C’è silenzio e silenzio

Le piccole virtù è un volume che raccoglie alcuni saggi di Natalia Ginzburg pubblicati tra il 1944 e il 1962. In uno di essi, Silenzio (1949), Ginzburg scrive: «Esistono due specie di silenzio: il silenzio con se stessi e il silenzio con gli altri. L’una e l’altra forma ci fanno egualmente soffrire. Il silenzio con noi stessi è dominato da una violenta antipatia che ci è presa per il nostro stesso essere, dal disprezzo per la nostra stessa anima, così vile da non meritare  le sia detto nulla. È chiaro che bisogna rompere il silenzio con noi stessi se vogliamo provarci a rompere il silenzio con gli altri. È chiaro che non abbiamo nessun diritto di odiare la nostra stessa persona, nessun diritto di tacere i nostri pensieri alla nostra anima. […] Il silenzio dev’essere contemplato, e giudicato, in sede morale. Perché il silenzio, come l’accidia e come la lussuria, è un peccato.»

Si può essere d’accordo o meno sul peccato, ma è senz’altro  vero che esistono due tipi di silenzio, quello con se stessi e quello con gli altri; è altrettanto vero, però, che i loro significati possono essere i più diversi. Per esempio, nel saggio che dà il titolo al libro, Le piccole virtù, leggiamo: «Quali possibilità abbiamo noi di svegliare e stimolare nei nostri figli la nascita e lo sviluppo d’una vocazione? Non ne abbiamo molte: e tuttavia ne abbiamo forse qualcuna. La nascita e lo sviluppo di una vocazione richiede spazio: spazio e silenzio: il libero silenzio dello spazio. Il rapporto che intercorre tra noi e i nostri figli, dev’essere uno scambio vivo di pensieri e di sentimenti, e tuttavia deve comprendere anche profonde zone di silenzio; dev’essere un rapporto intimo, e tuttavia non mescolarsi violentemente alla loro intimità; dev’essere un giusto equilibrio tra silenzio e intimità; dev’essere un giusto equilibrio tra silenzio e parole.»

Mentre in Ritratto di un amico (Cesare Pavese, che si era suicidato il 27 agosto 1950), racconta: «Qualche volta, la sera, ci veniva  a trovare; sedeva pallido, con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine, di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci chiedevamo se la nostra compagnia l’aveva deluso, se aveva cercato accanto a noi di rasserenarsi e non c’era riuscito; o se invece si era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto una lampada che non fosse la sua.»

E Domenico Scarpa, nell’introduzione: «Nella Ginzburg la tristezza è forse la condizione e il prezzo della verità. Come Foa ha visto bene, la verità è fatta di tristezza, di forza e di silenzio. La tristezza è una cognizione assoluta del dolore, la forza è l’energia che rende sopportabile questa cognizione, il silenzio emana dal pudore che prova ritegno a mostrare la propria forza.»

Arvo Pärt ha detto che il silenzio è sempre più perfetto della musica. Prima di approdare allo stile di Für Alina (1976) egli ha trascorso otto anni di lungo silenzio compositivo. Anni passati a suonare melodie gregoriane al pianoforte. Il massimo della semplicità e della trasparenza, questo è Für Alina, il primo brano scritto dopo il lungo periodo di silenzio. Arvo Pärt, maestro nel coniugare suoni e silenzi.

In testata: “Orange, Red, Yellow” (1961) di Mark Rothko – A seguire: Concetto spaziale U-A5 (1965) di Lucio Fontana

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