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Questione di punti di vista

Seven è un bellissimo e ormai mitico film del 1995 diretto da David Fincher e interpretato da Brad PittMorgan Freeman e Kevin SpaceyTratto dal romanzo di Andrew Kevin Walker, la sua trama riguarda sette delitti ispirati ai sette peccati capitali. Un obeso (la gola) viene ucciso col cibo. Un avvocato famoso per l’avarizia, prima di essere ucciso è stato costretto a mangiare un pezzo di se stesso. E così via per le altre vittime, che vengono uccise secondo la pena del contrappasso rispetto agli altri peccati capitali: accidia, superbia, ira, lussuria, invidia. Incaricati delle indagini sono il giovane Pitt e il vecchio Freeman. (da mymovies.it)

Se inserite la frase “Sette peccati (o vizi) capitali” in qualsiasi traduttore italiano-inglese, essa viene tradotta  “seven deadly sins”. Letteralmente: “sette peccati mortali“, che poi sarebbero Wrath ira; Pride superbia; Sloth accidia; Lust lussuria; Envy invidia; Gluttony ingordigia (o gola); Greed avarizia (o avidità). Per quale motivo tali peccati (o vizi) vengano definiti capitali in Italia e mortali nel Regno Unito potrebbe essere motivo di curiosità: l’animo del popolo italico è forse troppo sensibile e romantico per condividere certe durezze semantiche legate alla finitezza del mondo?

Carlo Cottarelli (Cremona, 1954) è un economista italiano e dirige l’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.  (…) Nel novembre 2013 viene nominato dal Governo Letta Commissario straordinario per la Revisione della spesa pubblica. La stampa gli ha coniato immediatamente il soprannome di Mister Forbici. L’attività del Commissario straordinario ha riguardato le spese delle pubbliche amministrazioni, degli enti pubblici, nonché della società controllate direttamente o indirettamente da amministrazioni pubbliche che non emettono strumenti finanziari quotati in mercati regolamentati. (da Wikipedia)

Cottarelli ha scritto un libro dal titolo “I sette peccati capitali dell’economia italiana” (Feltrinelli, 2018) che nella descrizione di copertina chiarisce subito l’oggetto della sua indagine: “L’economia italiana è cresciuta poco negli ultimi vent’anni. Ha accelerato un po’ nel 2017, ma hanno accelerato anche tutti gli altri paesi. Se fosse una corsa ciclistica, sarebbe come rallegrarsi di andare più veloci senza accorgersi di avere iniziato un tratto in discesa. In realtà, anche in discesa il distacco dal gruppo sta aumentando.”
Perché l’economia italiana non riesce a recuperare? Secondo Carlo Cottarelli esistono alcuni ostacoli molto ingombranti. Sono i sette peccati capitali che bloccano il nostro paese: l’evasione fiscale, la corruzione, la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, il divario tra Nord e Sud, la difficoltà a convivere con l’euroQuali sono le cause di questi peccati? Davvero commettiamo più errori degli altri paesi? Ma, soprattutto, ci sono segnali di miglioramento e speranza per il futuro?

Contrariamente a Brad Pitt e Morgan Freeman, Cottarelli conosce fin dall’inizio i colpevoli  – “gli assassini“; perciò “si limita” a descriverli e denunciarli, senza rinunciare  all’ottimismo della volontà (“Correggere i nostri errori e smettere di peccare è ancora possibile”, egli scrive)”. Mentre Alberto Orioli sul “Sole 24 Ore – Domenica” ha scritto che “C’è un capitale che fa ricco un Paese ma non compare nelle classifiche di «Forbes». È il capitale sociale e l’Italia ne è parecchio priva.E quella lacuna diventa l’origine mefistofelica dei sette peccati capitali della sua economia, principali responsabili di una crescita sempre monca, di un riscatto mai compiuto. Di un’Italia insomma in perenne deficit di credibilità anche quando sembra che tutto vada per il meglio“.

Ora, come tutti sanno, domenica 4 marzo le elezioni hanno posto fine a quella che molti giudicano la peggiore (nonché più lunga e becera) campagna elettorale del dopoguerra. Ma di cosa ha trattato la campagna elettorale testé conclusa? Forse dei sette peccati capitali descritti da Cottarelli e che Corrado Augias preferisce denominare piaghe anziché peccati? Nemmeno per sogno, si è parlato sempre e solo di un argomento:  l’immigrazione. Non avendo il Paese una vera e propria classe dirigente, ma soltanto dei network che si autotutelano perpetuandosi, sciocchezzuole come quelle denunciate da Cottarelli, assieme ad altre bagatelle come la tutela ambientale, vengono trattate di norma a posteriori, a buoi scappati dalla stalla e relativo portone sigillato. Per coloro, le cose importanti sono altre. Questione di punti di vista.

Il celebre aforisma attribuito Alcide De Gasperi, che invece appartiene a James Freeman Clarke (1810 – 1888), predicatore e teologo statunitense: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”, a parte poche lodevoli eccezioni è sempre più inadeguato a descrivere la nostra classe dirigente, non solo politica. Molto più efficace a tal fine la famosa battuta in stile Cetto La Qualunque: “Non sono io che sono razzista, sono loro che sono neri“. Attenzione però: sarà un luogo comune, ma rimane comunque vero che ogni popolo, in fondo, ha la classe politica che si merita.

In inverno a volte nevica. Può capitare ed è tutto previsto. Tuttavia: “Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt. Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative. E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce. Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché?” (Paolo Rumiz, La Repubblica 27 febbraio 2018)

Se uno si dimentica di un problema, o finge di non averlo, prima o poi il problema gli salta addosso a tradimento, magari quando meno se lo aspetta. Pur evitando qualsiasi tentazione di spoiler, consiglierei di vedere o rivedere il citato film Seven, in particolare la sua parte finale. Se poi confrontiamo i sette peccati capitali (o piaghe) dell’economia italiana denunciati da Cottarelli con i sette peccati capitali (o mortali) della dottrina cattolica, troviamo senza dubbio inquietanti corrispondenze, tutt’altro che casuali, casomai causali. Tali corrispondenze non interessano più di tanto la screditata ma inossidabile classe dirigente di cui sopra; se non in termini, all’occorrenza, di miope, strumentale e istantanea demagogia pro domo sua. Unica strategia possibile per uscire dal vicolo cieco: ricostruire le condizioni per la fiducia collettiva. Fiducia, speranza, e il rimedio verrebbe da sé.

Il brano di Brunori Sas – “Costume da torero”  è tratto dall’album “A casa tutto bene” (2017).  La vignetta che segue è di Zerocalcare (2018)

La politica del tram

tram

L’ ossimoro è una “figura retorica che consiste nell’unione sintattica di due termini contraddittori, in modo tale che si riferiscano a una medesima entità. L’effetto che si ottiene è quello di un paradosso apparente; per es.: lucida follia; tacito tumulto (G. Pascoli); convergenze parallele (A. Moro); insensato senso (G. Manganelli).”  (da Treccani.it). Anche “politico antipolitico” è un ossimoro, eppure negli ultimi anni, ma direi almeno due decenni, per fare carriera politica in Italia, paradossalmente,  bisogna incarnare proprio tale figura retorica.

Ieri sera il nostro Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, intervistato da Fabio Fazio nel corso della trasmissione “Che Tempo Che Fa”, discutendo naturalmente del referendum prossimo venturo, tra l’altro ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Se la gente vota no, non troverete un solo politico disposto a ridursi il proprio stipendio e il proprio incarico.” Tipica frase da bar, con tutto il rispetto dei bar, nei quali capita a volte di ascoltare ragionamenti molto più coerenti e disinteressati. Un ossimoro bello grosso, direi, il nostro Renzi, essendo il più importante politico italiano del momento.

A voler essere pignoli, poi, al nostro premier è riuscito un piccolo capolavoro di incoerenza (stavo per dire ipocrisia) in quanto con una stessa frase, peraltro breve, è riuscito ad unire al predetto ossimoro anche una bella antinomia nuova di zecca (L’antinomia – dal greco αντι, preposizione che indica una contrapposizione, e νομος, legge – è un particolare tipo di paradosso che indica la compresenza di due affermazioni contraddittorie, ma che possono essere entrambe dimostrate o giustificate. In questa situazione non è possibile applicare il principio di non-contraddizione – da Wikipedia)

Si tratta del classico caso del “paradosso del mentitore”: In logica il “paradosso del mentitore” (più propriamente “antinomia del mentitore”) è descritto come: data una proposizione autonegante come “Questa frase è falsa”, nessuno riuscirà mai a dimostrare se tale affermazione sia vera o falsa;

  • se infatti fosse vera, allora la frase non sarebbe veramente falsa (la verità della proposizione non invalida la falsità espressa nel contenuto della proposizione).
  • se invece la proposizione fosse falsa, allora il contenuto si capovolgerebbe (è come se dicesse “Questa frase è vera”) quando abbiamo appena affermato il contrario.” (da Wikipedia)

Molto più coerente e cinico di Renzi è invece un’altro famoso politico: Jean-Claude Juncker , presidente della Commissione europea dal 1º novembre 2014, il quale avrebbe serenamente dichiarato quanto segue: “Tutti noi (dirigenti della U.e.) sappiamo cosa si deve fare, soltanto non sappiamo come essere rieletti dopo che lo avremo fatto.” Così, giusto per generare qualche ulteriore dubbio sullo stato di salute delle cosiddette “democrazie occidentali”, che a conti fatti tanto democratiche non sembrano poi essere.

Al fine di evitare (o quantomeno ritardare quanto più possibile) l’avvento del prossimo Trump anti-establishment (ulteriore ossimoro antinomico) europeo, credo che l’unica ricetta sia quella suggerita in un bellissimo articolo di Paolo Rumiz pubblicato su “La Repubblica” il 10 novembre 2016. Il titolo, indovina un po’, è: “La politica del tram“. Ecco qualche estratto.

“Dopo aver dedicato una vita all’ascolto delle periferie, sono un po’ stufo dello sconcerto dei bempensanti per le bastonate elettorali inflitte dalle Destre al pensiero “no border”. Sempre la stessa scena, sempre lo stesso brusco risveglio davanti al caffellatte del mattino o al ritorno in ufficio. “Incredibile”, “Non me l’aspettavo”, “Voto shock”, “I sondaggisti hanno sbagliato”, eccetera.” (…) Se c’è una cosa che ho capito nella mia vita raminga, è che si impara più in tram che dalle analisi di un luminare, più dal bar d’angolo che da un costoso sondaggio. (…)

Quando mi spendo nelle scuole e parlo a aule piene di adolescenti spaesati, spesso saturi di web e senza più maestri nemmeno in famiglia, vedo che essi apprezzano due sole cose in chi li incontra. Non la competenza professorale, ma le scarpe impolverate e la passione ardente del cuore. È grazie a queste sole armi che vedo accendersi i loro occhi.

È quello il passepartout. Quello l’argine fondamentale all’imbarbarimento del linguaggio, alimentato dai “social” e dalla Tv spazzatura, che potrebbe portare molto male all’Europa e al mondo. Andate in tram, cari politici. O vi ci dovrete attaccare.”

Meglio di così non si poteva dire. Eppure lo scriveva già Ippolito Nievo nelle “Confessioni d’un italiano” (pubblicato nel 1858): “come negli individui, così nei consorzi e nelle istituzioni umane, senza il germe, senza il nocciolo, senza il fondo spirituale, nemmeno l’organismo materiale prolunga di molto i suoi moti. E se una forza estranea non distrugge violentemente i congegni, la vita a poco a poco s’affievolisce e s’arresta di per sé.”