Convoglio 10776

Il 19 agosto scorso il convoglio 10776 di Trenord, che sarebbe dovuto partire dalla stazione di Paderno D’Adda alle 12:22 con destinazione Milano Porta Garibaldi, se ne parte invece alle 11:55. Per conto suo: il macchinista e il capotreno sono scesi, i freni per la sosta non sono stati azionati e quindi il treno – non «stazionato» – si è rimesso in moto scivolando via. È mosso da una pendenza impercettibile, rotola giù in direzione Milano del tutto fuori controllo e a velocità sempre più alta. Immediatamente dalla sala di controllo iniziano ad attivare gli scambi e all’ingresso della stazione di Carnate instradano dopo dieci chilometri il treno fuori controllo su un binario «morto», lasciando che si schianti contro un muro. È andata bene, poteva essere una strage, invece per fortuna come conseguenza solo un passeggero contuso e danni materiali.

Il pianeta Terra si trova nella medesima situazione del convoglio 10776, è un treno senza controllo destinato a schiantarsi. L’unica differenza consiste nel fatto che in questo caso non esiste nessuna “sala di controllo” esterna che gestisca gli scambi: siamo tutti a bordo della nostra comune “navicella”, non sono previste fermate e non è possibile scendere. Per il resto l’analogia è completa: com’è del tutto evidente ad ogni persona ragionevole, infatti, il nostro pianeta sta andando a sbattere dritto dritto contro un muro. Il problema è che nessuno dei passeggeri “in carrozza” è in grado di avvicinare e tanto meno azionare il freno di emergenza; alcuni – i più cinici e pericolosi – addirittura spergiurano su come tutto sia sotto controllo, suggeriscono quindi di godersi il panorama, che tanto comunque il freno non esiste. Domandiamoci allora: per quale motivo ci troviamo in questa situazione? Come possiamo tentare di riprendere il controllo della situazione?

John Dewey  ci metteva in guardia già nel lontano 1932: «È ridicolo, se non tragico, pensare che le attività sregolate di chi ci ha portato alla crisi attuale possano farci superare quella crisi, visto che costoro sono esonerati dal rischio di un’azione politica. La formula magica di mangiare un pelo del cane che ti morde per guarire dall’idrofobia non è nulla al confronto di quella per cui ci si convince che i detentori di potere e privilegi porranno rimedio al degrado da essi stessi generato. Fino a quando la politica rimarrà un’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici, l’attenuarsi di quell’ombra non cambierà la materia da cui proviene. L’unico rimedio è un’azione politica nuova fondata sugli interessi e le realtà sociali.» (da Ultime opere: 1925-1953, Volume 6: 1931-1932)

Scrive Gaël Giraud: «Assieme a tutte le donne e a tutti gli uomini che rifiutano di essere le prossime vittime del neo-liberismo, dobbiamo non solo cambiare le nostre modalità di vita quotidiana, ma anche esigere e attuare delle politiche globali, macro-economiche, che siano all’altezza dei disastri planetari in corso. E per farlo è necessario liberarci dai dogmi. Da tutte le favole inventate dalle élite finanziarie occidentali: la “mano invisibile” del mercato, la concordanza miracolosa dell’egoistico interesse personale con l’interesse generale, la deificazione dei mercati finanziari, la necessità di aumentare il Pil per vivere in pace.»

«Il sapere è definito ontologicamente come un rapporto interno dell’essere, rapporto per il quale un esistente partecipa all’essenza di un altro esistente senza che in questa essenza nulla venga mutato. In questo senso il sapere serve e deve servire a tre fini principali: in primo luogo, ad un fine formativo cioè al divenire della persona che sa; in secondo luogo, deve servire al divenire del mondo che attraverso il sapere umano raggiunge la destinazione alla quale non avrebbe mai potuto arrivare altrimenti; in terzo luogo, deve servire al dominio del mondo per gli scopi umani. Quest’ultimo sapere è quello della scienza. La concezione meccanica dell’universo e il pragmatismo tengono presente soltanto l’ultimo di questi fini, e trascurano gli altri.» (N. Abbagnano)

John Dewey – filosofo e pedagogista statunitense – è nato a Burlington nel 1959; lo stesso anno in cui scompariva a Berlino il rivoluzionario “inventore” del concetto stesso di natura, del quale – da un certo punto di vista – ha raccolto il testimone:

«Alexander von Humboldt è stato ampiamente dimenticato nel mondo di lingua inglese. Fu uno degli ultimi intellettuali eclettici e morì in un’epoca in cui le discipline scientifiche si andavano consolidando in campi strettamente delimitati e più specialistici. Conseguentemente, il suo approccio più olistico – un metodo scientifico che, accanto a dati concreti, includeva arte, storia, poesia e politica – non godeva più di grandi simpatie. All’inizio del ventesimo secolo, c’era poco spazio per un uomo le cui conoscenze avevano spaziato tra un’ampia gamma di materie.

A mano a mano che s’inoltravano nelle loro strette sfere di competenza, dividendosi e suddividendosi, gli scienziati perdevano i metodi interdisciplinari di Humboldt e la sua concezione della natura come forza globale. Uno dei più grandi meriti di Humboldt era stato quello di rendere la scienza popolare e accessibile a tutti. Tutti impararono qualcosa da lui: coltivatori e artigiani, alunni e insegnanti, artisti e musicisti, scienziati e politici. Nel mondo occidentale non c’era libro di testo o atlante in mano ai bambini che non fosse stato influenzato dalle idee di Humboldt – dichiarò un oratore a Boston nel 1869 durante le celebrazioni del centenario della sua nascita.

Diversamente da Cristoforo Colombo o Isaac Newton, Humboldt non scoprì un continente né nuove leggi della fisica. Non era famoso per un fatto o una scoperta specifica, ma per la sua visione del mondo. La sua concezione della natura è penetrata come per osmosi nelle nostre coscienze. È come se le sue idee avessero assunto una tale visibilità da rendere invisibile l’uomo che vi stava dietro. Un’altra ragione per cui Humboldt è scomparso dalla nostra memoria collettiva – almeno in Gran Bretagna e negli Stati Uniti – è il sentimento anti-tedesco che si sviluppò con la Prima guerra mondiale. Non sorprende che uno scienziato tedesco non fosse più popolare in un paese come la Gran Bretagna in cui persino la famiglia reale dovette cambiare il suo cognome dal suono troppo tedesco, “Sachsen-Coburg und Gotha”, in “Windsor” e in cui la musica di Beethoven e di Bach non si suonava più.

In maniera analoga, negli Stati Uniti, quando il Congresso votò l’entrata in guerra nel 1917, gli americani di origine tedesca cominciarono d’un colpo a essere linciati e vessati. A Cleveland, dove cinquant’anni prima migliaia di persone erano sfilate nelle strade per la celebrazione del centenario della nascita di Humboldt, i libri tedeschi vennero bruciati in un pubblico falò. A Cincinnati tutti i libri tedeschi vennero rimossi dagli scaffali della biblioteca pubblica e “Humboldt Street” fu ribattezzata “Taft Street”. Entrambe le guerre mondiali del ventesimo secolo proiettarono lunghe ombre e né la Gran Bretagna né l’America erano più luoghi adatti a onorare una grande mente tedesca.

Ma perché dovremmo occuparcene? Negli ultimi anni, tante persone mi hanno chiesto perché m’interessavo di Alexander von Humboldt. A questa domanda si potrebbe rispondere in tanti modi, perché tanti sono i motivi per cui Humboldt resta un personaggio importante e affascinante: non solo la sua vita è stata pittoresca e piena di avventure, ma la sua storia spiega perché noi vediamo la natura nella maniera in cui oggi la vediamo. In un mondo in cui si tende a tracciare una linea netta tra le scienze e l’arte, tra ciò che è soggettivo e ciò che è oggettivo, l’intuizione di Humboldt che si possa veramente capire la natura soltanto usando l’immaginazione fa di lui una mente lungimirante.

I discepoli di Humboldt, e poi a loro volta i loro discepoli, hanno portato avanti il suo lascito – senza strepito, con acume e talvolta senza volere. Ambientalisti, ecologisti e quanti scrivono sulla natura oggi restano saldamente legati alla visione di Humboldt – benché molti non ne abbiano mai sentito neanche parlare. Non importa: Humboldt è il loro padre fondatore. Ora che gli scienziati cercano di capire e fare previsioni sulle conseguenze globali del cambiamento climatico, l’approccio interdisciplinare di Humboldt alla scienza e alla natura acquista più rilevanza che mai. I principi in cui credeva, come il libero scambio di informazioni, la necessità di unire gli scienziati e intensificare la comunicazione tra le diverse discipline, oggi soni i capisaldi della scienza e il suo concetto di natura come sistema globale è alla base del nostro pensiero.

Uno sguardo all’ultimo rapporto del Panel intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (IPCC) del 2014 mostra proprio quanto abbiamo bisogno di una prospettiva humboldtiana. Il rapporto, prodotto da oltre 800 scienziati ed esperti, afferma che il riscaldamento globale avrà “conseguenze gravi, pervasive e irreversibili per la popolazione e gli ecosistemi”. Le intuizioni di Humboldt sulla stretta connessione tra le questioni sociali, economiche e politiche e i problemi ambientali rimangono sorprendentemente attuali. Come diceva il coltivatore e poeta americano Wendell Berry: “Di fatto non c’è distinzione tra il destino della terra e il destino delle persone.

Quando uno viene sottoposto a violenze, l’altro ne soffre”. O ancora, come afferma l’attivista canadese Naomi Klein in This Changes Everything (2014), il sistema economico e l’ambiente sono in guerra. Proprio come Humboldt si era reso conto che le colonie fondate su schiavitù, monocoltura e sfruttamento creavano un sistema fatto di ingiustizia e disastrosa devastazione ambientale, così anche noi dobbiamo capire che forze economiche e cambiamento climatico sono parte dello stesso sistema. Humboldt parlava di “danno prodotto dal genere umano… che disturba l’ordine naturale della natura”. Nella sua vita ci furono momenti in cui era così pessimista da raffigurare il fosco futuro dell’espansione finale del genere umano nello spazio, quando gli uomini avrebbero sparso in altri pianeti la loro letale miscela di vizio, avidità, violenza e ignoranza. La specie umana sarebbe capace di rendere “desolate” e di “devastare” anche quelle stelle lontane, scriveva Humboldt nel lontano 1801, così come già stava facendo con la terra.» (Epilogo di “L’invenzione della natura: Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della scienza” di Andrea Wulf)

 

«Non è colpa sua, se non riusciamo più a riconoscerci in questi valori con l’insaziabilità e l’accanimento che gli appartenevano. In un Paese come l’Italia d’oggi, che sembra aver rinunciato a qualsiasi grande ideale per sostituirvi il culto del “particulare”, egli non può che apparire inattuale. (Maurizio Serra; da L’Imaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio – Neri Pozza Editore, 2019)

Henri Rousseau, L’incantatrice di serpenti, (1907) Musée d’Orsay di Parigi.

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