Anche meno, Gianna

Tutti abbiamo i nostri miti artistici, e quando ce li toccano diventiamo suscettibili, irritabili e  antipatici. Per fare un esempio “a caso”, uno dei nostri miti è Janis Joplin. Ora: Gianna Nannini sarà anche un’onesta cantautrice e musicista italiana, a qualcuno è piaciuta in passato e a qualcun’altro piace (sembra anche molto) pure oggi. Come si è già detto, è bello solo ciò che ci piace. Però attenzione, è stato anche già scritto che è ormai necessario “capire che è più importante prendere la vita sul serio, anziché solo e solamente noi stessi.” (Francesco Bonami). Invece, almeno a giudicare dall’articolo a sua firma pubblicato da Repubblica oggi, 30 settembre 2020 (“La mia fuga con Janis Joplin per vivere di rock“) la modestia e la consapevolezza non sembrano affatto essere il forte della signora Nannini. Tant’è che leggendo tale “articolo”, diventiamo appunto davvero  irritabili e antipatici. Ma eccone un’estratto:

«La mia migliore amica

 Janis è la mia migliore amica, non uguale a quelle che fai a scuola e ci cresci insieme. Janis è arrivata all’improvviso che ero già scappata da casa dei miei.

« Tu hai qualcosa che mi ricorda Janis Joplin » dice Claudio (a Milano etichetta discografica Numero Uno, quella di Battisti). Io rispondo «Chi è Janis Joplin?».

  1. Esattamente 4 anni dopo che Janis è morta la incontro nella Galleria del Corso in un negozio di dischi. «Scusi ha dei dischi (vinili) di una certa Janis Joplin? ».

Li prendo tutti, metto la voce di Janis nel mio giradischi e sento che canta in inglese anzi in americano, lingua a me sconosciuta, eppure capisco, sì, capisco tutto e anche la mia esistenza fino a lì, e mi dico: «Tu non devi morire per il rock’n’roll, devi vivere per il rock’n’roll, io e te adesso bisogna riscappare di casa, sì, e insieme».

Chissà se mi ha risposto, sì penso di sì, ci siamo abbracciate anima, corpo e voce. […]

L’anno scorso, 2019, dopo il mio disco La differenza che ho registrato live a Nashville, sono andata a Los Angeles, c’ero già stata, l’ultima volta quando scrissi il disco California. […]

Arriva un gigante, mi sembrava uscito da un aereo in arrivo dalla Bulgaria talmente era alto, lui è il Boss delle legends, mi accoglie. «Yes, sono Gianna Nannini», lo sapeva, qualcuno mi aveva fatto la presentazione per incontrarlo. Dico: «Io voglio fare alcune canzoni di Janis in italiano». «Ah, anche tu per la celebrazioni di 50 anni dalla morte di Janis? Ma noi, mi spiace, non facciamo mai celebrazioni per le morti». «No!», gli rispondo. «Io voglio cantare le sue canzoni in italiano, perché sono la sua migliore amica, e anche l’unica in grado di cantare le sue canzoni con la mia voce». «Ho conosciuto Sam Andrew il suo fedele chitarrista per sempre, abbiamo suonato insieme a Genova con la sua band Big Brother and the Holding Company».

Per Sam fu un fulmine a ciel sereno, non credeva alla sue orecchie quando iniziai a cantare con lui la mia versione di Me and Bobby McGee , di cui ero sub-autrice con le parole in italiano. «Grazie non ci interessa fare sub-edizioni delle canzoni di Janis, se vuole ci porti pure dei provini, vedremo se è il caso di dare il permesso». Mi sono detta «ma vai a fare in culo e rimanici, gigante manager del…». Sono uscita da quell’ufficio senza coda fra le gambe, ma incazzata vera.

Poi sono andata al Landmark Motor Hotel, quello della stanza N.105 in cui Janis è stata trovata dopo la sua morte, ho preso la chiave alla reception e sono entrata in quella stanza, ho lasciato la mia firma dietro l’armadio e, subito dopo, sono andata e bere nel suo bar preferito, il Barney’s Beanery in West Hollywood. Lì mi sono seduta al suo tavolo, il nostro tavolo, aspettando un suo segnale, una telefonata, ma era in ritardo mi sa, forse era la sua musica in ritardo, o forse sono io che sono sempre in anticipo e fuori tempo.

A spasso sui suoi passi

Non contenta di quell’incontro che mi ha fatto rimangiare la sua merda ingoiata, e non sazia di emozioni insoddisfatte delle biografie a go-go’ sulla mia amica, bevo qualche birra, e rileggo Sur le route de Janis Joplin , un libro tutto in francese di una donna che è partita da Parigi e ha rifatto le sue strade, con mille interviste ai suoi amici e tante altre cose interessanti, forse le più vere per me, per trovare qualche indizio e sapere dove poteva nascondersi dopo tutto questo tempo.

Ci siamo perse: a Port Arthur lei, a Siena io, lei a cavallo, io in moto.

Sai cosa mi manca di te? Inventarci una canzone e registrarla al Sunset Sound. E comunque vorrei poter esprimere i miei armonici nei tuoi, cantare dentro la tua voce dove non avremmo più bisogno di strumenti. Noi ci amplifichiamo da sole, noi siamo frequenze che sparano verità nascoste e sentimenti di tutti i tipi, noi siamo “scatalogate”, nessuno può farci un furto nella discografia anche se ci derubano della voce, nessun manager ce la può fare con uno spirito libero come il nostro.

«Eh Janis, cosa ci è capitato per farci sentire? Per fare ascoltare quella nostra lava che usciva dalle viscere, quella nostra voce che per essere ammessa agli esami era appiccicata a tutti i cliché: “drogata- alcolizzata-lesbica-isterica-matta- troia-clitoridea” etc… e bastava solo dire BRAVA, Janis è brava e scrive come una Dea».

Ma io non ho bisogno di farti i complimenti anzi sai che ti dico che vorrei fare a gara con te, una gara a chi resiste di più: facciamo un urlo che supera ogni memoria, facciamo un bel “buco” nel cielo dove nessuna “penna spennata” può entrare, a meno che non si tratti di un’indiana nativa, nativa come io e te.» (Gianna Nannini, la Repubblica,  30 settembre 2020)

Beh, bisogna dire che per paragonarsi a Janis Joplin – la quale, con tutto il rispetto per la signora Nannini, appartiene davvero ad un altra categoria – bisogna avere  un’alta opinione di sé stessi. Lo abbiamo detto all’inizio: toccare miti fuori portata, irripetibili e per noi inarrivabili (sì, anche per lei, signora) rende qualcuno suscettibile, irritabile e antipatico. Perciò, per concludere, ecco il nostro modesto, un po’ scorbutico consiglio non richiesto: «Anche meno eh… Ci faccia il piacere: riprenda contatto con la realtà.»

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