Dove finiremo signora mia

Per chi se lo fosse perso, ripropongo di seguito nella sua illuminante integrità il racconto scritto da Alain Elkann (padre dell’editore/proprietario John) sul suo “viaggio a Foggia con lanzichenecchi” che la Repubblica ha ritenuto di pubblicare nelle sue pagine culturali (!) lunedì 24 luglio. Ne vale la pena perché esso dimostra davvero in quale vuoto baratro può inconsapevolmente sprofondare una intera classe dirigente e cultural-intellettuale.

«Non pensavo che si potesse ancora adoperare la parola “lanzichenecchi” eppure mi sbagliavo. Qualche giorno fa, dovendo andare da Roma a Foggia, sono salito su una carrozza di prima classe di un treno Italo. Il mio posto assegnato era accanto al finestrino e vicino a me sedeva un ragazzo che avrà avuto 16 o 17 anni.

T-shirt bianca con una scritta colorata, pantaloncini corti neri, scarpe da ginnastica di marca Nike, capelli biondi tagliati corti, uno zainetto verde. E l’iPhone con cuffia per ascoltare musica. Intorno a noi, nelle file dietro e in quelle davanti, sedevano altri ragazzi della stessa età, vestiti più o meno allo stesso modo: tutti con un iPhone in mano. Alcuni avevano in testa il classico cappello di tela con visiera da giocatore di baseball di colori diversi, prevalentemente neri, e avevano tutti o le braccia o le gambe o il collo con tatuaggi piuttosto grandi. Nessuno portava l’orologio.

Io indossavo, malgrado il caldo, un vestito molto stazzonato di lino blu e una camicia leggera. Avevo una cartella di cuoio marrone dalla quale ho estratto i giornali: il Financial Times del weekend, New York Times e Robinson, il supplemento culturale di Repubblica. Stavo anche finendo di leggere il secondo volume della Recherche du temps perdu di Proust e in particolare il capitolo “Sodoma e Gomorra”. Ho estratto anche un quaderno su cui scrivo il diario con la mia penna stilografica.

Mentre facevo quello, i ragazzi parlavano ad alta voce come fossero i padroni del vagone, assolutamente incuranti di chi stava attorno. Parlavano di calcio, di giocatori, di partite, di squadre, usando parolacce e un linguaggio privo di inibizioni.

Intanto il treno, era arrivato a Caserta. Non sapevo che per andare da Roma a Foggia si dovesse passare da Caserta e poi da Benevento. Pensavo di aver sbagliato treno, ma invece è così. Non ho mai rivolto la parola al mio vicino che o taceva ascoltando musica o si intrometteva con il medesimo linguaggio nella conversazione degli altri ragazzi.

A un certo punto, poco dopo Benevento, mentre erano sempre seduti o quasi sdraiati ai loro posti, ammassando nei vari cestini per la carta straccia lattine di Coca Cola o tè freddo, uno di loro ha detto: «Non è che dobbiamo stare soli di sera: andiamo a cercare ragazze nei night».

Un altro ragazzo più piccolo di statura e con il viso leggermente coperto di acne giovanile ha detto: «Macché night! Credetemi, ho esperienza. Bisogna beccare le ragazze in spiaggia e poi la sera portarle fuori e provarci. La spiaggia è il posto più figo e sicuro per beccare».

Quella conversazione sulle donne da trovare era andata avanti mentre io avevo finito di scrivere sul mio quaderno ed ero immerso nella lettura di Proust. Loro erano totalmente indifferenti a me, alla mia persona, come se fossi un’entità trasparente, un altro mondo.

Io mi sono domandato se era il caso di iniziare a parlare col mio vicino, ma non l’ho fatto. Lui era la maggioranza, uno nessuno centomila, io ero inesistente: qualcuno che usava carta e penna, che leggeva giornali in inglese e poi un libro in francese con la giacca e i pantaloni lunghi.

Per loro chi era costui?

Un signore con i capelli bianchi, una sorta di marziano che veniva da un altro mondo e che non li interessava. Pensavano ai fatti loro, parlavano forte, dicevano parolacce, si muovevano in continuazione, ma nessuno degli altri passeggeri diceva nulla.

Avevano paura di quei ragazzi tatuati che venivano dal nord, lo si capiva dall’accento, o erano abituati a quel genere di comportamento?

Arrivando a Foggia, mi sono alzato, ho preso la mia cartella. Nessuno mi ha salutato, forse perché non mi vedevano e io non li ho salutati perché mi avevano dato fastidio quei giovani “lanzichenecchi” senza nome.»

In fondo ogni catastrofe ha i narratori che si merita. Bisognerebbe partire da qui – e auspicabilmente restarci – per non cedere alla tentazione di trasformare una seria questione culturale in ciò che la narrazione di Elkann l’ha ridotta, una semplice nota pittoresca. Ci sono epoche in cui le crisi sono state narrate – mi limito a due nomi – da Zweig e da Musil. Anche Elkann avrebbe voluto raccontarci  di un mondo di ieri che va in frantumi, di una catastrofe sociale e culturale in atto. Ma, appunto, egli non c’entra nulla con Zweig e con Musil. Questi ultimi sono stati testimoni di una catastrofe che non hanno prodotto ma che hanno subito. Non si sono sdegnati, hanno cercato di riconoscerne i tratti, le genealogie, le cause profonde.

Non era dal loro presente che ci mettevano in guardia, ma dal futuro che si appalesava e verso cui nessuno sembrava più assumersi la responsabilità. Scriveva Musil: «Solo le metafore contano. Ciò che le cose sono, questo è il mondo normale degli uomini normali; come le cose possono apparire, questo è il futuro». L’indignazione di Elkann sembra incapace di metaforizzare: vede le cose come sono, non come possono apparire. È l’indignazione normale degli uomi normali, non troppo dissimile da quelli che dicono “ah dove andremo a finire signora mia”, però con la presunzione di essere del tutto eccezionale. Tutt’al più è interessato che questo presente non entri in collisione col passato fino al punto di ignorarlo, non concedendogli la dovuta deferenza. Ma non vede in ciò che accade intorno a sé i tratti metaforici che permettono di comprendere perché siamo dentro a una crisi e dove questa crisi ci sta portando.

Musil e Zweig erano testimoni di una catastrofe. Elkann assume la posa di un testimone di una catastrofe da cui vorrebbe prendere le distanze, perché nessuno gli ha detto con chiarezza che di quella catastrofe egli è parte, ha contribuito a produrla. Non solo perché ciò che lo costringe a una via crucis ferroviaria è un ritardo infrastrutturale dovuto anche a scelte politiche condizionate dalla famiglia a cui appartiene – se solo fosse sceso dal suo pulpito per studiare la storia sociale degli ultimi decenni di questo paese – ma soprattutto perché, con buona pace di Elkann, i giovani che incontra sui treni sono i suoi figli.

In un testo fondamentale per capire la distanza tra questa sedicente classe culturale e quella di altri tempi, Il mondo di ieri, Zweig a un certo punto ricorda che per suo padre – simbolo concreto di ciò che si stava perdendo – «la linea fondamentale rimaneva quella: godere della ricchezza in quanto la si ha, non in quanto la si mostra». Il mondo di Elkann invece è tutto concentrato sui propri segni da mostrare. È nel mostrare i segni che si ottiene il prestigio: il vesito, la prima classe, Proust, i giornali, le lingue conosciute. Non c’è nulla di vero, c’è solo il mostrare dei segni. Eccola la catastrofe.

Il timore di Elkann è che questi segni siano ormai sosituiti da altri segni barbari. Per me invece la catastrofe inizia da lì: da una generazione che ha trasformato il mondo sociale e culturale in un sistema di segni che non hanno altro significato che non sia quello economico della prestazione, del riconoscimento, del ritorno su di sé, dello specchio. L’essenza della catastrofe Musil lo affidò al celebre “teorema della assenza di forma” dell’uomo nuovo che si stava annunciando. L’uomo che vive in assenza di forma è colui che non ha più contenuti e significati comuni da condividere e a cui credere. All’uomo costretto a vivere così non rimane che il principio economico: uno stile di vita che accetta di buon grado di vivere senza senso per esibire i propri segni, il proprio prestigio. Ma i segni non sono eterni, anch’essi appartengono al divenire della storia. Segni sostituiscono altri segni, come le mode sostituiscono le mode e i linguaggi sostituiscono i linguaggi. La pretesa di Elkann che i suoi segni di prestigio siano ancora riconosciuti come i vessilli del potere è del tutto anti-storica.

Ma non è questo il punto. Il punto è che la stessa raffigurazione di sé che Elkann propone lo rende il colpevole di ciò che sta rimproverando a quei ragazzi. La loro unica colpa è che stanno ereditando dagli Elkann di questo paese un mondo in cui per essere umani non si può far altro che accumulare segni su segni, condannati a rispettare il teorema musiliano dell’assena di forma. Un mondo in cui persino la cultura è una posa, un vestito ben tagliato, un libro da ostentare. Non è affatto vero che Proust sia moralmente meglio di un cappellino nero americano, se anche lui viene ridotto a nient’altro che un segno. Nel mondo che Elkann consegna ai suoi figli Proust è un segno come un altro. Il disprezzo per Proust è il suo che l’ha ridotto a segno, non quello dei giovani che rivendicano di riempire il proprio vuoto con altri segni.

Così la funzione sociale dell’intellettuale, per dirla con uno che un articolo del genere l’avrebbe fatto oggetto di una lettera luterana (quanto manca Pasolini), non è dissimile da quella di tutte le altre élites di oggi: pretende di dominare ma ha rinunciato a dirigere. Intellettuali che invece di indicarci dove ci porterà la catastrofe dentro cui siamo, si limitano a indignarsi perché i loro segni non sono più riconoscibili come quelli che prevalgono, che vincono, che fanno guadagnare. La caduta di dèi che accade quando il loro culto – non la loro teologia, non il loro sistema di significato – viene sostituito da un altro. Perché non c’è altro, in questa teologia cultuale di Elkann che somiglia sospettosamente al capitalismo come religione profetizzato da Benjamin.

E come Elkann quanti sono gli dèi di questa cultura ridotti a sistema di segni? Quanti sono gli intellettuali la cui soddisfazione non è quella di indicarci come le cose saranno, ma soltanto di essere degli idoli? La vera caduta degli dèi è già avvenuta e l’hanno raccontata Zweig e Musil. Al posto degli dèi sono arrivati gli idoli. La catastrofe di oggi non è che gli idoli cadano, ma che abbiano preso il posto degli dèi senza rimorso né pentimento. E trovino persino il coraggio di scriverlo. (Sergio Labate – Domani, 29 luglio 2023)

Cara catastrofe è un singolo di Vasco Brondi – Le luci della centrale elettrica, pubblicato nel 2010 come primo estratto dall’album Per ora noi la chiameremo felicità.

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