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Ragionare ragionando

Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera del 7 febbraio 2018, in un fondo dal titolo “La politica senza potere“, si domandava:

«Perché nessuno fra gli impegnati nella campagna elettorale parla del fatto che la politica rappresentativa pesa oggi molto meno, esercita molto meno potere, delle burocrazie amministrative e giudiziarie? Perché non si dice che la politica rappresentativa è costretta, quasi sempre, a subire i diktat di quelle burocrazie?»

E si rispondeva così:

«Non lo si dice per due ragioni. La prima è che non puoi chiedere il voto dell’elettore dopo avergli detto che conti poco. Devi invece convincerlo che, se verrai eletto, sarai potente e in grado di fare tutte le cose che hai promesso. La seconda ragione è che se i politici dicessero la verità, ossia che amministrativi e magistrati (di ogni tipo) hanno più potere di loro, non verrebbero creduti dai più. Direbbero gli elettori: non siete voi politici quelli sempre in vetrina e che chiedono il voto?»

 Se ne deduce che «i politici si dividono in due categorie: ci sono, da un lato, i complici, al servizio di quelle burocrazie, e, dall’altro, quelli troppo deboli per poter imporre cambiamenti.»

L’impressione è che i complici, cioè gli aspiranti burocrati, inadeguati dirigenti che seguono nell’ombra anziché condurre alla luce del sole, siano diventati la netta maggioranza; con decisa tendenza all’incremento in valori assoluti. Perlomeno qui da noi, nella sempre più provinciale Bologna: città che un tempo veniva considerata un vero e proprio laboratorio politico e culturale; che era all’avanguardia urbanistico-architettonica sulla scena nazionale e internazionale.  Oggi una pigra Bologna assiste invece al suo triste declino con rassegnato, soddisfatto conservatorismo socio-culturale. Vivi e lascia vivere: questa sembra essere la sua (inesistente) linea politico-amministrativa. Gli esempi si sprecano. Eccone uno tra i più recenti:

«L’assessora e le polemiche sulla domenica ecologica negata in favore dei saldi.Cerco di coinvolgere tutti e non demonizzare nessuno”»

«La mia idea di mobilità? Quella di avere una città capace di fare scelte coraggiose che però guardino a tutti gli utenti della strada» spiega l’assessore Irene Priolo dopo le polemiche che l’hanno vista contrapposta al suo predecessore Andrea Colombo.

Assessore, questa giunta dà l’impressione di fare scelte in direzione differente rispetto al mandato precedente in tema di mobilità e questo alimenta polemiche ripetute ed endemiche nella maggioranza. L’ultima è la soppressione di una “domenica ecologica” in occasione dei saldi.

« Le sfide si vincono quando si esaminano tutti gli aspetti che riguardano la mobilità e non solo un segmento. Per diminuire il traffico privato devi dare ai cittadini la possibilità di una scelta alternativa. Le privazioni e basta non sono sufficienti e creano conflitto. Per questo potenziamento del trasporto pubblico, “car sharing” e “bike sharing” sono fondamentali. Il tram non è una trovata, ma una occasione di potenziamento del trasporto collettivo di massa è una grande occasione di riqualificazione urbana. In tutte le grandi città è stato così.»

Sono in discontinuità con il mandato precedente?

«Diversamente non sarei qui. Ma non per un progetto di minore sostenibilità ambientale. Credo piuttosto che il sindaco mi abbia chiesto di lavorare per coinvolgere tutti gli “attori” senza demonizzarne nessuno e senza per questo rinunciare ad una spinta ecologista.» (Intervista di Valerio Varesi, la Repubblica Bologna, 11 gennaio 2018)

Come sia possibile compiere le drastiche ma necessarie scelte sulla mobilità al fine di proteggere l’ambiente e la salute dei cittadini senza scontentare nessuno (il che equivarrebbe a risolvere la quadratura del cerchio, o trovare la pietra filosofale…)  non viene spiegato. Forse, per il semplice motivo che è impossibile. Proprio come fare vera politica senza creare conflitti. Viene in mente la lettera di Groucho Marx a suo figlio Arthur: “Caro Arthur, non riesco a capire perché non ricevi le mie lettere. Forse è perché non ti ho scritto.”  Infatti:

Una risposta un po’ troppo “ragionevole” fa arrabbiare l’ex assessore alla Mobilità Andrea Colombo. Il 9 gennaio proprio Colombo aveva inoltrato alla giunta una domanda, con la quale chiedeva conto di quali provvedimenti antismog sarebbero stati adottati all’indomani della cancellazione della “domenica ecologica”.

E ora, dopo un mese, l’esecutivo di Palazzo d’Accursio gli ha risposto che «è necessario ragionare su provvedimenti più significativi su cui si sta ragionando» (…)

L’ex assessore Colombo ha risposto in aula:

«Ho pensato – commenta l’ex assessore sarcastico – che davanti a una risposta così ragionata, in effetti, valeva la pena, prima di fare ragionamenti troppo affrettati, ragionarci su ancora un po’: magari voleva essere un ragionamento per assurdo».

Per un quarto d’ora, l’intervento di Colombo ha ragionato sulle mille varianti del verbo che più di tutti fa spremere le meningi, tra gli sguardi un po’ sbigottiti e un po’ divertiti dei consiglieri, anche loro invitati a ragionare sui ragionamenti inerenti la risposta ragionata arrivata dalla giunta.

E sollecitato «dai cittadini che non vogliono più sentir ragioni » riguardo allo smog, l’ex assessore ha confessato ai colleghi che sebbene di fronte «a tutti quei ragionamenti », non ha trovato conclusioni accettabili, « pardon, ragionevoli ».

E non volendo «sragionare» aggravando ancor più una situazione già di suo «irragionevole», Colombo si è rivolto alla ragionevolezza dei colleghi: «Vi sembra un ragionamento ragionevole continuare a ragionare su provvedimenti su cui si sta ragionando? » L’aula, per nulla sorda e muta, alla fine di quel garbuglio sintattico e semantico, se n’è fatta una ragione. Concludendo che, se è vero quel che diceva Goya che « il sonno della ragione genera mostri », lo stesso effetto avviene quando si ragiona in eccesso. (Valerio Varesi, la Repubblica Bologna, 13 febbraio 2018)

Secondo il mio modesto parere, Colombo ha ragione da vendere.

A confermare, se ancora ce ne fosse bisogno, la fermezza di principi e di valori dell’attuale amministrazione comunale, il sindaco Merola ha commentato con la consueta decisione la notizia di un “venerdì nero a Bologna“. Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova, ha infatti annunciato la sua presenza a Bologna per il 16 febbraio, alle 19.30 in piazza Galvani.

«Cinque le sigle attive in città che si muovono a sorpresa. L’ultimo blitz sulla Porrettana al grido di“Boia chi molla”. Una sede già aperta in città (ma tenuta nascosta) e un’altra in arrivo, almeno cinque sigle attive, meno di cento militanti, tanti i simpatizzanti. È la fotografia dell’estrema destra in salsa bolognese: una galassia che va dalle onnipresenti Forza Nuova e CasaPound fino alle formazioni meno conosciute, come Fiamma Tricolore e Azione Identitaria. E che, da un anno a questa parte, ha deciso di alzare la posta in gioco, mostrando un attivismo che sotto le Due Torri non si vedeva da parecchio tempo.

L’annunciato comizio in piazza Galvani, infatti, è solo l’ultimo atto di una lunga serie di manifestazioni, blitz e iniziative. Non più tardi di venerdì scorso, tanto per fare un esempio, una quarantina di persone ha sventolato il tricolore lungo via Porrettana, ricordando le vittime delle Foibe al grido de “l’Italia agli italiani” e “Boia chi molla”». (Marcello Radighieri, La Repubblica Bologna, 14 febbraio 2018)
La posizione del sindaco è come al solito perentoria: . «Possono venire anche i fascisti a fare la campagna elettorale a Bologna, ma Bologna non vuole né i fascisti né i razzisti. Possono parlare perché c’è gente che lo ha permesso loro 50 anni fa e ci limitiamo a dire questo.» Tutto chiaro? In altre parole: lui non li vorrebbe, ma vengano pure, tanto noi ci limitiamo alle chiacchiere.
E pensare che invece altri comuni sono meno aperti e comprensivi: infatti “decine di amministrazioni locali, non solo di centrosinistra, hanno già approvato un provvedimento per fermare l’avanzata dell’ultradestra: una modifica al regolamento per l’assegnazione di spazi pubblici. Chi ne fa domanda – partiti, associazioni politiche, onlus – deve dichiarare la propria estraneità a «fascismo, razzismo, xenofobia, antisemitismo e omofobia» e sottoscrivere un documento con il quale « si riconosce nei principi antifascisti della Costituzione ». È il “modello” Pontedera: uno dei primi Comuni italiani, con Pavia, ad avere introdotto la norma.” Esagerati! Siete in ritardo. Qui a Bologna, invece, tra politici complici o politici troppo deboli (magari onesti e determinati) abbiamo già scelto.

Il dipinto: Hecce homo (1880 -1891) di Antonio Ciseri, Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti

 

Per loro

Un «Moloch mostruoso che mette a rischio la conservazione del patrimonio architettonico». Questo il pacato giudizio di “Italia Nostra, associazione bolognese in difesa del patrimonio artistico”, che troviamo in una lettera aperta indirizzata a Comune e Belle Arti. Anche i comitati dei residenti, ovviamente, scrivono al sindaco Virginio Merola e al soprintendente minacciando ricorsi. “È bufera su Comune e soprintendenza per il “castello di container” in piazza Verdi (…) Una sollevazione collettiva che tuttavia non impressiona l’assessore Matteo Lepore: «I container resteranno lì da un minimo di due settimane a un massimo di un mese e mezzo, per accogliere anche eventi legati ad Artefiera. Sono provvisori» ha spiegato l’assessore ieri in question time. Contro di lui si scaglia però mezzo consiglio comunale, dalla Lega, al M5S, a Coalizione civica.” (Silvia Bignami su la Repubblica Bologna  del 13 gennaio scorso).

Visto l’argomento “dirompente” (qui a Bologna), scendono in campo i pezzi da novanta: “Philippe Daverio va controcorrente: «I container? Non li condannerei, li trovo interessanti e piazza Verdi non è certo lo spazio più importante della città». Un giudizio che deflagrerà come una molotov tra i bolognesi, i quali in massa hanno condannato gli “scatoloni” installati di fronte al Teatro Comunale. (…) Insomma, i container sono promossi? «Guardi, sono sicuro che se una cosa di questo tipo l’avessero realizzata a Berlino, tutti avrebbero detto: che gran trovata questi berlinesi! Noi, invece, non siamo per nulla attratti dall’innovazione. Anzi, il nuovo ci spaventa». (Intervista di Valerio Varesi, la Repubblica Bologna, 14 gennaio 2018).

Obbligatorio, a questo punto, sentire il parere di Eugenio Riccomini, il critico e divulgatore d’arte più famoso della provincia, notoriamente avverso a ogni genere di innovazione, ma dalla cui opinione – sempre qui da noi – pare non si possa prescindere. Infatti: «Una delle caratteristiche dell’età moderna cui nessuno pensa è proprio quella di difendere l’antico. Il nostro dovere, lo dico pensando prima di tutto a sindaco e soprintendente, è far sì che dentro le mura la città rimanga così com’è. Io lì non ci metterei proprio niente, al limite un mercatino di libri usati, che si smonta velocemente». Così il critico d’arte Eugenio Riccomini interviene sul tema molto dibattuto del Winter Village in piazza Verdi, rispondendo anche a Philippe Daverio che dalle pagine di Repubblica Bologna aveva mostrato apprezzamento per la struttura di container appena ultimata.” (Intervista di Eleonora Capelli su la Repubblica Bologna del 16 gennaio 2018)

La pietra dello scandalo, il “Moloch mostruoso” (per di più temporaneo) è questo:

Nel mio piccolo, comunque, condivido in pieno il punto di vista di Claudio Favelli, il quale scrive:“se un architetto mette, per qualche mese, una torre di ferro di un colore approvato dai controllori del contesto, nella città delle torri, e si grida allo scandalo, bisogna iniziare a chiedersi delle cose. Una storiella, non proprio da buttare e da raccontare ai nipotini, potrebbe essere che questi benedetti container che stanno negli interporti e nelle periferie (che sono brutte, mentre invece le piazze del centro sono belle) sono proprio il simbolo della globalizzazione e sono quelli che ci portano, come Babbo Natale, tutta la nostra cara merce che ogni giorno desideriamo che ci arrivi al pianerottolo di casa. È l’altra faccia della medaglia, insieme, ad esempio, alla condizione di quelli che ci lavorano o al contesto di enormi capannoni fatti per contenere tutti i desideri che arrivano col corriere. Se per una volta, per qualche mese, le cose che stanno nei posti brutti, vengono (riverniciate) nei posti belli, non sembrerebbe un gran scandalo, a meno che non si voglia mettere sempre la polvere sotto il tappeto.”

Ecco, appunto. Gridare allo scandalo ogni volta che si attua un intervento nel contesto storico consolidato, equivale a mettere sempre la polvere sotto il tappeto. Gli esempi si sprecano: le “barriere di protezione” del portico dei Servi in strada Maggiore vengono giudicate “maniglie di una valigia” (Riccomini); i fittoni collocati sotto le due torri per proteggere l’area pedonale invece uno “scempio”, una “selva fallica”  da parte di una trentina di singoli fra urbanisti, architetti e storici – fra loro anche Eugenio Riccomini e Pier Luigi Cervellati – e di tre associazioni: Italia Nostra, Comitato per Bologna storico artistica, Società di Santa Cecilia – Amici della Pinacoteca di Bologna.

Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi. Invece non si ricordano analoghe alzate di scudi rispetto recenti (quanto indecenti) mostruose realizzazioni effettuate nell’immediata periferia dai potentati politici, economici e progettuali locali; come (per fare un solo esempio) la famigerata “porta Europa” di via Stalingrado, orrenda accozzaglia di forme insensate, tra cui torri merlate, ponti e bottiglie: migliaia e migliaia di metri cubi ammassati uno sull’altro all’ingresso nord della città, vero e proprio “ecomostro” urbano voluto da Unipol e promosso grazie ai metodi e alla sollecitudine del sottogoverno e della burocrazia. Di modo che, per chi arriva in città da quella parte, sia già tutto chiaro.

Smettiamo allora una buona volta di mettere la polvere sotto il tappeto. Bisogna ricominciare a chiedersi (e a chiedere)  molte cose, ma per davvero. Come faceva (uscendo una buona volta dallo strapaese) Bruno Zevi (Roma, 22 gennaio 1918 – 9 gennaio 200), del quale il 22 gennaio scorso ricorreva il centenario della nascita. Architetto, urbanista, politico e accademico italiano, noto soprattutto come storico e critico d’architettura. Egli metteva l’arte alla base dell’antifascismo e condannava il degrado urbanistico e morale del Paese. Molto da fare, quindi, da queste parti. Ed egli  manifestava il suo impegno anche nella politica attiva.

“Questa occupa grande spazio nella sua vita fin da quando, fuggito dall’Italia per le leggi razziali, nel 1939, Zevi approda a Londra e poi negli Usa, dove si laurea – ad Harvard – e dove dirige i Quaderni italiani di Giustizia e Libertà insieme ad Aldo Garosci ed Enzo Tagliacozzo. Rientrato a Roma, partecipa alla Resistenza con il Partito d’Azione. Verranno poi il Psi e il Partito radicale, di cui sarà presidente fra l’88 e il ’91 e nelle cui liste verrà eletto in Parlamento nell’87. (Francesco Erbani – La Repubblica 22 gennaio 2018)

In “Il linguaggio moderno dell’architettura” (Piccola Biblioteca Einaudi, 1973) scriveva: Contro ogni teoria dell’ambientamento. Quando si affronta l’argomento dell’incontro fra architettura moderna e ambienti storici, s’intende che esso implichi esclusivamente la difesa dell’antico minacciato dall’invadenza del nuovo. Questo è, senza dubbio, un polo saliente della questione. Ne viene tuttavia trascurato un secondo di pari rilievo, che a molti sembra meno urgente: l’affermazione dei valori architettonici contemporanei, insidiati da un cumulo di prregiudizi accademici (…) tutte le teorie miranti ad un ambientamento del nuovo nell’antico – tutte: dalle più retrive a quelle in apparenza progressiste – conducono a reprimere o, peggio, a corrompere il nuovo senza perciò rispettare l’antico.

Mentre in “Editoriali di Architettura” (Piccola Biblioteca Einaudi, 1979: una raccolta di provocazioni, volte a prospettare un diverso rapporto tra cultura e politica) aggiunge: “No all’ambientamento. Da tempo immemorabile, certo da quando l’Accademia di San Luca sferrò l’attacco contro il barocco, l’architettura italiana è ipotecata dalle teorie dell’ambientamento, formulate nelle più varie maniere e in nome delle finalità più diverse. (…) I discorsi sull’esigenza che l’architettura moderna «si ambienti» nel contesto in cui s’inserisce sembrano dettati dal buon senso; ma, come avviene quasi sempre, la via del buon senso conduce alla catastrofe (…) Le teorie dell’ambientamento dovrebbero servire a tutelare l’antico sacrificando le nuove espressioni. La storia dimostra che accade esattamente il contrario. (…) l’antico si tutela riconoscendo i diritti del moderno. Se manca questa integrazione culturale, si subisce una duplice sconfitta.” Ecco, appunto, proprio quello che sta succedendo. O forse è già successo.

«Odio l’accademia, il classicismo, la simmetria, i rapporti proporzionali», scrive Bruno Zevi in quel singolarissimo diario intellettuale che è Zevi su Zevi, pubblicato nel 1993 e che aveva come sottotitolo Architettura come profezia. Lo storico e critico dell’architettura, di cui ricorre oggi il centenario della nascita (che sarà celebrato con una mostra al Maxxi di Roma, con diversi convegni, compreso uno ad Harvard, e con la riedizione di molti suoi libri), così proseguiva elencando fra gli oggetti della sua avversione «le cadenze armoniche, gli effetti scenografici e monumentali, la retorica e lo spreco degli “ordini”, i vincoli prospettici». E concludeva con un «Per loro». “Loro” sono «i morti di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione, della Resistenza che si fondono con i sei milioni dei campi di sterminio». (Francesco Erbani – La Repubblica 22 gennaio 2018)

Zevi scriveva: «per loro». I progressisti fasulli, i conservatori autentici, i progettisti ipocriti del giorno d’oggi, invece, per conto di chi – esattamente – scrivono e lavorano? Oltre che per se stessi, intendo. Insisto: chiediamocela, una buona volta, questa cosa.

Nell’immagine in testata: Bruno Zevi.

Tutti contro tutti

Il sindaco di Bologna Virginio  Merola e la sua giunta hanno da poco lanciato una “campagna per il risveglio civico” che dovrebbe prendere di mira tutti i comportamenti incivili dei cittadini: «Abbiamo avviato, annunciandoli prima proprio perché il nostro compito è di informare e poi eventualmente reprimere, una serie di controlli verso comportamenti scorretti, pericolosi e maleducati di tutti», scrive Merola. Sanzioni che riguardano non soltanto la mobilità cittadina, «dove sono convinto non esistano categorie così nette» spiega, ma pure il campo della convivenza civile, «dalla cartaccia gettata a terra, ai rifiuti abbandonati, agli scarabocchi sui muri». (Corriere di Bologna, 3 novembre 2017)

Annunciando l’iniziativa su “La Repubblica Bologna”, Eleonora Capelli scrive che “lamministrazione va alla crociata del senso civico e del rispetto delle regole. Dai ciclisti, agli esercenti fino ai frequentatori di piazza San Francesco, il Comune sceglie la “tolleranza zero”. Il sindaco ha annunciato prima di tutto una campagna dei vigili urbani per far rispettare a suon di multe quelle regole che vengono comunemente infrante. «Partirà una campagna di molti giorni per fare presente che non si può andare in bicicletta contromano, ha detto Virginio Merola, che non si può sporcare la città e non si può sostare in doppia fila. Abbiamo bisogno che tutti si adeguino e collaborino, Bologna merita di essere una città civile».”

“Combattere le cattive abitudini urbane partendo dai ciclisti indisciplinati, con multe a chi pedala contromano e a chi percorre i portici a tutta velocità. È la campagna per il senso civico appena lanciata dal sindaco di Bologna, Virginio Merola, che ha deciso un “giro di vite” per le due ruote. Nella città “apripista” per il centro chiuso al traffico, dove è stata costruita anche la tangenziale per le bici, si tratta di una misura molto discussa. Sotto le Due Torri la bicicletta è il mezzo per spostarsi di ogni universitario, di molti residenti in centro e tradizionalmente degli anziani. E i ciclisti ora gridano al tradimento, in pieno allarme smog.”

Così, il giorno dopo: “La campagna per il rispetto delle regole e il senso civico comincia con 46 multe ai ciclisti. Questo il bilancio del primo giorno del “giro di vite” sulle cattive abitudini lanciato da Virginio Merola, che ha detto: «Bisogna tener presente che non si può andare contromano in biciletta, parcheggiare in doppia fila, sporcare la città». Mentre il sindaco annunciava la “tolleranza zero”, 12 vigili in borghese controllavano a tappeto il comportamento dei ciclisti nel centro storico, in particolare in via Guerrazzi, in via San Felice, in Santo Stefano e sotto il portico di via San Vitale. Risultato: 46 multe di cui 22 a ciclisti contromano, 20 alle due ruote che andavano sotto i portici e 4 per transito con semaforo rosso.” Il risultato percepito sembra consistere in una crociata contro la biciclette.

Ovviamente si scatena la polemica: «Se avessimo messo i vigili in borghese a controllare le auto su tre strade com’è stato fatto per le biciclette, quante multe avrebbero fatto?» si chiede l’ex assessore alla Mobilità Andrea Colombo. Molte delle perplessità suscitate dalla campagna contro i comportamenti scorretti di chi pedala sono riassumibili in questa domanda.

I ciclisti sentono che a Palazzo d’Accursio il vento è cambiato e accusano l’amministrazione di essere ora sorda alle esigenze di chi non usa l’automobile per spostarsi. «C’è stato negli anni scorsi un periodo favorevole, di ascolto e ricerca — dice Teresa Carlone di Salvaiciclisti —  ma adesso le politiche sono di segno diverso, ormai sono rimasti solo i T-Days»

«E i riders che si occupano delle consegne di pizza e cibo utilizzando la bicicletta e il motorino come faranno, con questa stretta sulle regole per le biciclette?». Se lo domanda Federico Martelloni, di Coalizione civica, che sul tema dei lavoratori precari costretti a sfrecciare su e giù per la città per piattaforme online come Just Eat o Sgnam ha interrogato ieri il sindaco Virginio Merola in Question time.

Biciclette multate più delle auto. Questo, in estrema sintesi, il primo bilancio numerico della campagna di “Risveglio civico” del Comune — da ieri anche una delega ad hoc in mano al sindaco — che ha messo nel mirino in particolare due comportamenti scorretti e frequenti sulla strada: quello dei ciclisti che viaggiano contromano o sotto il portico e quello degli automobilisti che guidano col cellulare all’orecchio.

Presi di mira perché vanno contromano, i ciclisti passano al contropiede. Montato lo smartphone sulla bici, gli integralisti delle due ruote promettono di fotografare, filmare, immortalare tutti i peccati di automobilisti scorretti e pedoni distratti. E poi di pubblicare i vizi degli altri utenti della strada sui social, in una triangolazione già pronta tra Facebook, che già ha la sua pagina “Salvaiciclisti”, e Instagram, dove la pagina “Malasosta Bologna” abbonda di auto beccate in fallo mentre sostano in doppia fila, in sosta vietata o sulla preferenziale. Una “vendetta” a fin di bene, sostengono. Col rischio però che diventi una campagna da “si salvi chi può” dove alla fine non si salva nessuno. Si potrebbe continuare a lungo, ma la sostanza è, ancora una volta, sempre la stessa: tutti contro tutti.

A questo punto, è meglio precisare che uno dei primi atti del nuovo assessore alla Mobilità, Irene Priolo, è stata l’istituzione della curiosa “motorabile” di via San Felice (vedi sopra) cioè una corsia riservata alle moto (!) in pieno centro storico per aprire alle due ruote motorizzate la preferenziale verso l’omonima porta. L’amministrazione ha poi fatto marcia indietro, ma di sicuro anche questo non è stato un segnale distensivo per ciclisti e ambientalisti.

Aldo Balzanelli, nella sua rubrica domenicale “Profilo Aldo”, scrive giustamente che “A pensarci bene la mobilità cittadina si potrebbe sintetizzare così: il pedone odia il ciclista, che a sua volta odia l’automobilista, che a sua volta mal sopporta gli autobus, che a loro volta vorrebbero far secchi i motorini. E quasi tutti ovviamente dimenticano di essere a volte pedoni, altre ciclisti, qualche volta automobilisti e perfino passeggeri. E che le regole servono proprio a questo, a permetterci di arrivare sani e salvi a casa o al lavoro, sia se ci muoviamo a piedi che con un mezzo di trasporto. Già, le regole. Tornando alle polemiche di questi giorni la questione è semplice. Le regole funzionano se sono certe, se vengono applicate sempre e se valgono per tutti. Altrimenti, anche se sono regole, si trasformano in un’ingiustizia. Quindi sulle biciclette, come su tutto il resto, occorre che le “strette” siano permanenti, non uno spot destinato, dopo un po’, ad essere sostituito da un’altra campagna.”

Ma confesso che la posizione più convincente e più sincera (anche se si tratta di una  posizione politicamente scorretta) mi sembra quella di Romano Montroni:

Indisciplinati sì, ma con giudizio. È una nuova categoria di ciclisti rei confessi, un po’ pentiti, ma comunque dotati di buon senso e del tutto rispettosi. Quella a cui appartiene il libraio più famoso d’Italia, vale a dire Romano Montroni, pedalatore convinto da sempre. Montroni, si può essere davvero indisciplinati ma rispettosi? «Sì, se questo vuole dire essere consapevoli di infrangere una regola, ma senza divenire arroganti, tipo quelli che vanno sparati sotto i portici e se protesti ti insultano». (Montroni confessa: “Infrango le regole, ma con rispetto” –  intervista di Valerio Varesi su “La Repubblica Bologna”). Scagli la prima pietra chi è senza peccato, insomma. Siamo sinceri: specie in un impero della burocrazia come quello attuale, rispettare SEMPRE tutte le regole è oggettivamente impossibile e forse tendenzialmente maniacale.

Concordo in pieno, le parole chiave sono come sempre le stesse due: il rispetto da una parte, la prepotenza dall’altra. ” Ma l’ordine sociale è un diritto sacro che serve di base a tutti gli altri. Tuttavia questo diritto non viene dalla natura; è dunque fondato su delle convenzioni. Si tratta di sapere quali siano.” “Il contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau fu pubblicato per la prima volta nel 1762, mettendo le basi dei principi democratici. Gli stessi principi che vengono giorno dopo giorno smantellati da coloro che credono e professano esclusivamente la legge della giungla, cioè quella del più forte e del potente di turno.

«Juli Briskman, la mamma cinquantenne che il mese scorso alzò il dito medio al passaggio del corteo presidenziale, ha appena ricevuto il benservito dalla Akima, la società della Virginia per cui lavorava. «Quel giorno non ero neanche in servizio », spiega. «Ma mi hanno accusato di aver violato il codice di condotta aziendale ».

 Il 28 ottobre, dopo una corsa, stava tornando in bicicletta a casa quando le fu tagliata la strada dal corteo di limousine blindate e gipponi dei servizi segreti che riportavano alla Casa Bianca Trump dopo una partita di golf nel suo resort di Sterling, in Virginia. Indispettita dall’arroganza del sorpasso, la Bricksman staccò dal manubrio la mano sinistra e fece capire le sue opinioni (…) i capi dell’Akima, consapevoli che il governo federale è un loro cliente, non hanno perso tempo, né voluto sentire ragioni.

«Ho spiegato che non ero riconoscibile e che non c’era alcun riferimento all’azienda », ha detto la donna, che aveva postato la foto su Facebook. Non è servito nulla. Quel gesto è stato definito «osceno e scostumato», quindi in violazione del codice che vieta ai dipendenti comportamenti del genere sui social. Risultato: il licenziamento in tronco, anche grazie alle norme che nello Stato della Virginia danno piena libertà ai datori di lavoro di mandar via chi vogliono, in qualsiasi momento e senza vere spiegazioni. Ma Juli non si pente affatto della sua protesta solitaria, che ne ha fatto un’eroina del web: #shefor2020: lei per il 2020, anno in cui ci saranno nuove elezioni, hanno twittato migliaia di persone. E dice con senso di sfida: «Se capitasse di nuovo, lo rifarei subito». (Arturo Zampaglione – La Repubblica)

Più che giusto. Lo rifarei anch’io. In fondo tutto il resto è solo oscena e scostumata ipocrisia.

Nell’immagine qui sopra: “L.O.V.E.” scultura comunemente nota come “Il Dito”, di Maurizio Cattelan, 2010. Il nome è un acronimo di «libertà, odio, vendetta, eternità».