Giallo, nero, romance

Se in Italia i romanzi gialli si chiamano così, la “responsabilità” è di Lorenzo Montano (vero nome: Danilo Lebrecht), l’inventore del “giallo italiano” dal colore che avevano presso Mondadori le copertine della collana popolare da lui ideata nel 1929. «Ma il colore giallo restò per sempre collegato a questo genere letterario, per lungo tempo reputato di serie B sebbene abbia avuto tra i suoi autori scrittori come Arthur Conan Doyle e Agatha Christie. I tedeschi gli attribuiscono un nome più diretto: Krimi, contrazione di Kriminalroman. Giallo sta per “poliziesco”, ma include vari filoni e sottogeneri come il thriller e la spy-story. E il nero? Noir è chiamato in Francia e poi anche in Inghilterra un racconto che descrive gli aspetti delittuosi e torvi dell’animo umano, persino perversi. L’editoria italiana ha puntato dunque sul colore tradizionale del pericolo, attribuito ai traditori (Giuda), alle prostitute e agli ebrei; quella anglosassone invece sul colore che più allude all’interiorità dei protagonisti: cuori neri, ma non nelle copertine.» (Marco Belpoliti)

A proposito di colori, una volta c’erano anche i romanzi rosa. Adesso però non si chiamano più così, adesso si chiamano (fa più figo) romance: «Un genere letterario che narra di storie d’amore e del loro intreccio che si dipanano in genere in avventure e intrighi e terminano sempre con un lieto fine. I romance (in inglese significa romanticismo) o romanzi rosa presentano una struttura formale molto simile alla fiaba, infatti in ogni romanzo i personaggi svolgono ruoli che seguono uno schema ben preciso […] La struttura della trama è solitamente semplice e facile alla lettura, i periodi sono brevi e le scene descrittive non risultano mai esageratamente ampollose e articolate. Proprio a causa di questo schema il romanzo rosa riflette molto sia dal punto di vista formale che contenutistico il genere letterario della fiaba e della favola. È considerato un tipo di romanzo appartenente alla letteratura di consumo anche se alcuni romanzi rosa come quelli di Kathleen E. Woodiwiss fanno parte della letteratura storica. Le collane più note sono quelle dell’harlequin Harmony e dei romanzi in Mondadori.» (da Wikipedia)

«L’autore di testi narrativi “popolari” (tra gli esempi meglio studiati Carolina Invernizio; e si può aggiungere, nel campo delle opere cinematografiche, il filone più tradizionale del western americano) si rivolge al lettore come se fosse “una grande giuria da avvincere, persuadere e stimolare emotivamente, e questo fina dalle prime battute, perché una volta abboccato all’amo, seguirà fedelmente i fatti, le prove, gli argomenti, i segni esposti nella narratio, fino al naturale scioglimento della tensione narrativa nell’epilogo.” (Paolo Orvieto)

E lo farà se avrà avuto l’impressione (confermata dalla soluzione delle vicende) che il sistema di valori esposto nel racconto coincida col proprio sistema di valori. Nello schematismo etico e comportamentale dei prodotti (para)letterari di consumo (altro esempio tipico, le telenovelas), i caratteri dei personaggi e i loro modi di agire sono tratteggiati secondo opposizioni elementari di tipi (buono/cattivo; giusto/ingiusto), funzionali alla trama che, proprio come nell’oratoria forense, vede fronteggiarsi danneggiati e danneggiatori; il fine positivo (ostacolato dalle manovre e poi dalla difesa del malvagio) sarà quello di ristabilire l’ordine violato, punire il colpevole, risarcire il danno.

Prendendo come termine di confronto la narrativa d’appendice, vivente applicazione dei luoghi e degli schemi retorici, si intuisce, a contrario, la complessità del mondo istituito dalla coeva letteratura “alta”. (Bice Mortara Garavelli)

Ma veniamo all’attualità. Francesca Giannone è l’autrice italiana del libro più venduto del 2023: La portalettere.  Felicia Kingsley invece è la scrittrice che l’anno scorso, complessivamente, ha venduto più copie con tutti i suoi libri pubblicati da Newton Compton: più di un milione. Il 23 marzo scorso la Repubblica ha pubblicato un’intervista di Sara Scarafia alle due autrici. Eccone un estratto:

«Oggi a Libri come, a Roma, raccontano come costruiscono i loro romanzi, ma intanto si incontrano per la prima volta grazie a Repubblica e provano a spiegare come hanno conquistato le classifiche scalzando gli autori, maschi, di thriller e noir che per anni le hanno dominate. Collegate su Teams, le ragazze della narrativa italiana si raccontano: una, Giannone, salentina classe 1982, esordiente, è stata travolta dal successo. L’altra, Kingsley, modenese, nata nel 1987, è diventata la regina del romance italiano affrontando un percorso più lungo, iniziato con l’autopubblicazione. Il 26 marzo esce Lo spezzacuori, prequel del bestseller Due cuori in affitto. E il 18 giugno il romanzo Domani, di Giannone. […]

Francesca, come ha vissuto il successo straordinario de “La Portalettere”? Felicia, cosa significa essere l’autrice più letta nel 2023?
Francesca Giannone : «È stato bellissimo, ma anche straniante.
Speravo in un buon risultato, ma quello che è accaduto è stato sorprendente. All’inizio, confesso, ho patito: i tour, le presentazioni. Il successo all’improvviso è uno shock. Meno male che ho esordito a 40anni: a 20 non avrei saputo gestirlo».
Felicia Kingsley. : «Entusiasmante e spaventoso. Sono realista e penso: e dopo? Quando arrivano i record, i lettori, ma anche gli editori, si creano aspettative. Ma noi, credo anche Francesca, sappiamo che i risultati dipendono dalla nostra immaginazione che è legata alla nostra lucidità. È tutto un equilibrio difficile».
Francesca, nel 2024 arriva il secondo romanzo, mentre Felicia sta lavorando all’undicesimo: come vivete le aspettative dei lettori?
F.G .: «Immaginate l’ansia: mi chiedo se sarò all’altezza, se il libro piacerà».
F.K. : «Io penso intanto che domani devo versare l’Iva! Il punto è che bisogna trovare un compromesso: continuare a difendere le proprie idee, ma, allo stesso tempo, tenere conto dei gusti dei lettori».
Insieme avete spodestato gli autori italiani, maschi, che per anni hanno dominato le classifiche: una rivincita di genere?
F.K .: «Lo specchio di una verità che finora è rimasta sotterrata. Scrittrici, traduttrici, editor, ma anche libraie: il mondo dell’editoria è pieno di donne, che sono più degli uomini anche se le proporzioni cambiano quando guardiamo ai vertici. Ma, soprattutto, sono di più le lettrici.
Posso raccontare una cosa?».
Certo.
F.K.: «È a proposito di Supersex, la serie tv su Rocco Siffredi: dal mio personale sondaggio, sono le donne quelle che l’hanno apprezzata di più mentre gli uomini l’hanno abbandonata. Si aspettavano un mood da spogliatoio dopo il calcetto, grasse risate e tanto sesso e non il focus, per dire, su Rocco bambino.
Le donne cercano le pieghe nelle storie, per questo leggono di più».
F.G.: «Si vede che Supersex è scritta da una donna. Riguardo alle classifiche, dico che lo sguardo femminile, che finalmente si prende la scena, è mancato per troppo tempo. Anna, la protagonista de La Portalettere, dice che è stanca di uomini che pretendono di dirle come si sentono le donne: si riferisce ad Anna Karenina, ma lo stesso vale, per esempio, per Madame Bovary. Capolavori, senza dubbio, ma scritti da uomini».
F.K.: «Soprattutto, alla fine, le eroine devono morire e male!».
Ma non vi piacerebbe avere più lettori maschi?
F.K.: «Certo. Io ne ho, ma ancora non moltissimi. Mi ha scritto qualche giorno fa un signore di 82 anni che aveva letto Una ragazza d’altri tempi e voleva un consiglio su un altro titolo: un’emozione. Se gli uomini leggessero romance avrebbero un libretto d’istruzioni comodissimo per capire le donne».
F.G.: «Io ho tanti lettori uomini che sono però arrivati dopo, trovando in casa il mio libro comprato dalla moglie o dalla figlia. Il patriarcato fa male anche a loro, alimenta gli stereotipi che li vogliono forti e virili. Leggendo le scrittrici, compiono una piccola rivoluzione».
Felicia scrive romance, il genere che è cresciuto di più, in termini di vendite, negli ultimi cinque anni, mentre Francesca si innesta nella tradizione del romanzo storico popolare. Cosa hanno in comune le vostre storie?
F.G.: «Direi che sono una carezza».
F.K.: «I lettori hanno bisogno di svago: io non mi vergogno di dire che lavoro nel settore dell’intrattenimento. Anche il teatro greco era intrattenimento. Cosa saremmo senza?».
Scappiamo da una realtà dolorosa e angosciante?
F.K.: «Penso che dalla pandemia in poi il bisogno di evasione sia cresciuto tantissimo».
F.G.: «C’è bisogno di uno spazio in cui stare meglio».
Percepite ancora un certo snobismo verso la letteratura popolare o di genere?
F.G.: «C’è e non bisognerebbe mai giudicare qualcuno per quello che legge».
F.K.: «Anche perché quello che leggi non fa di te una persona migliore o peggiore».
Romance e romanzi popolari scalano le classifiche ma non arrivano mai ai grandi premi letterari, come lo Strega: vi siete fatte un’idea del perché?
F.K.: «Penso che sarebbe bello rivolgere questa domanda allo Strega e sentire la loro risposta. Sicuramente ci darebbe una base di ragionamenti da cui partire. Per quanto mi riguarda sono molto tranquilla con l’universo dei premi letterari».
F.G.: «Credo che il premio più importante e significativo sia quello che ti danno i lettori e, come è stato nel mio caso, prima col Bancarella e poi col premio delle Librerie Giunti, i librai. Lo snobismo, al giorno d’oggi, non solo è anacronistico, ma anche piuttosto kitsch». […]
L’intervista continua ancora un po’… Tuttavia, con tutto il rispetto per le autrici e la “letteratura popolare” (che frequentiamo con grande piacere da sempre), a costo di passare per snob e/o radical chic (e magari anche kitsch), viene da chiedersi per quale motivo la Repubblica, quotidiano un tempo prestigioso, abbia sentito la necessità di riportare sulle sue pagine culturali (un tempo autorevoli) un simile concentrato di banalità e luoghi comuni. Spiace aggiungere: anche un po’ presuntuoso e opportunista.
E. M. Cioran ha scritto. «Di colui che tende all’illuminazione si dice, nel buddhismo, che deve essere accanito “come il topo che rosicchia una bara”. Ogni vero scrittore compie uno sforzo simile. È un distruttore che accresce l’esistenza, che l’arricchisce scalzandola.» Non è che si possa sempre pretendere  da tutti la propensione all’infinito. Tuttavia osserviamo che di “coraggiose” speculazioni basate sulla schematica semplificazione “popolare” (o populista?) son già piene le fosse (e i cosiddetti social); contaminarvi anche quelle che vengono definite “pagine della cultura” non ci pare davvero un’operazione critica degna di questo nome.

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