Foto ricordo

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La fotografia riprodotta qui sopra è stata scattata il 15 settembre da John Blanding per il Boston Globe. E in queste ore sta circolando parecchio sui social network,  Cosa si vede? Le persone ai lati di una strada che attendono l’arrivo degli attori del film Black Mass per la prima al Corner Theatre di Brookline, nel Massachusetts. Personaggi del calibro di Johnny Depp, Benedict Cumberbatch, Kevin Bacon, Dakota Johnson. (..) L’immagine è diventata molto virale perché tra i fan c’è una vecchietta che – senza smarthone – sembra godersi appieno l’evento (testo a cura di Elmar Burchia; Foto John Blanding/The Boston Globe/Twitter)

Marcel Proust ha scritto: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Sono da tempo convinto che il vero scopo di tanti, troppi “viaggiatori seriali” non è tanto il viaggio stesso, quanto poter finalmente tornare a casa a raccontarlo. Esattamente il contrario di quanto auspicato da Proust. Si tratta di consumismo turistico: l’obiettivo non è tanto quello di vedere e comprendere il nuovo e il diverso, quanto di dimostrare l’avvenuta presenza in quei luoghi. In questo caso specifico, solo la mite vecchietta sembra disinteressata al fatto di voler successivamente dimostrare di essere stata in quel luogo. Lei osserva la realtà in cui si trova con i propri occhi senza schermi o ausili di memorizzazione o intermediazioni tecnologiche di nessun genere. Occhiali a parte.

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“Da qualche mese circola su internet la foto di un ritaglio di giornale, scritto in inglese. L’autore e la fonte sono incerti, ma non importa: “Sto cercando di farmi degli amici al di fuori di Facebook applicando gli stessi princìpi. Così ogni giorno scendo in strada e racconto ai passanti cosa ho mangiato, come mi sento in quel momento, cos’ho fatto la notte prima, cosa farò dopo e con chi. Gli do le foto della mia famiglia, del mio cane, di me mentre faccio giardinaggio, sistemo il garage, annaffio il prato, sto di fronte ai monumenti, guido in città, mangio e faccio cose che tutti fanno ogni giorno. Ascolto anche le loro conversazioni, gli do la mia approvazione e dico che mi piacciono. Proprio come su Facebook. E funziona! Ho già quattro persone che mi seguono: due poliziotti, un investigatore privato e uno psichiatra”. (Giovanni De Mauro – da “La settimana” – Internazionale n. 1121)

Oh-Yeah-I-Do

Ho sempre provata una “cordiale” avversione e antipatia per qualsiasi tipo di telefono (strumento ormai imprescindibile), cominciando da quello a rotella di tanti anni fa per continuare con gli attuali meravigliosi e tecnologici smartphone. Non per banale avversione luddistica alle affascinanti tecnologie moderne, il fatto è che detesto qualsiasi tipo di prevaricazione. Una qualsiasi telefonata è infatti in grado di sviluppare una potenza di fuoco di interdizione impressionante, di prevaricare qualsiasi tipo di rapporto diretto con le persone che vi stanno di fronte in quel preciso istante. Ho conosciuto dirigenti (meglio perderli che trovarli) di importanti aziende pubbliche quasi sempre indisponibili al contatto personale perché “impegnati” al telefono, la loro vera priorità! Del resto stare sempre al telefono pare faccia molto “cool”. Il fatto di essere fisicamente presente invece in molti casi è ormai uno spiacevole svantaggio, “location” fuori moda, trilla il telefono e la vostra priorità in graduatoria scivola in basso di molti livelli (“Scusa un attimo…”), indipendentemente dal grado di drammaticità della conversazione interrotta. Il fatto è che ogni comunicazione che avvenga in assenza di un qualsiasi “filtro” intermedio è ormai uno svantaggio rilevante per chi la propone. Questo significa che la realtà nuda e cruda, diretta, risulta sempre più irrilevante proprio perché essa NON viene trasmessa attraverso strumenti intermedi che ne garantiscano l’esistenza. Paradossale, ma vero.

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Del resto ognuno di noi è consapevole di come sia sufficiente sedersi all’interno di un”guscio” automobilistico ed immettersi nel traffico cittadino per modificare di molto il nostro atteggiamento nei confronti di qualsiasi individuo interferisca con il nostro percorso.

“In base a una ricerca dell’Università di Leeds (Inghilterra), circa il 25% degli automobilisti mette in atto abitualmente comportamenti aggressivi: suona il clacson, lampeggia, gesticola, urla, si avvicina pericolosamente all’altra auto.

Questi comportamenti dipendono da diversi fattori.

1. Innanzitutto, nel traffico scatta una sorta di competizione fra guidatori: uno studio dell’Università di Stoccolma rivela che il 90% dei patentati si giudica più abile della media.

2. Inoltre, per Raymond Fuller, psicologo del Trinity College di Dublino, fra automobilisti raramente si ha un rapporto faccia a faccia e, senza le informazioni che derivano dal contatto diretto con l’altro (espressione del viso ecc.), l’empatia, che tenderebbe a calmare gli animi, risulta ridotta.

Anche chi è pacato può diventare aggressivo alla guida, ma si arrabbia più spesso chi è impulsivo. Lo ha mostrato uno studio dello psicologo Jerry Deffenbacher, dell’Università statale del Colorado. Si è anche visto che chi si arrabbia molto al volante, tende ad avere pensieri vendicativi (“Adesso ti supero!”), e ha più spesso una guida pericolosa.” (da Focus.it).

Ecco quindi un’altro caso in cui l’inserimento di un qualunque filtro o diaframma “tecnologico” altera in modo profondo il nostro modo di affrontare la realtà. Direi che c’è molto materiale su cui riflettere, magari scherzandoci anche un po’ sopra.

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Le vignette sono pubblicate in date diverse da “The New Yorker”

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