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Relazioni pericolose

Relazioni pericolose

Le relazioni pericolose (Les liaisons dangereuses) è un romanzo epistolare di Pierre-Ambroise-Francois Choderlos de Laclos del 1782. Il romanzo narra le avventure di due libertini appartenenti alla nobiltà francese del diciottesimo secolo, ed è considerato uno dei capolavori della letteratura francese. (da Wikipedia)

Poi Le relazioni pericolose (Dangerous Liaisons) è anche un film del 1988, diretto da Stephen Frears, tratto dal romanzo Le relazioni pericolose  di Choderlos de Laclos. (sempre da Wikipedia)

Ma Le relazioni pericolose è anche  il titolo dell’editoriale comparso oggi su “La Repubblica” a firma del direttore Ezio Mauro, il quale si interroga sul rapporto tra Verdini (ex esponente di rilievo di Forza Italia, ora “trasformisticamente” fuoriuscito) e il PD di Renzi. Scrive Mauro:

“Se Verdini sia o non sia il mostro di Lochness, secondo il quesito lanciato da Renzi, non è l’interrogativo più interessante dell’autunno. La vera domanda è se il Pd è un serpentone di mare, se è destinato a diventarlo, o se rimane fedele alle ragioni per cui è nato. È dunque una moderna forza della sinistra italiana e non solo europea, sia pure nell’interpretazione radicale renziana, oppure è un’illusione ottica della sinistra, un miraggio della tradizione, una pura costruzione di utile mitologia commerciale e di marketing politico? Ecco cosa c’è dietro la figura ingombrante dell’ex coordinatore di Forza Italia, per anni con residenza stabile nel palazzo berlusconiano, pluri- inquisito, sbrigafaccende plenipotenziario del Cavaliere, e ora migrante — si spera non economico — nella terra di nessuno, dove sostiene il governo sulle riforme senza far parte della maggioranza”

Credo che le domande poste da Ezio Mauro siano retoriche, nel senso che se ne conosce già la risposta. Risposta che implicitamente è contenuta ad esempio in un testo che scrisse Antonio Gramsci (e non credo che Renzi lo conosca molto bene) nel 1932-33 dalle prigioni fasciste:

“L’errore dell’intellettuale consiste (nel credere) che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato (…) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il <<sapere>>; non si fa politica-storia senza questa passione., cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti  dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporti di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio (così detto centralismo organico). Se il rapporto tra intellettuali  e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti, tra governanti e governati, è dato da una adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente ma in modo vivente), solo allora il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita d’insieme che sola è la forza sociale, si crea il <<blocco storico>>. (Antonio Gramsci – Quaderni del carcere – Quaderno II (XVII) pp. 77 – 77 bis).

Al di là dell’utilizzo di alcuni termini desueti dovuti al periodo storico in cui è stato redatto, questo scritto impressiona per lucidità e modernità di pensiero. La modernità consiste nel coraggio di affermare la verità. L’eterna verità e il coraggio di pagare le conseguenze di aderirvi, senza scendere ad alcun compromesso con la propria coscienza, con le parole spese e con gli impegni presi nel passato. Chi invece crede che la modernità e l’aderenza alla realtà del proprio tempo consista soprattutto (o peggio ancora: solamente) nei metodi e nei mezzi strumentali con cui trasmettere efficacemente i propri messaggi (mediante i quali ha magari giustamente “rottamato” una precedente inetta classe dirigente), verrà anch’egli molto presto “rottamato” a sua volta senza lasciare alcun segno concreto nella storia a parte quello costituito dalla sua doppia colpa. Puro amore del potere, senza sentimento né passione. Il solito gioco delle parti, peggiorato in questo caso da una superiore, ma ipocrita, consapevolezza e padronanza dei nuovi strumenti disponibili, utili solo ai fini dell’ennesimo inganno. Nuovi burocrati, nuovi sacerdoti formali, magari giovani e belli, ma organici e sempre agli ordini della stessa vecchia casta.

Nell’immagine i protagonisti del film di Stephen Frears, Dangerous Liaisons: Michelle Pfeiffer, Glenn Close, John Malkovich.