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Tag: Specialisti

Il team perfetto

Team

Ci sono voluti decenni di studi sulla sociologia del “team perfetto” per arrivare a non comprendere che nessuno degli algoritmi numerici sull’efficienza dei gruppi di lavoro è in grado di prevedere alcunché.

Poi, per fortuna, è arrivata Google, che con il suo “progetto Aristotele” portato a termine in “soli” cinque anni di lavoro, cui dedica un ampio reportage il New York Times.

“Se tanti sforzi il gigante di Mountain View ha profuso nel cercare di catturare la chimica del team perfetto è perché, come rivela una ricerca della Harvard Business Review citata dal quotidiano americano, «il tempo trascorso da manager e impiegati in attività che prevedono una collaborazione con i colleghi è cresciuto del 50% negli ultimi vent’anni». E «ciascun lavoratore, in molte aziende, passa più di tre quarti della sua giornata comunicando con i colleghi ». 

Elena Dusi – La Repubblica 29 febbraio 2016 – “Aiutare i colleghi reagire ai torti creare empatia Ecco il segreto del team perfetto”.

Insomma, ricerche infinite che studiano altre ricerche derivate da altre ricerche per capire se confermarle o smentirle. Ma ne vale la pena, perché poi si giunge a risultati rivoluzionari come quelli del “progetto Aristotele” di Google per determinare la chimica del team perfetto. Ecco le regole.

DA FARE.

  1. Parlare tutti per una stessa quantità di tempo
  2. Creare un ambiente “psicologicamente” sicuro in cui non si ha timore di essere criticati
  3. Dedicare tempo a raccontare le proprie vicende personali
  4. Osservare gli stati d’animo altrui e aiutare un collega in difficoltà psicologica
  5. Non subire i torti o gli insulti in silenzio. Reagire mostrando il proprio dispiacere

DA NON FARE

  1. Non cercare di dimostrare la propria superiorità sui colleghi
  2. non criticare le idee altrui
  3. Nelle riunioni non sovrapporsi alla voce dei colleghi
  4. dare fiducia ai sottoposti, non entrare nei dettagli del loro lavoro
  5. Non preoccuparsi se una riunione va leggermente fuori argomento, o i membri del gruppo si dedicano a chiacchiere personali

Insomma, cinque anni di ricerche specialistiche per scoprire che anche nei gruppi di lavoro occorre buon senso nonché molta sensibilità e attenzione nei confronti dell’ambiente e del prossimo.

In pratica, se ne conclude, sarebbe molto meglio se fossimo tutti ipersensibili.

Sulla modernità (3)

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Come ho accennato e tentato di motivare in questo post precedente, e anche in questo,  si tratta ormai di provare con urgenza a modificare alla radice la nostra autistica mentalità: una vera e propria rivoluzione culturale. Non è certo una passeggiata; per di più non esiste nessuna cabina di regia in cui trovare il volante con cui dare finalmente una sterzata decisiva a questa macchina impazzita. In qualche misura, quindi, la situazione appare davvero fuori controllo. Abbiamo un’unica certezza: la politica dello struzzo dei nostri attuali governanti (tra l’altro in tutta evidenza ampiamente sottomessi o succubi di poteri molto più forti, come quelli economico-finanziari) è la politica peggiore. Come operare quindi concretamente? Come tentare di costruire una NUOVA MODERNITA’?

Non si può certo pensare di reagire agli attuali processi dissipativi aumentando la potenza dei mezzi di controllo, magari creando un nuovo settore di specializzazione; in questo modo si finirebbe per cadere in quella che è stata chiamata la trappola dell’ipercomplessità, cioè una condizione di complessità che eccede i mezzi di controllo impiegati per disciplinarla, aggravando così la situazione anziché risolverla.
Storicamente, il rimedio a questa perdita di controllo sull’interdipendenza delle diverse sfere è stato a lungo identificato nella politica, considerata una funzione super partes che presidia l’interesse generale. In realtà, questo primato della politica rispetto alle altre sfere d’azione rimane troppo spesso sulla carta, perché essa tende a divenire un subsistema specializzato e autoreferente come gli altri, che vede l’interesse generale solo dal proprio punto di vista, che è quello del massimo consenso elettorale. E soprassediamo per il momento sul tema della corruzione, disgraziatamente endemica, diffusiva e apparentemente inestirpabile anche nel nostro paese. Quando questo succede, la sostenibilità dello sviluppo complessivo della nostra società non viene più presidiata da alcuna intelligenza o potere condiviso.
Dobbiamo allora  prendere atto che questa nostra modernità è diventata cieca non tanto a causa di un qualche evento sfortunato, della casualità di qualche fattore esterno o dal fato imprevedibile, bensì proprio perché questo sviluppo è implicito nei suoi meccanismi costitutivi di sistema, il quale, come detto, affida il cambiamento ad una serie di automatismi indipendenti, nessuno dei quali si preoccupa degli altri o del quadro generale.
Osserviamo poi obiettivamente che anche sui temi dell’ambiente, argomento della massima attualità e importanza come testimoniato anche dall’ultima enciclica di papa Francesco “LAUDATO SI” , si è creata una forte diffidenza, nonostante una generale condivisione di principi (spesso apparente). Per quale motivo? Avanzo l’ipotesi che anche l’ambientalismo tenda a divenire un subsistema specializzato (della politica?) con i suoi codici e tecnicismi, il suo linguaggio esperto spesso improntato al passatismo, quindi incline all’autoreferenzialità e a perdere di vista i propri obiettivi concreti.
Come detto, questo fatto, anche in questo caso crea distanza e incomunicabilità con le altre componenti sociali, in particolare con il cosiddetto “cittadino comune”. Quest’ultimo infatti assume ormai istintivamente un atteggiamento difensivo nei confronti dell’ambientalismo, che per di più viene a volte percepito come una forma di fanatismo. Egli ha ormai associato questi temi a tutta una serie di colpe, a valanghe di dati, di eventi e disastri avvenuti e annunciati che vengono periodicamente riversati dagli innumerevoli congressi e dai sistemi informativi. Se poi l’alternativa è rinunciare al proprio tenore di vita o tenersi il senso di colpa, si preferisce mettere sotto il tappeto le responsabilità e si sceglie di non cambiare.
Per ripristinare un decente canale comunicativo tra le varie componenti del complesso sociale, è allora necessario sfuggire al perverso meccanismo delle scatole cinesi, eliminare per quanto possibile ogni asfittico contenitore ed entrare nella piena consapevolezza del fatto che la complessità del reale consiste nell’intreccio di tutte le componenti, non nella loro separatezza autoreferenziale e autorassicurante . Paradossalmente, anche l’ambientalismo vincerà la sua battaglia solo aprendosi all’esterno e sforzandosi di autodistruggersi – in quanto subsistema specializzato – per divenire parte integrante del patrimonio culturale collettivo. Si può tentare di costruire una nuova modernità solo cominciando a dimostrare quale sia la vera ragionevolezza dell’umanità. in quanto tale, la strada della ragionevolezza non è mai di parte, bensì appartiene a tutti. I conflitti e gli avversari esisteranno sempre, così come coloro che perseguono esclusivamente il proprio personale interesse. Molte battaglie si sono perse, altre si perderanno e molte si vinceranno, ma il nuovo orizzonte deve avere un senso più vasto. Tale orizzonte è l’obiettivo di vincere la “guerra”,  e questa “guerra” si vince esclusivamente combattendo sul terreno, oggi davvero rivoluzionario, del bene comune. (3 – continua)

Sulla modernità (2)

HARING/ 1995.87.3 003

HARING/ 1995.87.3 003

“Il termine autismo deriva dal greco “autus” e significa “se stesso”. Il disturbo autistico è una entità clinica la cui natura è in corso di definizione e le cui cause non sono ancora chiaramente definite. La parola autismo richiama mutismo, isolamento, indifferenza nei confronti dell’ambiente esterno, ma anche alcune capacità intellettuali superiori alla norma. La persona affetta da tale patologia mostra una marcata diminuzione dell’integrazione sociale e della comunicazione.”

Come si è visto in un post precedente, anche il comportamento dello specialista contempla spesso “anormalità” in tre aree: quella sociale, quella comunicativa (ma non certo per mutismo) e quella comportamentale. Tra le sue caratteristiche vi è l’isolamento dal mondo; spesso infatti egli ha notevoli difficoltà ad impiegare i nuovi apprendimenti in modo costruttivo in situazioni diverse da quelle che li hanno generati in prima istanza; “di solito un limitato repertorio di comportamenti viene ripetuto in modo ossessivo.”
La modernità insomma ha finito per determinare una nuova specifica patologia: l’autismo degli specialisti. Mirando esclusivamente all’efficienza, essa non ha mai considerato la pericolosità di un vizio che colpisce proprio i suoi “amministratori delegati” (scienza, tecnologia, mercato, calcolo economico – cioè finanza – burocrazia, democrazia). Non a caso la democrazia risulta ultimissima, in ordine di importanza e anche di sostanza. Il risultato è che essi (gli arroganti e autoritari specialisti) vanno avanti imperterriti e sicuri di sé, ciascuno diffidando e disprezzando ogni dubbio che possa filtrare da dimensioni esterne alla propria bolla esclusiva, ognuno viaggia sulla propria strada e verso la propria meta separata dalle altre – in un processo spesso dissipativo che naturalmente (loro) definiscono progresso – incuranti dei problemi, dei conflitti e delle contraddizioni strutturali che questo meccanismo comporta. Ognuno (di loro) spera e conta sul fatto  che il progresso parallelo realizzato nelle diverse direzioni da altri specialisti (che naturalmente non si sognano nemmeno di pensarci) finisca prima o poi per cavare magicamente le castagne dal fuoco, rendendo sostenibili nel tempo tutti i processi che invece risultano oggettivamente insostenibili per la società nel suo complesso.
Le magnifiche sorti e progressive” hanno quindi colonizzato il mondo, andando avanti indifferenti per la loro strada senza porsi troppe domande, imponendo i suoi criteri di giudizio e d’azione, radendo al suolo con la sua “superiore” potenza razionale ogni ostacolo sul suo percorso. Fino a quando non hanno trovato – ed è quello che sta succedendo ora – un ostacolo insormontabile: le macerie da essa stessa prodotte nei due secoli di sviluppo veloce e autoreferente che l’hanno caratterizzata nel suo inarrestabile successo, dimostrando in questo modo la sua intrinseca insostenibilità ecologica e sociale.
In altre parole, la potenza del mezzo è diventata fine a sé stessa: estremamente razionale ed efficiente, è vero, ma più importante e decisiva del fine che inizialmente doveva servire, cioè l’umanità. Eppure Ivan  Illich ci aveva avvertito già da molto tempo che esiste una “misura”, un limite critico per ogni fenomeno, per ogni componente dell’equilibrio globale, e che se manca la consapevolezza che l’equilibrio della vita è fragile e complesso, si finisce prima o poi per superare tale soglia critica. In questo caso, gli strumenti della modernità divengono negativi, cioè strumenti contro-produttivi che tradiscono i propri obiettivi e anziché “liberare” l’uomo, fanno di quest’ultimo il suo servitore. E tutto questo non è davvero ragionevole, come affermato perfino da papa Francesco con la sua enciclica “Laudato Sì”. I cosiddetti “poteri forti” la leggeranno? Temo che i poteri forti non leggano altro che i loro estratti conto.
Il fatto è che la corsa all’efficienza ha avuto come conseguenza l’incapacità di comprendere la distinzione tra razionalità e ragionevolezza. Un argomento economico infatti può ben essere razionale e matematicamente ineccepibile, ma se le sua premesse non sono ragionevoli, esso può condurre a disastri. Legge di Murphy a parte, ciò che è ragionevole è senza dubbio anche razionale, ma ciò che è meramente razionale non sempre è ragionevole.
Se conveniamo sul fatto che la nostra civiltà è divenuta in buona misura irragionevole, ne consegue necessariamente che dobbiamo cambiare la logica profonda della (post)modernità industriale. D’altra parte, come ha scritto Einstein, “non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha creato”. Se vogliamo uscire da questo vicolo cieco dobbiamo perciò ripristinare i canali comunicativi tra le diverse componenti sociali e ridare senso positivo alle nostre azioni collettive. Occorre quindi cambiare alla radice la nostra autistica mentalità. Non si tratta di negare i risultati assolutamente positivi che sono stati raggiunti, non si tratta di evocare un luddismo postmoderno, ma di sollecitare una necessaria presa d’atto del fatto che i limiti su questa terra esistono, eccome, e che essi sono stati superati. Eccome.
Si tratta insomma di realizzare una vera e propria rivoluzione culturale. Non è certo una passeggiata; per di più non esiste nessuna cabina di regia in cui trovare il volante con cui dare finalmente una sterzata decisiva a questa macchina impazzita. In qualche misura, quindi, la situazione è fuori controllo. Ma abbiamo un’unica certezza: la (non) politica dello struzzo dei nostri impotenti governanti in balia (oppure al soldo?) dei forti poteri finanziari dominanti e incapaci di proporre strade alternative è la politica peggiore. Non è una soluzione, si tratta esclusivamente di una opportunistica e ipocrita presa d’atto di quale sia la parte più forte nella situazione attuale. Ed evitare il conflitto causa assoluta sfiducia rispetto ai propri mezzi. Impotenza assoluta, insomma.  Come operare quindi concretamente per fare in modo che la speranza di un progetto alternativo, giusto e democratico non muoia definitivamente e ci porti fuori da questa situazione di condivisa follia assoluta? Alla mia modesta personalissima sensibilità, tutto questo appare veramente una domanda di importanza cruciale. (2 – continua)

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