Eugène Atget, Parigi

“Atget sarà ricordato come uno storico e urbanista, un vero romantico, un amante di Parigi, un Balzac della macchina fotografica, dalla cui opera possiamo tessere un grande arazzo della civiltà francese.” (Berenice Abbott) Fotografava vecchi quartieri per mantenere il ricordo nel tempo di vecchi palazzi che sarebbero stati distrutti, proprio perché riguardavano anche la sua vita passata. Sulle sue immagini: “La fantasticheria contemplativa liberamente divagante non si addice alla loro natura. Esse inquietano l’osservatore; egli sente che per accedervi deve cercare una strada particolare”: così Walter Benjamin parlava, nel 1939, in occasione della seconda stesura del suo testo più noto delle fotografie di Eugène Atget. Per l’osservatore odierno, nulla si è perso dell’aura enigmatica che le avvolge. (Roberta Agnese)

Giallo, nero, romance

La letteratura di consumo è, in generale, quel tipo di produzione letteraria, narrativa o poetica, realizzata soprattutto in funzione del pubblico cui si rivolge. Almeno in teoria, dunque, si tratta di una letteratura disposta a sacrificare la qualità stilistica e contenutistica in favore delle esigenze di un pubblico vasto ed eterogeneo, in maniera tale da conseguire, più che il plauso della critica, il consenso dei lettori. La letteratura di consumo è intesa, in questo senso, come «letteratura d’intrattenimento». (da Wikipedia) Schematizzando e semplificando, sono in essa comprese le letterature “gialle”, “nere”, “rosa”… pardon: “romance”.

Ma vogliono chi?

«Un libro non si pubblica se chi lo ha scritto non ha un volto noto o perlomeno un nemico famoso”: già nelle Illusioni perdute di Balzac troviamo il modello di comunicazione editoriale che due secoli dopo avrebbe fatto le fortune di Roberto Vannacci. Nell’estate del 2023, il generale, di cui il grande pubblico ignorava perfino l’esistenza, si giovò del formidabile lancio, involontario, de “Il mondo al contrario” sulle pagine di Repubblica e dei giornali Gedi che rivelò al mondo l’assai scandaloso Vannacci-pensiero. Dopodiché, la rivolta morale innescata da un “nemico famoso”, come può esserlo un grande gruppo editoriale, ha prodotto uno strepitoso successo secondo il noto principio di contraddizione.» (Antonio Padellaro)

L’età dell’innocenza

In un’opera breve, scritta dopo la guerra, “French Ways and Their Meanings” (Modi francesi e loro significati, 1919), Edith Warthon ricorda una conversazione avuta nel 1906 con William Dean Howells: «Avevamo parlato di quella strana esigenza del pubblico americano che costringe il drammaturgo (se è nelle sue intenzioni mettere in scena il proprio lavoro) ad animare la propria opera, qualsiasi sia il punto di partenza, con il “lieto fine della favole” […] “Sì,” disse il signor Howells “il pubblico americano vuole una tragedia con il lieto fine.” […] “Una tragedia con il lieto fine” è esattamente ciò che il bambino chiede prima di addormentarsi […] ma finché avrà bisogno di questo, continuerà a vivere come un fanciullo, in un mondo che non è altro che un giardino d’infanzia. Le cose non vanno sempre bene nel mondo, e tutti dobbiamo rendercene conto, crescendo. È proprio questa scoperta che fa crescere l’individuo, e finché non affronterà la questione e apprenderà la lezione, non sarà un adulto […]. La stessa cosa vale per i paesi e le persone. Una ‘vita protetta’, sia essa dell’individuo o della nazione, dovrà affrontare un risveglio violento o tragico, altrimenti non si risveglierà mai.»

Seiji Ozawa

Se ci fosse una classifica dei grandi direttori che hanno dato lustro alla musica del ventesimo secolo, Ozawa occuperebbe le posizioni di testa. Noto tra l’altro per il suo lavoro per quasi un trentennio con la Boston Symphony Orchestra, il maestro è scomparso all’età di 88 anni. Il ricordo della BSO.

Lasciate fuori il vostro ego

Trentanove anni fa, il 25 gennaio 1985, il dream team Usa for Africa, composto da 46 star della musica riuscì a riunirsi e incidere in una notte, negli studi A&M di Los Angeles, We Are The World, il brano nato a scopo benefico che ha fatto raccogliere oltre 80 milioni di dollari per combattere la fame in Africa e in particolare in Etiopia allora nel pieno di una grave carestia.

Egemonia culturale

“Per costruire un’egemonia italiana, fatta di secoli di storia, arte, letteratura, musica, stiamo lavorando alla costruzione di un nuovo immaginario positivo italiano nel mondo. E in prima linea in quest’opera si sta impegnando, con grande capacità e risultati eccellenti, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni”. (Gennaro Sangiuliano – ministro della cultura)

I sonnambuli

Siamo un popolo al quale sono poco a poco venuti meno i motivi per esserlo, ma che poi «si consola constatando che il nostro è il Paese delle meraviglie, se ammirato dall’alto delle lussuose terrazze cittadine, degli strapiombi sul mare, delle colline e delle cime più elevate. Ignorando quanto sia invischiato in tutte le sue arretratezze, se praticato dal basso». La fotografia del rapporto CENSIS 2023 è alquanto impietosa, ma forse questa narrazione da fine impero è necessaria per una reazione. Il rapporto ci definisce infatti, credo troppo pessimisticamente, dei sonnambuli. Il punto è: che cosa può risvegliarci? (Alessandro D’Avenia)

La parola che manca

Scriveva Daniele Del Giudice: “E’ così comica quest’ultima incarnazione dello scrittore a fine secolo a casetta a fare un libro dietro l’altro!” senza più “nessun sentimento di precarietà e di rischio nella propria impresa narrativa”. Sono passati quasi 30 anni da queste parole e l’immagine di scrittori occupati solo a sfornare titoli uno via l’altro nella beata assenza di un dubbio, di un interrogarsi sul senso del proprio narrare, è tragicamente il pane quotidiano, e sempre più insipido. Forse, mi dico, fa parte della disperazione attuale in tutti i campi per il profondo nonsenso che avvertiamo e non solo nei confronti dell’arte, ma in generale nei confronti del cosiddetto vivere civile. Abbiamo dato per scontate la pace e la democrazia, per dire, e ci troviamo instabili e minacciati. (Sandra Petrignani)

Senza parole

Io voglio vedere con i miei occhi il daino sdraiato accanto al leone e la vittima che si alza ad abbracciare il suo assassino. Voglio essere presente quando d’un tratto si scoprirà perché tutto è stato com’è stato. Tutte le religioni di questo mondo si basano su questa aspirazione, e io sono un credente. Ma ci sono i bambini: che cosa dovrò fare con loro? È questa la domanda alla quale non so dare risposta. Per la centesima volta lo ripeto: c’è una miriade di questioni, ma ho preso soltanto l’esempio dei bambini, perché nel loro caso quello che voglio dire risulta inoppugnabilmente chiaro. Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore. È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocca pure a loro comprare l’armonia con le sofferenze. Perché anch’essi dovrebbero costituire il materiale per concimare l’armonia futura di qualcun altro? La solidarietà fra gli uomini nel peccato la capisco, capisco la solidarietà nella giusta punizione, ma con i bambini non ci può essere solidarietà nel peccato, e se è vero che essi devono condividere la responsabilità di tutti i misfatti compiuti dai loro padri, allora io dico che una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco. (Fëdor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamàzov – trad. di Maria Rosaria Fasanelli, Garzanti, Milano)