Una questione delicata

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Il titolo del libro di Rolf Sellin (“Le persone sensibili hanno una marcia in più” – Feltrinelli, 2014) da cui estraggo anche le prossime – illuminanti – citazioni, mi sembra piuttosto brutto e anche sbagliato. Esso è dettato probabilmente più da ragioni editoriali che da reale corrispondenza con il suo contenuto. Il suo sottotitolo, tuttavia, comincia ad avvicinarci al vero senso di questa pubblicazione e alla sua possibile, per noi fondamentale, utilità: “Trasformare l’ipersensibilità da svantaggio a vantaggio”.

Ma andiamo per gradi. La realtà e gli studi piuttosto recenti (di cui parleremo presto) dimostrano che esiste una categoria di persone che si può definire “ipersensibile”. Prima  di affrontare il tema di cosa significhi nella vita di tutti i giorni, nella famiglia, nella professione e nella società in generale appartenere a tale categoria, meglio mettere in chiaro un punto molto importante. Cito ancora:

“Anche se noi ipersensibili tendiamo a pensare di essere i soli al mondo a trovarci nella nostra condizione, l’ipersensibilità è molto più diffusa di quanto pensiamo: ne è interessata dal 15 al 20 percento della popolazione.

Ipersensibilità significa fondamentalmente percepire stimoli in numero maggiore e in modo più intenso di altri. Non indica assolutamente che una persona sia forte o debole, introversa o estroversa, particolarmente dotata nel suo campo o intelligente, anche se intelligenza e ipersensibilità sono innegabilmente in rapporto tra loro. Esistono ipersensibili di ogni genere. Molto dipende, inoltre, da come un individuo gestisce questa sua condizione, se riesce a trarne vantaggio o la vive in modo negativo.”

In altre parole: è vero che siamo persone particolari; ma superiori (o inferiori) per definizione, no. Come tutti.

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