Il giovane Holden è cresciuto

Franny e Lane sono giovani universitari, si amano e devono trascorrere il weekend insieme. Lei arriva alla stazione, lui va a prenderla e la porta a pranzo in un locale sofisticato. Bevono Martini, fumano, lei è inquieta e non ha appetito, lui ha fame ed è distratto da quello che hanno in programma di fare il pomeriggio. Mentre aspettano il loro ordine lei si alza, va in bagno, vomita. Torna al tavolo brillante e con un apparente ritrovato buon umore. Parla molto e lui l’ascolta distrattamente e un po’ spazientito dalla sua insofferenza verso un mondo popolato di egomaniaci e impostori, di persone che le appaiono tutte uguali nelle loro pretenziose differenze, tutti attori poco sinceri su un inevitabile palcoscenico. Lei vorrebbe soltanto essere nessuno, vorrebbe trovare il coraggio per essere assolutamente nessuno.

Giallo, nero, romance

La letteratura di consumo è, in generale, quel tipo di produzione letteraria, narrativa o poetica, realizzata soprattutto in funzione del pubblico cui si rivolge. Almeno in teoria, dunque, si tratta di una letteratura disposta a sacrificare la qualità stilistica e contenutistica in favore delle esigenze di un pubblico vasto ed eterogeneo, in maniera tale da conseguire, più che il plauso della critica, il consenso dei lettori. La letteratura di consumo è intesa, in questo senso, come «letteratura d’intrattenimento». (da Wikipedia) Schematizzando e semplificando, sono in essa comprese le letterature “gialle”, “nere”, “rosa”… pardon: “romance”.

La cartina di tornasole

«Hanno ucciso il racconto. Le storie sui social media non creano vicinanza, né empatia. Isolano gli esseri umani e svaniscono dopo essere state notate. Finché il vivere stesso era un narrare, non si parlava affatto né di storytelling né di narrazioni. Lo tsunami dell’informazione genera una condizione in cui i nostri organi percettivi risultano costantemente stimolati. Essi non sono più in grado di passare a una modalità di percezione contemplativa. Lo tsunami dell’informazione frammenta l’attenzione. Impedisce l’indugiare contemplativo che è costitutivo tanto del raccontare che del restare all’ascolto. Grazie allo storytelling il capitalismo si appropria della prassi narrativa e la sottomette alle regole del consumo. E così ci troviamo a comprare, vendere, consumare racconti ed emozioni. Le storie vendono. Raccontare storie coincide con il vendere storie.» (Byung-chul Han) «Quand’ero giovane era di moda sui giornali la “cartina di tornasole”: nessuno sapeva cosa fosse il tornasole (una sostanza che permette di misurare l’acidità) ma la metafora veniva usata per alludere a un evento che poteva valere come indicatore di uno stato delle cose.» (Walter Siti) L’infestante proliferare dello storytelling è la cartina di tornasole del nostro tempo.

Legami di sangue

«Dio ci esorta ad onorare nostro padre e nostra madre. Egli considera così importante questo fatto che lo ha incluso nei Dieci Comandamenti (Esodo 20:12) e lo ha ripetuto nel Nuovo Testamento: “Figli, ubbidite nel Signore ai vostri genitori, perché ciò è giusto. Onora tuo padre e tua madre” (questo è il primo comandamento con promessa) affinché tu sia felice e abbia lunga vita sulla terra”. Onorare i propri genitori è l’unico comandamento nella Bibbia che promette lunga vita come premio per l’obbedienza. Coloro che onorano i propri genitori sono beati (Geremia 35:18-19). In contrasto, le persone che hanno la “mente depravata” e che mostrano l’empietà degli ultimi giorni sono caratterizzati dalla disobbedienza ai genitori (Romani 1:30; 2 Timoteo 3:2).» (da “gotquestions.org” – dalla risposta alla domanda “Che cosa significa onorare mio padre e mia madre?”) Il quarto comandamento sembra fatto apposta per confortare la nostra naturale propensione al relativismo etico, all’ottusità morale, soprattutto al familismo amorale. E al perbenismo di facciata. Antonio Franchini nel suo ultimo libro sembra condividere questa opinione.

L’età dell’innocenza

In un’opera breve, scritta dopo la guerra, “French Ways and Their Meanings” (Modi francesi e loro significati, 1919), Edith Warthon ricorda una conversazione avuta nel 1906 con William Dean Howells: «Avevamo parlato di quella strana esigenza del pubblico americano che costringe il drammaturgo (se è nelle sue intenzioni mettere in scena il proprio lavoro) ad animare la propria opera, qualsiasi sia il punto di partenza, con il “lieto fine della favole” […] “Sì,” disse il signor Howells “il pubblico americano vuole una tragedia con il lieto fine.” […] “Una tragedia con il lieto fine” è esattamente ciò che il bambino chiede prima di addormentarsi […] ma finché avrà bisogno di questo, continuerà a vivere come un fanciullo, in un mondo che non è altro che un giardino d’infanzia. Le cose non vanno sempre bene nel mondo, e tutti dobbiamo rendercene conto, crescendo. È proprio questa scoperta che fa crescere l’individuo, e finché non affronterà la questione e apprenderà la lezione, non sarà un adulto […]. La stessa cosa vale per i paesi e le persone. Una ‘vita protetta’, sia essa dell’individuo o della nazione, dovrà affrontare un risveglio violento o tragico, altrimenti non si risveglierà mai.»

Spigoli e specchi

… Siamo quelli che guardano una precisa stella in mezzo a milioni / Quelli che di notte luci spente e finestre chiuse / Non se ne vanno da sotto i portoni / Quelli che anche voi chissà quante volte / Ci avete preso per dei coglioni / Ma quando siete stanchi e senza neanche una voglia / Siamo noi quei pazzi che venite a cercare / Quei pazzi che venite a cercare. (Elisa Toffoli – “Quelli che restano”)

Come i girasoli

A scuola valgono i voti, ma chi ha ragione sull’interpretazione di un libro, l’insegnante o l’autore? In occasione dell’esame equivalente alla nostra maturità, Greg McEwan, il figlio di Ian McEwan, tra i testi da studiare si trovò un romanzo del padre: “L’amore fatale”. «Povero ragazzo. Immaginate. Costretto a leggere un mio libro», ha poi raccontato Mc Ewan alla rivista Event. Greg aveva qualche difficoltà a svolgere il tema assegnato dal professore. McEwan, impietositosi, decise di aiutarlo. «Gli ho fatto il riassunto, gli ho spiegato i vari personaggi, le loro motivazioni, le loro paure. L’ho incoraggiato a fare alcune riflessioni». Evidentemente però McEwan non aveva compreso a sufficienza la sua stessa creatura: il prof «sostanzialmente non si è trovato d’accordo» con la tesi esposta da suo figlio e gli ha messo una C: appena la sufficienza. Anche Martin Amis, lui stesso figlio d’arte (suo padre era lo scrittore Kingsley), una volta aiutò sua figlia a scrivere un tema su un suo romanzo. Anche lui ricevette un verdetto negativo, tanto che chiese al professore di riceverlo per uno scambio di opinioni. «È la possibilità di varie interpretazioni a costituire il segreto di un buon libro», ha spiegato Salman Rushdie alla presentazione del suo romanzo “La caduta dei Golden”. «Ci sono personaggi che sono un mistero anche per il loro autore e che rivelano i propri segreti solo in parte». (Corriere della Sera, 8 maggio 2018) Come i girasoli: enigmatici pure loro, a quanto pare.

Il dito, la luna e il senso comune

Sarebbe insensato e frustrante tentare di stabilire con gli innumerevoli Crepet del nostro Paese (cit.: “chi ascolta musica trap diventa un drogato, uno che assume psicofarmaci”) una linea di comunicazione sul concetto di arte. Sappiamo infatti che non esiste una definizione assoluta, tutto e niente può essere arte. Tuttavia, se non si può definire cosa essa sia in positivo, Benedetto Croce, con il suo “Breviario di estetica”, ci soccorre in negativo: «Alla domanda su che cosa sia l’arte, io dirò subito, nel modo più semplice, che l’arte è visione o intuizione. L’artista produce un’immagine o fantasma; e colui che gusta l’arte volge l’occhio al punto che l’artista gli ha additato, guarda per lo spiraglio che colui gli ha aperto e riproduce in sé quell’immagine.» Questa risposta, aggiunge, «attinge insieme significato e forza da tutto ciò che essa implicitamente nega e da cui distingue l’arte.» Perciò indica subito le negazioni principali, quello che l’arte NON E’: 1) un fatto fisico; 2) un atto utilitario; 3) un atto morale; 4) una conoscenza concettuale. Fateci caso: proprio il contrario del cosiddetto “senso comune”, il quale, quando l’artista indica un punto, guarda sempre e solo da quelle parti lì.

La presunzione di sapere

Quando uno scrittore (o una scrittrice) comincia a scrivere per la prima volta, prova lo stesso brivido iniziale del successo assaporato dal giovane giocatore o dall’oboista: vincendo un po’ perdendo qualcosa, il giocatore d’azzardo intravede delle magnifiche possibilità, esattamente come il giovane oboista prova un brivido indescrivibile quando riesce a far suonare poche frasi come musica vera, frasi che implicano infinite possibilità di soddisfazione ed espressione personale. Fin quando l’uno e l’altro fanno ciò che fanno per divertimento, tutto sembra possibile. Ma quando viene il giorno in cui il nostri dilettante si mette in testa di diventare un professionista, egli si rende improvvisamente conto di quanto ci sia da imparare e di quanto poco sappia. (John Gardner)

La parola che manca

Scriveva Daniele Del Giudice: “E’ così comica quest’ultima incarnazione dello scrittore a fine secolo a casetta a fare un libro dietro l’altro!” senza più “nessun sentimento di precarietà e di rischio nella propria impresa narrativa”. Sono passati quasi 30 anni da queste parole e l’immagine di scrittori occupati solo a sfornare titoli uno via l’altro nella beata assenza di un dubbio, di un interrogarsi sul senso del proprio narrare, è tragicamente il pane quotidiano, e sempre più insipido. Forse, mi dico, fa parte della disperazione attuale in tutti i campi per il profondo nonsenso che avvertiamo e non solo nei confronti dell’arte, ma in generale nei confronti del cosiddetto vivere civile. Abbiamo dato per scontate la pace e la democrazia, per dire, e ci troviamo instabili e minacciati. (Sandra Petrignani)