Cuochi controcorrente

Il Gorgia (Γοργίας) è un dialogo di Platone risalente al gruppo dei dialoghi giovanili, e scritto probabilmente attorno al 386 a.C., al ritorno del filosofo dal suo primo viaggio in Sicilia. Esso prende il titolo dal primo e più noto interlocutore che Socrate incontra in questo dialogo, il retore Gorgia di Lentini. (Wikipedia)

Nel Gorgia Platone assimila il retore sofista al cuoco: entrambi sono esperti nell’arte della manipolazione. Egli distingue tra due tipi di governante, il politico cuoco e il politico medico, e li mette a confronto inscenando una causa giudiziaria. “Rischierò d’esser giudicato come sarebbe giudicato da un gruppo di ragazzi un medico accusato da un cuoco”, afferma Socrate nel dialogo. I giudici-ragazzi, secondo Platone, finirebbero inevitabilmente per condannare il medico, perché premieranno chi offre succulenti manicaretti e non chi si pone l’obiettivo di curare i mali della città e dello stato. I cuochi della politica, da parte loro, offriranno piatti allettanti per essere preferiti dal popolo ma, al contempo, anche per mantenere questo in condizione di sudditanza e immaturità.

«Il termine inglese “narrative” esprime la “soggettiva versione dei fatti”, la propria “interpretazione” delle cose e degli avvenimenti. La relativa traduzione in italiano, per il senso comune, “narrazione“, in origine indicava invece l’azione di narrare una storia: la fiction. La sovrapposizione e la confusione dei rispettivi significati, favorita in particolare dalla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, ha determinato una situazione inedita. Il racconto oggettivo, la testimonianza, la relazione dell’accaduto perdono importanza a scapito della sola prospettiva personale. La conseguenza più immediata è che l’ambito letterario ha perso l’esclusività di un termine che indicava soltanto l’atto di creare una storia.

Il senso originario resta ovviamente valido, ma l’uso generale di “narrazione” non riguarda più soltanto la letteratura o la scrittura. Il nuovo significato si è imposto e diffuso, oltre che in politica, anche nell’informazione. Se si scorrono le occorrenze di “narrative” nella narrazione anglosassone, emerge chiaramente che il vocabolo delinea una rappresentazione della realtà al fine di sostenere un punto di vista o una tesi. E lo stesso è poi valso per i giornali e le interviste televisive di casa nostra.

Ma le narrazioni dei fatti nei linguaggi della politica e dei media non corrisponde necessariamente al resoconto dell’accaduto. Non siamo più di fronte a una “storia” intesa come testimonianza o un “racconto” in cui si dispongono in modo ordinato gli eventi. […] La ricognizione dei dati e la descrizione obiettiva di un problema sono secondari o persino assenti. […] La narrazione, in politica, diviene subito la visione di chi parla. Ma la visione, si sa, è sempre di là da venire e dunque è proprio il rapporto tra passato e presente che si inverte. Così l’oggettività ha ceduto il passo alla soggettività, rendendo qualsiasi narrazione la proposta di un punto di vista personale, col chiaro fine di persuadere chi ascolta. In questo modo, come nota il linguista Vittorio Coletti, anche l’interpretazione viene camuffata.

Ecco forse perché si preferisce chiamarla “narrazione”: per eliminare ogni riferimento all’interpretazione, che nasce sempre da un documento o da un fatto che l'”interprete” – letteralmente un sensale, un mediatore tra il testo e i suoi significati – studia e interroga per proporne una lettura plausibile. È per questo, rileva sempre Coletti, che l’interpretazione può essere corretta o scorretta, chiara o fuorviante, mentre la narrazione soltanto bella o brutta, efficace o meno. Del resto la narrazione si basa su altri ingredienti: il racconto di sé, l’immaginazione del futuro, la fiducia in determinati valori, prediligendo l’affabulazione e un linguaggio emotivo che sostituisce le serrate argomentazioni logico- razionali. (Marco Balzano)

«La verità ormai è equiparata a una fake news, da corredo etico della democrazia si è trasformata in un pregiudizio irrazionale. Così, la politica è diventata una sorta di simulazione necessaria per la conquista del potere. Da tempo, ha abbandonato i processi razionali e il bene comune: il fine della politica resta la politica stessa. La verità si ammanta dell’aggettivo “indiscussa” per farsi delirio impalpabile di onnipotenza o di martirio, arte del millantare. Anche noi abbiamo i nostri piccoli Trump e li voteremo nonostante le parole non abbiano più nulla a che fare con la verità, ma con la suggestione, gli slogan, le imposture.» (Aldo Grasso)

La triste verità è che nel grossolano storytelling sociopolitico e culturale contemporaneo il sembrare vero conta più dell’essere vero.

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