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Tag: Papa Francesco

Vite balconate

«Il valore dell’uomo non sta nella verità che qualcuno possiede o presume di possedere, ma nella sincera fatica compiuta per raggiungerla. Perché le forze che sole aumentano la perfettibilità umana non sono accresciute dal possesso, ma dalla ricerca della verità.

Il possesso rende quieti, indolenti, superbi.

Se Dio tenesse chiusa nella mano destra tutta la verità e nella sinistra il solo desiderio sempre vivo della verità e mi dicesse: scegli! Sia pure a rischio di sbagliare per sempre e in eterno mi chinerei con umiltà sulla sua mano sinistra e direi: Padre, dammela! La verità assoluta è per te soltanto». Gotthold Ephraim LessingEine Duplik (1778), in Werke, hrsg. Herbert G. Göpfert, Munich, Hanser, 1979, t. 8, pp. 32-33.

Non sono credente. Tuttavia  m’inchino umilmente, con tutto il rispetto e la convinzione possibile, di fronte alle parole scritte a suo tempo da Lessing. Così come m’inchino di fronte a papa Francesco, che è venuto a Bologna domenica 1 ottobre, al suo coraggio, alle sue parole e al suo neologismo: “ha spiegato che la strada del “lasciar fare” – del “balconare  la vita” – è quella “di chi sta alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani”: “Ci si accontenta di criticare, di descrivere con compiacimento amaro e altezzoso gli errori del mondo intorno. Questo atteggiamento mette la coscienza a posto, ma non ha nulla di cristiano perché porta a tirarsi fuori, con spirito di giudizio, talvolta aspro. Manca una capacità propositiva, un approccio costruttivo alla soluzione dei problemi”

Paolo Di Paolo commenta così: “Balconare la vita: stare eternamente sul balcone, guardando dall’alto, spendere le ore in un chiacchiericcio il più delle volte malevolo, che non implica nessuna responsabilità. (…) Parlare male, sostiene papa Francesco, è come buttare bombe: l’esatto contrario, il disinnesco della rivoluzione della tenerezza su cui ha fondato il pontificato. E non comporta nessun impegno gravoso, è un alibi preventivo, è una comoda e durevole autoassoluzione.

“Mi è sembrato che, con questo conio lessicale, Bergoglio non abbia indicato soltanto l’eterna posizione esistenziale di chi raramente entra in campo e, dal bordo, si prende il lusso di fare l’allenatore senza incarichi. Ha in realtà inchiodato, grazie a un verbo eccentrico, l’aria del tempo. Una “irata sensazione di peggioramento”, l’impressione diffusa che il fallimento — il fallimento di tutti, di tutto — sia imminente o in larga parte già accaduto. (…)

Il balcone di cui parla Bergoglio è quello da cui non si ammira il paesaggio, ma lo si intossica. Dall’alto, e senza impegno. Un balcone che funziona come uno dei tanti “congegni difensivi” che il ventunesimo secolo sta producendo in gran numero; è un’estensione di quell’egocrazia di cui parla Vincenzo Paglia nelle pagine pubblicate sotto il titolo più che eloquente di Il crollo del noi (Laterza). Escludersi dall’interesse comune, dal mettere in comune; sostare nella trincea del sospetto e del risentimento — parola chiave al centro di un altro libro in uscita, La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento (minimum fax), in cui l’autore, Leonardo Bianchi, attraversa il Paese cercando le radici della rabbia esasperata e ormai quasi senza oggetto.

Il balcone dimostra, su un piano che definirei di architettura mentale, come la realtà possa essere ristretta fino a coincidere con casa nostra. Anzi, di meno: con quell’unico affaccio sul mondo da cui ci illudiamo di poterlo capire tenendolo a distanza di sicurezza. Ma una società interamente affacciata al balcone è un incubo, una natura congelata — il sonno dell’inerzia che non genera nemmeno più mostri, non genera niente“. (Paolo Di Paolo – La Repubblica, 5 ottobre 2017)

Per citare Martin Luther King: “Arriva il momento in cui il silenzio equivale a un tradimento“. Non è certo la strada di Christian Boltanski, a cui sabato scorso, 7 ottobre, Bologna ha dedicato una performance “Take me (I’m yours)” in programma all’ex parcheggio di via Giuriolo, ultimo appuntamento del progetto speciale “Anime. Di luogo in luogo”, curato da Danilo Eccher per il Comune di Bologna.

Saranno 200 studenti e 26 docenti a realizzare opere da mettere a disposizione del pubblico, allestite su una rampa d’accesso dell’ex parcheggio. Chiunque potrà portarle a casa, stipandole dentro a sacchetti di carta con la scritta “dispersione amichevole”, altra citazione di un lavoro di Boltanski, la “Quai de la Gare”, in cui il pubblico poteva accaparrarsi abiti usati, presentati in grandi cumuli, dentro a buste marchiate con la parola “dispersion”.

Questo continuo gioco di rimandi e di citazioni tra le diverse opere del francese continua all’esterno del parcheggio con l’affissione, sui muri della rampa, di grandi stampe della serie “Billboards”, gli enigmatici sguardi che all’inizio dell’estate sono apparsi come cartelloni pubblicitari in diversi punti della città. Sono gli stessi occhi che Boltanski ha adoperato per l’opera “Les Regards”, nella collezione permanente del Mambo, tratti dalle fotografie del Sacrario dei partigiani di piazza Nettuno.” (Paola Naldi)

Di chi sono questi sguardi? A chi appartengono? Potrebbero appartenere a divi del cinema, tanto l’inquadratura è stretta, lo sguardo intenso. Invece appartengono a resistenti, agli oppositori politici fucilati contro il muro del palazzo del Comune, il sito dove oggi si trova il Sacrario dei caduti partigiani. Dal 21 aprile 1945, quel muro ha cominciato ad accogliere le foto dei caduti: foto tessera, vecchie foto ingiallite che nel tempo hanno subìto trasformazioni, attentati dolosi (oggi le foto sono in vetroceramica, custodite sotto una teca).

Anche loro, come Boltanski, hanno avuto il coraggio di fare una scelta. E non era certo la più comoda: lottavano contro coloro che la verità, invece, credono di averla in tasca. Ieri come oggi, costoro hanno sempre tentato di imporla a tutti, grazie alla violenza e soprattutto al silenzio dei traditori. Quelli del balcone, appunto.

[Nell’immagine al centro con la luna, una scena di “Apettando Godot” di Samuel Beckett – scena Jean-Marc Stehlé e Catherine Rankl – costumi Catherine Rankl – con Ugo Pagliai, Eros Pagni, Gianluca Gobbi, Roberto Serpi, Irene Villa
regia Marco Sciaccaluga – produzione Teatro Stabile di Genova]

 

 

Lo sterco del diavolo

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Esiste una rubrica della “Settimana Enigmistica” che si chiama “Il confronto”: Queste due vignette hanno in comune 7 particolari. Quali? (soluzione a pag…)Settimana Enigmistica

Gli esempi e le citazioni che riporto di seguito hanno invece in comune un unico particolare: il denaro. Nonché il potere, l’omertà, la follia, il crimine e la corruzione che da esso vengono determinati. Del resto, lo ripete ora anche il Papa: “il denaro è lo sterco del diavolo”! “Quando il denaro diventa un idolo, comanda le scelte dell’uomo. E allora rovina l’uomo e lo condanna. Lo rende un servo. Il denaro a servizio della vita può essere gestito nel modo giusto (…) dove non comanda il capitale sugli uomini ma gli uomini sul capitale.”

The Wolf of Wall Street è un film del 2013 diretto e prodotto da Martin Scorsese. La pellicola, adattamento dell’autobiografia Il lupo di Wall Street edita in Italia da Rizzoli Editore nel gennaio 2014,[1] narra l’ascesa e la caduta di Jordan Belfort, spregiudicato broker newyorkese interpretato da Leonardo DiCaprio alla sua quinta collaborazione con Scorsese.[2] Fulcro della pellicola è la sua vita fatta di eccessi che lo porteranno poi a una rovinosa caduta. (Da Wikipedia). Questo uno dei trailer in italiano:

Un-eroe-borghese
Corrado Stajano  – “Un eroe borghese” (Einaudi, 1991). Il caso dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della banca di Michele Sindona, assassinato dalla mafia politica. Un giallo vero che svela i misteri della politica malavitosa e sotterraneo di questi anni (dalle note di copertina)
Da pag. 209:  “Il 10 e l’11 aprile 1979, l’amministratore delegato di Mediobanca, Enrico Cuccia, inccontra Michele Sindona all’Hotel Regency di New York. In quell’occasione, Sindona dice a Cuccia che avrebbe fatto scomparire Ambrosoli. Che non ne sarebbe rimasta traccia. Cuccia sta zitto, non fa denunce, non dice nulla a nessuno, tace anche con il commissario liquidatore. “Non ho voluto parlare perché ho sempre pensato che in questa materia il silenzio è ancora la difesa migliore; non mettere in movimento apparati che poi risultano tutt’altro che efficienti. Sono della convinzione che meno gente si occupa del problema e maggiori possibilità hai di cavartela. Per questo non ho parlato. Per quanto riguarda la minaccia al compianto Ambrosoli, devo dire che non l’ho fatto perché non avevo il modo, avrei avuto una denunzia per calunnia, e sarebbe stata la sola osa che avrei potuto avere. Le minacce, Ambrosoli le riceveva direttamente dai picciotti che gli telefonavano” (Enrico Cuccia, Testimonianza davanti alla Corte d’Assise di Milano, 3 ottobre 1985).
africo
Corrado Stajano – “Africo” Una cronaca italiana di governanti e governati, di mafia, di potere e di lotta. (Einaudi, prima ed. 1979 – Ora Il Saggiatore, 2015) “Africo è il nome di un paese montano che una alluvione, nel 1951, travolse in una frana di terra e di pietre e rese inabitabile. In questo libro di Corrado Stajano si racconta la storia di una comunità di contadini e di pastori che un diluvio sradicò e costrinse a migrare in un nuovo Africo, sorto dal nulla in riva al mare. Un evento quasi impercettibile, tra i mille che la cronaca italiana accumula sospesi tra catastrofi bibliche e tecnologie ad alto rischio, smottamenti, terrore organizzato, degradazione sociale, malgoverno. Ma con questa particolarità: che nella sua “dinamica”, come direbbe il verbale di un brigadiere, la vicenda di Africo illumina di una luce improvvisa i segreti di una cultura e di un modo di vita, i rapporti tra sudditi e potenti, tra società locale e governo centrale, e l’inganno e la sopraffazione che stanno alla base di un patto sociale coatto; e insieme, nonostante tutto, la speranza e la volontà di opposizione e di lotta di gruppi e di singoli il cui coraggio solitario sollecita qualcosa di più della nostra ammirazione. Questo libro – storia politica, narrazione, testimonianza, documento, inchiesta – non è soltanto il racconto corale di un paese che sembra inventato e invece è minuziosamente vero, denso di drammi e di conflitti, popolato di personaggi che sembrano romanzeschi: preti, ribelli, capimafia e uomini faticosamente maturati alla politica”. (Giulio Bollati, dalle note di copertina)
Da “La Repubblica 16 luglio 2016”: Intervista di Borja Hermoso a George Steiner: “Guai a chi dice che le utopie non sono altro che idiozie
(…)
Lei parla dell’utopia e del suo contrario, la dittatura della certezza…
«Molti dicono che le utopie sono delle idiozie. Ma saranno comunque idiozie vitali. Un professore che non consente agli alunni di immaginare utopie e di sbagliarsi è un professore pessimo».
 
Perché l’errore è visto in modo tanto negativo?
«L’errore è il punto di partenza della creazione. Se abbiamo paura di sbagliare non potremo mai affrontare le grandi sfide, assumerci i rischi. L’errore tornerà? È possibile, ci sono alcuni indizi in tal senso. Ma essere giovane oggi non è facile. Che cosa gli stiamo lasciando? Nulla. Neanche l’Europa, che ormai non ha più nulla da proporgli. Il denaro non ha mai fatto sentire così forte la sua voce come adesso. L’odore del denaro ci soffoca, e questo non ha nulla a che vedere con il capitalismo o il marxismo. Quando io ero studente, la gente voleva diventare parlamentare, funzionario pubblico, professore… oggi perfino i bambini sentono l’odore dei soldi e l’unico obbiettivo ormai sembra sia quello di diventare ricchi. E a questo si aggiunge l’enorme indifferenza dei politici verso chi non ha soldi. Per loro, siamo solo dei poveri idioti. E questo Karl Marx lo vide con largo anticipo. Invece, né Freud né la psicoanalisi, nonostante tutta la loro capacità di analisi dei caratteri patologici, sono riusciti a capire qualcosa di tutto ciò».
 
La psicoanalisi non le sta molto simpatica.
«La psicoanalisi è un lusso della borghesia. Per me la dignità umana consiste nell’avere dei segreti, e l’idea di pagare qualcuno perché ascolti i tuoi segreti e le tue cose intime mi disgusta. È come la confessione, ma con l’assegno di mezzo. Freud è uno dei grandi mitologi della storia. Però è finzione. Era un romanziere straordinario».
 
Torniamo alla questione del potere del denaro. Ha una spiegazione valida, dal punto di vista filosofico, del perché gli elettori di Italia e Spagna abbiano deciso in passato e decidano ancora di mettere al potere partiti politici macchiati dalla corruzione?
«Perché c’è un’enorme abdicazione della politica. La politica perde terreno in tutto il mondo, la gente non ci crede più, e questo è molto pericoloso. Aristotele ci dice: “Se non vuoi stare nella politica, nell’agorà pubblica, e preferisci restartene nella tua vita privata, poi non lamentarti se vieni governato da banditi”. Io provo vergogna di aver goduto di questo lusso privato di studiare e scrivere e di non aver voluto entrare nell’agorà. Trionfano per ogni dove il regionalismo, il localismo, il nazionalismo… torna il campanile. Quando vedi che uno come Donald Trump viene preso sul serio nella democrazia più complessa del mondo, tutto è possibile».
(…)
© El País / LENA, Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Fabio Galimberti
Nell’immagine: un disegno di George Grosz, 1917.

Sulla modernità (2)

HARING/ 1995.87.3 003

HARING/ 1995.87.3 003

“Il termine autismo deriva dal greco “autus” e significa “se stesso”. Il disturbo autistico è una entità clinica la cui natura è in corso di definizione e le cui cause non sono ancora chiaramente definite. La parola autismo richiama mutismo, isolamento, indifferenza nei confronti dell’ambiente esterno, ma anche alcune capacità intellettuali superiori alla norma. La persona affetta da tale patologia mostra una marcata diminuzione dell’integrazione sociale e della comunicazione.”

Come si è visto in un post precedente, anche il comportamento dello specialista contempla spesso “anormalità” in tre aree: quella sociale, quella comunicativa (ma non certo per mutismo) e quella comportamentale. Tra le sue caratteristiche vi è l’isolamento dal mondo; spesso infatti egli ha notevoli difficoltà ad impiegare i nuovi apprendimenti in modo costruttivo in situazioni diverse da quelle che li hanno generati in prima istanza; “di solito un limitato repertorio di comportamenti viene ripetuto in modo ossessivo.”
La modernità insomma ha finito per determinare una nuova specifica patologia: l’autismo degli specialisti. Mirando esclusivamente all’efficienza, essa non ha mai considerato la pericolosità di un vizio che colpisce proprio i suoi “amministratori delegati” (scienza, tecnologia, mercato, calcolo economico – cioè finanza – burocrazia, democrazia). Non a caso la democrazia risulta ultimissima, in ordine di importanza e anche di sostanza. Il risultato è che essi (gli arroganti e autoritari specialisti) vanno avanti imperterriti e sicuri di sé, ciascuno diffidando e disprezzando ogni dubbio che possa filtrare da dimensioni esterne alla propria bolla esclusiva, ognuno viaggia sulla propria strada e verso la propria meta separata dalle altre – in un processo spesso dissipativo che naturalmente (loro) definiscono progresso – incuranti dei problemi, dei conflitti e delle contraddizioni strutturali che questo meccanismo comporta. Ognuno (di loro) spera e conta sul fatto  che il progresso parallelo realizzato nelle diverse direzioni da altri specialisti (che naturalmente non si sognano nemmeno di pensarci) finisca prima o poi per cavare magicamente le castagne dal fuoco, rendendo sostenibili nel tempo tutti i processi che invece risultano oggettivamente insostenibili per la società nel suo complesso.
Le magnifiche sorti e progressive” hanno quindi colonizzato il mondo, andando avanti indifferenti per la loro strada senza porsi troppe domande, imponendo i suoi criteri di giudizio e d’azione, radendo al suolo con la sua “superiore” potenza razionale ogni ostacolo sul suo percorso. Fino a quando non hanno trovato – ed è quello che sta succedendo ora – un ostacolo insormontabile: le macerie da essa stessa prodotte nei due secoli di sviluppo veloce e autoreferente che l’hanno caratterizzata nel suo inarrestabile successo, dimostrando in questo modo la sua intrinseca insostenibilità ecologica e sociale.
In altre parole, la potenza del mezzo è diventata fine a sé stessa: estremamente razionale ed efficiente, è vero, ma più importante e decisiva del fine che inizialmente doveva servire, cioè l’umanità. Eppure Ivan  Illich ci aveva avvertito già da molto tempo che esiste una “misura”, un limite critico per ogni fenomeno, per ogni componente dell’equilibrio globale, e che se manca la consapevolezza che l’equilibrio della vita è fragile e complesso, si finisce prima o poi per superare tale soglia critica. In questo caso, gli strumenti della modernità divengono negativi, cioè strumenti contro-produttivi che tradiscono i propri obiettivi e anziché “liberare” l’uomo, fanno di quest’ultimo il suo servitore. E tutto questo non è davvero ragionevole, come affermato perfino da papa Francesco con la sua enciclica “Laudato Sì”. I cosiddetti “poteri forti” la leggeranno? Temo che i poteri forti non leggano altro che i loro estratti conto.
Il fatto è che la corsa all’efficienza ha avuto come conseguenza l’incapacità di comprendere la distinzione tra razionalità e ragionevolezza. Un argomento economico infatti può ben essere razionale e matematicamente ineccepibile, ma se le sua premesse non sono ragionevoli, esso può condurre a disastri. Legge di Murphy a parte, ciò che è ragionevole è senza dubbio anche razionale, ma ciò che è meramente razionale non sempre è ragionevole.
Se conveniamo sul fatto che la nostra civiltà è divenuta in buona misura irragionevole, ne consegue necessariamente che dobbiamo cambiare la logica profonda della (post)modernità industriale. D’altra parte, come ha scritto Einstein, “non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha creato”. Se vogliamo uscire da questo vicolo cieco dobbiamo perciò ripristinare i canali comunicativi tra le diverse componenti sociali e ridare senso positivo alle nostre azioni collettive. Occorre quindi cambiare alla radice la nostra autistica mentalità. Non si tratta di negare i risultati assolutamente positivi che sono stati raggiunti, non si tratta di evocare un luddismo postmoderno, ma di sollecitare una necessaria presa d’atto del fatto che i limiti su questa terra esistono, eccome, e che essi sono stati superati. Eccome.
Si tratta insomma di realizzare una vera e propria rivoluzione culturale. Non è certo una passeggiata; per di più non esiste nessuna cabina di regia in cui trovare il volante con cui dare finalmente una sterzata decisiva a questa macchina impazzita. In qualche misura, quindi, la situazione è fuori controllo. Ma abbiamo un’unica certezza: la (non) politica dello struzzo dei nostri impotenti governanti in balia (oppure al soldo?) dei forti poteri finanziari dominanti e incapaci di proporre strade alternative è la politica peggiore. Non è una soluzione, si tratta esclusivamente di una opportunistica e ipocrita presa d’atto di quale sia la parte più forte nella situazione attuale. Ed evitare il conflitto causa assoluta sfiducia rispetto ai propri mezzi. Impotenza assoluta, insomma.  Come operare quindi concretamente per fare in modo che la speranza di un progetto alternativo, giusto e democratico non muoia definitivamente e ci porti fuori da questa situazione di condivisa follia assoluta? Alla mia modesta personalissima sensibilità, tutto questo appare veramente una domanda di importanza cruciale. (2 – continua)

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