Tòibìn e Brooklin

brooklin

Da “Brooklin” di Colm Tòibìn (Bompiani, 2014) è stato tratto l’omonimo film, con la regia di John Crowley e la sceneggiatura di Nick Hornby (nientemeno). Amo Nick Hornby; Nick Hornby ha amato questo libro; per la proprietà transitiva, ho pensato che anch’io avrei amato questo libro. In realtà la proprietà transitiva è valida in matematica, non altrettanto in campo letterario, artistico e similari. Già lo sapevo, ne ho avuto la riconferma. Non ho visto il film, e non è che il libro mi sia dispiaciuto, solo mi piacerebbe capire dove il tocco ironico di Hornby si è collocato prima nella lettura poi nella sceneggiatura del film. Non resta che vedere il fim, comunque una cosa è certa: ironia, nel libro, non se ne trova per nulla.

Il libro parla di Irlanda, dei religiosi (irlandesi e americani). Di emigrazione, di nostalgia e di sforzo di adattamento. Di diffidenza. Di razzismo (neri, ebrei, irlandesi, italiani…). Di esclusione e integrazione, di controllo sociale. Di conflitto culturale tra il (presunto) centro (l’America ecc.) e la provincia (Irlanda, ecc.). Di perbenismo sano ma anche acido e bigotto che è possibile trovare identico sia in centro sia in provincia. Di piccola borghesia, di pettegolezzi. Di diffidenza, fragilità e ingenuità. E quindi, inevitabilmente, di cattiverie, di bontà, di come individuarle, della differenza spesso irrintracciabile, indimostrabile fra le due e della difficoltà di interpretazione del prossimo.

L’incontro e lo scontro tra scelte impulsive e poco meditate da un lato; le convenzioni sociali, le aspettative comuni, la cosiddetta “normalità” dall’altro. Gli impedimenti alle libertà personali dettati dai sensi di colpa, dai doveri imposti, sentiti e dettati, i condizionamenti che ciò comporta rispetto alle scelte di vita, ai percorsi di chi non ha il coraggio o la viltà di pagare le dure conseguenze, materiali e di coscienza, che ogni scelta non allineata inevitabilmente comporta. Della nostra innata indistruttibile fragilità. Dell’ipocrisia. Insomma, di tutto ciò da cui l’ironia potrebbe non dico salvarci, nemmeno evitarci, ma almeno alleggerirci. Questo sì, alleggerirci. Almeno un po’. Di questo, dell’ironia, mi pare non ci sia traccia.

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