Umanista sarà lei

Fervono i commenti (e le polemiche) sulla “Lettera Aperta di 600 Docenti Universitari – Contro il declino dell’Italiano a scuola” indirizzata dal “Gruppo di Firenze” al Presidente del Consiglio,  alla Ministra dell’Istruzione e al Parlamento “. La lettera inizia così:

“È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana.

A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato,  anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema.”

Si potrebbe obiettare, in modo del tutto superficiale: “Ma cosa può farci il Parlamento o il Governo se gli studenti non leggono, poi scrivono e parlano male?” Rispondiamo subito che non solo il Governo e il Parlamento potrebbero e dovrebbero fare molto, ma soprattutto denunciamo ciò che Governi, Ministri e Parlamenti colpevolmente NON hanno fatto negli ultimi lustri di vita politica italiana. Oppure, viceversa, ricordiamo ciò che invece purtroppo stanno facendo.

Vediamo allora cosa stanno facendo: “Insieme agli altri decreti attuativi della cosiddetta Buona Scuola, è appena arrivato alla Camera anche quello «sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività» (…) L’articolo 1 chiarisce i principi e le finalità del provvedimento: «il sapere artistico è garantito agli alunni e agli studenti come espressione della cultura umanistica… Per assicurare l’acquisizione delle competenze relative alla conoscenza del patrimonio culturale e del valore del Made in Italy, le istituzioni scolastiche sostengono lo sviluppo della creatività».

Cultura umanistica, creatività e Made in Italy (in inglese) sarebbero dunque sinonimi: per conoscere il patrimonio culturale, la Ferrari e il parmigiano (tutto sullo stesso piano) bisogna essere creativi. Si stenterebbe a credere alla consacrazione scolastica di questo “modello Briatore” se la relazione illustrativa del decreto non fosse ancora più chiara: «Occorre rafforzare… il fare arte, anche quale strumento di coesione e di aggregazione studentesca, che possa contribuire alla scoperta delle radici culturali italiane e del Made in Italy, e alla individuazione delle eccellenze già a partire dalla prima infanzia». Insomma: fin da bambini bisogna saper riconoscere (e, inevitabilmente, desiderare) una giacca di Armani o una Maserati. E visto che si raccomanda «la pratica della scrittura creativa», la via maestra sarebbe fare il copywriter per gli spot, o scrivere concept per reality show, per rimanere alla lingua elettiva del Miur.” (Tomaso Montanari)

Siamo governati da più di tre anni da un Governo che si professa “di sinistra”. Mi chiedo però cosa ci sia di sinistra in una Buona Scuola che secondo l’ex Ministra Giannini  deve «formare persone altamente qualificate come il mercato richiede, svincolandola dai limiti che possono derivare da un’impostazione classica e troppo teorica». Il fatto è che oggi  Destra e Sinistra concordano nel ritenere senza alternative l’economia di mercato anche nella gestione della formazione culturale:  sia l’una che l’altra non fanno che ripetere “Tina” ( there is no alternative). L’Umanesimo, con questa impostazione, non sarebbe altro che un sotto-settore specifico all’interno della onnicomprensiva formazione tecnico-ingegneristica: le carenze linguistiche degli studenti sono quindi la logica conseguenza delle precise scelte (o non-scelte) compiute da una classe politico-dirigenziale umanisticamente inetta.

E invece no.  La cultura umanistica è un’altra cosa: è la capacità di elaborare una critica del presente, di avere una visione del futuro e di forgiarsi gli strumenti per costruirlo. Siamo sicuri di non averne più bisogno? Come ha scritto Ivano DionigiA chi sostiene che la scienza e le tecnologie sono destinate a scalzare le humanities e che i problemi del mondo si risolvono unicamente in termini ingegneristici e orientati al futuro, si dovrà replicare che, se la scienza e le tecnologie hanno l’onere dell’ars respondendi, della risposta ai problemi del momento, il sapere umanistico ha l’onere dell’ars interrogandi, della domanda. Arte più difficile e decisiva, perché ha la responsabilità di ricapitolare e interpellare gli snodi del pensiero: vale ricordare che il paradigma della dimenticanza, che alimenta la tecnica, non può escludere quello della memoria che alimenta le idee; che la cultura deve governare la politica, l’economia e la tecnica; che l’oblio del passato e l’affidamento esclusivo agli algoritmi ci consegnano alla monocultura iper e microspecialistica, quando non addirittura a una sorta di monoteismo tecnologico; che alla scuola spetta formare cittadini digitali consapevoli, come ha fatto con i cittadini agricoli, industriali, elettronici. Ricordare col Petrarca che la condizione dell’uomo europeo è quella di «rivolgere lo sguardo contemporaneamente avanti e indietro»

Essere umani — ha scritto David Foster Wallace nel 2005 — «richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri… Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo». E non vale accusare come al solito di puro conservatorismo chi critica il presente guardando al passato più valido, come purtroppo  è stato fatto perfino con Pasolini. Lo spiega benissimo Cacciari:

L’appello alla renovatio, che è impossibile non ascoltare in tutti gli autori dell’Umanesimo, appello che combina in sé, privilegiando ora l’uno ora l’altro, i timbri del rinnovamento spirituale, della riforma politico-civile, di quella religiosa, si connette indistricabilmente con il problema del linguaggio. Gli studia humanitatis assumono un valore del tutto nuovo. Grammatica e retorica non servono semplicemente a conferire al discorso il conveniente decus e quella venustas che è indispensabile anche per persuadere (suavitas-suadeo). La stessa idea di renovatio deve trasfondersi nell’energia comunicativa della lingua, in parole che sappiano esprimerla da se stesse; l’anelito alla rinascita dovrà potersi cogliere incarnato nel verbum. E rinascita significa non tanto far risorgere un passato (che mai, appunto, viene studiato come tale), ma risvegliare il presente. E’ questo tempo che occorre destare a nuova vita anche attraverso la re-novatio dell’Antico; a questo tempo, al suo dramma, alle sue attese, è necessario dare parola, e una parola potente quanto quella che ancora risuona negli auctores classici.” (Massimo Cacciari – da: Ripensare l’Umanesimo, in “Umanisti italiani – Pensiero e destino”, Einaudi 2016).

Dare parola – una parola potente – al dramma del nostro tempo e alle sue attese. Di questo c’è bisogno, non del solito scontatissimo e ipocrita Tina. La verità è che il potere si chiude all’interno della sua bolla e diffida sempre della consapevolezza, della critica del presente, di chi impara a pensare e a scrivere, quindi del vero Umanesimo. Ma c’è qualcuno là fuori?

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