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Tag: Suicidio

Casa d’altri

D'Arzo

“Non so se sia eccesso o mancanza di sensibilità, ma è un fatto che le grandi tragedie mi lasciano quasi indifferente. Ci sono sottili dolori, certe situazioni e rapporti, che mi commuovono assai di più di una città distrutta dal fuoco. Questa la prima ragione per cui prendo a scrivere oggi dei due vecchi Grimaldi.”

E’ l’incipit del racconto “Due vecchi” di Silvio D’Arzo. Si tratta del terzo dei quattro racconti contenuti in  “Casa d’altri” (Einaudi, 2007) che è anche il titolo del primo, più lungo e più noto racconto omonimo che dà il titolo al volume:

“In gioventù, lo chiamavano Doctor Ironicus per la sua intelligenza sottile; ormai sessantenne, il protagonista di Casa d’altri non è che un «prete da sagre», confinato in un paesino della provincia emiliana dove non succede mai niente e dove «appaiono strane anche le cose più ovvie». Zelinda, però, una vecchia che passa le sue giornate a lavare i panni al fiume, senza avere alcun contatto con la gente, così ovvia non è; e non è ovvio neppure il tentativo di comunicazione che cerca d’instaurare con il prete, interrogandolo vagamente sulla legittimità di derogare a una «regola» della Chiesa cattolica. Quale sia questa regola, lo si scoprirà soltanto alla fine: quando il Doctor Ironicus, «così goffamente da provare vergogna di tutte le parole del mondo», non saprà dare alla vecchia che una risposta convenzionale e inadeguata.” (Dalle note di copertina).

Silvio D’Arzo (pseudonimo di Ezio Comparoni) è morto a meno di 32 anni di leucemia nel 1952. Colpisce il fatto che, pur così giovane, l’autore tratta in ben due di questi quattro racconti, che potremmo forse definire “minimalisti”, un tema ben preciso. Non è lecito svelarlo qui, ma esso è, appunto, oggetto di quella “regola” della Chiesa cattolica cui la vecchia Zelinda chiede il permesso di derogare. Libro delicato e magistrale, in cui mancano le descrizioni e in cui paradossalmente tali descrizioni scaturiscono solo dalle azioni degli attori. Senonché, le azioni praticamente non esistono, in questo “sperduto borgo sull’Appennino emiliano dove non succede niente di niente“.

 

Ragazzofiore

Servizio n.1210916: 28 Marzo 2016 - Via Giardino - VITTORIO VENETO (Treviso) - CARPESICA (TV) - GIULIO MILACIC SI SPARA CON IL FUCILE DEL PADRE - 20160328 - CLJ - CARPESICA (TV) - GIULIO MILACIC SI SPARA CON IL FUCILE DEL PADRE - Riccardo Rizzo/PhotoJournalist/B&S Press/Bolzoni - - - fototvbolzoni

Si faceva chiamare così Giulio Milacic, 17 anni, su Instagram, dove pubblicava foto e aforismi.

Nel suo profilo social metteva storie a puntate di abbandoni e sofferenze mostrando una sensibilità fuori dal comune.

Sabato sera Giulio aveva esternato ai genitori tutto il suo dolore per la notizia appresa navigando svogliatamente sul suo smartphone. Patrick Beda, amico e compagno di classe in un istituto professionale, si è schiantato in moto contro un platano ed è morto sul colpo. Insieme avevano condiviso le disavventure di una carriere scolastica non proprio eccellente, che li aveva indotti a lasciare anzitempo il corso di studi e ad affacciarsi al mondo del lavoro. Anche se non si vedevano più ogni giorno l’amicizia era rimasta, così come gli interessi comuni per i motori.

Dopo una nottata trascorsa cercando di metabolizzare quella perdita inspiegabile, il giorno di Pasqua Giulio ha pranzato con papà Stefano e con mamma Luisa. Lo vedevano provato, a tratti assente ma non immaginavano un simile baratro emotivo. Verso le 18 ha preso il fucile di papà, è sceso in giardino e si è ucciso. Sono state le grida disperate della cugina che abita poco distante a dare l’allarme. I familiari hanno assistito impietriti ai tentativi di rianimazione dei medici del 118, fino al momento in cui tutti si sono tolti guanti e mascherine.

«Giulio aveva sofferto molto per la perdita della nonna, circa due anni fa. E poi Patrick. Ci ha fatto vedere la notizia nel telefonino con le lacrime agli occhi» ripete allo sfinimento papà Stefano. Dai racconti di chi lo conosceva emerge una sensibilità fuori dal comune. Giulio aveva deciso di esprimere tutto ciò che aveva dentro sul suo profilo Instagram, attraverso racconti e aforismi. Lui era “Il Ragazzofiore”, tutto attaccato, parola presa da una poesia di Davide Rondoni (“Tango della timidezza”). Pubblicava storie a puntate di amori finiti, di abbandoni e di sofferenze. “Da piccolo non avrei mai sognato questa vita. Ci rivedremo in un futuro non troppo lontano, magari in un posto migliore”, è il testamento lasciato sul social network. Lì dove ora arrivano tutti i messaggi dei follower. Messaggi disperati per dire che tutto finisce, certo, ma non ci si doveva lasciare così.”

(Enrico Ferro – La Repubblica, 30 marzo 2016)

QUI invece Andrea De Polo (La Tribuna di Treviso)

 

 

Contro il suicidio (2)

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Il suicidio come incidente 

Gli studi dimostrano che molte persone riflettono o parlano del suicidio in anticipo, oppure fanno dei tentativi prima di decidersi.  Possono essere indecisi. Ci stanno ancora ragionando, fino al momento in cui non agiscono con successo. Comunque, eccetto il caso in cui progetto di suicidio è fatto per fuggire la demenza o un malattia terminale, ho l’impressione che  il suicidio avviene per davvero quando  questa ambivalenza giunge all’atto finale, il che avviene molto spesso come fosse un incidente. Penso che sia un incidente molto spesso soprattutto per le persone più giovani, le quali hanno meno esperienza nella gestione dei momenti di depressione. Esseedono nel suicidio una via di fuga, una soluzione e una affermazione rispetto a quelli che li hanno fatti fallire, non considerando però  il fatto che loro non saranno poi lì a vedere il risultato. E’ così che noi perdiamo queste vite così promettenti.

Sono le offese, specialmente, che possono far sentire agli ipersensibili il bisogno di uccidersi; vorrei rivolgermi a tutti i consulenti delle scuole superiori e dei college del mondo, per fargli presente quanto loro potrebbero aiutarli anche solo con piccoli insegnamenti sull’ipersensibilità. Potrebbero esaminare i nuovi allievi e orientarli mediante parametri di ipersensibilità. poi successivamente anche far loro vedere il film sugli ipersensibili, oppure distribuire loro il libro sull’argomento.

Ritorno un attimo su cosa intendo per “incidente”. Potreste a questo riguardo anche parlare di tempesta perfetta. La mente, il corpo, lo spirito, tutto sprofonda. La mente lotta contro onde gigantesche di vergogna o senso di inutilità che derivano da un orribile tradimento, un rifiuto, da critiche devastanti sul proprio lavoro, da una grave sconfitta o fallimento, e dall’ulteriore vergogna per cui non si è in grado di controllare la propria reazione in proposito. La mente sta colando a picco sotto queste ondate mostruose.

Il corpo, spesso, non ha dormito, riposato o ricevuto buon cibo, o fatto esercizio. Si verifica perciò una drammatica flessione del benessere fisico, soprattutto riguardo i neurotrasmettitori del cervello. Quando questi crollano, finiamo sempre  per deprimerci, ma se essi calano così tanto, la depressione è diventa così enorme che a tutti noi verrebbe il pensiero del suicidio. Aggiungiamo poi l’assunzione di alcool o droghe, utilizzati prima o dopo che l’dea stessa sia venuta in mente. Questi elementi aumentano il fattore di rischio poiché essi rendono la mente più offuscata. Il fatto stesso di prima  viene percepito come irreale. La nave imbarca ancora altra acqua e comincia a inclinare .

Spiritualmente, noi tutti abbiamo dubbi sul nostro percorso, ma quando i dubbi hanno la meglio, allora ogni significato sembra perduto, e perciò, con esso, anche il nostro massimo supporto. L’albero maestro si spezza. La nave affonda.

Ho verificato come questa idea del suicidio, considerato come incidente, sia a volte di aiuto per chi rimane, soprattutto per i genitori degli adolescenti. E’ dura affrontare la morte per incidente di qualcuno che amiamo, ma perlomeno sappiamo che egli non   deliberatamente(e stupidamente, se riusciamo a comprenderlo) morto uccidendo sé stesso.

Forse questa può essere un’idea rassicurante, anche solamente per il fatto che in essa c’è almeno un po’ di verità. La maggior parte delle personee per la maggior parte del tempo, certamente desiderano continuare a vivere.  (Teniamo presente il paziente con tendenze suicide che però non prende gli antidepressivi perché li considera dannosi per la salute). E’ strano che essi smettano di aver voglia di vivere. Cos’è successo? Un incidente.

Ho l’impressione che molti ipersensibili abbiano pensieri suicidi di tanto in tanto (io li ho avuti in gioventù), e ancora di più sono stati devastati dal suicidio di un altro. Finché tu (e io) siamo ancora qui, sappiamo che le cose cambiano. “Nessun sentimento è definitivo”. Amo questa citazione da Rilke. (Se vi interessa l’intera poesia, vedi  la fine di questo post). poiché comprendiamo sempre più il valore della nostra sensibilità assieme alla sua intensità emotiva, ho il sospetto che noi saremmo coloro che è meno probabile commettano suicidio . E le più capaci di comprendere e aiutare gli altri quando qualcuno tendesse a imboccare questa strada.

Elaine Aron: Suicide and High Sensitivity (2- Fine)

Contro il suicidio (1)

Against suicide

Mi piacciono le persone che possiedono il coraggio e la consapevolezza sociale necessari per affrontare anche argomenti scomodi e impopolari. Ad esempio il suicidio, fregandosene del fatto che affrontando tale argomento come minimo si provocheranno scongiuri e fughe di interesse. Ciononostante, avendo ricevuto richieste in proposito, Elaine Aron lo ha fatto  con un post del 25 febbraio scorso sul suo blog (Suicide and High Sensitivity). Anche solo per questo motivo, oltre al link diretto di cui sopra, propongo di seguito una traduzione del testo in oggetto. Come sempre, mi scuso in anticipo per le eventuali imprecisioni. Tradurre… sembra facile. Il testo è piuttosto lungo, lo dividerò quindi in due post successivi. Questo è il primo.

SUICIDIO E IPERSENSIBILITA’

“Ho ricevuto alcune domande riguardanti l’ipersensibilità e il suicidio, credo che dovrei rispondervi. Sono consapevole di come questo sia un argomento forte ma importante. Suppongo che questo post sia opportuno in quanto la maggior parte dei suicidi avvengono in primavera. Non ho fatto ricerche in proposito. Si tratta solo di mie impressioni tratte da esperienze personali, così come ognuno avrà senz’altro le proprie in proposito. Mi scuso dell’utilizzo della erza persona nella prima metà del testo. Spero che niente di questa parte sia mai applicabile alla seconda persona, TU. Ma accade, lo so bene. HSPs, come qualsiasi altro, possono uccidersi. Inoltre, come argomenterò più oltre, essi sono profondamente toccati dagli altri suicidi.

HSPs e la riflessione sul suicidio

Per prima cosa, affrontiamo l’aspetto negativo dell’argomento. Ritengo che gli ipersensibili, quando sono depressi, siano maggiormente soggetti al pensiero del suicidio, poiché essi percepiscono tutto con maggiore intensità, compreso la depressione, con il suo senso di disperazione,  inutilità, e angoscia. Inoltre, con la loro profondità di elaborazione, il loro pensiero va spontaneamente a tutte le conseguenze di ciò per cui sono scoraggiati o semplicemente del fatto di essere così depressi. Una conseguenza, ovviamente sbagliata, può essere quella di sentire che non dovrebbero più stare su questo pianeta. Si sentono troppo inutili, deboli, ecc.

Oppure possono pensare di stare causando ad altri così tanti problemi che coloro che gli sono cari starebbero meglio senza di loro. Ancora, questo è COSI’ sbagliato. Essi, con le loro azioni, possono fare un male profondo a coloro che gli sono vicini.

Ma continuando ad analizzare le loro idee, essi possono perfino fare progetti, che sono considerati i segnali più pericolosi a parte i veri e propri tentativi pratici.(Specialmente se qualcuno parla di progetti, è il momento di portare loro aiuto. Ci sono molti altri segnali e risorse su internet, incluso linee dirette nazionali. Molti paesi ne dispongono. Ma questo post non tratta specificamente della prevenzione del suicidio).

Cos’altro possiamo capire sugli ipersensensibili?

Il suicidio è frequente tra gli studenti dotati, i quali di solito sono ipersensibili secondo gli studiosi de i talenti. Si pensa che il motivo principale sia il loro perfezionismo,  poi avvertonoche anche gli altri si attendono la perfezione da loro, cosicché una valutazione bassa o una esposizione meno riuscita li può portare al punto di rottura. Sebbene non tutti gli ipersensibili siano dotati, si può dire che tutti hanno a momenti i loro problemi con il perfezionismo, nel considerare fallimenti propri o altrui.

Un’altro fattore di rischio per i dotati può essere l’impopolarità o perfino il bullismo per la loro diversità. Anche gli ipersensibili si sentono differenti e a volte sono oggetto di bullismo a causa di ciò.

Soprattutto,  gli ipersensibili possono finire per odiare le conseguenze della loro sensibilità. Li ho ascoltati simpateticamente mentre mi dicevano che sentivano la patologia del sentirsi differenti, “strani”, e che si sentivano perduti là fuori poiché non potevano affrontare la vita nello stesso modo degli altri. Erano stanchi di guadagnarsi la vita avendo da fare i conti con la sensibilità, poi essendo così facilmente devastati  dalle critiche di quelli importanti per loro, che poi vedendoli così suscettibili, li criticavano ancor di più. Molti di noi hanno provato di valorizzarli  e di convincere gli   ipersensibili  di essere  orgogliosi della loro sensibilità (per esempio Jacquelyn Strickland  e i creatori di molti contributi al film Sensitive: The Untold Story). Qualche volta però una lunga storia di incomprensioni, forse altri traumi, cosi come la genetica, pretendono il loro pedaggio.

Ora l’aspetto positivo. La mia sensazione è che gli ipersensibili abbiano un tasso di suicidi inferiore rispetto al rimanente 80% della popolazione. La stessa profondità di elaborazione, così istintiva in loro,  comporta che essi siano meno impulsivi. Sono probabilmente più insicuri, in attesa di considerare le  cose ancora una volta, quando probabilmente vedranno la loro vita da un differente punto di vista. Inoltre, può essere meno probabile che le loro minacce si trasformino in un progetto che si sentono di portare avanti, che sai piuttosto metaforico, il culmine di profondità di elaborazione e forti emozioni. Pensare “Mi sento così male che voglio uccidermi” è un modo di esprimere quanto male uno  si sente. e noi sappiamo quanto gli ipersensibili possano essere sopraffatti da ogni emozione, anche la gioia, e seguirle fino alla loro conclusione emotiva .

Secondo. Penso che le persone sensibili siano più consapevoli di quanto possa essere terribile l’effetto di un suicidio per le persone che gli sono vicine. Certamente, se lo fate  presente agli ipersensibili, essi risveglieranno la consapevolezza di quanto danno provocherebbero. Dopo tutto, loro hanno tutti quei neuroni specchio, tutta quella empatia che permette loro di capire quello che gli altri potrebbero sentire.

L’effetto sugli ipersensibili rimasti soli

Il suicidio ha un effetto grandiosamente cattivo su chi rimane, e sicuramente sugli ipersensibili in particolare. Perdere qualcuno di caro a causa del suicidio provoca uno shock terribile. In seguito un profondo lutto. Ma anche non comprensione, e gli ipersensibili hanno una profonda necessità di capire. Perché questa persona non ha visto la preziosità del dono della vita stessa, e tutto lo splendore che ci si può godere quando l’autostima se ne va? E perché questa amata persona ti abbandona, non considerando quanto vi era cara. .Ci si può sentire abbandonati, traditi, rifiutati e perfino infuriati. Forse, più probabilmente, come ogni ipersensibile, ci si preoccupa perchè avresti potuto aiutarla. Potreste sentire dche eravate la persona che meglio di tutti avrebbe dovuto prevenire il fatto oppure persino di essere l’unica persona che avrebbe dovuto farlo. O peggio, forse c’era un indizio che avete trascurato. La vostra empatia sembra aver fallito. L’abbiate riconosciuto oppure no, sentirete più acutamente degli altri la colpa del fallimento.

Quando ero all’università, in una attività di classe venni messa in coppia con un’altro studente per discutere i propri sogni. La volta successiva che andai in classe seppi che egli si era ucciso. Con l’acuta intuizione tipica degli ipersensibili, sentii che avrei dovuto capire dai suoi sogni quello che stava per succedere. Avrei dovuto parlarne con altri? Ma il sogno poteva anche non significare nulla. Mi confrontai con un fidato membro della facoltà per un’ammissibile rassicurazione, ma certamente sentii questa possibilità come una colpa.

In breve, I suicidi ci colpiscono profondamente. Esistono molti siti web  utili a proposito di “lutti in famiglia” nel caso la morte sia da suicidio. Utilizzateli se per caso dovesse mai capitarvi.

1 – Continua

 

 

 

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