Biodinamica dell’io

«Cos’è l’agricoltura biodinamica? Si tratta di una tecnica di coltivazione alternativa ispirata alle teorie antroposofiche del teosofo ed esoterista Rudolf Steiner, che mischia alcuni elementi dell’agricoltura biologica con un approccio alla terra di tipo olistico, considerando come un unico organismo vivente tutto ciò che si sviluppa sul suolo “biodinamico”, come una fattoria o un giardino. Per alcuni la biodinamica sta alla agricoltura biologica come l’omeopatia sta alla medicina.

Durante il dibattito delle scorse settimane si è parlato molto del “cornoletame”, conosciuto come preparato 500, ossia un corno di mucca che abbia partorito almeno una volta, riempito di letame e seppellito e lasciato fermentare durante l’inverno per essere poi disseppellito nel periodo pasquale e quel punto diluito con acqua e infine sparso sul terreno con l’idea di poterne così aumentare la fertilità.

Così spiegava Steiner: “La vacca ha le corna al fine di inviare dentro di sé le forze formative eterico-astrali, che, premendo verso l’interno, hanno lo scopo di penetrare direttamente nell’organo digestivo. Proprio attraverso la radiazione che proviene da corna e zoccoli si sviluppa molto lavoro all’interno dell’organo digestivo stesso. […] Così nelle corna abbiamo qualcosa di ben adattato, per sua natura, a irradiare le proprietà vitali e astrali nella vita interiore. Nel corno avete qualcosa che irradia vita – anzi irradia anche astralità”.

Il cornoletame è stato citato anche dalla senatrice Cattaneo nel suo intervento al Senato, insieme ad altri preparati utilizzati nell’agricoltura biodinamica, come esempio di quelle “pratiche non solo antiscientifiche, ma schiettamente esoteriche e stregonesche” più volte sotto accusa quando si parla di biodinamica, ricordando che “nello stesso disciplinare del marchio registrato Demeter, una multinazionale con sede all’estero alla quale si pagano royalty, si specifica che ogni preparato biodinamico sviluppa una forza potente e sottile, il cui effetto può essere comparato con quello dei rimedi omeopatici, ossia è assolutamente nullo e indimostrabile dal punto di vista scientifico”.

La Demeter a cui fa riferimento Cattaneo è una no-profit (con una storia abbastanza controversa) proprietaria del marchio “biodinamica”, che è una cosa diversa dalla certificazione ufficiale rilasciata a livello europeo per i prodotti biologici, ma che richiede come presupposto per essere rilasciato che quei prodotti siano già effettivamente certificati come biologici. » (Chiara Cecchini – Today.it)

«Ne parliamo qui perché questo genere di pratiche, che ha preso il nome di «biodinamica», sta per ricevere un riconoscimento ufficiale dal Parlamento italiano e da quel momento nel nostro Paese sarà considerato alla stregua di una disciplina scientifica. Il tutto in virtù di una legge sull’agricoltura che al Senato è già stata approvata all’unanimità, con un’eccezione [Cattaneo, unica senatrice che a fine maggio si è opposta in aula, Nd.R.]. E che questa settimana comincerà ad essere esaminata alla Camera: ne sarà relatore in Commissione agricoltura il deputato Pasquale Maglione del Movimento Cinque Stelle.

L’Accademia dei Lincei ha vivacemente protestato contro la promozione della «biodinamica» tramite legge dello Stato. Riceveranno un solenne riconoscimento, sostengono gli accademici, metodi che «non hanno alcuna base scientifica» e meritano solo di essere considerati «grotteschi». Giorgio Parisi — presidente dell’Accademia dei Lincei — si è detto preoccupato del fatto che in Italia possa arrivare un apprezzamento «ufficiale» a «pratiche che, di fatto, sono vicine alla magia». La comunità scientifica italiana — pressoché al completo — gli ha dato ragione. Cosa che ha spinto ad esprimere perplessità — e gliene va dato atto — persino il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti legittimamente assai interessato all’approvazione della suddetta legge.» (Paolo Mieli – Corriere della Sera, 21 giugno 2021)

«“Ho talora assaggiato ortaggi coltivati in aziende biodinamiche e posso testimoniare che quanto a intensità di sapore sono di gran lunga superiori a qualunque consimile prodotto da agricoltura industriale. Sono solo esperienze soggettive, certo. Ma queste hanno trasformato la mia incredulità in perplessità. E credo che ci sia più attitudine scientifica nella mia perplessità, che fa i conti con la realtà, col successo imprenditoriale di centinaia di migliaia di agricoltori in tutto il mondo, che non nell’astioso dileggio della senatrice Cattaneo, che si misura solo con le parole”.

Pensate: l’esperienza personale di un singolo individuo, considerata attinente alla realtà nonostante i numerosi meccanismi di autoinganno da cui il metodo scientifico cerca di difenderci, insieme ad un presunto successo imprenditoriale dovrebbero essere prova della superiorità di qualcosa. Sarebbe come dire che l’esperienza positiva di un cliente di Wanna Marchi, insieme ai numerosissimi esempi di successo imprenditoriale nel ramo della truffa, dovrebbe essere evidenza bastevole per considerare la magia scientificamente provata. (…) (Enrico Bucci – il Foglio Quotidiano, 4 giugno 2021)

Insomma siamo alle solite: impera come sempre l’egocentrismo, la valutazione personale, la sensazione individuale, quel narcisismo fuoriluogo – spesso antiscientifico e sempre antisociale – che prevale perfino in occasione dell’ultimo saluto:

«Una volta era il lamento funebre. Oggi è l’esibizionismo. Lo so, l’argomento non è allegro ed è pure urticante. Però va affrontato, perché infine le culture dei popoli da questi riti passano: matrimoni e funerali (più frattaglie: diciott’anni, feste di laurea, ecc.). Nell’antichità il lamento funebre era addirittura un’arte, e le virtù del morto ne erano l’essenza. C’era persino un rituale del pianto. Ernesto de Martino, grande antropologo, ce ne ha consegnato una storia affascinante, con tanto di studio del pianto di Maria. Il lamento generò pure una musica colta, entrata a buon diritto nella storia della musica.

Le forme cambiano. Con il passar degli anni mi vado rendendo conto che c’è però una sostanza diversa e perfino perversa (mi si passi l’aggettivo) nel modo in cui salutiamo i nostri amici. L’idea di dovere dare un senso corale e “partecipato” alla cerimonia, soprattutto – ma non soltanto – nella sua variante laica, scatena infatti il vezzo autobiografico dei presenti. Si dovrebbe parlare di chi non è più con noi e invece si parla prevalentemente di se stessi. L’ultimo saluto diventa un pretesto per infliggere ai presenti proprie memorie che altrimenti nessuno ascolterebbe.

C’è una formula rituale, ovviamente, visto che di rito si tratta. Ed è l’incipit: “io l’ho conosciuto quando… (o quella volta che)”. E da quell’ “io” non ci si smuoverà più. “Ero andato a Parigi mandato dalla mia azienda…”, “Avevo deciso di andare a quella manifestazione…”, “Me lo presentò Giovanni Rossi con cui avevo l’abitudine di frequentare il ristorante Esposito…”. Naturalmente c’è il passaggio di cortesia su colui che dovrebbe essere ricordato: “Lo vidi e mi fece subito una impressione positiva, ci piacemmo, ricordo la sua stretta di mano (o il suo sguardo diretto)”. Poi si torna all’autobiografia. “Erano tempi in cui i giovani come me si chiedevano….”.“lo incontrai di nuovo due anni dopo. Ricordo che quella volta era con la Lilli” (se la Lilli è presente si commuove e fa un cenno di sì con la testa; tutti sono contenti di avere una notizia privata in più su due dei presenti).

Poi c’è la digressione sulle idee del morto, ma solo per parlare delle proprie: “Lui era convinto che la strategia che perseguiva l’azienda (o il partito, o l’associazione, o lo studio professionale) fosse quella giusta. Io invece avevo dei dubbi. E, data l’amicizia che ci legava, glieli esponevo con franchezza. Una volta mi disse: ma lo sai che hai ragione?”. C’è naturalmente anche la variante generosa: “Oggi però penso (sempre io) che avesse ragione lui.”

Il rito prevede anche che ci sia qualcuno disposto a dissacrarlo, generando un altro rito minore. È quando bisogna tirare le orecchie al morto. “Perché, diciamocelo, visto che è ancora qui con noi: Giovanni era un incazzoso”. “Incazzoso” è la parola fuori dal coro, che sconvolge apparentemente gli stilemi. Ma piace a tutti. Una corrente elettrica sembra passare per gli astanti, contenti di essere amici trasgressivi di una persona trasgressiva. Chi non ricorda il morto essersi arrabbiato di brutto almeno quella volta o più volte? Al suono della parola magica tutti si danno di gomito sorridendo e annuendo: “Oh quanto era incazzoso il Giovanni, te lo ricordi quella volta?”. E nella folla grande o piccola presente è tutto un fluire di ricordi propri.» (Nando Dalla Chiesa, il Fatto Quotidiano, 21 giugno 2021)

Resta solo da ricordare che, come sempre succede e sempre succederà, i danni determinati dai soliti imbroglioni-ciarlatani rischiano di ricadere pesantemente anche sulle più serie e importanti iniziative (sociali e/o imprenditoriali) le cui indispensabili finalità consistono nella tutela biologico-ambientale a salvaguardia di tutti, impostori eterico-astrali compresi.

L’elogio funebre di AlbertoSordi è tratto da I nuovi mostri, film collettivo a episodi del 1977, diretto da Mario MonicelliDino Risi ed Ettore Scola, a quindici anni dal precedente film a episodi I mostri diretto da Risi.

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