Bill Viola

È morto Bill Viola, uno fra i più apprezzati artisti nell’ambito della videoarte. Lo ha scritto su Instagram la moglie, Kira Perov. “È con grande tristezza che il Bill Viola Studio condivide la notizia della morte di Bill Viola, uno dei più importanti artisti contemporanei al mondo – si legge – Si è spento serenamente a casa il 12 luglio, all’età di 73 anni. La causa della morte è il morbo di Alzheimer”. (ANSA)

Il male mediocre

C’è qualcosa di tragico nell’incapacità di distinguere e ricordare ciò che è rilevante da quello che non lo è, nel non capire ciò che conta per davvero. Nell’intrattenersi di conseguenza su particolari di consumo istantaneo, mantenendosi in continua distrazione da notizie di intrattenimento quotidiano, incrociando e confondendo sullo stesso piano valori e idee contrastanti e incompatibili. Non meravigliamoci allora se succede poi che gli ignoranti pensino di saperne più di tutti. Si tratta infatti di un riconosciuto fenomeno psicologico chiamato effetto Dunning-Kruger: si verifica quando una persona con scarsa competenza in un determinato campo tende a sovrastimare le proprie capacità e a sottovalutare quelle degli altri. Però parla, scrive, commenta pur non avendo idea della realtà, non conoscendo i fatti e non avendo nessuna conoscenza per giudicare, nessuna visione sufficiente per capire, arroccandosi come consueto dietro stucchevoli familismi e ideologie varie.

C’è silenzio e silenzio

Nella prova di italiano della maturità di quest’anno, la “proposta B3” era un estratto da un libro di Nicoletta Polla-Mattiot, “Riscoprire il silenzio. Arte, musica, poesia, natura fra ascolto e comunicazione”, che inizia così: «Concentrarsi sul silenzio significa, in primo luogo, mettere l’attenzione sulla discrezionalità dell’ascolto. Chi sceglie di usare delle parole fa un atto volontario e si assume dunque tutta la responsabilità del rompere il silenzio.» Una responsabilità che davvero non intimorisce granché, in questi tempi in cui l’azione eccezionale è piuttosto quella di ascoltare. Tuttavia, ai maturandi andrebbe anche insinuato il dubbio che riscoprire il silenzio possa non essere sufficiente, e che esistono diversi tipi di silenzio. L’ignavo per esempio non pronuncia mai parola e attende muto il succedersi degli eventi (superfluo citare l’anti-inferno dantesco), mentre per denunciare le ingiustizie occorre quasi sempre assumersi la responsabilità di abusarne.

L’intellettuale stanco

“Mettetemi le catene dell’Illusione”, sospira, mentre dice addio alle peregrinazioni della Conoscenza. Così, si getterà a capofitto in qualsiasi mitologia che gli assicuri la protezione e la pace del giogo. Poiché rinuncia all’onore di addossarsi le proprie ansie, egli si imbarcherà in imprese dalle quali si aspetta sensazioni che non può attingere da sé stesso, di modo che gli eccessi della sua stanchezza consolideranno le tirannie. Chiese, ideologie, polizie: cercatene l’origine nell’orrore che egli nutre verso la propria lucidità piuttosto che nella stupidità delle masse. […] Entrata in una fase di stanchezza, sempre più estranea all’inquietudine impersonale, all’avidità di conoscenza, la filosofia diserta la speculazione, e alle verità che sconcertano oppone quelle che consolano. (E.M. Cioran)

Cuochi controcorrente

Si chiamava “Controcorrente” il corsivo giornalistico tenuto quotidianamente da Indro Montanelli sul quotidiano da lui fondato nel 1974, “il Giornale nuovo” (poi “il Giornale”), fino al 1994. Ma raccontarsi “contro” piace molto anche ai politici: lo si deduce dal titolo dei loro libri. Per esempio quello di Marine Le Pen (Controcorrente – IlibridelBorghese, 2011); di Massimo D’Alema (Controcorrente – Laterza, 2013); di Matteo Renzi (Controcorrente – Piemme, 2021); di Roberto Vannacci (Il mondo al contrario – Il Cerchio, 2023); di Matteo Salvini (Controvento – Piemme, 2024). Per tornare alla vera letteratura, ricordiamo che “À rebours”, è il famoso romanzo di Joris Karl Huysmans pubblicato nel 1884. Curiosamente, in Italia qualche editore ha tradotto il titolo in “Controcorrente”; altri invece “A rovescio”, oppure “Al contrario”, “A ritroso”… Sembra evidente che nella nostra editoria (ma non solo) sul concetto di “controcorrenza” ci sia parecchia confusione.

Fuoco e cenere

Ci sono partiture che entrano di diritto nella storia perché, al di là dei loro indiscutibili meriti artistici, ad essa sono legate in modo indissolubile; perché con le vicende e i sentimenti, le speranze e le sofferenze dell’intera umanità hanno instaurato un rapporto così profondo da travalicare qualsiasi dimensione spazio-temporale. Il War Requiem di Benjamin Britten (1913-1976) è sicuramente una di queste. (Andrea Milanesi)

Meglio Montecarlo o la riviera romagnola?

Domenica scorsa, alla Duke University, una delle università più famose degli Stati Uniti, nella Carolina del nord, il comico Jerry Seinfeld è stato invitato a parlare di fronte ai neolaureati dell’università, ai quali ha particolarmente raccomandato quanto segue: «Non perdete il senso dell’umorismo. A questo punto della vostra vita non potete immaginare quanto ne avrete bisogno per andare avanti. La vita non ha abbastanza senso perché possiate sopravvivere senza ironia.» A giudicare da quello che scrive – ed escludendo che non conosca abbastanza il mondo – è evidente che a Giuliano Ferrara il senso dell’umorismo non manca per niente.

Il giovane Holden è cresciuto

Franny e Lane sono giovani universitari, si amano e devono trascorrere il weekend insieme. Lei arriva alla stazione, lui va a prenderla e la porta a pranzo in un locale sofisticato. Bevono Martini, fumano, lei è inquieta e non ha appetito, lui ha fame ed è distratto da quello che hanno in programma di fare il pomeriggio. Mentre aspettano il loro ordine lei si alza, va in bagno, vomita. Torna al tavolo brillante e con un apparente ritrovato buon umore. Parla molto e lui l’ascolta distrattamente e un po’ spazientito dalla sua insofferenza verso un mondo popolato di egomaniaci e impostori, di persone che le appaiono tutte uguali nelle loro pretenziose differenze, tutti attori poco sinceri su un inevitabile palcoscenico. Lei vorrebbe soltanto essere nessuno, vorrebbe trovare il coraggio per essere assolutamente nessuno.

Il Vannacci che è in me

È esattamente per far progredire l’umanità verso orizzonti più ampi, per trasformare gli impulsi primordiali in regole di convivenza più accoglienti e giuste, per far attecchire attraverso lo studio e la conoscenza una complessità più aderente al vero che ci si sforza di fare politica — abbiamo a lungo creduto — dando ciascuno il contributo delle proprie capacità, dei mestieri. Non per tornare indietro ma per andare avanti. (…) Il successo, prima regola. Chi ha più followers, chi ha più consenso, chi vende di più ha sempre ragione, merita una direzione una candidatura un palco, un posto in giunta: nell’illusoria e perdente convinzione che il consenso si debba inseguire e non suscitare. Dovrebbe essere il contrario, amici: servirebbe una proposta capace di generare seguaci, un’idea così potente da farsi desiderio collettivo. Non c’è, non c’è stata. Così siamo tornati ai militari. (…) Uomini forti, idee deboli. Che tempo pericoloso e triste. (Concita De Gregorio)

L’egemonia della mediocrità culturale

Siamo sempre lì, lavorare di testa non vuol dire lavorare e, nell’ingiusto caso che siano remunerate, le prestazioni vanno valutate a minuti, che non si esageri con il vil guadagno. Infatti tutti ti chiedono l’articoletto e il saggetto e la prefazioncina senza nemmeno fare il gesto di pagarla se non con buone parole, tu che hai facilità di scrittura, eh già; ma a nessuno, come diceva Arbasino verrebbe in mente, conoscendo un macellaio, di domandargli una bistecca gratis, tu che maneggi così bene la mannaia. (Alberto Mattioli)