Beati i miti? Mavalà

UNO. E niente: viene in mente la storiella dell’anziana signora che chiama i gendarmi perché i vicini stanno facendo sesso di fronte alla finestra; quando le fanno notare che da lì non si vede niente lei risponde che certo, da lì no, ma se il gendarme avrà la pazienza di arrampicarsi in cima all’armadio…

Inutile illudersi, la condizione di noi umani (perlomeno nell’ambiente che conosciamo meglio, quello italiano) ricorda un po’ troppo questa storiella. È vero, siamo tutti consapevoli di essere nel bel mezzo di una rivoluzione senza precedenti e non ancora risolta. Anzi, è ben lontana dall’essere chiusa, la cosiddetta rivoluzione digitale; resta il fatto che la natura umana rimane anche oggi quella di sempre. Senza contare che le rivoluzioni sono per definizione senza precedenti, altrimenti non si chiamerebbero così. E quindi?

Quindi siamo comunque rimasti le stesse scimmie nude, come ci battezzò, anni fa, l’etologo Desmond Morris. Non a caso, da sempre «se non tutta, buona parte della ricerca filosofica s’è affannata a cercare la spiegazione della nostra ferinità, cercando di socializzarla. I grandi profeti utopisti hanno tentato di attenuarla, indicando modi meno crudeli per la convivenza. L’esempio massimo è probabilmente il discorso delle beatitudini pronunciato da Gesù. Beati i miti perché erediteranno la terra. Non s’era mai sentita una tale assurdità. Chi ha mai concesso qualcosa ai miti? Era un’utopia scagliata contro l’umana ferocia perché almeno prendesse coscienza che esiste una condizione esistenziale diversa e migliore, irraggiungibile e forse utopica però reale.» (Corrado Augias)

In altre parole, niente di nuovo sotto il sole. «…Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati…». (Matteo V, 5-6) Ce lo auguriamo con tutto il cuore, però occorre molta fede per crederci davvero. Ma non disperiamo; prendiamo piuttosto esempio dagli artisti alla Bernard Malamud, dalla loro «tranquillizzante superficiale mitezza, che cela la ferrea ostinazione racchiusa al suo interno.» (Philip Roth)

DUE. In un’intervista del 1980 venne osservato a Milan Kundera che quando i personaggi dei suoi romanzi soffrono è sempre perché essi si scontrano con un mondo che ha perso il suo senso dell’umorismo. Kundera rispose così: «Ho scoperto il valore dell’umorismo nel periodo del terrore stalinista. Avevo vent’anni, riuscivo sempre a riconoscere le persone che non erano staliniste, le persone che non dovevo temere, dal modo in cui sorridevano. Il senso dell’umorismo era un segno di riconoscimento affidabile. Da allora mi terrorizza un mondo che sta perdendo il suo senso dell’umorismo.»

Umorismo e ironia sono ingredienti essenziali, forse non sufficienti, ma di sicuro necessari all’equilibrio personale e sociale. Così come è necessaria la messa in burla – almeno occasionale – della propria infelicità personale. Si tratta di una strategia molto semplice ma anche molto utile per evitare la romanticizzazione dell’autocompiacimento. È così che viene messa in pratica da molti grandi artisti, ad esempio nel Diario di un pazzo e nel Naso di Gogol’. Sembra insomma di capire che il consiglio principale di tanti grandissimi scrittori e filosofi rimane sempre lo stesso: non prendere troppo sul serio né se stessi né la società che ci circonda. Ma anche il contrario, cioè mantenere sempre coscienza e impegno verso noi stessi e il prossimo. Kundera continua:

«C’è un confine immaginario oltre il quale le cose appaiono insensate e ridicole. Una persona si domanda: Non è assurdo che io mi alzi il mattino? che vada a lavorare? che mi dia tanto da fare? che appartenga a una nazione solo perché ci sono nato? L’uomo vive in stretta prossimità a questo confine e si può facilmente ritrovare dall’altra parte. […] Diffido delle parole pessimismo e ottimismo. Un romanzo non afferma niente; un romanzo cerca e pone delle domande. Non so se la mia nazione scomparirà e non so quale dei miei personaggi sia nel giusto. Io invento storie, le metto a confronto l’una con l’altra e in questo modo pongo delle domande. La stupidità della gente deriva dall’avere una risposta per tutto. La saggezza del romanzo deriva dall’avere una domanda per tutto. Quando Don Chisciotte è uscito nel mondo, il mondo si è tramutato in un mistero ai suoi occhi.

È questa l’eredità lasciata dal primo romanzo europeo a tutta la successiva storia del romanzo. Il romanziere insegna alla gente a cogliere il mondo come una domanda. In questo atteggiamento ci sono saggezza e tolleranza. In un mondo fondato su sacrosante certezze il romanzo muore. Il mondo totalitario, sia esso fondato su Marx, l’Islam o su qualunque altra cosa, è un mondo di risposte e non di domande, e in esso non c’è posto per il romanzo. In ogni caso a me pare che oggi in tutto il mondo la gente preferisca giudicare invece di capire, rispondere invece di domandare, così che la voce del romanzo può essere udita a stento in mezzo alla rumorosa imbecillità delle certezze umane.»

Piccolo inciso. È un fatto risaputo e documentato che in Italia si scrive molto ma si legge poco. Ne consegue necessariamente che in Italia si parla molto e si ascolta poco.

TRE. E qui casca l’asino. O almeno rischia di farlo, nel caso che l’asino, ostinato per natura, continui ad inseguire la “rumorosa imbecillità delle certezze umane” denunciate da Kundera. In tutta sincerità, noi abbiamo poche certezze; però una di queste è che, al tempo della Silicon Valley, un  luogo sicuro dove trovare quel particolare tipo di stupidità  sono le cosiddette “camere dell’eco” (o echo chambers). Che Treccani.it definisce così: « Nella società contemporanea dei mezzi di comunicazione di massa, caratterizzata da forte interattività, [si tratta di una] situazione in cui informazioni, idee o credenze più o meno veritiere vengono amplificate da una ripetitiva trasmissione e ritrasmissione all’interno di un àmbito omogeneo e chiuso, in cui visioni e interpretazioni divergenti finiscono per non trovare più considerazione.»

Aggiunge Wikipedia: «Il fenomeno è particolarmente evidente nel caso dei social media e dell’uso che ne fanno politici, istituzioni e altre organizzazioni con il fine di far circolare i propri messaggi a discapito degli altri, comprese le bufale di vario genere. Il meccanismo si amplifica soprattutto quando la cerchia di amici e conoscenti di un soggetto, come spesso accade, condivide idee e pensieri simili. In questo modo sulla pagina social compariranno notizie, articoli e commenti che contribuiranno sempre più ad amplificare una visione univoca ed acritica su quell’argomento.»

Ebbene, occorre far presente che rischia di cadere in questo buco nero anche chi  fosse interessato al tema dell’ipersensibilità. Facciamo un esempio a caso tratto da Patien’s Luonge. Il titolo dell’articolo è Vivere da persona altamente sensibile. Aspetti delle persone altamente sensibili, autore un certo Richard J Oneill e pubblicato il 23 aprile 2020:

«Non è facile essere ipersensibili in un mondo che ancora non ci capisce molto. Siamo spesso canzonati e derisi poiché manifestiamo comportamenti che nel mondo delle persone non riservate vengono percepite come debolezza e  mancanza di fiducia in se stessi. Aggiungiamo a tutto questo l’incremento dei problemi sociali ed economici che l’umanità deve affrontare ogni giorno, ed è facile comprendere per quale motivo dobbiamo lottare non poco per adattarci a questo mondo che ci travolge. A dispetto di questo, però, sono grato di essere nato così, perché ci sono parecchie caratteristiche che ognuno di noi si sente privilegiato di avere.

É vero, ci sono certi aspetti della vita normale con cui spesso dobbiamo lottare, ad esempio il parlare in pubblico, la socializzazione, le prestazioni sotto esame, ma non è vero che non siamo capaci di fare queste cose. Dobbiamo solo lavorarci sopra e impegnarci più degli altri. Comunque, come vedrete, quelli come noi hanno uno scopo e sono sensibili per una ragione precisa, non già per una casuale combinazione della natura. In quanto HSP (highly sensitive person = persona altamente sensibile N.d.R.) sono abbastanza certo che quelli di noi consapevoli di questa caratteristica conoscono la Dr.ssa Elaine N. Aron, la persona ipersensibile che ha reso possibile a tutti noi di capire perché siamo così diversi.

Comprensibilmente, come psicologa (professione perfetta per un HSP), era incuriosita dall’inconsueto alto livello di sensibilità rispetto all’ ambiente che la circondava, perciò intraprese  un percorso per trovare risposte a questo. Il giorno in cui stavo sbirciando nella sezione fai da te della libreria di vicinato e mi imbattei nel libro Persone altamente sensibili della Dr.ssa Aron la mia vita finalmente cominciò ad avere un senso: ero un HSP.  Sono stato scelto mediante selezione naturale per essere uno tra i 15/20% che costituiscono la popolazione ipersensibile, una selezione che ricorre in ogni specie.

I doni degli HSP.  Le 25 ragioni per cui gli HSP sono forti.

Noi siamo (o abbiamo): 1) Capaci di percepire le emozioni degli altri; 2) Ottimi genitori;  3) Proviamo amori incredibilmente forti; 4) Molto creativi; 5) Potentemente intuitivi; 6) Accentuata sensibilità ai piaceri; 7) Sensibilità super potente; 8) Compassionevoli; 9) Diligenti e solerti; 10) Fantasiosi; 11) Consapevoli delle sottigliezze negli ambienti che ci circondano;12) Capaci di prevedere il futuro; 13) Capaci di scoprire le bugie; 14) Scrupolosi; 15) Reazioni più veloci; 16) Esaminiamo le informazioni  più a fondo; 17) Una misteriosa abilità nel comunicare con gli animali; 18) Percepiamo le condizioni atmosferiche e perfino prevederle; 19) Siamo in grado di comprendere gli avvenimenti negli organismi muti (piante, ecc.); 20) Una intensa vita interiore; 21) Una notevole capacità di ricordare i sogni; 22) I nostri sogni sono molto intensi ed emozionanti; 23) Siamo capaci di ricordare eventi e circostanze con nitidi dettagli; 24) Ci piace stare vicini all’acqua: al mare, al fiume e alle cascate; 25) Non abbiamo bisogno di stimolanti perché siamo sempre molto vigili.

È veramente bellissimo essere ipersensibili. Ho elencato qui 25 punti, ma sono sicuro che ci sono molte, molte altre cose positive nell’essere HSP.»

QUATTRO. Ammettiamolo con sincerità: che si creda o si condivida questo contenuto – in parte, in toto o per nulla – quest’ultima frase suona un po’ come una minaccia all’orecchio di ogni lettore che non stia ciecamente autocompiacendosi oppure desideri aggregarsi al gruppo. Viene da pensare: “Mica starai per continuare?” Per carità. Gli inglesi dicono: “Who cares?“. Una noia mortale ci pervade di fronte a queste ostentazioni di diversità. Il rischio è esattamente quello di incappare nel solito circolo vizioso delle sopracitate camere dell’eco o echo-chambers: quello di parlarsi vicendevolmente addosso – in un illusorio senso di appartenenza – al solo scopo di sentirsi rassicurati rispetto ai propri dubbi, timori e incertezze. Invece di applicare con la coerente forza della mitezza le proprie vere o presunte caratteristiche nel confronto con la realtà quotidiana (una sfida!), ci si pone alla ricerca di risposte definitive che sostituiscano finalmente una volta per tutte le inevitabili domande. Un vicolo cieco in cui vengono disperse reali, ma incerte, potenzialità. Come avvertiva Kundera, la rumorosa imbecillità delle certezze umane incombe ovunque.

Ripetiamo allora quello che scrive Corrado Augias: «Beati i miti perché erediteranno la terra. Non s’era mai sentita una tale assurdità. Chi ha mai concesso qualcosa ai miti?» E Claudio Lolli nel suo magnifico pezzo dal titolo Ho visto anche degli zingari felici, cantava: «… E’ vero che non ci capiamo, che non parliamo mai in due la stessa lingua…» Prendiamone atto una volta per tutte. Meglio questo che guardarsi tutto il giorno nello specchio. Non sarà certo la soluzione di tutti i problemi  (che d’altra parte non esiste), ma perlomeno è un punto di partenza per qualche passo avanti.

E così viene in mente un’altra barzelletta: C’è un cane che va alla posta. Si mette in fila e quando è il suo turno mette le zampe sul banco e s’affaccia allo sportello. Si rivolge all’impiegato e detta un telegramma: – Bau, bau, bau, bau, bau -. L’addetto conta i caratteri e poi suggerisce: – Se vuole c’è spazio per aggiungere un altro bau. – No grazie – dice l’animale, – se ce ne  metto un altro… poi non si capisce più un cazzo!

Il dipinto: Beato Angelico, Il discorso della montagna (1438-1440), Museo Nazionale di San Marco (Firenze) – A seguire: una illustrazione per il Don Chisciotte di Gustave Doré – Il brano Sally di Vasco Rossi è contenuto nell’album Nessun pericolo… per te (1996) – L’interpretazione di Fiorella Mannoia è contenuta nell’album Certe piccole voci (1999)

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