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Del senso comune

«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume….»

Ok, tutti, o quasi tutti, conoscono il celeberrimo incipit dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, probabilmente il più noto romanzo della letteratura italiana. Quello che segue, invece, è l’inizio di un’altro scritto dello stesso autore, molto meno noto, ma forse altrettanto importante e “moderno”:

«Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile…»

Il libro è la “Storia della colonna infame“: «Destinato in un primo tempo ad essere un capitolo dei Promessi sposi, poi cresciuto troppo per poterlo includere nel romanzo, è stato pubblicato nel 1840 come appendice al capolavoro del Manzoni. Largamente ispirato alle “Osservazioni sulla tortura” del Verri, racconta la disgraziata storia del Mora e del Piazza, ingiustamente accusati di unzione nella peste del 1630, e costretti con la tortura a confessare falsamente la loro colpa. Sulla casa del Mora, rasa al suolo per decreto del senato milanese, fu eretta, a perenne ricordo del delitto (ma in realtà a perenne vergogna di chi l’aveva eretta) una colonna, detta “la colonna infame». (Rosario Di Mauro, da liberliber.it) Non è un romanzo, è storia.

Nei “Promessi sposi” (cap. 32), Manzoni a proposito dell’isteria collettiva sui presunti  untori, commenta  che la collera popolare che consegue a minacce oscure e incontrollate, aspira sempre a punire qualcuno, a individuare colpevoli veri o presunti. Infatti: «le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa fare le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole piú che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malíe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà.»

«Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza di una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne dovevano scoprire, quasi infallibilmente; tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore.» I giudici avevano voluto trovare «i colpevoli d’un delitto che non c’era, ma che si voleva»; e «se non seppero quel che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere». Il ragionamento manzoniano risulta quantomai d’attualità.

Il quale ragionamento continua poi per constatare amaramente che “il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.” Il senso comune: quale concetto è più indefinito, più ambiguo e pericoloso? Oscar Wilde suggeriva di non discutere mai con un imbecille, perché ti porta sul suo terreno e ti batte con l’esperienza. E molto spesso questa esperienza, purtroppo, coincide proprio con il cosiddetto senso comune. Diviene un comodo paravento per chiacchiere vuote e superficiali, ma non per questo meno pericolose. Schermo tartufesco e perbenista dietro cui nascondere pregiudizi, pettegolezzi, invidie, ipocrisie, malignità, cattiverie; collateralismo e complicità opportunista e disimpegnata, pur di aderire al vigente sistema di potere, quale esso sia. La facciata conformista dietro cui nascondere vizi privati e pubbliche virtù, assumendo nei fatti totale indifferenza al tema dei valori e della giustizia.

Tema della giustizia che invece è al centro del pensiero di Manzoni, in queste come in tutte le sue opere: da questa dipende infatti secondo lui  il bene e il male delle persone e della società nella vita terrena, in attesa della perfetta realizzazione ultraterrena nel regno di Dio. In questo senso, egli ha svolto con grande coerenza e sincerità il proprio ruolo di intellettuale, di artista e di cittadino (religioso). «Di fronte alla scandalosa evidenza del male che corrompe i rapporti umani e sociali portando dolore e violenza soprattutto ai più deboli, Manzoni denuncia le gravi responsabilità degli uomini» (A. Jacomuzzi). La sua lezione impone una domanda: possiamo dire altrettanto di noi stessi, oggi, dei nostri doveri come singoli e come comunità, ognuno nei rispettivi ruoli pubblici e privati e secondo le proprie competenze?

La risposta non può che essere negativa; a prevalere, oggi come allora è ancora una volta il cosiddetto senso comune, il quale, di volta in volta, cambia il proprio oggetto ma non il proprio fine: il conformismo. Oggi come oggi il suo strumento ideologico è il senso della “necessità”: «Il discorso politico contemporaneo, soprattutto in Europa, è sempre più intriso di «necessità». La globalizzazione, si dice, impone conformità alle logiche di mercato. Le tecnostrutture sovranazionali dettano regole vincolanti basate su semplici numeri. Il motto di Margareth Thatcher — there is no alternative — domina le scelte di governo e sempre più anche quelle individuali (pensiamo al mercato del lavoro). È il trionfo di quella colonizzione del «mondo della vita» da parte degli «imperativi sistemici» di cui parlano da molto tempo autori come Jürgen Habermas o Axel Honneth.

Nel suo ultimo libro Il senso della possibilità (Feltrinelli), Salvatore Veca indica invece una strada per uscire da questo vicolo cieco. «Di fronte alla dittatura del presente e delle sue supposte necessità, sostiene, occorre recuperare appunto il «senso della possibilità». L’idea che non vi siano alternative nasce dalla nostra ignavia, dal mancato esercizio di spirito critico nei confronti dello status quo, dei paradigmi dominanti e delle loro false necessità. E, soprattutto, dalla diffusa rinuncia a usare l’immaginazione, a elaborare futuri possibili, a «prenderci per mano, ragionare e operare per forme più decenti di convivenza» (Maurizio Ferrera – Corriere della Sera, 16 marzo 2018)

La giornalista britannica Laurie Penny ha scritto: «il neoliberismo molto semplicemente, descrive un modo di organizzare la società – dalla politica alla cultura al commercio – in cui i bisogni del mercato e l’adorazione del profitto privato hanno la precedenza su tutto il resto. Dove niente è più importante di cosa si può vendere e a quanto (…) come ogni forma di capitalismo, non mira solo a controllare  ciò che le persone fanno, ma anche quello che provano, e nello specifico ciò che provano nei confronti del capitalismo. Quando un sistema produce una quantità d’infelicità tale da non poter più contare sull’arrendevolezza delle masse, questo sistema crolla. Qualcosa si spezza.

Ora siamo arrivati a un punto di rottura, e questo crea un varco per il fascismo. Il fascismo funziona in modo simile, ma la sua è una violenza dichiarata, e le sue ingiustizie  sono celebrate  anziché occultate con la razionalità. Al fascismo non interessa cosa provano le persone, basta che restino al loro posto. (…) Cambiamenti del genere non arrivano da un giorno all’altro. Non c’è un momento magico in cui il fascismo esplicito emerge dalla crisalide neoliberista e comincia a sbattere le ali maculate di svastiche. È una metamorfosi lenta, che siamo costantemente incoraggiati a giustificare fingendo che sia tutto normale o, se non normale, almeno sopportabile o, se non sopportabile, almeno qualcosa a cui si può sopravvivere.» (da “Questa non è libertà” – Internazionale n. 1246)

Credo che oggi il punto di partenza per ogni ragionamento sulla politica debba essere il rifiuto dell’indifferenza. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare » , dice Gramsci ed è difficile non essere d’accordo, anche se bisogna intendersi sul significato delle parole, su cosa significhi “parteggiare” nell’accezione positiva che stiamo evocando. Certamente nel concetto non rientra la pratica patologica di chi in rete, protetto spesso dall’anonimato, offende, minaccia, inveisce. Questa non è partecipazione ma solo una forma diversa e velenosa di indifferenza. Tradurre in atto il precetto gramsciano oggi, significa fare i conti non solo con l’indifferenza tradizionale di chi si tiene lontano da ogni impegno, ma soprattutto con l’attivismo nevrotico di chi partecipa alla fiera del rancore.» (Gianrico Carofiglio – La Repubblica 8 marzo 2018)

Italo Calvino in una intervista disse che «in Italia le cose semplici non vengono mai dette». E’ ora di ricominciare a dirle. Manzoni lo faceva, parlava dei “birbanti” dei “birboni”, dei “marioli”, dei “furfantoni”; non solo dei don Abbondio e dei don Rodrigo, dei Griso e degli Azecca-garbugli, ma anche delle donna Prassede e dei don Ferrante. Degli indifferenti, di coloro che, come scrisse Ennio Flaiano “son sempre pronti ad accorrere in soccorso ai vincitori“. Degli italiani, insomma, del loro senso comune, che – per usare l’espressione di Manzoni – li induce a portare sempre e solo il soccorso di Pisa. Invece: «Chi governa il presente deve riappropriarsi del senso di possibilità, sfidando i tanti sacerdoti del ‹non si può fare altrimenti›. Chi agita l’inquietudine dei governati (pensiamo ai leader populisti) deve a sua volta calibrare la propria immaginazione in base ai materiali disponibili, oggi, nel reale. I mondi possibili sono tanti, ma non tutti sono accessibili dal punto in cui ci troviamo. E, come ricorda Veca, alcuni non sono neppure desiderabili. Il passato conteneva molte possibilità. Le cose potevano andare altrimenti». (Maurizio Ferrera) Contrariamente a quanto sostiene il senso comune, il futuro contiene molte, diverse e ormai necessarie possibilità.

P.S.: Proverbiale l’espressione figurativa: il soccorso di Pisa è un aiuto che riesce inutile perché arriva troppo tardi; con riferimento ai soccorsi che i Pisani, assediati dai Fiorentini nei primissimi anni del ’500, aspettarono invano dall’imperatore Massimiliano I d’Asburgo: il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura di portare il s. di Pisa, pure non volle mancare (Manzoni –  Treccani.it)

Nell’immagine in testata: J.-B. Camille Corot, Veduta del lago di Como (1834). La vignetta che segue è di Zerocalcare (2018)

I difensori dello status quo

Poche settimane fa Clare Gannaway,  curatrice della collezione d’arte contemporanea della Manchester Art Gallery, ha rimosso dalle pareti della sala 11 (denominata “In pursuit of beauty” – All’inseguimento della bellezza) il dipinto «Hylas and the Nymphs» del 1896 (vedi sopra), di John William Waterhouse, artista britannico preraffaellita, lasciando al suo posto uno spazio vuoto (vedi sotto).  Secondo lei, infatti: “Le ninfe a mollo nell’acqua, che rapiscono Ila (il bellissimo giovane della mitologia greca, prediletto di Eracle) in epoca di #MeToo (la campagna contro le molestie sessuali diventata virale) possono anche essere viste come una fantasia erotica inadatta e offensiva per il pubblico moderno“. (Antonella De Gregorio, Corriere.it) Comprensibilmente basita la reazione del pubblico, che ha subito riempito la parete di Post-it di protesta contro quella che viene definita una auto-censura “talebana”.

Eccesso di zelo, o cos’altro? Dal canto suo, Clare Gannaway si è difesa spiegando che l’obiettivo della rimozione non era quello di censurare alcunché, ma solo di “provocare il dibattito“. Il dipinto è stato poi rimesso al proprio posto. Che si trattasse o meno di un’abile strategia di marketing, la mossa della Gannaway un’obiettivo lo ha comunque raggiunto: provocare il dibattito su di sé.

A pensarla diversamente da lei non è soltanto il pubblico. «Dissente l’artista Michael Browne: «È un preoccupante tentativo di cancellare il passato. E non mi piace che qualcuno stabilisca cosa è giusto vedere e cosa no». Cathy Feely, docente di storia dell’arte alla Derby University, definisce l’opera di Waterhouse «un gioiello» e porta i suoi studenti a vederla «proprio affinché capiscano l’attitudine vittoriana verso il sesso». E la polemica rimbalza, oltre che su tutti i giornali e sulla Bbc, anche sui social media: qualcuno posta su Facebook un quadro della stessa scena di ninfe nude e giovane uomo, ma dipinto da una donna, Henrietta Rae, come per dimostrare che il machismo non c’entra. » (Enrico Franceschini – la Repubblica, 3 febbraio 2018)

Sulla questione Ian Buruma scrive: «Se dovessimo eliminare da musei e gallerie le opere degli artisti di cui disapproviamo la condotta, finiremmo con il depauperare importanti collezioni. Rembrandt maltrattava l’amante in modo crudele. Picasso si comportava da bruto con le mogli. Caravaggio concupiva giovanotti ed era un assassino. Per non parlare della letteratura: Céline era un feroce antisemita. William Burroughs in preda all’alcol sparò alla moglie, uccidendola. E i registi? Erich von Stroheim girò per proprio piacere scene di orge e Charlie Chaplin aveva un debole per le giovanissime. C’è poi il caso di Woody Allen: accusato (ma mai condannato) di aver molestato la figlia adottiva di sette anni.»

Gli esempi di censura (tentata o riuscita) nella storia della cultura sono davvero innumerevoli: dall’Indice dei libri proibiti all’Arte degenerata nonché i cosiddetti Bücherverbrennungen (in italiano: “roghi di libri“) di hitleriana memoria; dalla Lolita di Nabokov all’Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (il film venne ritirato e i negativi addirittura distrutti con furore da inquisizione). Più di recente, lo scorso anno una petizione online ha chiesto al Metropolitan Museum di New York di rimuovere il famoso quadro di Balthus ( Thérèse Dreaming, 1938)  che ritrae un’adolescente seduta scompostamente su una sedia con gli slip in vista (vedi sotto). Vi è infatti chi scorge in quell’opera una sorta di istigazione alla pedofilia o una “oggettivazione dei bambini” — così come hanno fatto gli ottomila firmatari della petizione. E così via.

Oscar Wilde diceva che non esistono libri immorali, ma solo scritti bene o male. Nelle società democratiche, la stessa considerazione dovrebbe valere per tutte le manifestazioni artistiche. Ma non è affatto così. Ci domandiamo allora: per quale motivo questo NON succede quasi mai?

Stephen King ha scritto: «Leggere a tavola è considerato maleducato nella buona società, ma se volete aver successo come scrittore, l’educazione deve essere almeno al secondo posto nella vostra scala delle priorità. Al gradino più basso è bene che stia la buona società e ciò che si aspetta da voi. Se intendete scrivere in totale onestà, i vostri giorni come membro  della buona società sono comunque contati. (…)

Il fine della fiction è di trovare la verità dentro  la ragnatela di bugie della storia, non di macchiarsi di disonestà intellettuale andando a caccia di soldi. E poi, miei cari amici, non funziona. (…)

Il mondo è popolato da aspiranti censori e, sotto sotto, mirano tutti alla stessa cosa: vogliono che voi vediate il mondo come lo vedono loro… o che almeno teniate la bocca chiusa su quello che vedete voi e che se ne discosta. Sono tutti agenti dello status quo. Non necessariamente gentaglia, ma gente pericolosa, se per caso credete nella libertà intellettuale.» (da On Writing – Frassinelli, 2015)

E’ di questo che stiamo trattando qui. Ogni desiderio di censura manifesta in fondo lo stesso desiderio: la perenne, eterna volontà di controllo da parte di chi detiene (o ritiene di detenere) il potere sufficiente ad imporre le proprie idee sul comportamento, sui pensieri e sulla volontà altrui. Per di più: «il potere dà facilmente alla testa e induce a pensare di avere un controllo personale sugli eventi che va ben al di là del reale. Questa osservazione che molti hanno fatto in modo informale, trova ora il sostengono di una ricerca sperimentale condotta da psicologi della Stanford Graduate School of Business, della London Business School e della Northwestern University, che pubblicano i loro risultati sulla rivista “Psychological Science”, rivista della Association for Psychological Science.»  (le Scienze.it)

È difficile immaginare di poter apprezzare opere che legittimino l’abuso sui minori, l’odio razziale o la tortura. Ma così come non dovremmo condannare un’opera sulla base della condotta dell’artista, occorrerebbe essere cauti quando si applicano all’espressione artistica le norme della rispettabilità sociale. Alcune opere vengono create con l’obiettivo di provocare. Nelle creazioni frutto dell’immaginazione è lecito esprimere ciò che nella vita non si farebbe mai. Se accordassimo solo a soggetti rispettabili la facoltà di esprimersi artisticamente ci troveremmo circondati da un kitsch moralistico: esattamente il tipo di arte che i governanti degli Stati autoritari amano promuovere in pubblico mentre in privato si abbandonano ad azioni peggiori di quelle che la maggioranza degli artisti ama solo immaginare.

Scrive Roberta Scorranese su “la Lettura” dell’11 febbraio 2018: «Ora, nei Preraffaelliti la donna è quasi sempre fatale, un po’ ninfa e un po’ dimonia: che si fa, si chiedono i critici, li rimuoviamo tutti? E giacché ci siamo, ironizza il «Guardian», perché non censuriamo anche Picasso? Già fatto: tre anni fa la Fox mandò in onda una riproduzione di Les Femmes d’Alger oscurandone i seni. E potremmo arrivare fino a noi, in Italia, magari blindando le pitture erotiche di Pompei. O coprendo le statue delle dee nei Musei Capitolini di Roma… Alt, già fatto anche questo: due anni fa in occasione della visita del presidente iraniano Rouhani.»

Proprio così, su questo tema tutto è già stato proposto e molto (sempre troppo) di quanto proposto  è stato anche messo in atto da sistemi di potere di ogni genere, i quali sono sempre interessati prima di tutto alla propria tutela. E su questo c’è davvero poco da scherzare:

«Ma se la presenza di donne sigillate da capo a piedi su un vialone di Teheran urtasse la mia, di suscettibilità? Non credo che, per rispetto nei miei confronti, gli ayatollah consentirebbero loro di mettersi la minigonna. Sarei curioso di sapere come funziona la sensibilità a corrente alternata del signor Rohani (le tette di marmo lo sconvolgono e i gay condannati a morte nel suo Paese no?) e di sentire cosa penserebbe mia nonna di questa ennesima arlecchinata italica: quando ero bambino mi insegnò che il primo modo di rispettare gli altri è non mancare di rispetto a se stessi.» (Massimo Gramellini – La Stampa, 27 gennaio 2016)

Il brano di Brunori Sas – “Secondo me”  è tratto dall’album “A casa tutto bene(2017)

 

Decadenza

I leader dei tre principali (almeno secondo i sondaggi) movimenti politici italiani  hanno recentemente dimostrato per l’ennesima volta il consueto buonsenso, nonché l’innata modestia e moderazione che li caratterizza. Silvio Berlusconi: “Io unico argine al populismo anti europeo” (il Giornale.it). Matteo Renzi: “Il PD unico argine ai populismi” (Agorà24.it). Luigi Di Maio: “M5S unico argine a estremismi in Europa” (ansa.it).  Il famigerato “populismo” viene spesso evocato come il principale pericolo per la civiltà contemporanea. Per nostra fortuna, invece, chiunque vincerà le prossime elezioni considera se stesso quale unico e inimitabile argine alla decadenza. Ma allora di cosa parliamo, con esattezza, quando parliamo del suddetto populismo?

Come scrive Corrado Augias su “La Repubblica”: ”Per il celebre e stimato dizionario Devoto-Oli, la definizione è: «Populista, appartenente ad un movimento politico-culturale moderno di tendenza e d’ispirazione popolare». Dopo aver definito la parte storica del lemma, il dizionario però la completa dandone la versione attuale: «Qualsiasi movimento politico socialistoide, diretto all’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari ». Il Grande Dizionario del Battaglia, dopo aver ricordato l’origine della parola, ne dà poi la versione corrente  «Atteggiamento politico favorevole al popolo (identificato nei ceti sociali economicamente più umili e soprattutto culturalmente più arretrati), ma in modo generico, velleitario, e demagogico (adulando il popolo come depositario di virtù sociali e vittima del cinico egoismo e dell’amoralità dei ceti dominanti, e formulando proposte politiche atte a gratificare il desiderio di rivalsa da parte dello stesso popolo, ma non idonee a incidere efficacemente sui complessi problemi che pone la società moderna)».

Quand’è così, la questione si complica, se è vero – come è vero – quanto ha dichiarato Nichi Vendola allo stesso giornale: “Renzi ha portato a compimento il programma di Berlusconi (…) Avere cultura di governo non significa essere intruppati dal pensiero unico del capitale finanziario. C’è una sinistra che la domenica si commuove per il magistero radicale di Papa Francesco e nei giorni feriali si genuflette dinanzi ai profeti della diseguaglianza, della precarietà del lavoro, della privatizzazione dei beni comuni, della necessità delle trivelle, o del realismo del vendere armi all’Arabia Saudita o del finanziare i lager per migranti in Libia (…) Anche Di Maio è diventato renziano. Una pecorella con Confindustria, ma rumoroso con chi rappresenta il lavoro. Il suo è il ruggito del coniglio”. (intervista di Goffredo De Marchis – La Repubblica, 1 ottobre)

In altre parole, tutti e tre i suddetti “leader”, lungi dall’arginarlo, al contrario fanno del populismo il principale strumento politico e comunicativo. Paradossalmente, il fatto stesso che ognuno di loro se ne dichiari “unico” argine lo dimostra in modo lampante. Eugenio Scalfari nel suo ultimo editoriale domenicale scrive: “In un bel libro di Roberto Calasso uscito in questi giorni e intitolato L’innominabile attuale c’è una splendida immagine di Baudelaire con il quale il libro si chiude e che descrive purtroppo la situazione che stiamo vivendo: «Sintomi di rovina. Edifici immensi. Numerosi, uno sull’altro, appartamenti, camere, templi, gallerie, scale, budelli, belvedere, lanterne, fontane, statue. Fenditure, crepe. Umidità che proviene da una cisterna situata vicino al cielo. Come avvertire la gente e le nazioni?». Purtroppo le cose ora stanno così“.  Ecco, le cose stanno così, purtroppo, ed è meglio prenderne atto. La parola che definisce tutto ciò è una sola: decadenza. La verità è che si sta (de)cadendo; che si sta cadendo verso il basso. Verso ciò che è posto molto in basso e molto a destra, per dirla tutta.

Parlando di decadenza, viene in mente, com’è ovvio, il decadentismo; quindi D’Annunzio, ma soprattutto Oscar WildeIl ritratto di Dorian Gray (The Picture of Dorian Gray), romanzo scritto nel 1890. Esso narra di “un giovane di bell’aspetto, Dorian Gray, che arriverà a fare della sua bellezza un rito insano. Egli inizia a rendersi conto del privilegio del suo fascino quando Basil Hallward, un pittore suo amico, gli regala un ritratto da lui dipinto, che lo riproduce nel pieno della gioventù. Dorian comincia a guardare la giovinezza come qualcosa di veramente importante, tanto da provare invidia verso il suo stesso ritratto, che sarà eternamente bello e giovane mentre lui invecchierà. Colpito dal panico, Dorian arriva a stipulare una sorta di “patto col demonio”, grazie al quale rimarrà eternamente giovane e bello, mentre il quadro mostrerà i segni della decadenza fisica e della corruzione morale del personaggio”. Vi ricorda qualcosa?

Nel romanzo a un certo punto Lord Henry, mentore e ammiratore di Dorian Gray, gli regalerà un misterioso libro giallo di cui Wilde non fa il titolo. Si da’ però per scontato che si tratti di À rebours, un romanzo di Joris Karl Huysmans pubblicato nel 1884, noto in Italia anche con i titoli Contro corrente e A ritroso. Dorian baserà la sua vita e le sue azioni su questo “libro giallo“. Il romanzo “A ritroso“, che viene considerato il manuale del perfetto decadente, “si può definire la «storia di una nevrosi» vissuta da Jean Floressas Des Esseintes, nella Parigi fin de siècle. Educato dai padri gesuiti, unico erede dei beni dei genitori, di cui è rimasto orfano in giovane età, conclusi gli studi, Des Esseintes si immerge nella vita di Parigi; tuttavia, deluso dalla frivola mondanità della vita condotta con i suoi coetanei, il giovane aristocratico decide di sciogliere definitivamente ogni contatto con la società, ormai priva, ai suoi occhi, di qualunque attrattiva.

Si rifugia così in una villa nei pressi di un piccolo paese della campagna parigina, Fontenay, dove inizia il suo eremitaggio, a distanza da qualsiasi distrazione che gli possa offrire la civiltà, evitando il più possibile i contatti con i domestici e con il mondo esterno. A Fontenay Des Esseintes si dedica a soddisfare ogni suo desiderio e piacere: arreda la casa con una cura maniacale, scegliendo meticolosamente i colori e gli abbinamenti che più lo soddisfano; acquista una tartaruga e, insoddisfatto dell’accostamento dei colori di questa con quelli della sua abitazione, le fa incastonare sul carapace una composizione di pietre preziose accuratamente selezionate; allestisce una biblioteca contenente i volumi da lui preferiti, rilegati appositamente su carte pregiate, e così via. La sua vita scorre così tra la lettura, la degustazione di alcolici e bevande, la composizione di profumi e la cura delle piante.” (da Wikipedia)

Lo stesso Huysmans scriverà poi una “Prefazione dell’autore scritta vent’anni dopo il romanzo” che termina con queste parole: “In tanto disordine un solo scrittore vide chiaro, Barbey d’Aurévilly, che d’altronde, non mi conosceva affatto. In un articolo del Constitutionnel con la data 28 luglio 1884, e che è stato raccolto nel suo volume Il romanzo contemporaneo, apparso nel 1902, scriveva: ‘Dopo un libro tale non resta altro all’autore che scegliere tra la canna di una pistola e i piedi della croce.’

Già fatto.”

Mad Men, invece, è una serie televisiva statunitense prodotta dal 2007 al 2015. Ambientata nella New York degli anni sessanta, la serie tratteggia le vite di alcuni pubblicitari che lavorano per l’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper (poi Sterling Cooper Draper Pryce) di Madison Avenue, concentrandosi in particolare sulle vicende del suo direttore creativo, Don Draper. L’ambientazione della serie ritrae i mutamenti sociali in atto negli Stati Uniti in quel determinato periodo storico: fra gli eventi citati nel corso delle varie stagioni, la campagna presidenziale che contrappose John Kennedy a Richard Nixon (1960), la crisi dei missili di Cuba (1962), l’assassinio di Kennedy (1963), le lotte per la conquista dei diritti civili degli afroamericani. (da Wikipedia)

Si dirà: che c’entra Mad Men con il decadentismo, con i personaggi e gli autori descritti sopra? Eppure c’entra eccome, e non solo per la scelta che compirà Don Draper alla fine dell’ultima puntata. Anche in questo caso, mi guardo bene dal fare spoiler. Comunque sia, qualcosa si può dire: sempre di decadenza si tratta.