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Soffioni e orchidee

        “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.” (Leonard Cohen – Anthem)

TEORIA DELL’ORCHIDEA:  è il termine coniato dal giornalista scientifico David Dobbs qualche tempo fa ispirandosi al lavoro di Bruce Ellis e W. Thomas Boyce sulla “sensibilità biologica al contesto” o “teoria della suscettibilità differenziale”. Ellis e Boyce sono specialisti dello sviluppo umano; nel 1995 avevano suggerito «che alcuni bambini sono come i soffioni mentre altri sono come le orchidee. I soffioni, le erbacce innocue che crescono ovunque, riescono a sentirsi a casa in qualsiasi terreno e clima, dai marciapiedi alle discariche, dai pendii montuosi alle foreste bruciate. Le orchidee invece no. Se portate fuori dalle foreste pluviali, muoiono. Ma, se piantate nel giusto terreno e accudite in modo adeguato, regalano qualcosa di una bellezza indescrivibile. Nel corso dei secoli il loro richiamo è stato così irresistibile da alimentare quell’ossessione che i collezionisti chiamano orchidelirium, con persone che sono morte o hanno sperperato miliardi di dollari per le specie più rare.

Proprio come i soffioni, alcuni bambini crescono bene a prescindere dalle circostanze in cui si trovano. Nello studio di Bakermans-Kranenburg i bambini che non avevano una variante del gene DrD4 non erano toccati dalla qualità dell’educazione ricevuta. Cambiava poco se erano cresciuti da madri amorevoli o da madri anafettive: i geni favorevoli
sembravano proteggerli dagli aspetti negativi dell’ambiente. Potremmo definire questi bambini normali o ben inseriti. Ma, in base alla teoria dell’orchidea, non è del tutto corretto. I bambini soffione sono semplicemente più impermeabili, più insensibili e indifferenti all’ambiente di appartenenza, non solo ai suoi effetti negativi ma anche a quelli positivi.

I bambini orchidea, invece, sono sensibili a entrambi gli aspetti. rispondono con intensità ai contesti favorevoli e a quelli ostili, soffrendo di più gli ultimi ma anche sfruttando al meglio i primi. La loro, sostiene Dobbs, non è vulnerabilità all’esperienza negativa ma una forte sensibilità a esperienze di ogni tipo. Mentre i soffioni sono robusti, le orchidee sono
malleabili. Se i soffioni resistono all’influenza del mondo esterno, le orchidee cedono. I loro geni, in questo senso, non sono vulnerabili ma estremamente plastici perché rispondono all’ambiente amplificandone gli effetti “nel bene e nel male”, come piace dire a Belsky.

JAY BALSKY,  psicologo dello sviluppo alla University of California a Davis, scoprì un curioso
schema ricorrente (…) stava studiando l’interazione tra geni e ambiente quando si rese conto che, in molti casi, le persone che rischiavano di sviluppare un disturbo mentale andavano incontro sia agli esiti peggiori sia a quelli migliori. Altri ricercatori rilevarono la stessa peculiarità nei loro studi su genetica, psicologia della personalità e sviluppo del
bambino. Da allora si sono moltiplicate le prove dei vantaggi portati dai geni della vulnerabilità. Secondo i dati, i geni che ci espongono al rischio di una malattia mentale potrebbero essere gli stessi che ci rendono più sani, flessibili e di successo, sia come individui sia come specie. La ricerca, per quanto sia ancora a uno stadio iniziale, prospetta l’allettante possibilità che, tutto sommato, Leonard Cohen avesse ragione: a volte le crepe dentro di noi sono anche il punto da cui entra la luce.

Oltre a svelare il lato positivo della vulnerabilità, la teoria dell’orchidea mette in discussione la nostra idea di normalità, di salute mentale. Ecco un paradosso sui geni “difettosi” che la scienza fatica a spiegare: se queste mutazioni genetiche mettono a rischio gli individui, come hanno fatto a sopravvivere all’evoluzione? Perché, come si chiedono Belsky e il collega Michael Pluess in un recente articolo, “la selezione naturale dovrebbe plasmare un organismo per rispondere alle avversità con il disordine e la sregolatezza?”.

Riflettendo su questa domanda, Belsky è arrivato all’ipotesi che la nostra diversità genetica – la combinazione tra geni orchidea e geni soffione – non sia un ostacolo evolutivo ma un’ingegnosa strategia messa in atto dalla natura. Invece d’interferire con il normale sviluppo, spiega Belsky, i geni orchidea potrebbero aver svolto un ruolo chiave nell’evoluzione degli esseri umani e nel loro dominio sul regno animale. L’idea è che, poiché il mondo è imprevedibile, non è possibile sapere in anticipo quali tratti potranno favorire la sopravvivenza. La cosa migliore da fare per la natura è quindi tenere il piede in più scarpe. Come? rendendo alcuni di noi più reattivi al mondo esterno e altri meno, in sostanza diversificando il rischio.» (Elitsa Dermendzhiyska, Mindrise, Regno Unito – Internazionale n. 1291)

ELAINE ARON, nell’introduzione del 2012 al  suo “Persone altamente sensibili” (tradotto e pubblicato da Mondadori nel 2018) ha scritto:

«Penserete forse che essere sensibili sia sempre positivo: spesso invece non lo è. Inoltre la sensibilità è utile all’individuo solo se è una dote di pochi. Se tutti fossero sensibili, non ci sarebbe alcun vantaggio; in effetti, se tutti conoscessero una scorciatoia, e usassero quella informazione, nessuno sarebbe più avvantaggiato. In sostanza, l’ipersensibilità (o “responsività”, come l’hanno definita questi biologi) consiste nel prestare più attenzione degli altri ai dettagli e poi nell’utilizzare questa conoscenza per prevedere meglio il futuro. Talvolta tale comportamento dà buoni risultati, ma altre volte non comporta alcun vantaggio.

Come sapete bene, la sensibilità ha il suo prezzo. Può essere uno spreco di energia se ci che sta accadendo ora non ha nulla a che fare con le esperienze passate . Inoltre, se un’esperienza passata era stata molto negativa, le HSP possono generalizzarla e cercare di evitarla o sentirsi ansiose in troppe situazioni, proprio perché le nuove esperienze assomigliano in parte a quelle vecchie. Ma il costo più elevato dell’essere  sensibili è la possibilità che il nostro sistema nervoso si sovraccarichi. Ognuno ha un limite nella quantità di informazioni o di stimoli che può ricevere prima di sentirsi oberato, sovreccitato, sfinito o sopraffatto! Noi HSP lo raggiungiamo semplicemente prima degli altri.» (Elaine Aron)

INTERNAZIONALE 1292 (1/7 febbraio 2019) ha pubblicato questa lettera, dal titolo “Vulnerabili e contenti“:
«Ho trovato molto interessante l’articolo sulla vulnerabilità (Internazionale 1291). Credo meriti particolare rilievo la conclusione rivolta alle vittime dell’inadeguatezza e del mancato riconoscimento sociale. Secondo l’autrice la “teoria dell’orchidea” offre a queste persone una speranza, perché mostra come la situazione di disagio non sia riconducibile a una forma di debolezza ma a una somma di caratteristiche positive: marcata attitudine ricettiva, sensibilità aumentata, predisposizione genetica a essere plasmati dal contesto. Non credo che un invito a tale consapevolezza offra una speranza a chi si riconosce in queste vere e proprie patologie sociali, anzi, vedo riproposta in altre vesti la richiesta di aderire a un modello che è irrealizzabile per le identità più fragili. In un sistema che predilige personalità capaci di adattarsi alle circostanze, flessibili, resilienti e permeabili alle fonti di stress, questa teoria fornisce però strumenti utili a riflettere sulla possibilità e sugli esiti patologici di queste caratteristiche.» (Simone Turconi)

Come si vede, molta confusione sotto il cielo e poche idee ma ben confuse. Però un punto  rimane fermo: la dittatura della maggioranza (dei soffioni) vorrebbe stabilire che  l’elevata sensibilità (delle orchidee) equivalga a patologia sociale. Se non è populismo questo… Tanti auguri a tutti.

In testata: Luminous Orchid, fotografia di Erin Hissong Carr –  Alberto Burri: Cretto bianco, 1975 (Fondazione Burri, Città di Castello) – Vincent Van Gogh: Autoritratto con l’orecchio bendato, 1889 (Courtauld Gallery, Londra) –  Il brano Anthem di Leonard Cohen  è contenuto nell’album “The Future” (1992) –  L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Preferirei di no

1) “In Velocità astratta+ rumoreBalla dipinge parti di cielo, frammenti di forme e segni incrociati che evocano il veloce passaggio dell’automobile. Il rumore è infatti rappresentato dall’infittirsi di segni e dal moltiplicarsi dei piani di rappresentazione. In alto poi si percepiscono frammenti di cielo nei quali sono collocati segni più scuri. Il paesaggio inoltre è rappresentato dalle due linee ondulate e dal verde. La parte in rosso infine rappresenta l’automobile in corsa che sfrecciando frantuma il paesaggio e si integra con esso. (da analisidellopera.it)

2) Nella nota introduttiva dell’autrice all’edizione 2012 del suo The Highly Sensitive Persons (Persone Altamente Sensibili. Come stare in equilibrio quando il mondo ti travolge – Mondadori, 2018), Elaine Aron scrive: «…ora esiste una semplice, ma completa descrizione di questo tratto, riassunta nell’acronimo DOES, che ne esprime bene i vari aspetti. D indica la profondità (depht) dell’elaborazione; infatti la nostra caratteristica fondamentale è che osserviamo e riflettiamo prima di agire ed elaboriamo maggiormente ogni elemento, in modo più o meno consapevole. O sta per la sovrastimolazione (overstimulation) in cui incorriamo facilmente: se prestate maggior attenzione a ogni cosa, vi stancate prima. E sta per l’enfasi (emphasis)delle nostre reazioni emotive e per la forte empatia (empathy) che, tra l’altro, ci aiuta a osservare e a capire. significa essere sensibili ai dettagli (subtleties)».

3) Il giovane scrittore Giacomo Mazzariol ha appena pubblicato il suo secondo libro, Gli squali (Einaudi Stile Libero, 2018).  «Assomigliano agli squali; attenti, però: non sono crudeli. Nuotatori veloci, fulminei nel captare le correnti giuste, fluidi nel branco, pronti a mostrare i denti, abili nel mutare rotta. Hanno vent’anni e sono i ragazzi del nuovo millennio. Non possono stare fermi, altrimenti, come gli squali, muoiono. Perché in realtà sono vulnerabili e nell’oceano delle possibilità rischiano di perdersi, di finire spiaggiati tra incertezze adolescenziali e aspettative adulte. «Sono i miei amici, i miei coetanei», quelli del muretto, quelli dell’università, quelli dell’estate dopo la maturità, dice Giacomo Mazzariol, nato a Castelfranco Veneto, classe 1997, scrittore, sceneggiatore, esponente (fortunato) in tutto e per tutto di questi inediti post-Millennial. Ai quali dedica il suo nuovo romanzo (…)

…un ritratto dolceamaro della generazione dei ventenni. Una storia che racconta la fatica di diventare grandi» (…) «Siamo squali ma non predatori, squali così potenti da riuscire a navigare nel mare delle possibilità, una nuova specie che grazie alla tecnologia pensa di avere il mondo in mano. Puoi fare dieci cose ed essere in dieci posti nello stesso momento, è come avere addosso, sempre, un’energia pazzesca. Ma poi, in questa miriade di stimoli, non sai più qual è la superficie e quale la sostanza».

Con una velocità che toglie il fiato, mentre i suoi amici bruciano l’estate e se ne vanno in Spagna, Max inizia a lavorare e a guadagnare, diventa grande con la nostalgia nel cuore, tocca con mano la freddezza e il cinismo delle ricchissime factory dell’i-Tech. Per ritrovarsi, allora, Max torna indietro, a casa sua, a Magnano, nella lentezza salutare delle cose di sempre. «Volevo spiegare il lato oscuro delle multinazionali digitali, degli algoritmi di YouTube che stanno divorando il tempo degli adolescenti, pilotando i loro desideri. Ma anche la potenza dei ventenni di oggi, tutto il contrario degli sdraiati. Gli squali nuotano tra mille lavori, opportunità, delusioni. Ma nuotano. Non stanno fermi. E ogni tanto capita, come succede a Max, come è successo a me, di incrociare la cosa giusta. Almeno per un po’, perché nulla è definitivo per gli squali, che devono continuare a nuotare, altrimenti muoiono». (dall’articolo di Maria Novella De Luca – la Repubblica 6 novembre 2018)

4) Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street (titolo originale Bartleby the Scrivener: A Story of Wall Street) è un racconto di Herman Melville. Il narratore è il titolare di uno studio legale di Wall Street a New York. Egli svolge “un lavoro discreto fra i titoli, le obbligazioni, le ipoteche di uomini abbienti”, e si descrive come “una persona eminentemente cauta e fidata”. Infatti dice di sé:  «E per cominciare, io sono un uomo che, a partire dalla sua giovinezza, è sempre stato profondamente convinto  che nella vita la via più facile è la migliore.» (dall’edizione Einaudi, 1994)

Il narratore, pur notando [le loro] eccentricità, accetta di buon grado i suoi dipendenti e, con l’ampliarsi dell’attività, decide di assumere un terzo scrivano. Risponde all’annuncio Bartleby, che si presenta in ufficio come una figura “pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida!”. In principio Bartleby esegue diligentemente il lavoro di copista ma si rifiuta di svolgere altri compiti, sconcertando il suo principale con la risposta “preferirei di no” (nell’originale, “I would prefer not to”). Poi smette di lavorare del tutto, fornendo come unica spiegazione la medesima frase.” (da Wikipedia)

5) «Ho letto Guerra e pace in venti minuti. Parla della Russia». All’epoca della famosa battuta di Woody Allen, la fine degli anni Sessanta, l’America era attraversata dall’ossessione per il tempo. Il ricordo di Kennedy che ogni mattina leggeva il New York Times e il Washington Post in dieci minuti, aveva spinto migliaia di studenti e professionisti a iscriversi ai corsi di Evelyn Wood, un’insegnante dello Utah che cercando di migliorare la vita dei suoi allievi, aveva messo a punto una tecnica di lettura per divorare, così diceva, fino a 2700 parole al minuto. In tutti questi anni la febbre della velocità non si è mai spenta, anzi… Il contagio viaggia in Rete e dallo speed reading — 533 milioni di risultati su Google — si è passati allo speed watching. Perché dedicare nove ore e passa alla visione di una stagione del Trono di Spade quando si possono guardare gli episodi a velocità accelerata?

Esistono siti che tengono il conto delle ore spese in serie televisive (Tiiime) e nascono applicazioni che promettono di aiutarci, senza bisogno di manuali, corsi o seminari, a correre su un testo scritto così come facciamo nella vita reale. Il controllo della velocità diventa così il simbolo di un’era in cui la moltiplicazione dei contenuti rende impossibile per qualunque essere umano stare al passo con tutto ciò che viene prodotto: troppa roba, troppo poco tempo, a meno che non si ricorra a qualche trucco.” (di Stefania Parmeggiani – la Repubblica 6 novembre 2018)

Concludendo) Nessun dubbio in proposito, molto meglio Bartleby. Speed reading? Speed whatching? Preferirei di no! Il motivo è molto semplice. Perché  “investire trentadue ore della propria vita su Tolstoj vi permetterà di scoprire che Guerra e Pace parla sì della Russia, ma anche di molto altro.” E quasi sempre è proprio questo altro ad essere più importante di tutto il resto. L’ideale della nostra cultura consiste nell’essere forte come Terminator, stoici come Clint Eastwood o estroversi come Goldie Hawn? Dovrebbero piacerci le luci brillanti, il rumore, le comitive di allegri amici al bar? Pazienza. Per quanto mi riguarda, la risposta è sempre la stessa: preferirei di no!


In testata: Giacomo Balla, Velocità astratta + rumore, 1913–14, olio su tavola, 54,5 x 76,5 cm compresa la cornice dipinta dall’artista. Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Peggy Guggenheim

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Persone altamente sensibili

Credo comunque nell’aristocrazia, se questa è la parola giusta e se un democratico la può utilizzare. Non un’aristocrazia del potere ma … delle persone sensibili, premurose … I suoi membri si trovano in tutte le nazioni e in tutte le classi sociali, senza distinzione di età, e quando si incontrano si comprendono intuitivamente. Essi rappresentano la vera tradizione umana, la vittoria permanente della nostra strana specie sulla crudeltà e sul caos. Molti di loro muoiono nell’oscurità, pochi hanno raggiunto la fama. Sono sensibili verso gli altri quanto verso se stessi, sono premurosi senza essere assillanti; il loro coraggio non è boria, bensì il potere di resistere.

E.M. FORSTER“What I Believe”, in Two cheers for democracy

The Highly Sensitive Person” di Elaine Aron è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1996. La citazione di Forster riportata sopra si trova all’inizio di tutte le edizioni uscite nel tempo.

«Nel 1986 la psicologa americana Elaine Aron, psicoterapeuta e docente universitaria laureata presso l’università di Berkeley, scoprì la “Highly Sensitive Person” (HSP). Poco dopo comparirono varie pubblicazioni sia in America che in Europa sull’ipersensibilità e, seppure sia un argomento poco trattato in Italia, vari libri.
È impossibile dare una definizione precisa della persona altamente sensibile, che d’ora in poi chiameremo HSP, in quanto circa il 15% delle persone sia altamente sensibile e l’ipersensibilità sia solo una parte del carattere di queste persone. In pratica, le HSP sono più sensibili a stimoli sia esterni che interni di altri.» (da altamentesensibili.wordpress.com)

Da pochi giorni – precisamente dall’11 settembre – è disponibile l’edizione italiana: “Persone Altamente Sensibili – Come stare in equilibrio quando il mondo ti travolge” (Mondadori, 2018). L’introduzione all’edizione italiana è della dottoressa Elena Lupo (Advanced Training HSP Consultant Persone Altamente Sensibili – HSP Italia™ www.personealtamentesensibili.it.) che scrive:

«La traduzione italiana di questo testo, pietra miliare per tutti gli studi successivi sul tratto dell’Alta Sensibilità, rappresenta un fondamentale punto di svolta per la sua diffusione anche nel nostro paese.

Per questa ragione, consapevoli della particolare accuratezza necessaria, abbiamo ritenuto utile fare alcune precisazioni terminologiche a favore del lettore.

La prima e più importante riguarda la traduzione del sintagma stesso “High Sensitivity”, che in italiano è spesso reso con “ipersensibilità”. Secondo diretta indicazione della dott.ssa Aron “ipersensibilità” sarebbe in realtà corrispondente a “Hyper Sensitivity”, che rimanderebbe a una condizione anormale, o addirittura patologica. La traduzione corretta, avallata dall’autrice stessa, è quindi il letterale “alta sensibilità”, e si riferisce a un elevato grado di sensibilità, che non è assolutamente da intendersi come patologico ma che rientra nel concetto di “normalità” comunemente intesa, in riferimento alle possibili caratteristiche generali della personalità. Di conseguenza anche l’acronimo HSP, ossia Highly Sensitive Person (o People), è da tradursi con “Persona/e Altamente Sensibile/i” (o PAS), piuttosto che con “ipersensibile/i”….»

Potremmo chiederci per quale motivo siano stati necessari oltre vent’anni per pubblicare questa edizione italiana, mentre altri autori e numerose altre pubblicazioni nel frattempo ne hanno diffuso i contenuti. Ma servirebbe a qualcosa? Forse no. Limitiamoci allora ad una semplice osservazione: “Finalmente!

Downsizing

Nel 2013 fece molto discutere negli USA un articolo di Camille Paglia:  “Care donne, rassegnatevi: il mondo appartiene, e continuerà ad appartenere agli uomini. Voi vi siete scavate un ruolo importante, e meritate che vi sia riconosciuto, però smettetela di augurarvi la fine del maschio, perché tanto non succederà“. Questa la parafrasi del suo saggio, pubblicato da “Time”, che provocò la rivolta delle femministe americane. L’articolo si intitola “It’s a Man’s World, and It Always Will Be”. La professoressa della Pennsylvania cominciò attaccando il mito della “fine dell’uomo”, come aveva scritto nel suo recente libro Hanna Rosin.

La quale Hanna Rosin è invece convinta che le donne stiano correndo verso il futuro, mentre gli uomini stanno a guardare (o si voltano indietro cercando di far funzionare il microonde) fossilizzati in abitudini e certezze superate dalla storia. Giornalista americana, moglie di giornalista, madre di tre figli, lei è certa che sia accaduta la più grande svolta in duecentomila anni di storia dell’umanità: “La fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)”, che è anche il titolo del libro uscito nel 2012 in America.

Poi c’è l’inglese Naomi Alderman, che nel suo romanzo “Ragazze elettriche”  si domanda cosa accadrebbe se le donne diventassero più forti degli uomini, se i rapporti di forza si invertissero totalmente e i maschi fossero ridotti a esseri inferiori sottomessi (…) Una metafora sul potere, i suoi usi e abusi:

“Miss Alderman, come le è venuta l’idea delle “Ragazze elettriche”?

«Mi sembrava strano leggere in tutti quei resoconti pseudoscientifici sul “perché gli uomini e le donne hanno ruoli diversi nella società”, risposte tipo “le bambine guardano di più le facce, e quindi le donne sono più empatiche”, o teorie religiose fuori dal tempo. Nessuno mai che dicesse “perché in media gli uomini possono gettare una donna dall’altro capo della stanza e non viceversa”. È davvero incredibile che non si parta da questo ragionamento. Se i poteri coloniali hanno potuto opprimere gli indigeni dell’Africa, delle Americhe, dell’Oceania, non è stato per degli ormoni cerebrali diversi… non è stato il DNA britannico a vincere in modo brutale e disgustoso sugli aborigeni australiani, era semplicemente che potevamo farlo perché avevamo i fucili. È il Rasoio di Occam– cerca la spiegazione più semplice. Perché gli uomini nella storia sono sempre stati al potere? Perché le donne avevano giustamente paura di loro». (dall’articolo di Susanna Nirenstein – La Repubblica, 30 agosto 2017)

Dubito fortemente che sia arrivata “la fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)“. Allo stesso modo dubito che i “poteri coloniali” di vario genere smetteranno mai  di opprimere (o tentare di farlo) le parti deboli della popolazione mondiale. Questo per le banali, ma indiscutibili ragioni illustrate con chiarezza da Naomi Alderman; discutere poi su quanto tutto questo sia ingiusto è tutta un’altra cosa; i fatti e la storia parlano chiaro sulla nostra natura prevaricatrice: nel corso della storia noi esseri umani abbiamo sempre provato a rinchiuderci in categorie e liquidarci a vicenda come subumani o inferiori. “Mi affascina e mi sconcerta il modo in cui esseri altrimenti civili e intelligenti riescano a razionalizzare con pervicace ostinazione filosofie sbagliate e discriminatorie“, scrive Frances Hardinge.
Condivido. Rimango perciò molto perplesso, pur non avendolo ancora letto, dal titolo nonché dall’orribile copertina dell’ultimo libro di  Susan Cain. Non credo proprio – infatti – che esista alcun “superpotere” degli introversi. E meno male. Ma ascoltiamo la Cain, che sembra più che altro preoccuparsi del modello di business prevalente in America e del relativo sistema educativo:

“Studi recenti mostrano che gli introversi, benché preferiscano stare un passo indietro, possono diventare leader migliori degli estroversi.” (…) 

Lei offre consulenza a decine di aziende americane. Ma dopo averla sentita, hanno effettuato cambiamenti concreti?

«Le aziende si stanno rendendo conto che un terzo o metà dei loro dipendenti sono introversi, e se non sanno come ottenere il meglio da queste persone — che lavorano in settori diversi, dalla tecnologia alla finanza —, vuol dire che non stanno gestendo il business nel modo più efficace. I cambiamenti sono sottili. Per esempio, riducono il numero di riunioni, formulano strategie per far sì che tutti esprimano le loro opinioni. Sono piccoli passi, ma sta succedendo». (…)

Lei ha visitato decine di scuole in America ed è molto critica nei confronti degli insegnanti che valutano le capacità dei bambini sulla base del numero di volte che alzano la mano o che assegnano lavori di gruppo anche quando sarebbe utile che i ragazzi lavorassero da soli. È cambiato qualcosa?

«A volte è più facile respingere le critiche che provare a cambiare, ma ho scoperto che alcune scuole hanno cominciato a pensare in modo diverso a come strutturare le giornate, al curriculum e al modo in cui viene valutata la partecipazione in classe. Un problema che c’era — e c’è ancora — sono le pagelle in cui si legge: “La piccola Sophie ha ottime idee ma non parla abbastanza in classe”».

Questo modello di insegnamento è un problema perlopiù americano o lo ha riscontrato anche altrove?

«Il mio lavoro è focalizzato sul sistema scolastico americano, ma mi arrivano lettere da tutto il mondo che si rivelano molto simili. Mi è capitato di riceverne anche da Paesi di tradizione confuciana, dove essere pacati è più accettato». (da La rivincita degli introversi, di Viviana Mazza – La Lettura, 20 Agosto 2017)

Cambiamo campo, passiamo al cinema: “Downsizing (in sala a gennaio) di Alexander Payne  ha aperto, alla presenza del presidente Mattarella, una Mostra (del cinema di Venezia, ndr) in edizione extralarge con un protagonista alto dodici centimetri — Matt Damon in versione ristretta — che si ritrova affrontare questioni immense, dal senso della vita al destino del pianeta. (…) 

Il rimpicciolirsi suggerito dal film non è solo fisico, nell’era del grande ego social.

«Innanzitutto vorrei ricordare che noi siamo già piccoli, basta guardare all’universo. E poi sì, il grande nemico è l’ego, i buddisti lo sanno da secoli».”(Intervista di Arianna Finos a Alexander Payne – La Repubblica 31 agosto 2017)

“Downsizing” significa più o meno “riducendo“. Se ognuno di noi riducesse un po’ il proprio ego ed aumentasse la consapevolezza della nostra complementarietà nei diversi ruoli e delle diverse sensibilità nel contesto generale, invece di seguire il connaturato quanto animalesco istinto di sottomettere, sopraffare o escludere il prossimo (soprattutto quello debole e diverso) avremmo fatto un grande passo avanti nella direzione dell’interesse “universale”.

Un concetto banale ed elementare dovrebbe poi essere chiaro a tutti (purtroppo constato che i “razionalizzatori  pervicaci e ostinati di filosofie sbagliate e discriminatorie” non sono d’accordo): le colpe, i delitti, le violenze e i soprusi – colonialisti o meno – dei nostri avi non ricadono sulla nostre coscienze solo a condizione di prenderne con coerenza le distanze, di “dissociarsi” da esse, di non assorbirne i malefici principi. La tacita condivisione, magari pigramente passiva e nostalgica, di presunti gloriosi eventi e idee criminali del passato implica di fatto la sostanziale connivenza nel presente e il possibile collaborazionismo col male nel futuro: chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. I sintomi e le condizioni al contorno di una sua diabolica ripetizione sono tutti già presenti. Ci piaccia o meno, si tratta ormai di scegliere da che parte stare, e la parte giusta molto raramente coincide con quella più comoda e confortevole.

 

Mammolette

Sul “Dizionario dei Sinonimi e Contrari” Garzanti (ed. 2006), come sinonimi della parola “timido” figurano termini quali “timoroso, pauroso, pavido, vile, vigliacco“; come contrari invece gli aggettivi “coraggioso, audace, temerario, ardimentoso“. Per fare una battuta, da parte dei cosiddetti grand timides (come li chiamava lo psichiatra francese Ludovic Degas) ce ne sarebbe a sufficienza per fare causa agli autori del suddetto dizionario. Battute a parte,  lo sfondo culturale (e ideologico) implicito è molto chiaro: Terminator vs Mammolo. In realtà, come scrive Megan Garber su “The Atlantic” in un articolo tradotto e pubblicato su “Internazionale” n° 1200 con il titolo “Timidi vantaggi“, la timidezza “esprime tante emozioni diverse: imbarazzo, timore di un rifiuto e riluttanza a disturbare gli altri. E’ comune e al tempo stesso misteriosa.”

Una persona schiva è per forza timorosa e pavida? Parliamone. Lo storico della cultura Joe Moran nel suo libro Shrinking violets. The secret life of shyness (Mammolette. La vita segreta della timidezza) scrive che la timidezza è un mostro irriverente che ha sempre accompagnato, anche se impercettibilmente, tutta la storia dell’umanità. “Tuttavia, afferma Moran, la timidezza può anche essere un grande dono, perché l’impulso all’introversione favorisce l’ingegnosità e la creatività che spesso mancano alle persone estroverse.” (…) La timidezza, comunque scelga di manifestarsi (su questo la persona che la prova non ha quasi voce in capitolo) può essere un vantaggio o una maledizione. In genere le persone timide sono riflessive, a volte geniali. Sono spesso sensibili ai bisogni e agli sguardi degli altri. Il problema è che vivono in un mondo dove la timidezza è comune ma poco tollerata.

Insomma, siamo alle solite: “Forse la timidezza in fin dei conti è solo un’imbarazzante presa di coscienza dell’enorme distanza esistente tra le persone”. Tuttavia, “in una cultura che attribuisce molta importanza alla sicurezza di sé, e che dà per scontato che le abilità sociali siano la prova della propria autostima, la timidezza è vista con sospetto. In un mondo rumoroso, chi tace può facilmente essere considerato un nemico.” Altrettanto succede a chi evidenzia ciò che gli altri, magari in modo inconscio, preferiscono ignorare o fingono di dimenticare. O non sono in grado di capire.

Forse non aveva tutti i torti Sigmund Freud, il quale considerava la timidezza quale prova di un narcisismo rimosso, tuttavia la diffidenza nei confronti dei timidi appare quasi sempre ingiustificata e in qualche misura strumentale, come sempre succede quando si tratta di minoranze socio-culturali. “Le persone timide, sostiene la sociologa britannica Susie Scott, non preferiscono solo la solitudine alla compagnia o i piccoli gruppi a quelli più numerosi. Ogni volta che rifiutano un invito  o si fanno da parte conducono un ‘involontario esperimento di rottura’. Con la loro timidezza deviano dall’ordine sociale. Quindi sono considerate sospette.”

In termini gramsciani, di fatto l’egemonia culturale oggi come oggi ha una collocazione precisa e molto salda: chi strilla di più ne possiede il monopolio. Rimane il sospetto che chi ostenta aggressività in realtà nasconda insicurezza. Seppur rimanga sempre vero il fatto che “in medio stat virtus“, dovendo per forza scegliere tra l’omologazione delle grida da un lato,  la solitudine riflessiva della timidezza dall’altro, per quanto mi riguarda non ho il minimo dubbio. Per citare Corrado Guzzanti, la seconda che hai detto. Alla faccia del dizionario dei sinonimi Garzanti, dalla parte delle “mammolette” e della loro forza tranquilla.

 

 

Il lato oscuro dell’empatia

 

Su scientificamerican.com è uscito un’articolo dal titolo “Too Much Emotional Intelligence Is a Bad Thing – Profound empathy may come at a price” (Un’intelligenza troppo emotiva è negativa – Una forte empatia può avere un prezzo da pagare).

Ecco la mia traduzione:

“Capire quando un collega o un’amico si sente triste, arrabbiato o  sorpreso è la chiave per andare d’accordo con gli altri. Ma uno studio recente suggerisce che la maggiore capacità di comprensione dei sentimenti altrui può comportare a volte una dose supplementare di stress. Questa e altre ricerche mettono alla prova l’opinione prevalente secondo la quale l’intelligenza emozionale sarebbe uniformemente vantaggiosa per chi ne è dotato.

In uno studio pubblicato sul numero di settembre 2016 di Emotion, gli psicologi Myriam Bechtoldt e Vanessa Schneider della Scuola di Finanza e Management di Francoforte in Germania, hanno posto una serie di domande a 166 studenti maschi per valutare la loro intelligenza emotiva. Per esempio, mostravano loro fotografie di visi di persone chiedendo poi loro quale estensione di sentimenti, come felicità o disgusto, venissero espressi. Gli studenti poi dovevano sostenere un colloquio di lavoro di lavoro di fronte a giudici dalla severa espressione facciale. Gli scienziati misurarono la concentrazione di cortisolo, l’ormone dello stress, prima e dopo il colloquio.

Negli studenti classificati come dotati di maggior intelligenza emotiva, i valori relativi allo stress aumentavano maggiormente durante l’esperimento e richiedevano più tempo per tornare ai valori base. Le conclusioni suggeriscono che alcune persone possono essere troppo emotivamente acute per il loro bene, dice Hillary Anger Elfenbein, che insegna comportamento  organizzativo alla Washington University di St. Louis, che era coinvolta nello studio. La quale annota: “A volte la nostra superiore abilità a fare qualcosa ci può creare problemi“.

Di sicuro, lo studio aggiunge alle ricerche precedenti accenni alla parte oscura dell’intelligenza emozionale. Uno studio pubblicato su  Personality and Individual Differences (Personalità e Differenze Individuali) suggerisce che le persone emozionalmente intuitive potrebbero essere particolarmente portate ai sentimenti di depressione e disperazione. Inoltre, numerosi studi, compreso uno pubblicato nel 2013 in PLOS ONE, hanno sottinteso che l’intelligenza emotiva può essere utilizzata per manipolare gli altri al fine di guadagni personali.

E’ necessario fare ulteriore ricerca per capire esattamente quale sia l’apporto della relazione tra intelligenza emotiva e stress nelle donne e in persone di diverso livello di di educazione ed età. Nondimeno, l’intelligenza emotiva costituisce un utile talento per chi la possiede, purché si impari al tempo stesso ad affrontare in modo appropriato le emozioni – sia le proprie sia le altrui, afferma Berchtoldt, docente di comportamento organizzativo. Per esempio, alcune persone sensibili possono assumersi la responsabilità della tristezza o rabbia di altre persone che in fin dei conti li rende ansiosi. Ricorda, dice Berchtoldt, “non sei responsabile di come si sentono le altre persone“.