Archivi tag: Potere

I difensori dello status quo

Poche settimane fa Clare Gannaway,  curatrice della collezione d’arte contemporanea della Manchester Art Gallery, ha rimosso dalle pareti della sala 11 (denominata “In pursuit of beauty” – All’inseguimento della bellezza) il dipinto «Hylas and the Nymphs» del 1896 (vedi sopra), di John William Waterhouse, artista britannico preraffaellita, lasciando al suo posto uno spazio vuoto (vedi sotto).  Secondo lei, infatti: “Le ninfe a mollo nell’acqua, che rapiscono Ila (il bellissimo giovane della mitologia greca, prediletto di Eracle) in epoca di #MeToo (la campagna contro le molestie sessuali diventata virale) possono anche essere viste come una fantasia erotica inadatta e offensiva per il pubblico moderno“. (Antonella De Gregorio, Corriere.it) Comprensibilmente basita la reazione del pubblico, che ha subito riempito la parete di Post-it di protesta contro quella che viene definita una auto-censura “talebana”.

Eccesso di zelo, o cos’altro? Dal canto suo, Clare Gannaway si è difesa spiegando che l’obiettivo della rimozione non era quello di censurare alcunché, ma solo di “provocare il dibattito“. Il dipinto è stato poi rimesso al proprio posto. Che si trattasse o meno di un’abile strategia di marketing, la mossa della Gannaway un’obiettivo lo ha comunque raggiunto: provocare il dibattito su di sé.

A pensarla diversamente da lei non è soltanto il pubblico. «Dissente l’artista Michael Browne: «È un preoccupante tentativo di cancellare il passato. E non mi piace che qualcuno stabilisca cosa è giusto vedere e cosa no». Cathy Feely, docente di storia dell’arte alla Derby University, definisce l’opera di Waterhouse «un gioiello» e porta i suoi studenti a vederla «proprio affinché capiscano l’attitudine vittoriana verso il sesso». E la polemica rimbalza, oltre che su tutti i giornali e sulla Bbc, anche sui social media: qualcuno posta su Facebook un quadro della stessa scena di ninfe nude e giovane uomo, ma dipinto da una donna, Henrietta Rae, come per dimostrare che il machismo non c’entra. » (Enrico Franceschini – la Repubblica, 3 febbraio 2018)

Sulla questione Ian Buruma scrive: «Se dovessimo eliminare da musei e gallerie le opere degli artisti di cui disapproviamo la condotta, finiremmo con il depauperare importanti collezioni. Rembrandt maltrattava l’amante in modo crudele. Picasso si comportava da bruto con le mogli. Caravaggio concupiva giovanotti ed era un assassino. Per non parlare della letteratura: Céline era un feroce antisemita. William Burroughs in preda all’alcol sparò alla moglie, uccidendola. E i registi? Erich von Stroheim girò per proprio piacere scene di orge e Charlie Chaplin aveva un debole per le giovanissime. C’è poi il caso di Woody Allen: accusato (ma mai condannato) di aver molestato la figlia adottiva di sette anni.»

Gli esempi di censura (tentata o riuscita) nella storia della cultura sono davvero innumerevoli: dall’Indice dei libri proibiti all’Arte degenerata nonché i cosiddetti Bücherverbrennungen (in italiano: “roghi di libri“) di hitleriana memoria; dalla Lolita di Nabokov all’Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (il film venne ritirato e i negativi addirittura distrutti con furore da inquisizione). Più di recente, lo scorso anno una petizione online ha chiesto al Metropolitan Museum di New York di rimuovere il famoso quadro di Balthus ( Thérèse Dreaming, 1938)  che ritrae un’adolescente seduta scompostamente su una sedia con gli slip in vista (vedi sotto). Vi è infatti chi scorge in quell’opera una sorta di istigazione alla pedofilia o una “oggettivazione dei bambini” — così come hanno fatto gli ottomila firmatari della petizione. E così via.

Oscar Wilde diceva che non esistono libri immorali, ma solo scritti bene o male. Nelle società democratiche, la stessa considerazione dovrebbe valere per tutte le manifestazioni artistiche. Ma non è affatto così. Ci domandiamo allora: per quale motivo questo NON succede quasi mai?

Stephen King ha scritto: «Leggere a tavola è considerato maleducato nella buona società, ma se volete aver successo come scrittore, l’educazione deve essere almeno al secondo posto nella vostra scala delle priorità. Al gradino più basso è bene che stia la buona società e ciò che si aspetta da voi. Se intendete scrivere in totale onestà, i vostri giorni come membro  della buona società sono comunque contati. (…)

Il fine della fiction è di trovare la verità dentro  la ragnatela di bugie della storia, non di macchiarsi di disonestà intellettuale andando a caccia di soldi. E poi, miei cari amici, non funziona. (…)

Il mondo è popolato da aspiranti censori e, sotto sotto, mirano tutti alla stessa cosa: vogliono che voi vediate il mondo come lo vedono loro… o che almeno teniate la bocca chiusa su quello che vedete voi e che se ne discosta. Sono tutti agenti dello status quo. Non necessariamente gentaglia, ma gente pericolosa, se per caso credete nella libertà intellettuale.» (da On Writing – Frassinelli, 2015)

E’ di questo che stiamo trattando qui. Ogni desiderio di censura manifesta in fondo lo stesso desiderio: la perenne, eterna volontà di controllo da parte di chi detiene (o ritiene di detenere) il potere sufficiente ad imporre le proprie idee sul comportamento, sui pensieri e sulla volontà altrui. Per di più: «il potere dà facilmente alla testa e induce a pensare di avere un controllo personale sugli eventi che va ben al di là del reale. Questa osservazione che molti hanno fatto in modo informale, trova ora il sostengono di una ricerca sperimentale condotta da psicologi della Stanford Graduate School of Business, della London Business School e della Northwestern University, che pubblicano i loro risultati sulla rivista “Psychological Science”, rivista della Association for Psychological Science.»  (le Scienze.it)

È difficile immaginare di poter apprezzare opere che legittimino l’abuso sui minori, l’odio razziale o la tortura. Ma così come non dovremmo condannare un’opera sulla base della condotta dell’artista, occorrerebbe essere cauti quando si applicano all’espressione artistica le norme della rispettabilità sociale. Alcune opere vengono create con l’obiettivo di provocare. Nelle creazioni frutto dell’immaginazione è lecito esprimere ciò che nella vita non si farebbe mai. Se accordassimo solo a soggetti rispettabili la facoltà di esprimersi artisticamente ci troveremmo circondati da un kitsch moralistico: esattamente il tipo di arte che i governanti degli Stati autoritari amano promuovere in pubblico mentre in privato si abbandonano ad azioni peggiori di quelle che la maggioranza degli artisti ama solo immaginare.

Scrive Roberta Scorranese su “la Lettura” dell’11 febbraio 2018: «Ora, nei Preraffaelliti la donna è quasi sempre fatale, un po’ ninfa e un po’ dimonia: che si fa, si chiedono i critici, li rimuoviamo tutti? E giacché ci siamo, ironizza il «Guardian», perché non censuriamo anche Picasso? Già fatto: tre anni fa la Fox mandò in onda una riproduzione di Les Femmes d’Alger oscurandone i seni. E potremmo arrivare fino a noi, in Italia, magari blindando le pitture erotiche di Pompei. O coprendo le statue delle dee nei Musei Capitolini di Roma… Alt, già fatto anche questo: due anni fa in occasione della visita del presidente iraniano Rouhani.»

Proprio così, su questo tema tutto è già stato proposto e molto (sempre troppo) di quanto proposto  è stato anche messo in atto da sistemi di potere di ogni genere, i quali sono sempre interessati prima di tutto alla propria tutela. E su questo c’è davvero poco da scherzare:

«Ma se la presenza di donne sigillate da capo a piedi su un vialone di Teheran urtasse la mia, di suscettibilità? Non credo che, per rispetto nei miei confronti, gli ayatollah consentirebbero loro di mettersi la minigonna. Sarei curioso di sapere come funziona la sensibilità a corrente alternata del signor Rohani (le tette di marmo lo sconvolgono e i gay condannati a morte nel suo Paese no?) e di sentire cosa penserebbe mia nonna di questa ennesima arlecchinata italica: quando ero bambino mi insegnò che il primo modo di rispettare gli altri è non mancare di rispetto a se stessi.» (Massimo Gramellini – La Stampa, 27 gennaio 2016)

Il brano di Brunori Sas – “Secondo me”  è tratto dall’album “A casa tutto bene(2017)

 

Don DeLillo e il potere

De Lillo

…«Gli scrittori hanno l’obbligo morale di opporsi al sistema» ha dichiarato pochi anni fa. «È importante scrivere contro il potere, le corporazioni, lo Stato e l’intero meccanismo di piaceri debilitanti e decadenti. Ritengo che gli autori per loro natura debbano opporsi a qualunque potere cerchi di imporsi su di noi»….

Da un’intervista di Antonio Monda a Don DeLillo  – “La Repubblica”, 7 maggio 2016

Leggere libri proibiti

BannedBooks

Neanche a farlo apposta, su “La Repubblica” di oggi è uscito un articolo di Giampaolo Visetti: (Tra i libri proibiti di Hong Kong “Spie e censura addio libertà”), che sembra fatto apposta per contestare l’affermazione di Camilleri oggetto del precedente post (A cosa serve la letteratura). Affermazione secondo la quale la letteratura “serve, almeno per un momento, a far dimenticare il mondo che sta attorno, e a trasportarti in un’altra dimensione”.

Nell’articolo di oggi si documenta il fatto che “Nell’ex colonia la Cina distrugge i testi “sovversivi” e fa sparire librai ed editori. La testimonianza delle vittime dell’ultima purga del regime “Clienti terrorizzati, così chiudiamo”.

Eccone qualche estratto.

“Nessuno sale più nella libreria e nella casa editrice «Mighty Current», travolte dalla più plateale repressione contro la libertà di stampa mai scatenata da Pechino contro Hong Kong. I due proprietari e tre dipendenti, tra ottobre e fine dicembre, sono spariti. Riapparsi in Guangdong, nella Cina continentale, hanno detto ai famigliari di essere stati arrestati. L’accusa è contrabbando di testi che le autorità comuniste considerano critici.”

(…)

“Il signor Tang ha 41 anni e gestisce il caffè-libreria «Comunità ricreativa del popolo» a “Causeway Bay”. Il suo è l’ultimo covo di libri vietati nella metropoli finanziaria che la Gran Bretagna ha restituito alla Cina nel 1997. Dietro il neon rosso, con il profilo di Mao in nero, vende testi storici e politici, biografie, le opere dei dissidenti, più un po’ di porno nascosto sotto copertine di romanzi rosa: da Liu Xiaobo a Henry Kissinger, da Tienanmen al «Grande balzo in avanti», dal Dalai Lama alle razzie della Rivoluzione culturale, dalla «storia sconosciuta» del Grande Timoniere a quella “vera” dell’attuale presidente Xi Jinping. In tutto il mondo sono opere acquistabili: in Cina sono proibite, il possesso costa il carcere per «sovversione». A Hong Kong sono ancora legali, ma sono entrate nel limbo. «Fino a un mese fa – dice Paul Tang – ne vendevo cento al giorno. Ora il business è finito: nessuno stampa, nessuno compra, i clienti sono terrorizzati». Anche lui è sotto controllo. Agenti in borghese, alla fermata dei taxi di fronte allo shopping center di Times Square, identificano per «ragioni di sicurezza» chi sale in libreria, passando dal piccolo cambiavalute. Per pagare l’affitto Paul Tang adesso vende anche latte in polvere e vitamine per neonati.”

Anche questo dimostra come il vero scopo della letteratura sia, almeno in parte (a mio parere in grande parte, comunque la più importante) esattamente il contrario di quanto affermato dall’autore di Montalbano: cioè farci conoscere realtà che altrimenti rimarrebbero sconosciute ai più. C’è sempre qualcuno che prova a nascondere la realtà delle cose. Qualcuno che non è mai disinteressato, che nel peggiore dei casi ci riesce e definisce la censura (o peggio) in termini di “rieducazione culturale”. Nell’interesse della società, è ovvio. La sua.

A cosa serve la letteratura

letteratura

“La Repubblica” di ieri 9 marzo ha pubblicato un articolo di Zita Dazzi, “Il clochard che ama Montalbano”:

“Walter, 53 anni faceva il barista prima di essere licenziato. Poi si è separato e da tempo vive in strada. La sua foto mentre legge è diventata virale nel web.”(…) Camilleri, che di pubblicità e di rumore attorno ne vorrebbe il meno possibile, sorride. Poi dice una frase. «Mi hanno raccontato di una foto che mostra un clochard che legge un mio romanzo. Spesso mi chiedono a cosa serve la letteratura. Ecco questo è un bellissimo esempio. Serve, almeno per un momento, a far dimenticare il mondo che sta attorno, e a trasportarti in un’altra dimensione ».

Mi pare davvero troppo riduttivo. Camilleri forse si è distratto: seguendo per estensione questo principio, allora anche il viaggio, il cinema, il teatro, la musica, la televisione (la televisione!) ecc. non sarebbero secondo lui niente altro che strumenti di svago e astrazione dalla realtà? Non pretendo che tutte queste cose abbiano  l’unico scopo di farci “conoscere il prossimo”, “combattere le ingiustizie”, cambiare il mondo, migliorare le sue società e le sue culture. Ma che ciascuno di noi si proponga ALMENO di conoscere un po’ meglio tutte queste cose, cioè quello che succede, oppure è successo, oppure può o non potrà succedere nella REALTA’…  be’ questo mi sembra davvero il minimo sindacale di libertà personale e collettiva che ci deve SEMPRE essere “concesso”. Com’è noto, però, non tutti sono d’accordo sul fatto di “concederci” questa libertà. Tra potere e cultura c’è sempre un rapporto quantomeno difficile. Non è per nulla un dettaglio insignificante, teniamolo presente. Camilleri, invece, sembra esserlo dimenticato. Pure lui.

 

Gruppi di potere

Wake Up

Sul “Corriere di Bologna” di ieri, mercoledì 7 ottobre 2015, nella rubrica delle lettere “Risponde Mario Monti” (direttore) è stata pubblicata questa lettera della collega architetta Carmela Riccardi. Titolo: “Corruzione e omertà”. La condivido pienamente e la riproduco integralmente.

“Roberto Alfonso, un procuratore delle Repubblica, lasciando Bologna dopo aver attraversato l’inchiesta sull’ex presidente della Regione Emilia-Romagna, Errani, fa un preciso atto di accusa: ‘Politica e corruzione, città omertosa’. La normalità della corruzione passa attraverso piccole azioni e omissioni quotidiane, si nutre di grandi eventi e di grandi opere. Periodicamente se ne parla con gran disgusto e grande meraviglia; tutti aborrono la grande corruzione perdonandosi o cacciandosi nel subconscio le piccole corruzioni fatte di richieste di favori e di raccomandazioni. E’ emersa la grande corruzione del Mose di Venezia, del Sistema Sesto e della grandi opere in Lombardia. Qui in Emilia-Romagna tutto omertosamente viene nascosto o negato sino a quando con coraggio Isabella Conti, sindaco di San Lazzaro, ha detto no al metodo e al sistema del partito delle supercoop.

Alla grande corruzione si arriva attraverso omissioni e piccole corruzioni che diventano ‘normali’. Tante piccole normali corruzioni che avvengono in ‘circostanze’ che impediscono al ‘criminale’ o al corrotto di ‘sentire che agisce male’. Rileggere ‘La banalità del male’ di Anna Arendt, dopo aver visto il recente film sulla vita della filosofa, ha rafforzato alcune idee che mi stavo facendo sulla corruzione in Italia: esistono molte circostanze che impediscono ai corrotti e ai corruttori di vedere che agiscono male. La normalità della corruzione ha molte sfumature: il voto di scambio, le raccomandazioni in assenza di merito, i conflitti d’interesse, le consulenze, i concorsi pubblici e universitari. Non esiste legislazione che riesca a opporsi efficacemente in assenza di donne e di uomini che sappiano dire di no e che rifiutano di essere omertosi e conniventi. 

L’Emilia-Romagna è oggi come il Veneto il giorno prima che il Mose diventasse uno scandalo: il sistema di corruzione del Mose il giorno prima dello scandalo era normale per tutti, a parte i soliti, isolati, non ricattabili e quindi ininfluenti. Il giorno prima dello scandalo era normale che i gruppi di potere a Venezia potessero decidere grazie anche al supporto dei referenti politici locali e nazionali che con una legge speciale per Venezia si potessero fare affari speciali. Quel ‘gran pezzo dell’Emilia’ è diversa, qui è ancora tutto ‘normale’, c’è lo stesso gruppo di potere come dice Roberto Balzani (sindaco di Forlì, Corriere d Bologna 24 dicembre 2013). Qui continua ‘la politica degli incarichi girevoli: dal partito ai palazzi o alle coop (Corriere di Bologna, 15 novembre 2013).”

Niente da aggiungere, se non la definizione – per estensione – del termine “Mafia” che trovo sullo Zingarelli, ‘Vocabolario della lingua italiana” (ed. Zanichelli):

“màfia (…) 2 (est.) Gruppo, categoria di persone unite per conseguire o conservare con ogni mezzo lecito e illecito, spec. maneggi e intrighi, i propri interessi particolari, anche a danno di quelli pubblici.”

Che altro dire? Un giudizio ce lo siamo fatti.