: «Il dolore è la viva rappresentazione del dolore: fai uno sforzo di volontà, per mutare questa rappresentazione, respingila, cessa di lagnarti, e il dolore sparirà». Questo è giusto. Il saggio, o semplicemente il pensatore, l’uomo riflessivo, si distingue proprio perché disprezza il dolore; egli è sempre contento e non si meraviglia di niente”.

“Dunque io sono un idiota, poiché soffro, son scontento e mi meraviglio della bassezza di certi uomini”.
“E fa male. Se rifletterà più spesso, capirà quanto siano insignificanti tutte queste cose esteriori che la turbano. Bisogna tendere alla comprensione della vita, in questo è il bene autentico”.
“Comprensione…” si accigliò Ivan Dmitrič. “Esteriore, interiore… Mi scusi, ma queste cose non le capisco. Io so soltanto” disse, alzandosi e guardando arrabbiato il dottore, “io so soltanto che son fatto di sangue caldo e nervi, sissignore! E i tessuti organici, se sono vitali, devono reagire a qualsiasi stimolo. E io reagisco! Al dolore rispondo con un grido e con le lacrime, alla bassezza con l’indignazione, alla turpitudine con l’avversione. Secondo me, è proprio questo che chiamiamo vita. Quanto più un organismo è inferiore, tanto meno è sensibile e tanto più debolmente risponde allo stimolo, e quanto più esso è superiore,
tanto più ricettivamente ed energicamente reagisce alla realtà. Come si fa a non saperlo? Lei è dottore, e non sa delle cose così semplici? Per disprezzare il dolore, esser sempre contenti e non meravigliarsi di nulla bisogna raggiungere questo stato, guardi” ― e Ivan Dmitrič indicò un contadino grassissimo, quasi tondo, con una faccia ottusa, completamente ebete, un essere inerte, vorace, sudicio, che emanava costantemente un fetore acuto, asfissiante, e che da tempo ormai aveva perso la facoltà di pensare
e di sentire ― “oppure temprarsi talmente nella sofferenza da perdere ogni sensibilità. Ovvero, in altre parole, cessare di vivere. Mi scusi, io non sono un saggio né un filosofo” continuò Ivan Dmitrič, irritato, “e non capisco niente di queste cose. Non sono in grado di ragionare“. (…)

E quanto al vostro disprezzo delle sofferenze e al vostro non stupirsi di nulla, hanno un movente semplicissimo: la vanità delle vanità, l’esteriorità e l’interiorità, il disprezzo della vita, delle sofferenze e della morte, la comprensione, il bene verace, costituiscono, tutti insieme, una filosofia, che par fatta su misura per il poltrone russo. (…) Oh la comoda filosofia: da fare non c’è nulla, la coscienza è netta, e hai la sensazione di essere un sapiente… Ah no, illustre signore: non è filosofia codesta, non è meditazione, né larghezza di vedute; bensì è pigrizia, è fachirismo, è sonnolenta ebetaggine… Sì! – tornò a incollerirsi Ivàn Dmítric – Le sofferenze voi le disprezzate, ma fate che vi si schiacci un dito  nella porta, e vedrete se non vi mettete a urlare a squarciagola!“(da Anton Cechov – Racconti. Einaudi 1974)

Concludendo. Il paziente Ivan Dmitrič non possiede verità assolute e rassicuranti da condividere con gli altri, infatti è rinchiuso e picchiato dal guardiano del reparto dove sono rinchiusi “i matti”. Norberto Bobbio, nell’introduzione al Trattato dell’argomentazione di Perelman Olbrechts-Tyteca, scrive: «La teoria dell’argomentazione rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta degli invasati e e la non-verità degli scettici c’è posto per le verità da sottoporsi a continua revisione mercè la tecnica di addurre ragioni pro o contro. Sa che quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza.»

Serve aggiungere altro? Forse solo una cosa: l’Arte non può mentire. Mai.

L’attimo fuggente (Dead Poets Society) è un film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Il dipinto Ritratto di Čechov (1898) è di Osip Braz

Il brano “La Verità” di  Brunori Sas è tratto dall’album “A casa tutto bene (2017)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Un torbido passato

  

Si fa un gran discutere sul concetto di “populismo”; concetto in verità piuttosto confuso e ambiguo per i più. Nessun problema: ci pensa il nostro Ministro dell’Interno a chiarircene il significato. Nella sua peggiore accezione, è ovvio, ma in modo esplicito. Così: «”E’ alla fine della diretta Facebook che sfodera l’arma letale, pericolosissima per ogni tenuta democratica: “Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno“.

Raccontano che quando nel pomeriggio i carabinieri si sono presentati al ministero con la busta della procura di Palermo, Matteo Salvini non ha avuto dubbi. Già era furioso per gli attacchi di Magistratura Democratica (Salvini “eversivo”). La busta portata dai due gendarmi gli fa brillare gli occhi: sa che è l’avviso di garanzia per il caso Diciotti, lo prende come un regalo prezioso da scartare con cura di fronte ai fans in diretta Facebook. Insieme alla busta, Salvini apre consapevolmente una voragine di scontro con la magistratura che nemmeno ai tempi di Silvio Berlusconi. “Io sono stato eletto, loro no“: è lo Stato contro lo Stato, il popolo contro i pm. Letale». (da huffingtonpost.it)

Ma di cosa davvero ci stupiamo, ipocriti noi? Come scrive Tomaso Montanari, la Lega è un partito guidato da un leader che, parlando di migranti, ha dichiarato: “Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia… via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve”(febbraio 2017). Che pensa che “il fascismo ha fatto tante cose buone”( gennaio 2018). Che vuole “un cittadino su due armato” (febbraio 2018). Che si è fatto fotografare mentre dà la mano a un candidato della Lega con una croce celtica tatuata sul braccio: un candidato che poi tutta Italia conoscerà come il terrorista fascista di Macerata. Quindi, ripeto, di cosa mai ci possiamo stupire? L’abitudine di evitare il rendiconto con il proprio passato, con le proprie radici storiche potrà anche far comodo nell’immediato, ma prima o poi si paga. E l’Italia, i conti più scottanti con le sue radici e responsabilità  davvero non li ha mai fatti. Anzi, al contrario lo ha sempre accuratamente e strategicamente evitato e ha sempre messo troppa polvere sotto il tappeto. Di conseguenza ha poi dovuto, giocoforza isolare e/o eliminare coloro che osavano denunciare questa semplice, banale ma sporca e inconfessabile verità.

Pier Paolo Pasolini,  per esempio. Pasolini che già  sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 scriveva:

«Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.


Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.»

Di cosa ci stupiamo, lo sappiamo da sempre: «È nei limiti storici dell’antifascismo italiano, e nella profondità delle radici fasciste che bisogna ricercare le cause lontane che hanno permesso alla continuità dello Stato di resistere alla crisi determinata  dal crollo del fascismo e dall’avvento della repubblica, e di durare fino a oggi,malgrado le indicazioni rinnovatrici della Costituzione italiana». (Giovanni Amendola – La continuità dello Stato e i limiti storici dell’antifascismo – Editori Riuniti 1975)

Leggiamo nel libro di Davide Conti: «Le biografie pubbliche dei militari italiani rappresentate nel testo sono segnate e connesse tra loro da una comune provenienza ovvero tutti operarono, con funzioni di alto profilo, in seno all’esercito eo agli apparati di forza del fascismo nel quadro della disposizione della politica imperiale del regime, prima e durante la Seconda guerra mondiale.
La gran parte di loro, non tutti, vennero accusati dalla Jugoslavia, dalla Grecia, dall’Albania, dalla Francia e dagli angloamericani di crimini di guerra al termine del conflitto. Nessuno venne mai processato in Italia o effettivamente epurato, nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti, deputati e ministri della neonata Repubblica democratica (…) …analizzarne la dinamica e l’incidenza sul processo e sulle modalità di cesura intervenute nella transizione dall’assetto monarchico-fascista a quello repubblicano-democratico fornisce una chiave di lettura di rilievo per l’interpretazione dello sviluppo storico della democrazia in Italia e per l’individuazione dei punti di rottura e di quelli di persistenza tra le due fasi (…)
…il peso della Guerra fredda e la progressiva cristallizzazione degli equilibri geopolitici da essa definiti crearono i presupposti per una soluzione della questione dei crimini di guerra italiani che sul piano internazionale garantì l’immunità ai militari del regio esercito rispetto alle richieste degli Stati esteri, su quello interno determinò l’impunità per i crimini nazifascisti compiuti in Italia». (Davide Conti – Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana – Einaudi 2017)
E allora, insisto, di cosa ci stupiamo?
Scrive Piergiorgio Paterlini (Repubblica Bologna 7 settembre 218): «Fa bene il comune di Marzabotto a opporsi all’archiviazione del caso di Eugenio Maria Luppi, il calciatore che quasi un anno fa dopo un gol aveva esultato con il saluto romano. Per i giudici non c’è stata apologia di fascismo o pericolo all’ordinamento democratico. A me sembra vero il contrario, ma non è questo, la giustizia farà il suo corso, per continuare con le frasi d’obbligo. Mi preme però il senso generale della vicenda, il segnale che questa storia dà e darà. Come si può far cadere nel vuoto un saluto romano, con tanto di bandiera della Repubblica Sociale Italiana? A Marzabotto, oltretutto, teatro di una tragica strage nazifascista nel settembre-ottobre del 1944.
So che su questo non siamo tutti d’accordo, ma io sono fra coloro che pensano stiamo sottovalutando il pericolo. E non voglio essere fra quelli che se ne pentiranno troppo tardi.»

Norberto Bobbio diceva che dobbiamo essere “democratici sempre in allarme”. E davvero è il momento di suonare l’allarme. Ma di cosa ci stupiamo?

In testata: anti-nazi cartoon di Marian Kamensky

A seguire:

Un’immagine di Pier Paolo Pasolini

Il corpo di Pasolini all’idroscalo di Roma, 2 novembre 1975

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)