Il riflesso dell’orologio

Se la condizione della letteratura contemporanea è tutt’altro che rosea, un motivo ci sarà; forse va ricercato nel concetto che artisti e letterati hanno di se stessi. Se la maggior parte delle nuove scritture non afferra la realtà del presente in modo autentico e risolutivo – anzi non ci prova nemmeno – è soprattutto perché essa è troppo impegnata a specchiarsi opportunisticamente in se stessa. Per fornire prodotti “ben confezionati” da piazzare sul mercato dei facili consumi e costumi culturali, si lascia troppo spesso portare dagli eventi, come un bastoncino di legno trasportato dalla corrente, anziché operare per determinarli.

Futurismo postmoderno

«Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.» (dal “Manifesto del Futurismo” di Filippo Tommaso Marinetti, 1909). La nozione di postmoderno sottolinea come alla modernità sia succeduta l’impossibilità di creare il nuovo. È succeduta invece una rielaborazione polivalente e indifferente di tutto quanto è già successo, di tutto quanto è stato già fatto e detto. Inutilmente.

Il falò delle verità

L’Accademia è quel posto dove politici, scrittori, architetti si parlano tra loro e si convincono di essere i migliori del mondo. «Quando costruisci una realtà parallela, finisci per crederci. Putin è vittima della sua stessa propaganda. Perché dopo un po’ non ti rendi più conto che la propaganda è menzogna. Rinunci a esplorare il terreno, e ti chiudi nell’Accademia di cui parlavamo, quella in cui tutti si danno ragione» (Renzo Piano). Ovviamente il ragionamento non vale solo per il presidente russo, ma anche per chiunque ritenga di portarsi una volta per tutte la sua verità in tasca.

Ma va tutto bene

“American Tune” è una canzone scritta da Paul Simon nel 1973; una canzone contro la guerra in Vietnam. «Se nella melodia del brano orecchie esperte riconosceranno echi di un’aria della “Passione secondo Matteo” di Bach, il testo fa riferimento appunto alla disillusione dell’uomo rispetto al contesto socio-politico, senza riferimenti politici precisi sull’attualità statunitense, che del resto non facevano parte dello stile di Simon.» (Angelo Zema) “Non conosco un’anima che non sia stata ferita / Non ho un amico che si senta in pace col mondo / Non conosco un sogno che non sia stato infranto / o messo in ginocchio…”

Malvolio in TV

In certi casi invocare la complessità non è nient’altro che ipocrisia. Invocare poi «l’analisi della complessità» in un talk-show televisivo – dove per definizione domina la semplificazione imposta dai tempi, dal contesto e dal pubblico – è addirittura stupido. Oppure strumentale.

Fatti alternativi

«Se invece di cercare di fare la storia, cercassimo semplicemente di essere responsabili per i singoli eventi che la compongono, forse non ci renderemmo ridicoli. Non la storia si deve fare, ma una biografia.»  (Viktor Šklovskij)

Moscerini da sputare

Ogni tiranno nasconde il suo disegno di potere dietro uno schermo valoriale; ad esempio Putin spaccia il suo disegno neoimperiale come limpida crociata anti-relativismo occidentale e a tutela della compatta spiritualità russa, secondo tradizione e natura. Naturalmente sono tutte balle. La guerra fa schifo, e le armi sono orribili. Ma in qualche caso — pensate alla resistenza al nazismo — sono purtroppo necessarie.

Le stragi degli altri

Nel febbraio 2008 il presidente Vladimir Putin, durante una visita di lavoro nella regione di Rostov, depose commosso un mazzo di fiori al memoriale delle vittime del massacro di Novočerkassk del 1962. Una dimostrazione di sensibilità da parte del detentore di quegli occhi freddi e senza sguardo. Del resto si sa: le stragi altrui sono sempre malvagie e disumane; le proprie – invece – sono inesistenti oppure giuste, inevitabili e necessarie.

La solita Storia

«Sapete benissimo, come noi, che nei ragionamenti umani si tiene conto della giustizia quando, tra le parti, esiste una sostanziale parità di forze. In caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano.» (Tucidide – La guerra del Peloponneso.)