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Da uno a quattordici

Il fascismo eterno” di Umberto Eco (La Nave di Teseo, 2018) è un discorso pronunciato in inglese a un simposio organizzato dai dipartimenti d’italiano e francese della Columbia University, il 25 aprile 1995 per celebrare la liberazione dell’Europa. Eco utilizzò, in occasione del suo discorso, il termine Ur-Fascismo, o “fascismo eterno”, dove il prefisso tedesco “Ur” si riferisce all’essenza primigenia di un concetto.

« ….ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l'”Ur-Fascismo”, o il “Fascismo Eterno”. Tali caratteristiche non possono venire irregimentate in un sistema; molte si contraddicono reciprocamente, e sono tipiche di altre forme di dispotismo o di fanatismo. Ma è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare una nebulosa fascista (…)».

Gli elementi che generano l’Ur-fascismo sono:

1) Il culto della tradizione. La cultura non è quindi avanzamento del sapere, ma recupero dal messaggio originario.
2) Il rifiuto del modernismo ma la difesa della tecnologia. I fascismi sono fieri delle loro innovazioni tecnologiche ma rifiutano ciò che è moderno sul piano delle idee e dei valori.
3) Il culto dell’azione per l’azione e il rifiuto del pensiero critico. L’impulsività, l’istinto, l’azione come atto estetico vengono preferiti alla riflessione. Da qui il sospetto e l’avversione verso la cultura e gli intellettuali.
4) Il disaccordo come tradimento. L’Ur-Fascismo rifiuta tutto questo e tratta il disaccordo come tradimento, celebrando al contrario l’unità, il pensiero unico, la concordia in seno alla tradizione.
5) La paura del diverso. L’Ur-Fascismo chiama alla lotta contro il diverso, lo straniero, il non-allineato.
6) L’appello alle classi medie frustrate. L’Ur-Fascismo trova terreno fertile nel malessere delle classi pressate da crisi economiche.
7) L’ossessione del complotto. L’Ur-Fascismo ricorre allo spauracchio del nemico esterno, appellandosi al nazionalismo e alla xenofobia.
8) I nemici sono molto forti ma anche molto deboli. L’Ur-Fascismo dà, ai suoi seguaci, dei nemici da odiare che devono apparire, allo stesso tempo, abbastanza deboli da dare agli adepti l’idea di poterli sconfiggere e abbastanza forti per avvalorare l’eventuale vittoria.
9) La vita è guerra permanente. Il pensiero fascista implica un nemico da combattere. Solo dallo scontro può nascere la pace.

10) L’elitismo di massa. I seguaci devono sentirsi parte di un’élite e avere bisogno di una guida autoritaria che li coordini. Così il forte domina sul debole ma quest’ultimo continua a sentirsi parte di un’élite apparentemente egualitaria.
11) Il culto dell’eroismo. Il fascismo chiama tutti ad essere eroi. I seguaci del fascismo vengono educati ad essere i migliori. Proprio questa possibilità di essere eroi seduce eventuali adepti.
12) Il machismo. L’Ur-Fascismo canalizza le pulsioni guerresche nel sesso. Il maschio dominante è l’emblema del fascismo eterno.
13) Il Populismo qualitativo. Il Popolo è rappresentato come entità portatrice di una volontà unica e non di una pluralità di bisogni. Così, il Popolo non ha peso come quantità ma come simbolo di una sola volontà, di una giusta “qualità”. Ciò segna la fine della tutela della pluralità di pensiero.
14) La “neolingua”. L’Ur-Fascismo parla una lingua propria, fatta di parole e simboli propri, di formule e di motti. In questo modo rafforza l’identità collettiva. (da derivatisanniti.com)

«Alla fine della Seconda guerra mondiale molti tra i più alti vertici militari delle Forze armate italiane avrebbero dovuto rispondere di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia e all’estero. A salvarli furono gli equilibri della Guerra fredda e il decisivo appoggio degli alleati occidentali grazie a cui l’Italia eluse ogni forma di sanzione per i suoi militari. Diversi di loro furono reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti e ministri della Repubblica e coinvolti nei principali eventi del dopoguerra: il referendum del 2 giugno; la strage di Portella della Ginestra; la riorganizzazione degli apparati di forza anticomunisti e la nascita dei gruppi coinvolti nel «golpe Borghese» e nel «golpe Sogno» del 1970 e 1974. Il loro reinserimento diede corpo a quella «continuità dello Stato» che rappresentò una pesante ipoteca sulla storia repubblicana. Attraverso documenti inediti, Conti ricostruisce vicende personali, profili militari, provvedimenti di grazia e nuove carriere nell’Italia democratica di alcuni dei principali funzionari del regime di Mussolini.

Nel corso degli ultimi anni la storiografia si è occupata approfonditamente dei crimini di guerra italiani all’estero durante il secondo conflitto mondiale e delle ragioni storiche e politiche che resero possibile una sostanziale impunità per i responsabili. Meno indagati sono stati i destini, le carriere e le funzioni svolte dai «presunti» (in quanto mai processati e perciò giuridicamente non ascrivibili nella categoria dei «colpevoli») criminali di guerra nella Repubblica democratica e antifascista. Le biografie pubbliche dei militari italiani qui rappresentate sono connesse da una comune provenienza: tutti operarono, con funzioni di alto profilo, in seno all’esercito o agli apparati di forza del fascismo nel quadro della disposizione della politica imperiale del regime, prima e durante la Seconda guerra mondiale. La gran parte di loro venne accusata, al termine del conflitto, da Jugoslavia, Grecia, Albania, Francia e dagli angloamericani, di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia o epurato, nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano. Le loro biografie dunque rappresentano esempi significativi del complessivo processo di continuità dello Stato caratterizzato dalla reimmissione nei gangli istituzionali di un personale politico e militare non solo organico al Ventennio ma il cui nome, nella maggior parte dei casi, figurava nelle liste dei criminali di guerra delle Nazioni Unite». (dalle note di copertina di: Davide Conti – Gli uomini di Mussolini, Einaudi 2017)

«L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata nelle piazze italiane!” Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo». (Umberto Eco)

La crisi, il dubbio, la ricerca e il pensiero critico sono tutte cose che l’Ur-fascismo teme. Il dubbio è l’unica arma che abbiamo per tenere a bada l’Ur-Fascismo. La domanda di Eco, sottintesa, era questa: “E tu, quanto sei fascista da 1 a 14?

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

L’osso di Platone

Si parla di crisi delle ideologie. Errore. Casomai bisognerebbe parlare di modificazione delle ideologie. È caratteristico delle nuove ideologie non essere riconoscibili come tali, così che possano essere vissute come verità”  Cosi scriveva Umberto Eco già nel 1983 in “Sette anni di desiderio” (Bompiani).  Dopo la caduta del Muro di Berlino, in effetti si brindò non solo alla fine dell’ideologia comunista ma di tutte le ideologie, considerandole camicie di forza del pensiero, strumenti di autoritarismo culturale e politico. Molti liberali non consideravano la loro come una ideologia: la intendevano piuttosto come l’unica concezione del mondo possibile per chi avesse a cuore la libertà. E la forza di questa ideologia, paradossalmente, consiste (appunto) soprattutto nel negare di esserlo.

In quegli stessi anni, però, nell’establishment occidentale si andava affermando una variante radicale del liberalismo. Una “verità” che sembra sostenere in maniera indiscutibile la marcia gloriosa della globalizzazione: lasciate che gli interessi privati si dispieghino liberamente senza le interferenze della politica economica — dicevano i liberali — e otterrete più crescita e più benessere per tutti… È questa l’ideologia che prepara la svolta politica di Reagan e della Thatcher, una visione del mondo elaborata da agguerriti think tank, diffusa da autorevoli media e sostenuta da aziende multinazionali interessate ad avere mano libera planetaria.

La crisi finanziaria ed economica del 2007, però, rivela la crescita di diseguaglianze e di insicurezza sociale che le politiche legate a questo modello ideologico hanno prodotto nel mondo. Il credo dell’ideologia neoliberista è rimesso in questione da autorevoli economisti e da grandi istituzioni economiche internazionali, e perfino da giornali mainstream come il Financial Times.

E questo non perché manchi un pensiero nuovo, ad esempio sui temi dell’equità. Ciò che manca è il passaggio dalle idee alle opinioni: quelle che Leopardi (nel “Discorso sui costumi degli italiani”) ritiene decisive nel determinare i comportamenti. Un ambito in cui svolgono un ruolo essenziale i media, purché siano disposti ad assumere fino in fondo la loro responsabilità di orientamento intellettuale e formazione dell’opinione pubblica. Un esempio?

Nel suo ultimo libro “La grande fuga il premio Nobel Angus Deaton scrive che la crescita non garantisce la creazione di più opportunità per tutti: anzi, è compatibile con maggiore diseguaglianza e povertà. Dunque, se la crescita è uno strumento e l’equità è il fine, almeno per chi è progressista non ha senso auspicare la crescita senza darle precise qualificazioni. Una idea che ancora non è diventata senso comune.

 

Per difendere questi valori, c’è necessità di un pensiero anti-idolatrico, di un pensiero forte, capace di scegliere e dunque di dare libertà, di dare all’individuo la forza di resistere alle pressioni che lo minacciano e alla fabbrica di opinioni e di slogan, di resistere con una forza che può venire soltanto da un pensiero fondato su una gerarchia di valori. Non a caso il totalitarismo soft e colloidale del potere mediatico si affida alle gelatinose ideologie deboli, che pongono gli individui inermi alla mercé delle forze anonime che lo manovrano, togliendogli quella astuzia del serpente (quella consapevolezza dei conflitti) senza la quale, come sta scritto nel Vangelo, non c’è neppure un’autentica semplicità della colomba.

Il pullulare centrifugo e indistinto di stimoli e informazioni (tipico della società contemporanea) può giovare a un più flessibile riconoscimento della libertà, ma comporta pure il rischio di annacquare questa libertà nell’indifferenza, di equiparare ogni cosa a qualsiasi altra, in una sorta di bazar indifferenziato, in cui il dialogo diventa caricatura di sé stesso, come se, ad esempio, la solidarietà e il razzismo fossero degli optional. Ovviamente non è con barbarico dogmatismo che si può affrontare questo pericolo; l’unica risposta è la continua, umile adogmatica ricerca di gerarchie di valori.

Spazio per idee nuove. Mai come in questa fase di grande confusione ce n’è bisogno. E le idee nuove ci sono (e non solo nei libri). E c’è anche una nuova generazione che può dare “gambe” a queste idee, che forse più che nei partiti lavora nelle ONG in giro per il mondo. Certo, bisogna fare una rivoluzione culturale. Compito molto difficile ma (la storia ci dice) non impossibile. E oggi quanto mai necessario. Ricominciare in fondo è più semplice di quanto sembri, forse basta volerlo davvero. E seguire l’esempio del cane di Platone:

Ma non avete mai visto un cane quando incontra qualche osso medullare? E’, come dice Platone (De Rep., lib. II) la bestia più filosofa del mondo. E se l’avete veduto, avrete potuto notare con quale devozione lo sbircia, con quanta cura gli fa la guardia, con quale fervore lo agguanta, con quanta prudenza comincia a intaccarlo, con quanta passione lo spezza e con qual diligenza se lo succhia. E chi lo induce a far ciò? qual’è la speranza di tanto studio? quale bene se ne promette? Niente più che un poco di midollo. Vero è che quel poco è più delizioso del moltissimo di tutte le altre cose: dato che il midollo è alimento elaborato a perfezion di natura, come dichiara Galeno, Facul. Natural., III, e De usu parti., XI.

Appunto sull’esempio di questo cane vi bisogna esser savi: per poter annusare, sentire e apprezzare questi bei libri di gran succo, svelti nell’andatura ma arditi nell’assalto; e poi, con curiosa lettura e meditazione frequente, rompere l’osso di fuori e succhiare la sostantifica midolla (e cioè quello che io ho voluto significarvi per mezzo di questa simbologia pitagorica) con sicura speranza di diventare  scorti e valenti in questa mia lettura.” (Francois RabelaisGargantua e Pantagruele, prologo dell’autore – Einaudi).

(Il post rielabora, integrandolo, due scritti distanti nello spazio e nel tempo: uno di Claudio Magris e l’altro di Giuseppe Laterza, presidente della casa editrice Laterza)

 

 

 

L’ignoranza al potere?

La cultura alta è morta!” Ecco un’affermazione piuttosto banale che credo ogni generazione di intellettuali abbia proposto nei secoli dei secoli, si può dire da quando esiste (o da quando si è autoproclamata esistente) la suddetta categoria. In ogni civiltà e in ogni generazione, qualcuno risponde di sì, qualcuno di no. Recita il vocabolario che l’intellettuale di per sé consisterebbe in una “Persona fornita di una buona cultura o cultore di studi, spec. in quanto ritenuto capace di esercitare una profonda influenza nell’ambito di un’organizzazione politica o di un indirizzo ideologico; a volte iron. o spreg., per sottolineare un’astratta centralità o un’ostentazione di superiorità.”

Personalmente ritengo che la “cultura” sia, oggi come oggi, in ottima salute. Umberto Eco, con “Apocalittici e integrati, parecchio tempo fa (1964) spiegò pazientemente come, “dal momento che la società industriale prevede dei mezzi di comunicazione di massa, piuttosto che criticarli l’intellettuale deve domandarsi quali azioni sono possibili per far sì che possano veicolare valori culturali.” In altri termini, non ha nessun senso discutere di cultura “alta”, bassa” o “intermedia”.  Nel senso che di cultura ne avremmo a disposizione quanta ne vogliamo e di tutti i tipi. Il problema è che non ci è molto chiaro cosa farci. In realtà forse non ci interessa mica poi tanto. Infatti è chiaro a tutti come, nelle attuali gerarchie di valori, l’aspetto economico-finanziario abbia ormai surclassato a tutti i livelli quello  socio-culturale.

Barbara Jatta, neo-Direttrice dei Musei Vaticani (terzo museo al mondo per numero di visitatori) pare però non essere d’accordo con questa teoria. In una trasmissione televisiva della scorsa settimana (Otto e mezzo su La7)  ha dichiarato che le visite sono passate da 2 milioni di accessi a 6 milioni di visitatori all’anno. Ovviamente ne risulta comprensibilmente più che soddisfatta.

Ma Carlo Freccero  (massmediologo e Consigliere di Amministrazione RAI), nella stessa trasmissione ha invece osservato che “se nel 1961 in Italia. c’era solo il 21% per cento di lettori, l’altro 79% aveva un però complesso verso la cultura. Oggi invece si legge moltissimo, tutti in qualche modo leggono, però non c’è nessun complesso, anzi la cultura è disprezzata. La vera cultura forma un pensiero critico, qualcosa che aiuta a criticare il potere, ma questo non succede. Poi c’è il problema del museo inteso spesso come Parco a Tema”.

A Roma, ad esempio, durante le ultime vacanze natalizie c’erano scoraggianti file chilometriche ovunque, Musei Vaticani, Colosseo, San Pietro ecc. Mi domando allora: perché, nonostante questo assalto di massa a tutti contenitori culturali (mai come oggi disponibili giustamente a tutti) questo pensiero critico non sembra formarsi, anzi, soprattutto a livello di classe dirigente, succede esattamente il contrario? La migliore risposta, a mio parere, l’ha data, sempre nello stessa trasmissione, Giuseppe Laterza (Editore)

Questa classe dirigente ha una cultura che risponde ad esigenze di termine molto corto, non sa guardare al futuro…. L’economia non è  una brutta cosa, tutt’altro, il problema semmai  è coniugarla con una visione a lungo termine. I nostri nonni investivano in cultura, anche se la cultura non ci rende affatto felici, anzi il contrario, ma cittadini migliori sì (…) leggere un bel libro, romanzo o saggio ti da qualcosa che non è per forza la competenza, ma la capacità di guardare la realtà sempre con un dubbio metodico (cioè a dire, vediamola così, ma può essere anche così) se invece prendi tutta la realtà per quello che è, come ad esempio la crescita… il Papa ha detto che la crescita non è che sia un bene si per sé, perché può produrre ad esempio diseguaglianza ecc. Fermiamoci un attimo, la cultura credo sia questo, porsi dei dubbi. “

Voglio dirlo chiaramente: non credo che affrontare file chilometriche per un museo ci renda di per sé persone migliori. E’ vero invece che in realtà la vera cultura non ci rende “felici”, quanto piuttosto cittadini migliori che si pongono seri dubbi. E questo evidentemente non ci interessa. Perché la cultura ci rende liberi, e questa libertà ci spaventa molto. Come ha scritto Dostoevskij, la libertà è la cosa che l’uomo teme di più nella vita. Tanto meno (figurarsi!) la libertà interessa al potere economico-finanziario, il quale, dopo aver assunto il comando assoluto (la famosa egemonia di gramsciana memoria) prevarica ora con miope violenza la dimensione politico-democratica.

Come detto, la cultura non è morta affatto, anzi è in ottima salute. Casomai essa è orfana, quasi nessuno la vuole più adottare sul serio. L’equivoco di base consiste nel considerarla sempre quale puro svago, divertimento. Mentre invece il suo vero valore consiste nella progressiva formazione di consapevolezza personale. La quale non è detto conduca alla serenità d’animo. Anzi, al contrario,in genere la cultura, la consapevolezza diventa un fondamentale elemento conturbante.  L’amara verità, almeno al momento, è che non esiste una diffusa coscienza di ciò che essa davvero comporti. Le lunghe code affrontate per accedere al suo cospetto appaiono così quasi un’inconscio quanto sterile rito di espiazione del peccato originale.